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Come l’odore dell’erba bagnata

……. Si narra in una favola antica quanto il mondo, che le donne fossero streghe bellissime, capaci con la loro alchimia di trasportare con il solo sguardo nel più profondo oblio, dal quale non esiste ritorno.

Si dice che nacquero dall’amplesso del diavolo in una notte di luna piena, e che da allora, vaghino solitarie tra le ombre della sera, in cerca di quell’oblio del quale solo loro conoscono la magia…….

… Lei era nell’angolo di quella stanza, sola. Fissava qualcosa senza guardare in realtà nulla. Sebbene fosse lontana mi era sembrato di sentirne l’odore in tutta la sua intensità. Credo di essere rimasto a fissarla per un paio di minuti, e per tutto quel tempo lei non si era mossa di un millimetro. All’improvviso sentii tutto il calore della stanza addosso a me, la testa cominciò a girare, ed ero sicuro che fosse a causa di quel suo odore.

In quel momento dimenticai tutto e tutti, calamitato solo dall’immobilità del suo corpo; Senza sapere come nè perché feci un passo verso di lei, e di colpo la vidi ruotare la testa nella mia direzione.

L’oblio cominciò li, nell’istante in cui quegli occhi così grandi e scuri mi entrarono dentro. Me la trovai davanti senza riuscire a dirle nulla. Stavo li, con la bocca semi aperta, aspettando che succedesse qualcosa.

“Ciao. Mi chiamo Guendalina”.

E seguì un silenzio che sembrò durare quanto la mia vita fino a quel giorno. Avevo avuto tutto il tempo di guardarla e l’avevo trovata bellissima, anche se probabilmente bellissima non era. Aveva belle gambe, che a fatica teneva ferme e indossava una tutina aderente nera a pantaloncino, con un giubbotto di pelle e un grosso paio di anfibi. Era senza dubbio molto carina, ma la sua bellezza non era data semplicemente dalle misure dal suo corpo, ma da quello che emanava… Il suo viso, gli occhi, e soprattutto la bocca…… c’era tanto in quella bocca, nel disegno di quelle labbra quasi sempre schiuse, c’era tutto. O meglio, tutto quello che un uomo vorrebbe sognare in una donna.

Con un altro passo si era fermata a pochi centimetri dal mio viso. Il caldo nella stanza era aumentato e, per conseguenza, piccole gocce di sudore sfidavano la mia fronte con la pretesa di scivolare giù. Deglutii a fatica, e in quell’istante il suo sguardo si appoggiò curioso sul mio pomo d’Adamo leggermente nervoso. Forse osservava le piccole gocciolino arrivate fin li. Tra le dita teneva una sigaretta che si portava alla bocca, aspirava a lungo, e i miei occhi non potevano che soffermarsi ancora una volta sulle sue labbra, carnose, piene, grandi.

“Fa caldo qui”.

Lo aveva detto lentamente, a bassa voce.

“Vado a prenderti da bere”.

Qualcosa nel suo sguardo mi disse che non c’era bisogno di risposta, tutto fra noi sembrava seguire uno schema già fissato, come se un destino dovesse compiersi. E poi quel suo odore mi faceva impazzire.

Quando tornai da lei, notai che era sparita, volata via. E lo schema allora? E il destino? Come poteva compiersi se non c’era lei? Non la cercai neppure, sicuro di non trovarla.

Un senso di stanchezza mi era cascato addosso con tutto il suo peso, tutto intorno era tornato di nuovo banale. Sorseggiando il vino che avevo preso per lei mi ero messo a guardare fuori dalla grande finestra che dava sul cortile. Aveva cominciato a piovere, così pensai di andarmene, quella serata non poteva darmi altro. Di quella donna conservavo il miraggio, e gli improbabili minuti che non avevo avuto. Fuori pioveva appena e non faceva neppure troppo freddo. Mi ero incamminato verso il parcheggio nel campo dietro la cascina, un po’ deluso; era buio e le uniche luci rimaste erano quelle delle stanze illuminate. Mi ero voltato ancora una volta verso quello che doveva essere il cuore della festa, dirigendomi un attimo dopo verso la mia auto con in mano il bicchiere di vino. Mentre estraevo le chiavi dalla tasca dei jeans sentii un leggero rumore di passi vicino a me. Esitando un attimo mi voltai, e li, a pochi centimetri dal mio viso, ancora lei.

Per la seconda volta non ero riuscito a parlare, era forse quella famosa apparizione, oppure no… No. Lei aveva sorriso.

“Ho detto che avevo caldo, non che avevo sete”.

Bevve il vino in un unico sorso, asciugandosi la bocca contro il braccio. Mi sorrise ancora.

“è finito! – Lo aveva detto con una voce solare, piena di allegria, le ridevano persino gli occhi, non capivo se quello era veramente il suo modo di fare.

“Se non sparisci un’altra volta ne prendo ancora”!

Lei aveva buttato la testa all’indietro e aveva cominciato a ridere di gusto. Mentre la guardavo la pioggia le aveva bagnato il viso e i capelli, appiccicandoli l’uno all’altra. Era davvero bellissima così, con quel poco di luce che la scopriva in quella che io credo fosse la sensualità più naturale incontrata fino a quel giorno.

Poi si era fatta improvvisamente seria. Si avvicinò a me con il viso, facendomi sentire il tiepido del suo respiro sulla pelle, schiuse infine le labbra sfiorandomi gli angoli della bocca, delle tempie, degli zigomi, fino al collo.

“Mi piace l’odore della tua pelle con la pioggia. Sei sudato”.

Avrei voluto abbracciarla, stringerla a me, sentire la consistenza del suo seno, delle sue gambe dei suoi glutei…. sentii l’erezione piombarmi addosso senza poterla fermare.

Lei non sembrava essere turbata, quella era una situazione nella quale si muoveva benissimo, e solo nel tempo capii che quello era il suo elemento naturale. Socchiuse piano gli occhi e dalla sua bocca uscì un sospiro lieve…

“Amo la pioggia”.

Non lo aveva detto a me. Lo aveva detto e basta.

Poi mi prese una mano e con il dorso si accarezzò il viso bagnato. Cominciò a disegnare con l’indice dei segni strani, come se stesse seguendo quel nostro percorso, poi mi fece passare la mano sulla gola. Aveva una pelle bellissima, morbida e liscia, ambrata. Non aveva mai aperto gli occhi, mi sembrò che non avesse bisogno di guardare. Spostò lentamente la mano dalla gola al seno e pensai di svenire.

Chi era costei, questa misteriosissima e troppo giovane donna di cui sapevo a malapena il nome, a quale gioco voleva giocare?

Non ci sono risposte a certe domande, c’è soltanto l’istinto che guida i pensieri e li trasforma in azioni. Mi trovai così il suo seno stretto nel palmo della mano, e sentivo poco per volta aumentare il volume del capezzolo.

Sul suo viso leggevo il trasporto più puro, come lo stupore sul viso di un bimbo.

Le tempie pulsavano forte, sentivo il cuore battere sempre più veloce, quel suo odore fantastico mi eccitava da morire. Reclinò la testa all’indietro cercando con il corpo la portiera dell’auto per appoggiarsi. Era li davanti a me, tutta per me. La sentivo respirare forte, vedevo il suo petto alzarsi e abbassarsi ritmicamente; chiusi gli occhi anch’io, e sentii la sua mano giocare curiose tra i glutei e i fianchi, stringendomi ogni tanto a lei.

Davanti alla sua disarmante arresa, cominciai a morderla dappertutto; gli occhi, le guance, e lei mi lasciava fare. Tutto prese un ritmo vorticoso, più la baciavo, più la volevo e non riuscivo ad esserne sazio; la campagna si era fermata ad ascoltare il suo respiro e ad osservare in controluce il tiepido filo di fiato che usciva allo scoperto, nella notte. Era rimasta li, così, nuda fino alla vita, mi guardava con quel suo modo assente e leggero, la pioggia le cadeva addosso ed io l’avevo trovata ancora una volta bellissima.

Poi mi prese la testa fra le mani e mi baciò con forza. Sentivo la sua lingua muoversi attorno alla mia, per poi spostarsi in tutti gli angoli accessibili. Morbida, voluttuosa, carnale, mi stava assaggiando, mi piaceva il sapore della sua saliva. Continuava a tenermi la testa fra le mani, e mentre mi baciava gemeva piano. Le avevo appoggiato tutto il mio corpo contro spogliandola completamente. Non ero mai stato così eccitato in vita mia, così ubriaco com’ero di voglia e di lei, la presi per le natiche, tenendola sospesa contro il finestrino. Lei incrociò le gambe dietro di me avvinghiandosi con tutte le sue forze. Nel fienile accanto alla cascina c’erano dei gran rotoli di paglia accatastati l’uno sull’altra. Guidandola fin li, l’avevo adagiata su uno di questi e nell’assoluta perfezione di quel momento, nel silenzio contrastato solo dal rumore della pioggia, la guardavo senza parlare. Tenevo i miei occhi fissi sul suo corpo che tremava appena, le accarezzavo la pelle morsa dai brividi catturandone il tepore epidermico. Il mio respiro diventava bianco fuori dalla bocca, lei mi guardava, cercava qualcosa, non capivo esattamente, i suoi occhi facevano parte di uno dei tanti misteri di quella notte, e la sua bocca emergeva prepotente nel buio, affamata. Scivolandomi via leggera, si era messa in ginocchio davanti a me guardandomi dritto negli occhi e sorridendo senza malizia. Sprofondando nell’ambiguità del suo sguardo mi slacciò la cintura dei jeans, sbottonandomi poi i pantaloni e facendomi sedere sulla paglia lasciandomi in balia di lei e del suo gioco. Smisi di pensare, smisi di agire, deciso più che mai a cadere in quella rete che aveva il profumo della sua pelle. Senza guardarla la sentivo giocare con gli slip; il suo corpo parlava al mio corpo usando un linguaggio che non conoscevo ma che imparavo mano a mano che le sue dita leggere e curiose avanzavano su di me. Sentivo la sua lingua che si infilava sotto l’elastico in cerca della pelle più nascosta, mi passava le labbra umide e schiuse ovunque, mi respirava addosso e non smetteva mai di accarezzarmi con le mani.

… “Vuoi la bocca”?

Non potevo uscire dal suo gioco, avrebbe smesso di giocare anche lei. Quella frase appena sussurrata con voce bassa e quasi roca mi fece andare fino in fondo, e senza rispondere spinsi la sua faccia contro il cotone ormai umido degli slip che sfilò con un gesto lento e sicuro, senza mai staccare la lingua. Le ero rimasto davanti con un membro eretto in tutta la sua eccitazione. Lei avvicinò il viso, rimanendo a qualche millimetro per un momento che mi sembrò eterno. Poi l’abisso più dolce cominciò quando il calore della sua bocca mi avvolse completamente, prima sospirai e poi deglutii. Con gli occhi aperti cercavo qualcosa che non mi staccasse del tutto dalla realtà, se mai ce n’era stata una fino ad allora, potevo vedere la sagoma scura del tetto con le travi umide mentre lei continuava a baciarmi e a leccarmi dappertutto.

Le tenevo la testa fra le mani, e ogni tanto guardavo i suoi capelli accarezzando la loro morbidezza. Tutto sembrava assurdo e senza senso visto dal di fuori di quel fienile, ma i suoi movimenti precisi e calibrati riaprivano le porte a tutte le realtà inconfessate. Ogni tanto mi regalava un gemito, un sospiro, e la gioia più grande era vedere che tutto questo le piaceva da morire, tutto riprendeva significato in quella sua sensualità così carnale, in quella sua bocca che mi accoglieva tutto con avidità e ingordigia…

Sentivo l’orgasmo salire, e da come muoveva la lingua doveva averlo sentito anche lei, questo mi eccitava ancora più di quanto non fossi già, e tenendole la testa bloccata le riempii la gola con fiotti di sperma caldo.

L’ultima cosa che vidi era stato il suo viso sollevarsi piano, ed aprirsi in un sorriso carico di complicità. Poi con un dito eliminò l’ultima traccia di sperma dall’angolo della bocca. Si appoggiò con la testa contro il mio ventre e l’abbracciai con tutta la dolcezza di cui mi sentivo capace. Restammo li, uno addosso all’altra, ad ascoltare la pioggia che batteva contro il tetto, riparandoci con i nostri corpi nudi dall’umidità di quella notte. Nessuno di noi parlò, io poi che cosa avrei potuto o dovuto dire… volevo solo tenerla tra le braccia, perché il sogno non dovesse finire li, perché tutto continuasse a non avere senso, per non doverla vedere sparire all’improvviso, così com’era venuta…. Non sapevo nulla di lei se non il nome, ma avevo il suo odore addosso, le avevo lasciato dentro le viscere il mio seme fecondando una parte di lei che sapevo mia, avevo il calore dei suoi baci e il fremito della sua pelle; chissà, forse non l’avrei mai più rivista dopo quella sera, forse sarebbe nuovamente tornata a vivere sotto forma di sogno o di apparizione… chissà.

Di una cosa ero certo, non avrei mai potuto dimenticarla, la sua sensualità sarebbe diventata per me un odore da inseguire senza tregua, una droga di cui non potevo fare a meno, un luogo fuori dal tempo in cui mi ero perso e da cui non potevo più fare ritorno… il suo nome risuonava come una promessa…

…. Guendalina, dove sei?

Il cielo era ancora cupo, e l’alba si appressava ad oriente di un chiarore malato. Avevo ancora il suo odore nelle narici, il vento del mattino era teso. Di quel luogo rimaneva solo l’odore dell’erba bagnata, di lei il disegno accennato sul fieno, e di me la certezza di avere trovato l’oblio….

Era l’alba di un nuovo giorno, non l’avrei lasciata andar via, lei era la mia preda… andrò a caccia… FINE

About Erzulia

Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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