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Il sogno

Mentre esce dall’acqua ha una brevissima esitazione.
Mi considera fissandomi. Improvvisamente, senza piu` il minimo imbarazzo, si sfila le spalline del costume bianco ad un pezzo e se lo arrotola ai fianchi.
La guardo avvicinarsi: il pube nero e selvatico che traspare dalla stoffa tesa e bagnata, i grandi seni nudi che accompagnano ritmicamente il movimento dei fianchi sottili.
Sono i primi giorni di giugno e la spiaggia poco frequentata; non ci sono bambini e madri; una giovane ragazza, nera di sole, legge mollemente sdraiata sulla sabbia un libro.
Lungo la battigia passeggiano due ragazzi nudi; si muovono femminei lanciando occhiate agli uomini che, dalle dune, li salutano.
La spiaggia di Castelporziano, in questa stagione, trasuda trasgressione e peccato.
Mentre lei si inginocchia accanto a me e sistema il telo su cui sdraiarsi, le guardo i seni pesare, una goccia d’acqua tremare su un capezzolo turgido e nero dal freddo.
Sento crescermi dentro l’inquietudine; la voce mi si spezza; ho il timore di non riuscire a controllare i miei movimenti.
Ho chiara la sensazione di trovarmi impreparato ad un punto di non ritorno.
Devo fare uno sforzo per appoggiare la mano sull’incavo dei suoi reni: temo un sussulto, un rifiuto; ma, piu` ancora, temo il suo assenso.
La mia mano piano, timida, accenna un dolce movimento, una carezza circolare che vuole infondere calore.
Il cerchio si allarga fino a raggiungere la base del collo. “Lei” abbandonata a pancia in giù sul telo, le braccia sopra la testa, il viso protetto da un’ascella.
Il sole le asciuga il corpo, tra la morbida peluria delle braccia brilla qualche grano di sale.
Mi sono calmato; ora il sole alto nel cielo intorpidisce anche me.
Continuo ad accarezzarle la schiena; tento, con le dita leggere, di darle qualche piccolo brivido di piacere.
A tratti la sua pelle s’accappona ridiventando, dopo poco, liscia e morbida.
La mia mano ormai coraggiosa: nel suo girovagare, sempre pi spesso, insinua la punta delle dita sotto il costume ad accarezzare con discrezione i glutei.
Col viso affondato nei suoi capelli, ne aspiro l’odore. Le accarezzo il collo, la nuca, i riccioli bagnati.
Parliamo sdraiati, ci diciamo cose inutili:
-Ti piace se t’accarezzo qui? –
-Lo fa sempre mio padre, mi piace. –
Si gira. Si contorce un poco, sinuosa, per scavare con i glutei e le spalle un giaciglio nella sabbia.
è abbronzata, ha un capezzolo contratto, l’altro no.
Le scorro un dito piano, leggero, giu`, dal mento per il collo, in mezzo ai seni, attorno all’ombelico fino all’ostacolo del costume arrotolato.
Passo alla coscia, al ginocchio e poi torno su, piano, leggero.
Le si accappona la pelle.
Ora l’accarezzo con tutta la mano aperta sfiorandole col palmo aperto il capezzolo che si inturgidisce.
Sento la presenza degli altri sulla spiaggia.
Mi trattengo, ma non sono imbarazzato.
La desidero.
Accavallo una gamba sulla sua, premo il ventre sul suo fianco, con le dita mi insinuo sotto il costume dall’inguine, le sfioro i peli forti.
Le bacio il lobo dell’orecchio, lo succhio.
Le sfioro le labbra con le labbra.
Ci baciamo.
Ha la bocca fredda -io brucio- e grande, i suoi denti toccano i miei.
Mi scosta, si alza sulle ginocchia, mi posa le due mani sul petto e vi si appoggia.
Vedo il suo viso avvicinarsi piano al mio, frapporsi tra il sole e i miei occhi.
Con lo sguardo cerca il mio sguardo, si abbandona sopra di me.
Ci abbracciamo stretti assaporando il contatto dei nostri corpi: le sento i seni premermi il petto, sento con il ventre il suo ventre, premo il sesso sul suo sesso.
Ci alziamo senza parlare; afferriamo le borse con i vestiti e, tenendola per mano, la conduco, mi conduce, verso le dune ed i cespugli.
In spiaggia non c’e` piu` quasi nessuno.
Su una duna un uomo grasso e rosa spia tra i cespugli della macchia.
Ha un costume rosso, piccolo.
Porta appesa ad una spalla un borsello di pelle marrone.
Penso che forse ci spiera`; non mi importa: la desidero troppo.
I suoi capelli ancora bagnati si mischiano alla sabbia grigia; ha grossi sopraccigli neri, arcuati.
Gli occhi sono chiusi, le labbra si socchiudono sui denti bianchi, abbaglianti, grandi.
Li bacio lievemente, le mordo il labbro inferiore.
“Lei” non parla, non si muove; sento la sua mano sulla mia scapola, inerte.
Uno scarabeo nero, opaco, si allontana dalla sua testa, cerca rifugio tra le radici della sterpaglia che ci circonda.
Le bacio il mento, le sfioro con la punta della lingua il collo, il petto.
La mia lingua passa alla base del seno a raccogliere un poco di sudore.
Le stampo le labbra sull’ombelico e succhio forte.
Ha un sussulto, mi afferra il capo, mi trascina verso il suo viso, mi bacia, scorre le mani sulla mia schiena, le fa scivolare sotto il costume.
Ci liberiamo in fretta dai pochi centimetri di stoffa che ancora ci coprono.
Entro in lei: umida, tiepida…

Era una giornata di giugno di tanti anni fa. Anche ora siamo in giugno ed il sole ha la stessa luminosita` che aveva allora sulla spiaggia, forse perchè questa stanza bianca e bianchi sono i pochi mobili e le suppellettili che l’arredano.
Da quando mi trovo qui, tutte le mattine c’è, con il sole, questo biancore luccicante.
E tutte le mattine, dopo che l’infermiera si allontanata, mi immergo nello stesso ricordo che scorro come guardassi un video.
Ogni dettaglio preciso, ogni particolare mi appare come se l’azione si svolgesse in questo momento. Persino gli odori, di corpo e di mare, i sapori dell’acqua salmastra che le imperlava la pelle, del sudore che, dopo aver fatto l’amore, la bagnava tra i seni, mi riempiono il naso e la bocca dandomi la stessa ebbrezza che penso mi prendesse allora.
Il dubbio mi afferra sempre dopo aver consumato il pranzo.
Questa e` l’ora piu` silenziosa nella clinica: non si sentonon sbatacchiare porte, chiamarsi infermiere, gemere degenti.
Tutto riposa ed e` immerso nella chiara penombra della siesta.
La schiena appoggiata ai guanciali, guardo le mani stagliarsi, scure e macchiate, sul copriletto bianco.
Mi danno, col loro tremare, la coscienza del tempo trascorso, della fine.
Fissando la parete bianca e immacolata davanti a me, mi domando, per l’ennesima volta, se quella mattina di tanti anni prima, quel mare, lei, la spiaggia sono veramente esistiti o non sono immagini realistiche di un sogno ad occhi aperti, che il desiderio ha fatto divenire realta`.
Il passato, ormai, per me diventato opaco e lontano: qualche immagine di fanciullezza, il ricordo di qualche luogo, volti confusi in un turbinio di nomi e situazioni.
Solo quella mattina di giugno di tanti anni fa, si staglia netta su tutto il film della mia vita.
O meglio, non ho netto e preciso solo questo ricordo, anche un altro si presenta con la stessa precisione di dettagli, con realismo ossessivo.

Mi trovo in uno studio professionale; l’ambiente, pur essendo piccolo, confortevole: davanti ad un tavolo ampio, scuro, usato come scrivania, una comoda poltrona di pelle color miele.
è morbida al tatto e fresca; mentre ascolto, ne accarezzo un bracciolo e fisso un boccale di peltro scuro che, posato davanti a me sul tavolo, contiene tre o quattro pipe bruciate dall’uso.
Una scatola tonda e rossa di tabacco inglese posata vicino alle lunghe e magre mani del professore, che restano immobili mentre mi parla.
è sera e l’unica lampada accesa rivolge, in un angolo della stanza dedicato ad una chaise-longue nera, il fascio di luce verso il soffitto, rischiarando l’ambiente con calore e discrezione.
Mi trovo li`, nello studio privato del professor Sodano, primario dell’ospedale San Giuseppe, per un gioco, uno scherzo che voglio tirare a me stesso.
Ho appena conosciuto una donna, giovane e bella, ma, soprattutto, che ha la capacita di attrarmi sessualmente troppo.
Mi sento imbarazzato quando spiego il mio desiderio al professore che, oltre che medico, e` un famoso ipnotizzatore:
-Professore, desidero che lei, con le sue arti ipnotiche, arricchisca la mia coscienza e i miei ricordi di un’esperienza mai avvenuta, ma tanto desiderata.
In poche parole: vorrei essere certo che un fatto sia avvenuto.
E
ricordarlo come se fosse avvenuto, anche se non mai stato. –
Il professore sorride sornione, anzi ride proprio, divertito dall’inconsueta richiesta.. Solo le mani, sempre immobili e abbandonate parallele sul tavolo, non sussultano nella risata.
Anch’io rido, un po’ per l’imbarazzo di dover confessare la mia incapacità di vivere una situazione con coraggio, di scegliere e rischiare, e un po’ perchè voglio che tutto sembri un gioco.
All’improvviso si alza, smette di ridere e con gli occhi che brillano di riflessi maligni come se fosse Lucifero in procinto di acquistare un anima, chinandosi a pochi centimetri dal mio viso:
-Si può tentare. Ma… –
-Ma? –
-Creder che il “fatto” sia avvenuto. Ma… –
-Ma? –
-Ma avrà sempre coscienza della richiesta che mi ha fatto. Cioe` ricordera` perfettamente di essere venuto da me e di avermi chiesto di essere ipnotizzato per avere un finto ricordo. –

Se cerco di essere logico, controvoglia devo ammettere che lo scherzo che mi sono “tirato” è perfettamente riuscito.
Ma, se così fosse, se quella splendente mattinata al mare fosse solo un parto della fantasia, del desiderio e dell’amore per “Lei”, non avrebbe almeno qualche connotazione del sogno?
I sogni si adattano al nostro mutare, si adeguano come noi allo scorrere inesorabile del tempo.
I fatti restano tali, non possono essere mutati da nulla, neppure dal tempo: i fatti sono certi, cambia la loro interpretazione, loro non
cambiano.

L’avvicinarsi della notte, un tormento. Non riesco più a concentrarmi sulle pagine del libro che tento di leggere da quando sono qui.
Scorro con gli occhi le righe di stampa, volto le pagine, ma la mia testa altrove.
Sto combattendo il ricordo che cerca di impadronirsi della mia attenzione: ancora una volta sento con i polpastrelli la pelle bagnata; ancora una volta vedo quegli occhi ridere, cercarmi, chiudersi di piacere.
Mi è intollerabile il dubbio che la scena svoltasi dal dottore sia il ricordo vero e l’altra quello falso.
Uno dei due, per deve pur essere un inganno della mia mente. Infatti, sono contraddittori: l’uno vero solo se l’altro falso.
Quella sera, pero`, dal professore, posso essermi riferito a qualche altro episodio, ad un’invenzione fantastica che avrebbe potuto divertirmi per la sua stranezza.
Forse chiesi al professor Sodano di convincermi con l’ipnosi di essere stato sulla Luna; o di aver compiuto un viaggio nel tempo; o di aver avuto una straordinaria popolarità come cantante.
E l’esperimento non ha funzionato dal momento che non ha lasciato traccia nella mia memoria.
Perchè avrei dovuto ingannarmi con un episodio che, dopotutto, poteva parere privo di ogni originalità?
Non si scomoda un professore, non si fa un esperimento come questo utilizzando solo un banale sogno d’amore.

Questa fioca luce schermata di azzurro dovrebbe aiutare il riposo.
Sono invece convinto che sia la causa del mio nervosismo e della mia angoscia. Le ombre sono più inquietanti del buio completo.
Tutto diviene livido, senza
dimensione, sfuma nell’ignoto.
Gli ospedali di notte non riescono a nascondere la stretta parentela con gli obitori.
Sono convinto che sia di notte che, in un posto come questo, si muore.
è triste pensare alla morte, alla propria morte in un luogo come questo, con questa illuminazione che tutto omologa in un’immagine livida e spettrale.
Ovunque guardo nella stanza non riesco a trovare un segno di movimento, di vita.
Anche i fiori, nel vaso posato sul tavolo accosto alla parete di fronte al letto, non paiono veri; sembrano una fotografia virata di blu, pronta per completare una macabra scenografia.
L’idea di morire in questa stanza di notte, senza la certezza del passato, mi angoscia.
Se non risolvo questo dilemma con una certezza, rischio di mettere in dubbio tutto ciò che ho vissuto.
Che certezza potrei avere del mio passato se sono incapace di discernere dal sogno il ricordo?
Qui, in questo ospedale non ho nulla che possa testimoniare della mia storia; neppure una fotografia, una lettera, un oggetto.
E senza storia non si e` stati.
Solo la memoria può darti la consapevolezza dello svolgersi di una vita.
Ho amato quella donna; l’amo ancora.
Il mio amore nato li`, su quella spiaggia, quel lontano mattino di giugno.
Se questo ricordo è un inganno della fantasia, tutto questo amore e` stato un miraggio, la proiezione di un desiderio. In questo caso, avrei vissuto nella realta` una vita solitaria, arida, triste.
Questo pensiero mi è intollerabile.
Tutto ciò non può essere vero: non sono arido, non mi sento triste.
Forse mi sento solo; ma chi non è solo in questi momenti, quando, afferrati dalla malattia, ci si accinge al bilancio definitivo?

Dalle tapparelle non ben serrate comincia a filtrare il chiarore del nuovo giorno.
Questa lunga angosciosa notte e` terminata.
Sento sbattere delle porte, risate squillano nello stanzino delle infermiere.
Fra poco mi verranno a misurare la febbre, poi mi porteranno la colazione, mi laveranno, mi visiteranno.
Comincia un altro giorno; un giorno di giugno, pieno di sole e di calma tranquillita`.
La lunga veglia mi ha spossato, sento di affondare in una dolce sonnolenza. Mi sento soddisfatto: ho scelto.
Ho scelto la consapevolezza del mio passato.
Finalmente posso abbandonarmi al ricordo: … mentre esce dall’acqua ha una brevissima esitazione.
Mi considera fissandomi. Improvvisamente, senza più il minimo imbarazzo, si sfila le spalline del costume bianco ad un pezzo e se lo arrotola ai fianchi.
La guardo avvicinarsi: il pube nero e selvatico che traspare dalla stoffa tesa e bagnata… FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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