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La ragazza dei sogni

Mi scopava violentemente, mi scopava e io urlavo, pregandolo di far piano, ma intanto godevo selvaggiamente, senza freni, senza inibizioni, mentre le sue mani forti, poderose, muscolose come le sue braccia e il suo ventre, mi stringevano i fianchi fino a farmi male.
Stavo nella posizione della pecorina e lui andava avanti e indietro dentro di me, usando i fianchi per fare leva e manovrandomi a suo (e mio) piacimento, afferrandomi – di tanto in tanto – per le spalle, per spingermi il suo membro possente ancora più dentro.
Lo imploravo di far piano, di rallentare il ritmo, di fermarsi, ma lui, impaziente e selvaggio, continuava. Fino a quando non sentii che anche lui cominciava a mugolare, che la presa ai fianchi si faceva meno decisa, che i precisi colpi del suo sesso dentro di me rallentavano…
A quel punto estraeva la sua virilità da dentro di me, mi afferrava per i capelli, mi girava verso di sé e mi investiva con il fiotto caldo del suo piacere, sporcandomi dappertutto: viso, bocca avida del suo sperma, capezzoli, ventre, basso ventre…
Rimanevo poi lì a pulire con la lingua il suo glande ormai mezzo floscio; lui mi teneva compiaciuto per i capelli e sembrava sospingermi a sollevare gli occhi, a guardarlo mentre ancora tenevo quell’enorme cazzo in bocca, quel cazzo che sapeva del mio culo ma che non mi disgustava affatto.
“Gran puttana”, mi diceva con un mezzo sorriso sulle labbra.

Facevo questo sogno mediamente una volta al mese. Era un sogno che mi sconvolgeva, ogni volta come fosse la prima. Perché godevo sempre, nel sonno, ed ero persino felice, ma mi svegliavo con certi sensi di colpa da non riuscire a guardarmi allo specchio per giornate intere.
Quel senso di piacere mi faceva sentire colpevole. Come facevo, mi chiedevo, a godere in quel modo, nonostante la penetrazione, la violenza, la prevaricazione, l’imposizione, la sofferenza? Dubbi atroci mi assalivano e poi mi lasciavano incapace di accettare quel che era successo, anche se in realtà non era mai accaduto, ma era esistito solo nell’irrealtà dell’imponderabile spazio onirico del subconscio.
Perché sognavo quel ragazzo bruno, massiccio, vigoroso, dotato, quel ragazzo che non avevo mai visto e di cui, nel sogno, sentivo persino il profumo dell’acqua di colonia, l’odore acre del sesso, il pizzico della barba non fatta e del quale avvertivo persino il formicolio provocato dal contatto con i peli delle gambe e con la peluria compresa tra l’ombelico e il basso ventre?
Perché succedeva tutto questo e io non sapevo farmene una ragione?
“è un sogno – mi ripetevo – che colpa ne ho, è solo un sogno. Non sono io che comando i sogni… Nessuno comanda i sogni”.
Però io in fondo mi chiedevo se non ci fosse qualcuno che comandava i sogni e che spingesse il subconscio a pensare a una cosa o a un’altra. Era la spia del mio malessere profondo. Perché vivevo così male questa situazione?
Quando poi avevo il coraggio di tornare a specchiarmi, specie prima o dopo la doccia (un rito “purificatorio” cui usavo sottopormi, una sorta di depurazione del proibito, dopo quel sogno) mi guardavo senza vestiti e senza accappatoio per interi quarti d’ora: vedevo nell’immagine riflessa dallo specchio i miei capelli biondicci, il viso ovale, le labbra ben disegnate, il collo fine, le spalle strette, i capezzoli ritti in mezzo a quel piccolo ma evidente e sfrontato seno, l’ombelico piazzato al centro di due fianchi un tantino sgraziati, le cosce un po’ grosse ma lunghe, i piedi lunghi e affusolati…
Saltavo volontariamente, con lo sguardo, il basso ventre, evitavo di guardare a fondo in mezzo alle mie gambe…
Tornavo su, al mio naso piccolo e diritto, alla mia pettinatura con la riga di lato, alle mie mani bianche e lisce… Indugiavo in particolari insignificanti, il neo sotto la mammella sinistra, la cicatrice sul braccio destro, pur di non guardare lì.
Ma poi gli occhi tornavano giù, a quel cespuglio di peli appeso una quindicina di centimetri sotto l’ombelico, a quel ciuffetto scuro da cui faceva capolino una capocchia di carne scura, grande poco più della falange di un dito, e sotto alla quale si nascondevano due piccole boccette simili a susine, piccole piccole e quasi prive di senso.
Mi guardavo il mio piccolo pene e non riuscivo a capire.
C’è un errore, in me, pensavo. O dentro di me. Oppure fuori di me. Ma un errore non poteva esserci: se la natura mi aveva fatto o fatta così, doveva esserci un senso. Se l’eccesso di ormoni femminili mi aveva gonfiato le tette e fatto venire fuori un pisello minuscolo – così almeno credevo fosse avvenuto – non potevo, non dovevo, non era giusto che mi ribellassi.
Anche perché io mi piacevo così. Mi accettavo senza riserve.
Non capivo allora come mai mi sentissi tanto in colpa per quel sogno ricorrente, che mi liberava per una notte dal mio corpo “sbagliato”, contraddittorio, per quell’amplesso solo immaginato, che mi liberava dalle mie mille paure, dai miei sensi di smarrimento, e che mi portava in una dimensione per me sconosciuta, in cui l’unica sensazione che riuscivo a provare era la leggera gioia provocata dalla libertà assoluta di fare quel che sentivo di voler fare.

Non mi ero mai posto il problema dell’omosessualità, né avevo mai conosciuto un ragazzo come quello del sogno e proprio non riuscivo a capire come mai incarnassi in quello sconosciuto – sempre lo stesso – l’oggetto dei miei desideri inconfessabili.
Non mi sentivo gay e forse non lo ero, ma a scuola, stranamente, mi piaceva un professore, il classico supplente di educazione fisica, un tantino più grande di me, appena diplomato e al primo incarico di insegnamento in una scuola superiore. Il classico tipo alla mano, che pretende di farsi dare del “tu” e magari viene a mangiare la pizza con gli studenti.
Non gli avevo lasciato capire nulla o quasi – perlomeno così credevo – e lui aveva sempre fatto finta di niente: era tanto diverso dal ragazzo del sogno, era anche antipatico e sfuggente.
Lo era diventato ancora di più dopo che gli avevo raccontato che un mio amico mi aveva confidato la storia del sogno e che aveva bisogno del consiglio di un adulto (sempre che un venticinquenne, come era lui, potesse considerarsi adulto): lui, ovviamente, non aveva affatto bevuto che fosse un altro, a volersi consultare, e aveva interpretato la mia iniziativa come una avance bella e buona.
Io, in realtà, lo avevo reputato come una persona in grado di darmi un consiglio, ma di fronte al suo atteggiamento di netto rifiuto, cambiai idea su di lui e non parlai più con nessuno di quel sogno.
Comunque mi piaceva e non capivo perché mi attraesse lui – sempre con riserbo e moderazione, nel senso che mai avrei trovato il coraggio di dirglielo apertamente – e non la compagnetta del banco accanto al mio, quella che faceva le fusa a tutti, me compreso, purché le facessimo almeno un complimento al giorno, facendola sentire ancora più bella di quanto non si sentisse già.
Con il supplente antipatico non era mai successo niente, ma avevo provato la strana sensazione del batticuore, l’unica volta che mi aveva sfiorato il corpo con un minimo di interesse: così mi era sembrato che avesse fatto la volta in cui, nello spiegare un esercizio fisico, mi aveva palpato il seno, rimanendo interdetto per la soda e morbida consistenza di quanto era rimasto racchiuso nelle sue mani, intente a sorreggermi mentre facevo una giravolta.
Durò qualche istante appena e lui lo fece apposta, forse per tastare con la mano quanto con l’occhio non riusciva a misurare fedelmente: in realtà, infatti, avrebbe dovuto tenermi per i fianchi e non per le tette.
Io non reagii né protestai e anche questo contribuì a rendere la situazione bollente.
Rimanemmo in quella strana posizione intrinsecamente erotica un tempo interminabile: dieci, venti, forse trenta secondi o addirittura un intero minuto, che ci sembrarono fossero durati come trenta minuti o forse come trenta giorni. Ma non ci pesarono affatto.
I miei capezzoli si dimostrarono turbati, crescendo sotto gli ansiosi polpastrelli delle sue dita calde, che si mossero a massaggiare le mie poppe con dolce lentezza, in un movimento appena percettibile e che solo io e solo lui potevamo cogliere, nel suo autentico significato sensuale.
Fu una sensazione calda e intensa, per entrambi, accompagnata da uno sguardo di fuoco, reciproco, elettrico; terminato l’esercizio, sentii su di me ancora i suoi occhi, straniti, turbati, che mi e si interrogavano. Lo vidi anche arrossire e arrossii anch’io.

Finì così, prima ancora di cominciare: con quel turbamento terribile e l’incapacità di guardarci reciprocamente negli occhi nei giorni che seguirono.
Qualche giorno dopo compii diciotto anni. Ricevetti molti regali, alla mia festa: c’era anche il suo, fatto assieme ad altri compagni, e questo un po’ mi deluse, dato che avevo sperato che il regalo me lo facesse da solo.
Tornato a casa, il giorno dopo, ricevetti un altro pacchetto del tutto anonimo. Nella busta che lo accompagnava c’era non la firma ma un messaggio, scritto a mano: ‘APRI QUANDO SEI SOLà.
Non capii il senso di quel regalo anonimo, non capii la mano che l’aveva confezionato né la calligrafia, non capii nemmeno quel parlarmi al femminile…
Capii tutto o quasi solo quando – seguendo il consiglio – mi chiusi nella mia stanza e aprii: dentro c’erano un reggiseno e un paio di slip, un coordinato di pizzo bianco, e un paio di calze autoreggenti nere.

Rimasi a lungo senza sapere che fare, con quel benedetto regalo, se così si poteva chiamare. Intuii che a mandarmelo poteva essere stato il mio amico del cuore, come a sottolineare che, dopo avermele palpate, aveva afferrato la mia misura (la seconda) ma non era quello il punto: il regalo era sì un segnale ma anche una grande, enorme, irresistibile tentazione.
Cosa avrei dovuto farne? Buttare tutto? Se me l’avessero trovato, cosa avrebbero pensato i miei familiari? E se invece l’avessi provato, quel “coordinato” che trovavo arrapante solo a sfiorarlo con lo sguardo? Ma perché mai, mi chiedevo, avrei dovuto indossarlo? Non sapevo proprio che fare e intanto ogni giorno cercavo un nascondiglio diverso, terrorizzato dall’invadenza della donna delle pulizie.
Fino a quando la mia famiglia al completo non partì per il week end. Io non volli andare, perché ero ormai grande, dissi, ma in realtà covavo dentro di me un progetto ben preciso.
Mi lasciarono solo non senza remore, promettendo che comunque non mi sarebbe mancato nulla, che i vicini mi avrebbero sorvegliato.
Abitavamo in una villa vicina al mare, piuttosto isolata, e il timore di lasciarmi solo non era ingiustificato. Anch’io avevo qualche paura. Tuttavia volli affrontare quella che definii la “prova del fuoco” da neomaggiorenne, come se a 18 anni il mondo dovesse mettersi ai miei piedi.
Non appena rimasi solo, dopo che ebbi controllato che l’auto dei miei si era veramente allontanata, dopo che ebbi contato dieci lunghissimi minuti (il tempo che ci voleva per prendere la strada principale), corsi col cuore in gola nella mia stanza.

Mi guardai allo specchio eccitata: i capelli fatti con una sorta di messa in piega e sorretti da un cerchietto; gli occhi truccati, il rossetto che mi disegnava alla perfezione le labbra, le guance rese rosee dal fondotinta, il seno contenuto e gonfiato ulteriormente dal reggiseno, le mutandine e le calze autoreggenti. Avevo trovato pure un paio di scarpe da donna, della cameriera, credo, l’unica che avesse misure vicine alle mie.
Stentavo a riconoscermi, pensavo che difficilmente sarei stata riconosciuta da gente che non mi conoscesse più che bene.
Sorridevo alla mia immagine riflessa nello specchio, mi sembrava di essere una sorta di ritratto di Dorian Gray, destinato a svanire in pochi secondi, non appena avessi deciso di tornare alla normalità. E invece decisi di no, decisi che la mia normalità di quei due giorni, in cui non avevo in programma di ricevere nessuno, sarebbe rimasta quella: la “mia” normalità interiore si faceva anche esteriore, visibile. E per il momento solo io avrei potuto goderne.
Indossai, sopra quell’abbigliamento intimo, un vestitino piccolo ed essenziale, con due bretelline sottili e, da vera esperta, sganciai le bretelle del reggiseno, per non creare doppioni: il succinto abitino, che non sapevo di chi fosse, forse della figlia della cameriera, mi arrivava fino a metà coscia, ma era abbastanza lungo da coprire l’elastico della calza autoreggente.
Cominciai a vivere così, quella strana e irreale mattina di sabato, muovendomi per casa e in giardino – ma quando mettevo il naso fuori di casa stavo bene attenta che non ci fosse nessuno – vestita da donna.
La mia vera anima aveva finalmente trovato abiti adatti a lei.

Il suono del campanello mi fece sobbalzare.
Era pomeriggio, mi ero assopito sul divano – o forse avrei dovuto dire assopita, visto che ero vestita sempre da femmina – e non aspettavo nessuno. Fui tentato di non aprire, andai al videocitofono e vidi una figura maschile mai vista o meglio, no, dissi, l’avevo visto qualche volta: era il garzone del supermercato, che portava la spesa, evidentemente ordinata dai miei, a mia insaputa.
Istintivamente risposi: gli dissi che poteva lasciare i pacchi dietro il cancello e poi di richiuderlo, ma lui obiettò che dovevo pagare. Non sapevo se avessi o meno soldi e intanto sentivo crescere dentro di me una strana, incredibile voglia: mettermi alla prova nei miei nuovi panni. Quel ragazzo non mi conosceva, mi dissi tra me: vediamo se capisce qualcosa.
Quand’anche mi avesse scoperta, chi se ne sarebbe fregato, della parola di un garzone invidioso dei ricchi? Fu un pensiero strambo, quello che, senza che io riuscissi a riflettere troppo, mi indusse ad aprire il cancello della mia villa e a farmi trovare dietro la porta di casa, vestita da femmina, truccata da porca.
Esitai un attimo, prima di aprire, ma ormai era tardi.
“Buongiorno”, disse lui, e, distrattamente, come se non mi avesse nemmeno considerata, depositò i sacchetti e le buste dell’acqua accanto all’ingresso. “Fanno 54 euro”, disse e solo allora sollevò gli occhi.
“Buongiorno”, risposi io, con voce leggermente falsata (la mia normale non era poi così virile) e mi sentii investita dalla vampata di uno sguardo caldo, intenso, compiaciuto. Era un ragazzo sui 20-25 anni, alto, muscoloso, vestito semplicemente, bruno, gli occhi semplici, puliti.
“Mia madre non mi aveva preannunciato la sua visita… Ha il resto? “, dissi, porgendogli una banconota da cento euro. Continuavo a sentire i suoi occhi spogliarmi curiosi e affamati, pieni di desiderio e di voluttà. Ah, se avesse saputo, mi dicevo…
“No, signora… signorina”, si corresse, e lo disse con lo sguardo inebetito. Si frugò nelle tasche, tirò fuori alcune banconote da dieci e da venti, le contò: “Ho cinquanta euro… Se lei ne avesse quattro…”.
“Un attimo che vedo”, dissi nervosa. Cominciavo a temere che, se il gioco si fosse protratto, avrebbe capito e il gioco, che io avevo iniziato, rischiava di ritorcersi in qualche modo contro di me. “Si accomodi un attimo, vado di là e torno”. Gli indicai il divano accanto all’ingresso e, con un pizzico di civetteria tutta femminile, aggiunsi: “Si sieda pure… Non faccia caso al disordine, sono sola a casa e non aspettavo nessuno…”.
“S’immagini”, disse lui e sentii che mentre io uscivo dalla sala e lui si sedeva sul divano, i suoi occhi artigliavano il mio fondoschiena.
Rientrai dopo qualche minuto. Non avevo trovato le monete e lui si offrì di darmi comunque i 50 euro di resto: “Poi i 4 euro li porterete lunedì… Lei o sua madre o suo fratello… Io però, mi scusi se glielo dico, la ricordavo molto più piccola, più giovane… E non avevo mai fatto caso alla grande somiglianza con suo fratello”, aggiunse.
Arrossii violentemente. Si riferiva a mia sorella, che in effetti aveva qualche anno meno di me. Mi ero incartata, infilata in una sorta di vicolo cieco.
“Io sono… – annaspai – una parente… Ospite per il fine settimana”.
Il ragazzo mostrò un attimo di curiosità: “Ma non mi aveva parlato di sua madre? Pensavo fosse la figlia della signora…”, osservò.
Continuai ad andare in ambasce, ero rossa come un peperone. Quello cominciava a porsi domande, ne ero certa, magari – nella migliore delle ipotesi – si chiedeva se fossi una ladra.
“Posso chiederle un bicchiere d’acqua, signorina? “, disse con tono leggermente alterato rispetto all’inizio della nostra conversazione.
Aprii il frigo, mi curvai per prendere la bottiglia dell’acqua e nel movimento mi si scoprì la autoreggente; nel piegamento si notò anche che la scarpetta era una misura più piccola del mio piede.
Senza che gli avessi dato il permesso, il ragazzo si era seduto: io non me ne ero accorta e, nel girarmi per porgergli il bicchiere pieno, mi ritrovai a toccare il suo ginocchio con la coscia. Il contatto, l’emozione, lo spavento, mi fecero perdere l’equilibrio: gli versai un po’ d’acqua addosso.
“Mi scusi, sono imperdonabile”, dissi.
“No, no, non si preoccupi”, rispose lui e mentre ancora lo diceva, mi aveva presa per i fianchi, iniziando a massaggiarmeli piano con i polpastrelli. Rimasi come paralizzata, incapace di dire e di fare alcunché, immobile come uno stoccafisso. “Stia tranquilla, signorina – e strascicò un po’ quest’ultima parola, con un poco di ironia – non è successo niente… Stia tranquilla…”.
Cercai di riavermi, di fare qualcosa, ma quelle carezze mi toglievano il fiato… Cominciai a fare caso alle sensazioni, agli odori, al tatto… C’era qualcosa di già visto, di già sentito, in quella situazione… Il dopobarba, il profumo, le mani robuste…
Feci appello a tutte le mie scarse e residue forze, mi sottrassi alla presa: “Grazie, può andare”, dissi con voce tremante, indicando la porta.
Il ragazzo ebbe un gesto di delusione, poi sorrise, si mise in piedi: “Va bene – disse – dirò a sua madre che questo vestito le sta bene… ‘Signorinà… Chissà se a sua madre e a suo padre piacerà…”.
Percepii nel tono, di nuovo strascicato e ironico, con cui aveva pronunciato la parola ‘signorinà, che aveva capito tutto. Gli girai le spalle e mi sentii nuovamente ghermire, afferrare per i fianchi.
“Che fa? Stia fermo! “, dissi tentando di divincolarmi, ma lui era troppo più forte.
“Non ho mai visto un culattone che sta così bene, vestito da femmina…”, insistette lui, e mentre lo diceva mi stringeva forte, si avvinghiava al mio corpo esile, morbido e sinuoso. Le sue braccia erano forti, il contatto tra noi fece sentire alla mia carne una virilità incredibilmente già sveglia.
“Lasciami… Lasciami! ” gridai, e gli mollai una gomitata, riuscendo a liberarmi. Corsi verso il salotto: “Aiuto! Aiuto! “, urlai di nuovo, con poca convinzione e rivolta non sapevo a chi, visto che nessuno poteva sentirmi.
Lui mi venne appresso senza nemmeno correre; non ce n’era bisogno: “E se anche ti sentisse qualcuno – osservò – se anche accorresse la polizia e ti trovasse vestita così… Che bella figura! Va bene, me ne vado… Ho qualche notizia, per gli amici del bar, stasera”.
Mi fermai di botto. “Aspetta – gli dissi – che intendi dire? “. Temetti lo sputtanamento: non me ne fregava molto dei suoi amici del bar, ma le voci circolavano…
“Niente, voglio dire solo che me ne vado”.
Curiosamente, la situazione si era rovesciata: adesso ero io, che cercavo di trattenerlo. “Aspetta, fermo – gli dissi – non vorrai mica…”.
“Raccontarlo in giro? E perché no? Se lo hai fatto, se ti sei vestito da donna, ci sarà un motivo… Perché dovresti vergognartene? “.
“No, aspetta – e mi frapposi tra lui e la porta, sbarrandogli il passo – aspetta…”.
Avevo lo sguardo implorante e tenero. Lui sorrise compiaciuto, nel vedermi così indifesa, e mi poggiò una carezza su una guancia. Poi, con un dito, mi stuzzicò le labbra cariche di rossetto e io, istintivamente, o forse perché stavo entrando nella parte di “quella del sogno”, dischiusi leggermente la bocca. Lui avvertì il contatto con l’umido della mia lingua e insistette, disegnando con il polpastrello del dito indice, leggermente bagnato dalla mia saliva, i contorni delle mie labbra.
“Non ho mai scopato un travestito…”, sussurrò accostandosi a me e unendo il suo corpo al mio, in una stretta che mi lasciò senza fiato. Mi baciò lievemente su una guancia, poi mi pizzicò appena il lobo con la punta della lingua.
“Io… non l’ho mai fatto… con nessuno”, gli soffiai dentro un orecchio, mentre lui mi leccava vorace il collo. Le sue mani mi esploravano dappertutto, il mio culo non aveva più segreti, per lui, dopo che mi aveva alzato il vestitino e mi aveva tirato giù le mutandine di pizzo. Mi teneva entrambe le natiche con le mani e di tanto in tanto infilava uno o due dita dalle parti del buchetto, ci girava attorno, lo apriva, lo richiudeva.
Stavamo così, in piedi, incollati alla porta d’ingresso: io tenevo gli occhi chiusi e le braccia distese lungo il corpo, mi sentivo indurire la mia piccola carne e sentivo la sua, ben più grossa e dura, ancorché fasciata dai jeans, crescermi tra le cosce, al contatto con la mia pelle nuda.
“Non l’ho mai fatto”, ripetei, come ad invocare un po’ di attenzione o una rinuncia da parte sua; se l’avesse fatto, in quel momento di intenso trasporto, mi avrebbe provocato una enorme delusione, ma avevo paura tanto di fare sesso che di non farlo.
D’un tratto, mentre avevo sempre gli occhi chiusi, sentii qualcosa di morbido e di umido posarsi sulla mia bocca: fu un attimo e senza nemmeno sapere cosa stessi facendo, sentii di dover aprire le labbra e di doverle distendere, adattandole come ventose umide e appiccicandole alla bocca di quello sconosciuto, fasciando la mia lingua con la sua, lasciando che essa penetrasse dentro di me.
Era il primo bacio della mia vita.

Si staccò da me, con lo sguardo gentile, dolce, le guance paonazze, il respiro ansimante, il viso bagnato della mia saliva. “Adesso, se vuoi, me ne vado… Non voglio che ti sembri una violenza”.
Non credevo alle mie orecchie: ma che stava dicendo? Ero appoggiata all’ingresso di casa, mi rimisi diritta, mi accomodai il vestitino, tirai su le mutandine. Aprii la porta, dissi: “Come vuoi…”, con aria malinconica.
Mi poggiò una mano sulla mia e d’improvviso tirò giù la parte del vestito che non aveva ancora toccato: abbassò le bretelline e scoprì il reggiseno di pizzo bianco.
Rimanemmo in silenzio, mentre lui, con le dita, mi tirò fuori una mammellina dalla coppa del reggiseno. Poi fece lo stesso con l’altra e io rimasi col seno nudo di fronte a lui, i capezzoli ritti come soldatini sull’attenti. Li palpeggiò con le dita, li pizzicò, provocandomi una scossa che mi percorse la schiena per tutta la sua lunghezza. Richiusi la porta alle mie spalle.

Ci ritrovammo sul lettone matrimoniale, nudi nudi, a parte le autoreggenti per me e un tatuaggio sull’omero per lui: mi riempì di baci il seno, me lo leccò dolcemente, mi mordicchiò i capezzoli, mi prese in bocca un’intera tetta, se la mangiò a morsi, lasciandomela rossa… Mi morse anche la pancia liscia, i fianchi che per la prima volta mi sembrarono aggraziati, mi baciò l’intera superficie del culo, introdusse la lingua tra le natiche, ma si limitò a lambirmi il buchino…
Mi fece mettere carponi, il busto appoggiato a un cuscino, si insinuò sotto di me e mi ritrovai con il pisellino tra le sue labbra. Contemporaneamente, mi infilava un dito nel buco del culo, dopo esserselo inumidito nella mia bocca: faceva questa spola, dalla mia lingua al mio sfinterino, trasmettendomi quel sapore forte del mio posteriore e tuttavia non disgustandomi… Come nel sogno…
Ero come impazzita, stavo facendo sesso con un ragazzo di cui ignoravo persino il nome e mentre io stessa ignoravo il mio nome… Non sapevo più come chiamarmi, se col mio vero nome, che ormai mi sembrava del tutto estraneo, o con un nome da donna. Ma non sapevo come ribattezzarmi nel mio nuovo ruolo da viziosa del sesso trans.
Lui, per fortuna, non mi chiese nulla. Che imbarazzo, sarebbe stato, rispondere alla domanda: “Come ti chiami? “, con un “non lo so…”.
Scivolò sotto di me, fino a ritrovarsi con il viso attaccato al mio. Sebbene un po’ rozzo – non avevo pregiudizi, ma si trattava pur sempre di un garzone del supermarket – era molto dolce e comprensivo e non mi forzava affatto. Stando sotto di me e baciandomi di nuovo con grande passione e partecipazione, mi prese per i fianchi e sembrò volermi spingere, ma con grande delicatezza, verso il basso.
Comunicavamo tra di noi attraverso sensazioni che ci trasmettevamo con uno sguardo, un tocco, un bacio: capii subito che era ora di muovermi e iniziai a baciarlo sul petto, sui capezzoli circondati da peli, sulla pancia liscia, sull’ombelico sotto il quale stava una peluria folta che si congiungeva al pube, dal quale si stagliava un membro enorme e sodo, dritto e già scappucciato quasi per intero.
Lo presi in bocca nella sua parte superiore, assaporando l’odore e il sapore del sesso maschile: non avevo mai fatto un pompino e lui mi sembrò fortemente intenzionato a insegnarmelo. Mi guidò nel movimento sinuoso, carezzandomi leggermente i capelli e spingendomi piano, ora su, ora giù, poi facendomi affondare il colpo fino a prenderlo tutto in bocca… Mi portò la mano a impugnarglielo, a menarglielo lievemente, su e giù, senza però esagerare, in modo da far durare il più possibile il piacere…
Sollevai il capo per guardarlo. Era disteso con l’aria felice, realizzata. Adesso non mi teneva più la testa, lasciava che facessi quel che volevo. Mugolava contento. Mi attirò a sé, mi fece mettere in modo da poter toccare il mio piccolo sesso, mentre io spompinavo il suo. Sentii, sotto le sue carezze, una dolce sensazione, un desiderio intimo che potevo soddisfare subito: volevo godere assieme a lui.
Affondai i colpi, fui decisa e forte nel prenderlo in bocca e nel giocare con la lingua con il suo glande: al tempo stesso, lo masturbai più intensamente…
Sentii la sua mano che mi carezzava più forte, man mano che io facevo lo stesso con lui… Gli bastavano due o tre dita, per stringere il mio piccolo uccello e menarlo: avvertii che il piacere si impadroniva di me e glielo succhiai ancora più forte…
Il fiotto caldo mi inondò la bocca, a sorpresa: il sapore era di latte di mandorla, il primo pensiero fu mollare tutto, ma a quel punto una sua mano mi tenne schiacciata sul suo sesso, mi costrinse a tenerglielo in bocca mentre godeva… Di certo non faceva sesso da tempo, perché venne in una quantità industriale di sperma, che dovetti ingoiare fino all’ultima goccia…
Nello stesso tempo, venni anch’io nelle sue mani.
Mi tirai fuori il suo uccello dalla bocca e mi ritrovai accoccolata tra le sue cosce, i suoi testicoli vicini al mio viso, il membro che si andava sgonfiando, le sue mani che mi carezzavano i capelli.
Era una sensazione di intima dolcezza, tanto diversa dal possesso violento del sogno, nel quale però godevo pure tantissimo.
Fu con questa sensazione in corpo, che, esausta, caddi addormentata.

Mi risvegliai dopo non so quanto tempo ed ero sola soletta, in slip e reggiseno, avvolta in un morbido piumino: mi guardai intorno, pensai di cercarlo, di chiamarlo, ma non sapevo nemmeno come si chiamasse… Mi alzai, infilai una vestaglietta e lo cercai per casa. Non c’era. Sparito.
Fui assalita da una sensazione di grande paura: e se avesse approfittato della situazione per rubare, per arraffare indisturbato gioielli e denaro? In fondo gli avevo consegnato me stessa e le mie cose, avrebbe potuto farne quel che voleva e per me sarebbe stato pure difficile denunciarlo: cosa avrei detto, che il ragazzo cui avevo fatto una pompa mi aveva svaligiato la casa?
Girai da una stanza all’altra e trovai tutto in ordine: i gioielli erano a posto, la cassaforte intatta, i soldi nel solito cassetto. Non mancava nulla. E la spesa era lì, poggiata per terra, in cucina, assieme al bicchiere da cui aveva bevuto lui, traccia e conferma del suo passaggio.
Avevo fatto sesso sul serio, dissi prendendo quel bicchiere tra le dita e osservando il bordo, per scrutare il segno delle sue labbra.
Non era più un sogno.

Feci la doccia purificatrice che stavolta, più che depurarmi, mi fece l’effetto di un toccasana rilassante. Rimasi sotto l’acqua calda a lungo, a ripensare a quel che era avvenuto e fui assalita dal dubbio che non fosse successo nulla di reale, che il sogno fosse continuato. Macché, pensai prendendo l’acqua in bocca e poi sputandola via… Cos’era, allora, quell’inequivocabile sapore di seme maschile, che nemmeno l’acqua calda riusciva a togliermi del tutto?
Mi infilai in un accappatoio femminile, il primo che trovai, e andai in cucina per mangiare qualcosa. Nel passare dal salotto vidi che c’era qualcuno seduto in poltrona. Per un pelo non mi venne un colpo.
Era lui.
Urlai con furore tutta la mia paura: “Ma che cazzo…? Hai deciso di farmi venire un infarto? “.
Lui stava lì, seduto comodo e sorrideva tranquillo.
“Dove ti eri nascosto? Ti ho cercato dappertutto”, lo rimproverai aspramente.
“Hai una casa molto grande – osservò lui – e una soffitta comodissima”. In effetti era l’unico posto che non avevo controllato.
“Come mai te ne sei andato in soffitta? “, gli chiesi.
Lui ci pensò un attimo, prima di rispondere. Poi guardò fuori dalla grande vetrata che dava sul giardino. Si vedevano i rami del salice e uno scorcio di cielo. La giornata era ormai al termine, l’orizzonte si faceva bruno.
“Perché è l’unico posto da cui si vede il mare senza ostacoli”, disse, dimostrando un animo sensibile.
“Sei stato in casa mia tutto questo tempo, hai…”. Mi interruppi, perché stavo per dire: “Hai fatto sesso con me”, ma la cosa mi imbarazzava e poi era sottintesa. “Insomma, sei stato qui con me e non so nemmeno come ti chiami…”.
“La cosa è superflua, non ti pare? Nemmeno io so come ti chiami tu… Le nostre anime si conoscono, questo è sufficiente”.
“Ma cosa sei, un garzone o un filosofo? “, osservai con ammirazione.
“E tu cosa sei: un ragazzino vizioso, una puttanella in erba, o una personcina carina in cerca di se stessa? “.
La domanda mi colpì: in fondo ero tutte e tre le cose che diceva lui.
“Fai tu, a te la scelta”.
Mi guardò con i suoi occhi profondi: “Hai già trovato te stessa: sei una puttanella viziosa…”.
Sorridemmo. “Adesso puoi andare, dai”, lo sollecitai.
“E me lo dici così – sorrise – mezza nuda, con l’accappatoio di tua sorella addosso? “.
Prese delicatamente i lembi del cordone di spugna, mi attirò a sé. Ebbi un attimo di perplessità e feci resistenza. Sentivo di non dover tirarla più per le lunghe, ma quella presa ebbe su di me l’effetto di un raggio paralizzante, del morso di una vipera che, se ci si muove, diventa letale.
“Dai, basta, và via”, dissi con la bocca, mentre le mie mani erano incapaci di impedire alle sue di slacciare il cordone e di farmi guardare da lui completamente nudo-nuda. Mi prese per i fianchi, mi fece avvicinare, mi baciò un capezzolo, ma trovai la forza di ritrarmi e di riuscire a richiudere l’accappatoio.
Lui si mise in piedi.
“Abbiamo lasciato un discorso a metà – disse con aria seria – e a me non piace lasciare le cose così…”. Il discorso a metà dovevo averlo di dietro io, visto che le sue mani andarono dritte a palparmi il sedere. Tra la via di fuga e me c’era un divano: lui seppe approfittare della situazione e mi strinse nell’angolo. Rimasi incastrata con la spalliera del divano, nella scomoda posizione di chi dà le spalle a uno che vuole proprio mettertelo in quel posto.
“No, ti prego – dissi con aria supplichevole – non voglio, per favore, ho paura…”. Ma c’era poco da fare, lui era messo lì a scavare sotto il mio accappatoio e nel giro di pochissimo sentii che si era denudato e che la sua carne si accostava alla mia. Il contatto mi provocò una contraddittoria sensazione di paura, di terrore, di piacere. “No, non voglio – insistetti senza convinzione – mi fai male…”.
Le sue mani avevano preso a massaggiarmi le mammelle, si era fatto strada sbaragliando l’accappatoio; in un battibaleno mi ero ritrovata nuda in pieno salotto, tra tappeti, mobili antichi e suppellettili, incastrata da uno stupido divano, mentre lui stava con i pantaloni calati fino alle caviglie e mi stava incollato dietro, crescendomi fra i glutei, ma senza spingere.
Si tolse i jeans e rimase seminudo, mi prese per mano e mi condusse in bagno: doveva avere frugato per bene, prima, gli armadietti, perché aveva messo in bella vista un barattolo di vaselina.
Mi portò di nuovo sul divano di prima e mentre io lo spompinavo per tirarglielo su, cominciò a cospargermi di vaselina il buco stretto… Di fuori, di dentro… Tutto questo nel sogno non era mai avvenuto: lo sconosciuto mi aveva sempre penetrato senza riguardo alcuno.
D’un tratto, mi afferrò per i capelli, mi allontanò dal suo sesso: mi sospinse all’indietro e finii supina; mi fece piegare le cosce all’indietro, prendendomi per i calcagni e divaricandomeli il più possibile. Tenendomi con le gambe spalancate si tuffò letteralmente dentro di me. L’effetto della penetrazione fu talmente duro e cruento che ebbi una sensazione di dolore fortissimo. Gridai con gli occhi serrati ed evidentemente più gridavo, più gli piaceva, perché lui spingeva come un matto, chiudendomi la bocca con la sua e costringendomi a urlare allacciata alla sua lingua, mentre lui faceva su e giù, costringendomi a tentare di sculettare per non farmi letteralmente sfondare.
Man mano che mi stava dentro, cominciai a trovare la cosa piacevole, anche se il dolore era sempre fortissimo.
“Brutto porco…”, gli dicevo, vedendolo salire e scendere sopra di me. E più gli dicevo le parolacce e più lui mi faceva male. Mi toccava il pistolino che si era tirato su e ci giocherellava.
“Mignotta, culattona, travestita del cazzo…”, mi insultava spingendo a fondo e cercando di inarcarsi per baciarmi i capezzoli. “Mi piace scoparti, puttanella schifosa”.
“Mi piace, farmi scopare”, gli risposi con un’espressione del volto che doveva essere stravolta, ma in fondo ero sincera.
Rimase dentro di me una buona decina di minuti, poi tirò fuori l’uccello e me lo sbatté fra le tette. Dovetti abbozzare una specie di spagnola, ma poi preferì farsi fare una sega e mi sborrò debolmente sul seno.
Proprio in quel momento gli suonò il telefonino. Incredibilmente, nonostante la solennità del momento, mi mollò e andò a rispondere, lasciandomi disfatta, zozza e puzzolente sul letto.
Quando tornò, aveva l’aria contenta: “Mettiti qualcosa di seducente – disse sorridendo – usciamo con gli amici del bar”.

Gli amici del bar erano i classici sottoproletari del cavolo che però hanno la Z3 o la Alpine Renault, macchine cioè che se ne vedono pochissime in giro, superelaborate, inutilmente superaccessoriate.
Finalmente avevo scoperto che il mio amante si chiamava Manolo e che io quella sera mi sarei chiamata Jenny: i suoi amici, Fulvio, proprietario della macchina, e Matteo, per tutta la sera non avrebbero dovuto scoprire che io in realtà non ero una vera donna. Questo era il gioco in cui Manolo decise di coinvolgermi, mettendomi in difficoltà sin dal primo momento, dato che in quella minuscola auto sportiva dovetti sedermi dietro assieme a Matteo, in uno spazio di pochi centimetri quadrati.
Matteo era vestito come un sottoproletario in festa, ma era sostanzialmente una persona perbene: solo che in quel minuscolo spazio o stavamo appiccicati o c’era poco da fare. All’inizio sia lui che l’altro amico avevano provato a fare i cavalieri, ma Manolo aveva sentenziato che io ero la più minuta di tutti e tre e che poi lui dietro non ci si sarebbe messo mai.
La discoteca era lontana una cinquantina di chilometri e il viaggio incollata a Matteo fu assai travagliato. Dovevamo proprio stare avvinghiati, lui con il braccio destro aperto, io rannicchiata e appoggiata sul suo fianco: ma forse avrei dovuto dire che ero un tutt’uno con il suo fianco. Il mio braccio sinistro, nudo e conturbante, stava per necessità appoggiato sulla coscia destra di lui. La sua testa stava pericolosamente vicina alla mia, al punto che, se ci fossimo girati contemporaneamente l’uno verso l’altra, avremmo rischiato uno scontro di nasi.
Persino parlare era difficile, in quelle condizioni. Nonostante tutto, mi fece le domande di rito (“Anni? Fidanzata? Scuola o lavori? “) e la conversazione mi faceva entrare sempre di più nel mio ruolo di signorina. I due davanti, intanto, si disinteressavano completamente di noi e ascoltavano la musica, badando alla strada.
Matteo era un bravo ragazzo, ma non era fesso e poiché il mio cavaliere, Manolo, mi aveva ceduta così a buon mercato, in una posizione in cui qualunque ragazzo, perbene o non perbene, ci avrebbe provato, pensò due cose, una verissima, e cioè che il mio accompagnatore di me se ne stava fregando; la seconda parzialmente vera, e cioè che io ci stavo.
Iniziò prima a poggiarmi una mano su un braccio, attese qualche minuto e, visto che non c’era resistenza, la lasciò andare in un esile abbozzo di carezza.
Nell’abbraccio forzato in cui stavamo, io un po’ non ci feci caso, un po’ trovai ridicolo dirgli di non carezzarmi.
“Hai una bella pelle”, mi disse in un orecchio. Io lo ringraziai e lui interpretò questo mio gesto come il permesso per carezzare anche l’altro braccio.
“Hai un bel vestitino”, aggiunse. Cominciavo a sentirmi nella favola di Cappuccetto rosso.
“Quando fai l’amore – fu l’inattesa domanda successiva – ti piace stare sopra o sotto? “.
“E a te? “, risposi, pensando di metterlo in difficoltà.
“Di lato, come siamo messi noi adesso”, disse ridendo e facendomi ridere. Nulla da dire, era simpatico. Reclinai la testa sulla sua spalla, rilassandomi un istante. Mi accorsi che questo mio gesto lasciava credere chissà che. Ma in realtà non sapevo che fare: dire a Fulvio di fermare e farmi scendere, protestare a voce alta, invitare Matteo a non insistere? Se il gioco era quello di farmi credere femmina a tutti gli effetti, il primo degli amici di Manolo aveva abboccato in pieno: ma c’era un particolare; che io non sapevo come fermare quel cavolo di gioco.
Fu in questa strana, intima posizione, per due che si conoscevano da nemmeno dieci minuti, che Matteo mi prese la mano sinistra. Interpretai il gesto come una manifestazione di dolcezza, ma dopo qualche istante dovetti ricredermi, perché me l’aveva portata sul suo pisello.
Mi girai per guardarlo con aria che voleva essere di rimprovero, ma intanto non riuscivo a staccarmi dalla sua presa.
“Non ne hai mai toccato uno? “, chiese con aria da perfetto impertinente. Avrei voluto incenerirlo, ma non riuscivo a far nulla e così seguii il movimento che la sua mano impartiva alla mia, masturbandolo piano.
“Sei una porca”, osò sussurrarmi in un orecchio. Poi mi tolse la mano da lassù, ma lo fece solo per abbassare la lampo. Nell’oscurità intuii dall’intenso odore di sesso che lo aveva tirato fuori. Non fu molto gentile, nel farmi piegare la testa. Dovetti improvvisarmi contorsionista, per prenderglielo in bocca. Non potevo manovrare di mano e lui me lo fece trovare già bell’e sgusciato, del tutto scappellato.
Dovevo masturbarlo solo con la bocca: con la lingua calda lo massaggiavo, con le labbra lo stuzzicavo, con il palato lo prendevo tutto dentro, fino alla gola. Il porco mi teneva schiacciata lì sotto, quasi senza respirare, dettandomi il movimento dello stantuffo. I due davanti facevano finta di niente e anzi aumentarono il volume della musica, in modo da coprire i mugolii di quel bravo ragazzo di Matteo.
Tirai fuori la bocca proprio un attimo prima che venisse: ero ancora inesperta e la musica non mi faceva sentire il suo respiro che si faceva affannoso, le sue urla di piacere che si facevano più frequenti. Io, credendo di fargli cosa gradita, volevo baciargli l’asta, ma lui mi riafferrò la testa senza tanti complimenti e mi costrinse a succhiargli lo sperma.
Rimasi quasi soffocata, ma alla fine di quel pompino vidi le insegne della discoteca.

La nottata trascorse grigia: l’unico che in teoria avrebbe dovuto provarci sarebbe dovuto essere Fulvio, ma, visto che mi ero comportata proprio da mignotta con il suo amico, passò il tempo a pensare ad altro, a bere e a ubriacarsi con Manolo e Matteo. Buon per me, pensai: in fondo ero ormai satolla; nel giro di poche ore avevo assaggiato due cazzi diversi, uno l’avevo pure preso in culo, avevo ormai voglia di andare a dormire.
Ballai un po’, con i miei tre accompagnatori e con qualche altro loro amico e amica, ma non avevo grande voglia di muovermi. Andai a sfasciarmi in un salottino e presi sonno, nonostante il frastuono della musica.
Fu mentre ero adagiata, su un divanetto, semiaddormentata, che mi sentii prendere per un polso: pensai a Manolo, o a Matteo, o a Fulvio, e avevo pronta una rispostaccia. Ma non era nessuno dei tre. Aprii bene gli occhi.
Era il supplente di educazione fisica.
“Che ci fai, qua? Che ci fai, vestito così? “.
Sentii che sarei voluta sparire sotto terra, di fronte a quel feroce rimprovero. Ma come diavolo mi aveva riconosciuta, conciata in quel modo? Come mi aveva individuata, in mezzo a tanta gente, in quel locale stracolmo?
“C’è… c’era una festa… in maschera con qualche amico – cercai di giustificarmi – e poi siamo venuti qua…”.
“Non ti credo… Ti sei travestito perché sei completamente omosessuale…”.
“No… No, non è vero, glielo giuro, professore”.
“Ma perché mi dai del lei? Dai, tirati su, ti accompagno a casa”.
Nel vedere la scena, Manolo mi si avvicinò, per chiedere se avessi bisogno di qualcosa, ma io gli dissi che andavo via con quel mio amico e lui, da perfetto cavaliere che non aveva più nulla da chiedere, né per sé né per altri, non ebbe nulla da obiettare.

In macchina non scambiammo nemmeno una parola. Il supplente mi chiese solo dove abitassi. Io rimasi tutto il tempo a guardare la strada, senza osare rivolgere gli occhi verso di lui.
“Se ti piacciono i maschi – esordì lui, dopo un lungo silenzio – non c’è nulla di strano. Ma vestirsi da donna e uscire con dei ragazzi significa indurre gli altri a fare strani pensieri… Avere tendenze gay non significa dover fare la troia a tutti i costi. Sei un ragazzo intelligente: come puoi non capirlo? “.
“Se mi parli così – gli risposi con voce rotta dal pianto – se mi dici che sono un ragazzo intelligente, mentre mi vedi vestita così… Mi fai sentire un essere inutile, un reietto… Io sono quello che sento di essere: così sono me stessa… Non sono un travestito! Io mi travesto quando mi vesto da uomo…”.
Arrivammo a casa. Lui fermò l’auto: “Impara ad accettarti così come sei. Dai, scendi”.
“Solo un attimo – chiesi – posso farti una domanda? “.
Accettò a malincuore.
“Quando ti raccontai del mio sogno… avevi capito? “.
Annuì e aggiunsi subito la seconda domanda: “E quando in palestra mi hai… toccato il petto… Hai provato la stessa scossa che ho sentito io… qui sotto? “, dissi indicando il cuore.
Il supplente sembrò spazientirsi: “Cosa cambia? “, protestò.
“Mi hai toccata solo perché ti avevo parlato del mio sogno? In altre parole: ci hai provato anche tu? “.
“Stai a sentire, ragazzino o ragazzina… Io tengo a te come a un qualsiasi altro mio studente o studentessa… “.
“Indosso il tuo regalo…”, gli sussurrai, interrompendo con dolcezza la sua iraconda replica e mi carezzai il seno, passandomi anche una mano sul sedere e sulle calze. “Sei tu, che non ti accetti così come sei – gli dissi aprendo lo sportello – sei tu che non ammetti di essere diverso da come pretendi di essere e di insegnare ad essere…”.
“Cosa vuoi dire? “, si arrabbiò lui e mi prese per un braccio, trattenendomi.
Restammo in silenzio, a guardarci a lungo, per un tempo non determinabile, in cui tutto ci parve sospeso sotto di noi.
“Mi piaci, professore… Quando l’altra volta mi hai toccata, mi sono sentita leggera… libera… Mi sono sentita anche libera dal ragazzo del sogno, quello che mi violenta e mi fa godere, quel ragazzo che in fondo ho cercato oggi, che sono stata a letto con un ragazzo e che ho fatto una pompa a un altro… Non è il ragazzo del sogno, che cerco… Forse non è nemmeno te, che cerco… Forse cerco solo me stessa”.
Nel dire queste cose, mi ero avvicinata progressivamente a lui, a distanza inferiore a quella di sicurezza.
“Sei solo uno stupido – mi rimproverò lui – un piccolo, stupido, finocchio…”. Ma mentre lo diceva, la sua mano era partita per il mio seno e adesso lo massaggiava dolce, calda, come quella volta in palestra. Il capezzolo, anche questa volta, rispose prontamente alla chiamata e si mise all’impiedi.
“Ti amo, professore”, gli dissi baciandolo sulla bocca.

Mi ciucciò l’alluce, mi leccò tra le dita dei piedi, mi mordicchiò i talloni e i calcagni. Il supplente di educazione fisica era un amante sopraffino, capace di grandi raffinatezze e di forme di sottile perversione. Nudo faceva la sua figura e non disdegnava di prendermelo in bocca. Mi morse l’ombelico, mi mangiò le tette, mi azzannò le spalle, mi torturò i lobi, mi spalancò le cosce e mi leccò profondamente, proprio lì dove Manolo mi aveva sfondato, poche ore prima. Fu un dolce lenimento naturale, fu un ristoro in vista di una nuova penetrazione.
Baciava divinamente, il professore.
“Non devi avere paura del sesso”, mi sussurrava mentre lo facevamo e mentre, messa alla pecorina, lo ricevevo dentro di me. Lui mi palpeggiava le mammelle, proprio come certi pastori fanno alle pecorelle piene di latte, mi rassicurava mentre riusciva a non farmi tanto male, grazie a un provvidenziale e salvifico profilattico, in tempi di Aids.
“Non devi pensare che tutti gli uomini siano come quello del tuo sogno”, insisteva, sempre facendo avanti e indietro dentro di me. Si staccò, cambiò posizione. Si mise sotto di me e mi fece salire su di lui, le tette rivolte verso la sua bocca vorace.
“Le tue sono poppe piene di nettare degli dei – disse mentre le succhiava avido – ti guardavo in tuta da ginnastica e mi dicevo che no, non poteva essere vero, non potevano essere così sode… stare così alte, su, da sole”.
Mi fece di nuovo cambiare posizione: il signor professore aveva una bella resistenza, nulla da dire; adesso lui stava sempre sotto, ma io gli davo le spalle.
“Così – aggiunse, mentre mi massaggiava il seno con entrambe le mani, facendomi fare su e giù, proprio come quella volta in palestra – ho deciso di tastartele. Volevo vedere che effetto ti faceva e che effetto faceva a me…”.
Riusciva a fare sesso parlando di altro, come il telecronista che, in un momento di stanca della partita, si mette a dire quant’è bravo questo o quel giocatore, quanti gol ha fatto negli ultimi dodici campionati, quanti di testa, di piede e di coscia.
“L’effetto che mi hai fatto è stato devastante… Da quel momento in poi ho cominciato a desiderarti come un matto… Ma non potevo darlo a vedere… Io ho 25 anni, tu appena 18… Eppure ti trovo meglio di una ragazza… Più completa, più donna, più femminile persino di una ragazza vera…”.
Il professore tirò fuori l’uccello dal mio culo, sfilò via il profilattico, si asciugò con un fazzolettino e me lo schiaffò in bocca.
Vidi il suo cazzo farsi enorme…

Fu in quel momento che mi svegliai. Mi ritrovai tutto sudato, o tutta sudata, non sapevo dirlo bene: ero nel mio letto, non avevo le tette né un professore di educazione fisica porco, né un garzone del supermercato filosofo e profittatore, né un sottoproletario in vena di facili avventure a buon mercato.
Era tutto finito, avevo sognato e mia madre mi stava portando la colazione a letto. Ma assieme alla colazione aveva un pacchetto anonimo, sul quale era incollata una busta.
APRI QUANDO SEI SOLA, c’era scritto.
Cazzo, di nuovo! Ma quando finirà, questo lungo, interminabile sogno? FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L’immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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