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Il fuoco della vicina

Tornai dall’ufficio alla solita ora, troppo presto per cenare, troppo tardi per fare qualsiasi cosa, vivevo da solo da due mesi ormai, e la vita da single mi piaceva molto, anche se a volte la noia di una casa vuota può essere fastidiosa.
Mi buttai sotto la doccia per lavare via la stanchezza e per pensare cosa avrei potuto cucinare, mi venne in mente di aver avanzato una pizza surgelata; comoda, semplice e veloce: ideale vista la mia attitudine culinaria.
Rimasi come al solito in calzoncini e maglietta, annoiato, sintonizzai la tv sul classico quiz e mi accesi una sigaretta guardando i miei venticinque anni passare.
Una seria storia d’amore soltanto con una ragazza troppo brava per me, purtroppo anche lei se ne accorse; un buon lavoro che mi permetteva l’indispensabile e anche qualche vizio, una famiglia abbastanza lontana per essere amata, niente di più di un normale ragazzo più vicino ai trenta che ai venti.
Mi ricordai allora, del biglietto trovato sulla porta il giorno precedente: “Sono arrivate le bollette, domani gliele porto”, firmato Giulia. Era la mia padrona di casa, bella donna di quarant’anni, sposata, con due adorabili figlie, che mi ricordava le incombenze economiche del mio status di inquilino. Pensai a come mi era apparsa il giorno del colloquio per prendere in affitto il suo bilocale, pensai ai pensieri che feci sul suo corpo immediatamente dopo averla vista, pensieri, che poi scemarono lentamente, dato che dopo due mesi di convivenza da dirimpettaio ero riuscito a vederla solo due volte. Beh, meglio così, non mi piacciono le persone che non riescono a farsi gli affari propri, anche se ad una donna del genere mi sarebbe piaciuto occuparmi dei suoi “affari”. Realizzai di essere ancora seminudo, cercai un paio di jeans ed una maglietta, tanto da rendermi presentabile. A quel punto non rimaneva che aspettare il campanello. Dopo circa quattro sigarette il campanello suonò, corsi verso la porta e la aprii. Sul pianerottolo c’era la signora Giulia, evidentemente appena tornata dall’ufficio pensai guardando il suo abbigliamento: gonna corta ed aderente, camiciola bianca fin troppo slacciata, trucco leggero ma intrigante e infine delizia per me, scarpe aperte col tacco alto almeno dieci centimetri. Mi sarebbe piaciuto lavorare con lei se tutte le mattine me la sarei trovata davanti vestita così.
– Buona sera Andrea, sono venuta a portarle le bollette. –
– Salve signora, si ho letto il biglietto, entri pure. –
Con un fare abbastanza intimidito entrò a casa mia ed io per rispettare i soliti convenevoli le chiesi le solite cose idiote, il marito, le figlie, eccetera.
Con mia somma sorpresa lei mi rispose di trovarsi sola da una settimana in quanto il marito e le figlie si trovavano a casa della nonna in Piemonte che stava molto male.
Solita frase del tipo: mi dispiace, succede a tutti prima o poi, e altre idiozie del genere.
Lei si sedette sul divano, mentre io le preparavo l’aperitivo, mi girai per dirle che ero rimasto senza ghiaccio, quando il ghiaccio arrivò dritto nelle mie vene. La signora si era accomodata in modo che la sua gonna corta divenisse ancora più corta, lasciando scoperte quasi tutte le coscie. Mi fermai senza parole guardando dove lei evidentemente voleva che guardassi, sorridendo mi disse:
– Sei senza parole, ti vedo strano, se non ti senti bene torno a casa.
– No, signora Giulia, mi scusi ma mi sono accorto di non aver più ghiaccio.
Lei mi guardò profondamente negli occhi e mi fece capire con un gesto che non aveva importanza, mi chiese se volevo sedermi vicino a lei, visto che negli ultimi giorni si era sentita un po’ sola a casa. Io ovviamente, col sentore che sarebbe successo qualche cosa, le risposi sedendomi:
– è un problema che ci accomuna, proprio cinque fa stavo pensando che sarebbe stato bello cenare con una persona e parlare del più e del meno una volta ogni tanto.
– Se è un invito a cena accetto, tra coinquilini ci si deve sorreggere.
Io non la consideravo certo una vicina di casa, ma una splendida donna che aveva scelto il mio divano per riposarsi, con un pizzico di orgoglio maschile sorrisi a me stesso.
Seduti vicini, guardammo i soliti programmi mediocri, mentre cercavo il modo di essere sicuro che da quel atteggiamento sbarazzino la signora Giulia stesse tramando qualcosa, pensai ad allungare una mano verso le sue gambe distese verso il pavimento ma la cosa mi sembrò troppo da adolescente, valutai l’opportunità di accendere una discussione troppo calda e così farle scoprire i suoi disegni ma non sarei riuscito a dire niente di sensato, ma la mia buona stella mi evitò qualsiasi azione.
Inaspettatamente, Giulia si spostò girandosi con la schiena verso il bracciolo e allungando le sue splendide gambe velate di calze color carne sulle mie.
Sorridendo con un’espressione non certo innocente mi fece:
– Sapessi quanto ho camminanto oggi in ufficio, mi fanno male i piedi, ti dispiace se li appoggio sulle tue gambe?
Rimasi esterrefatto, le sue coscie ed i suoi splendidi piedini vicini al mio sesso, lo stupore lasciò, però presto il posto al nervosismo, infatti, la mia eccitazione dovuta alla vista delle sue estremità e all’odore dei suoi piedi che effettivamente dovevano aver camminato parecchio si rivelò in un baleno, gonfiando inequivocabilmente i calzoni.
Dopo pochi secondi in cui lei fece finta di nulla, cominciò a muovere impercettibilmente i piedi calzati stupendamente, proprio sul mio sesso, la reazione fu immediata, sudore freddo, faccia paonazza e desiderio irrefrenabile di iniziare a leccare qualsiasi cosa lei mi avrebbe dato.
– Cos’è non hai mai visto le gambe di una donna?
Presi il coraggio a due mani per non lasciarmi sfuggire quell’occasione d’oro:
– Di gambe così belle ne ho viste poche, ma di piedi come i suoi non ce ne sono proprio.
– Perché, ti piacciono i miei piedi?
– Certo, a chi non piacerebbero!
Senza dire nulla, agitò le gambe in modo molto più deciso di prima, forse per farmi capire di aver gradito il complimento.
– Beh, se proprio ti piacciono, cogliamo l’occasione, a me fanno male, se vuoi puoi farmi un massaggio.
– Non chiedo di meglio.
– Ok, ma non farti strane idee, sono una donna spostata.
Senza rispondere, le sfilai una scarpa dopo l’altra ed iniziai il massaggio più dolce e appassionato della mia vita. Sembrò piacerle, chiuse gli occhi e lasciò cadere la testa all’indietro.
– Sei proprio bravo, se continui così dovrò farti un regalo.
– Ah si? e cosa?
– Zitto e continua!
Il mio limbo continuò così per dieci minuti, ormai l’odore dei suoi piedi e delle sue calze aveva impregnato anche le mie mani e questo non faceva altro che aumentare la libidine di quella situazione. I piedi che più avevo desiderato erano a venti centimetri dal mio volto ed io non potevo fare nulla. Costantemente il mio sguardo passava dalle estremità che stavo massaggiando alle gambe ormai quasi completamente scoperte fino ad arrivare al seno sudato ed al viso perso come in estasi.
Dopo questi minuti terribili, lei si decise a puntare più in alto. Senza che io dicessi niente squadrò il mio viso:
– Pensi che non mi sia accorta di come mi hai guardato la prima volta? Soprattutto le mie gambe ed i miei piedi. Stai impazzendo vero?
Riuscii solo ad annuire con lo sguardo vuoto e la bocca aperta.
– Vediamo se sei capace di continuare a soffrire in silenzio. Annusami i piedi, ma guai a te se li tocchi con la tua boccaccia.
Non credevo alle mie orecchie, la signora tanto gentile a cui pagavo un lauto affitto, si era trasformata in una padrona.
Ora il suo sguardo era fisso su di me e sul cavallo dei miei pantaloni.
– Ti ho detto di annusarmi i piedi. Cosa aspetti!
Il gioco si faceva veramente eccitante, presi tra le mani il bellissimo piede destro ed iniziai ad annusarlo ed idolatrarlo come una statua. Volli baciarlo ma sapevo che non mi era permesso, mi trattenevo con molto sforzo, per nulla al mondo volevo che quel momento finisse.
L’odore acre di sudore e nylon aveva impregnato l’aria circostante e ormai mi sembrava di respirare solamente quello. La mia erezione era al limite estremo, sarei morto per leccare il piede che avevo sotto il naso. Notai allora, lo sguardo quasi pazzoide disegnato sul volto della signora Giada, capii che l’unica cosa possibile era sottostare ai suoi voleri, vuoi giocare alla padrona? E allora giochiamo.
– Signora Giada, mi permette di baciarle i piedi?
– Assolutamente no, almeno, non ancora.
Quella frase accese in me la speranza di potermi trovare di lì a poco con la lingua appoggiata e grondante sul suo piede.
Non seppi resistere ed allungai la faccia verso l’oggetto del mio sfrenato desiderio e diedi una leccata leggera e furtiva. Senza dire una sola parola, lei distese l’altra gamba e mi diede un calcio in faccia.
– non capisci eh? Brutto porco. Ti ho detto che non puoi leccarmi i piedi, non sei mica mio marito. Solo lui può leccarmeli. Credi di essere mio marito? Rispondi!
– No, signora.
– Allora continua ad annusare.
Non sapevo cosa fare, i miei freni non riuscivano a trattenere i miei istinti e a dir la verità qualsiasi contatto con quei piedi era divino anche il calcio che avevo ricevuto poc’anzi.
Ad un tratto come risvegliata dal sonno si risedette composta, togliendo i piedi dal mio grembo e urlò:
– adesso sdraiati!
Mi misi supino sotto le sue gambe, allora lei avvicinò la punta dei suoi piedi verso la mia bocca e finalmente proverì le parole di liberazione:
– ora puoi anche leccare, ma non strozzarti.
Iniziarono per me in quel istante i minuti più sensuali della mia vita. Leccai ed annusai, annusai e leccai per momenti che avrei voluto non finissero mai. La mia erezione era ormai dolorosa costretta nei calzoni e non sapevo come fare per liberarmi.
Ma come al solito non ci fu bisogno di una mia iniziativa, mentre io succhiavo talloni e punta dei suoi bellissimi piedi imbrattandomi di saliva, che aveva l’odore del sudore delle sue estremità, lei diresse le sue attenzioni al gonfiore dei miei pantaloni. Con un movimento deciso e veloce mi slacciò i bottoni e abbassò la cintola tanto da lasciare in rilievo il pene che fuoriusciva dalle mutande. Con un movimento simile mi tolse un piede dalla bocca e iniziò a masturbarmi con foga.
Sono in paradiso, pensai, mi trovavo al cospetto della signora Giada, con un suo piede che mi masturba e l’altro in bocca ormai fradicio. Quello splendido momento non durò a lungo, forse fu meglio così, visto che rischiavo di inondarla da un momento all’altro, dopo poco la mia signora si alzò di scatto dal divano, io rimasi a terra aspettandomi chissà quale tortura, ma fu tutt’altro che doloroso il pensiero che era venuto in mente alla padrona. Guardandomi sempre fisso negli occhi, si alzò la gonna e lentamente si abbassò i collant color pelle.
– ora voglio farti venire, rimani fermo.
Non capivo più nulla ormai, rimasi fermo immobile sdraiato sul pavimento guardando la signora Giada che si avvicinava al mio pene con le sue calze in mano.
Nessuna mia fantasia era arrivata a quel punto, ma a quanto pare la signora che avevo vicino lavorava molto con la fantasia. Prese il mio pene con una mano e con l’altra gli infilò i suoi collant, così ora avevo il mio sesso avvolto dalle calze della signora, e la punta del mio pene aderiva perfettamente nel posto dove fino a pochi istanti prima si trovava il piede della mia padrona.
Guardò con uno sguardo misto tra il soddisfatto e l’eccitato la mia asta avvolta nelle sue calze e si buttò letteralmente sopra. Iniziò, così, a leccarlo avidamente e velocemente. Non seppi mai se ad eccitarla fosse il mio pene o le sue calze, comunque i movimenti che faceva leccandomi erano degni della più grande baldracca, rimase concentrata su quel esercizio per cinque minuti, ovvero fino a che io venni copiosamente nelle calze. A quel punto, non soddisfatta, sfilò le calze e cominciò un nuovo spettacolo: senza curarsi minimamente di me, prese a leccare le calze in corrispondenza del mio sperma e con una mano iniziò a masturbarsi la vagina mettendomi di fronte ad uno spettacolo mai visto. Una donna eccitata arriva a livelli che un uomo non riesce neanche ad immaginare.
Preso alla sprovvista dal fatto che la donna volle finire da se il giochino, io approfittai per gustarmi lo spettacolo pulendomi con un fazzoletto, anche se la maggior parte dello sperma era finito sulle calze ed ora si trovava in gola alla signora Giada.
Quando anche la signora finì, ci rivestimmo insieme in un silenzio surreale, nessuno aveva il coraggio di parlare dell’accaduto, oppure, nessuno aveva le forze per farlo.
Ma la cosa, purtroppo, non accadde più, pago regolarmente l’affitto ogni mese, incontro la signora Giada una volta ogni tanto, ogni contatto avviene con il marito e le mie speranze si sono, ormai, affievolite. Non penso che una cosa del genere possa accadere due volte alla stessa persona nella stessa vita. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L’immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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