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Il regalo di Manuela

Ristorato da una sana dormita e da una bella doccia, tornai al supermercato, dove Manuela era di servizio come vigilantes, verso le due. La giornata era particolarmente calda e rimasi, come sempre del resto, molto colpito dall’abbigliamento estivo delle ragazze e delle donne che notai durante il tragitto. I colori vivaci, la leggerezza dei tessuti, i loro movimenti, crearono nella mia mente sequenze di immagini molto stimolanti. Così arrivai al parcheggio del supermercato in evidente stato di eccitazione. Era molto difficile, infatti, nascondere l’erezione del mio uccello sotto ai boxer e ai pantaloni di tessuto leggero. Mi sistemai alla bell’e meglio, ma Manuela, appena mia avvicinai a lei, notò subito il rigonfiamento. E mi disse a bruciapelo, dandomi del tu
– Vedo che sei venuto qui in evidente stato di bisogno… – Ero leggermente imbarazzato. Anche se mi sentivo più sicuro rispetto ai nostri precedenti incontri, quella donna autoritaria e sensuale mi provocava un misto di timore reverenziale e di travolgente passione. Cercai di usare un tono distaccato, per quanto possibile. Usai anch’io il tu. Ormai non aveva senso cercare di mantenere un livello formale di dialogo.
– è vero, ho bisogno di te. Del tuo aiuto. – Immaginando che mi riferissi allo stato del mio cazzo, disse.
– Mi piacerebbe aiutarti. Sai che ho un debole per te. Ma sono di servizio e non posso dedicarti le mie attenzioni. – Poi, improvvisamente, cambiò espressione. E, sorridendo, disse.
– Però, mi è venuta un’idea. Vieni con me. – Mi lasciai portare all’interno del supermercato. Mi indicò la zona degli uffici e mi disse di aspettarla vicino ad una certa porta. Feci come mi aveva detto. Poco dopo mi raggiunse ed estrasse una chiave con cui aprì la porta. Entrammo in un locale dove c’erano un tavolo con alcune sedie e, lungo il muro opposto all’ingresso, un mobile basso su cui era appoggiato un telefono e un distributore automatico di caffè e bibite calde. Su entrambi i lati del locale non c’era alcun tipo di arredamento, ma una porta per parte. Alla sinistra dell’ingresso c’era una piccola finestra completamente oscurata da una tendina scorrevole. Manuela mi fece entrare, chiuse la porta e mi spiegò.
– Questo è lo spazio che ci è stato dedicato dal gestore del supermercato. Qui veniamo per riposare, per bere qualcosa o per andare in bagno, indicandomi una delle due porte laterali, durante le nostre pause. Infatti, ho avvisato il direttore che mi prendevo il quarto d’ora che mi spetta ogni due ore di servizio… – La fermai per spiegarle il motivo della mia visita. Non volevo che ci fossero malintesi tra noi due. Tenevo particolarmente all’amicizia di Manuela.
– Devo dirti subito perché sono qui. è successo un fatto molto grave. – Il suo volto si scurì. Mi ascoltò con attenzione mentre le raccontavo della violenza e del ricatto subiti da Dora. Le chiesi cosa ne pensasse e se, secondo lei, il suo capo avrebbe potuto aiutarci. A quel punto si rilassò. E sorridendo nuovamente, mi disse.
– Aldo è la persona giusta per risolvere la vostra questione. Devi sapere che quel porco di Duilio ha commesso un grosso errore. Prima di tutto perché il mio capo vi ha promesso protezione. Poi perché ha dei debiti di gioco di cui Aldo è unico creditore. Infine perché la protezione della sua azienda e dei suoi capannoni dipende da noi. Faccio subito una telefonata. – La osservai compiere il gesto della telefonata con ammirazione. Era una creatura sorprendente. Ostentava sicurezza in ogni azione. Sentivo che il mio affare nelle mutande la pensava come me. Il mio cazzo, come se fosse animato da vita propria, era sempre più evidente. Manuela cominciò a parlare al telefono.
– Ciao, capo. Sono qui con il mio uomo preferito. Si, proprio lui. Ha bisogno del nostro aiuto. – Proferì queste parole con un tono di voce che mi colpì. Provai una sensazione dolcissima, che servì ad aumentare le fitte del mio uccello. Manuela spiegò al suo capo l’intera faccenda. Poi mi passò la cornetta. Senza convenevoli, Aldo mi comunicò.
– Stai tranquillo, che sistemiamo tutto rapidamente. Stanotte stessa organizzo al bastardo una brutta sorpresa. Per sistemarlo definitivamente, però, dobbiamo aspettare domani sera. Trovati alla mia villa per domani pomeriggio verso le quattro, così ti do tutti i dettagli e, se sarai d’accordo, da dopodomani Duilio non sarà più un problema per voi. – Lo ringraziai. Riappese senza darmi altro tempo. Ero contento che si fosse messo in moto così rapidamente. Mi preoccupava un po’ che avesse detto di voler sistemare definitivamente il ricattatore. Ma avrei avuto modo di valutare le cose e di esprimere un parere. Così, almeno, mi aveva detto Aldo. Manuela mi strappò ai miei pensieri riportando immediatamente l’attenzione del dialogo sulla mia erezione.
– E adesso che abbiamo organizzato la soluzione al problema importante, dedichiamoci alla questione più urgente: il tuo cazzo. – Cercai di minimizzare il problema.
– è questione di natura… – Non mi lasciò proseguire. Sorrise nuovamente, dicendo.
– Lo so, lo so. Ormai ti conosco bene. Mi piacerebbe risolvere personalmente la cosa. Ma, come ti ho già detto, ora non posso. Sono una professionista. Posso, però, farti un regalo. Che, per come ti conosco, ti farà impazzire di godimento. Ti fidi di me? – Mi sentivo eccitato oltre la misura. Avevo già l’uccello duro come un sasso. Le tempie cominciarono a pulsare. Perdendo ogni remora, risposi.
– Ciecamente. Dimmi cosa devo fare. – Fece ruotare leggermente l’inclinazione degli elementi della tendina che oscurava la finestra. Mi fece segno di avvicinarmi. Poi mi ordinò.
– Guarda tra le clienti e scegli quella che vuoi. – Non avevo bisogno di riflettere. La situazione sembrava impossibile e grottesca. Ma non avevo alcuna intenzione di ragionare. Il mio stato non me lo permise.
– Guardai tra gli elementi della tendina. Avevo la visuale completa di tutta la zona delle casse. Ce ne erano poche aperte, vista l’ora di scarsa affluenza. Osservai le clienti. In fila, in attesa del suo turno, notai una ragazza bionda che avrà avuto vent’anni al massimo e che indossava un vestito a fiori, leggero. Di quelli che mi facevano impazzire. La indicai a Manuela. Lei raggiunse il telefono, compilò un numero, attese qualche secondo, poi la sentii dire.
– Ciao Marta. Sono Manuela. Vedi la tipa bionda con il vestito a fiori? Solita procedura… – Tornò al mio fianco e mi spiegò.
– Marta è alla cassa dove la tua bionda sta per pagare il conto. Farà passare alcuni prodotti, possibilmente i più costosi, senza inserirli nella spesa. Capita a volte che le più oneste, notando la cosa, chiedano alla commessa di rimediare all’errore. Ma il più delle volte, o sono distratte, o pensano di poter sfruttare l’occasione. Noi approfittiamo della cosa per poterle schedare e, in cambio della riservatezza, le leghiamo a noi per utilizzi futuri. Ecco il tuo regalo. Se la tipa è distratta o in malafede e casca nella trappola, è tua. In questo caso, io uscirò da qui in tempo per fermarla sulla porta di uscita e, dopo averle contestato l’infrazione, la porterò qui. Dovrai attendere in questa stanza. – E indicò l’ultima porta. Continuò. – è insonorizzata. La lascerò sola con te lì dentro. Una volta che avrai chiuso la porta dall’interno nessuno sentirà e saprà nulla di quello che sta succedendo. Solo voi due. E solo tu deciderai quando farla uscire. Ovviamente, se la tipa è onesta e attenta, dovrai sceglierne un’altra. – Tornammo ad osservare la zona delle casse attraverso gli elementi della tendina. Ecco, era il turno della ragazza. Manuela mi fece un’ultima raccomandazione.
– Due cose fondamentali. Primo, non proporle niente e taci fino a che non sarà lei ad offrirsi esplicitamente. Sarò io a darle l’imbeccata prima di uscire dalla stanza. Secondo, ricordati che ho delle aspettative su di te. Non tradirle. Sii duro fino in fondo. Soprattutto con il cazzo… – E rise di gusto. Ero, ormai, fuori di testa. Mi sentivo come il lupo in attesa di cappuccetto rosso. No, non mi sarei tirato indietro. Avrei realizzato una delle mie fantasie sessuali più profonde. Non vedevo l’ora. Osservai con attenzione la scena. Fu evidente il movimento della commessa, che spostò alcuni articoli verso l’esterno della cassa, senza farli passare sul lettore di codice a barre. La bionda, che stava infilando la spesa nei sacchetti, ne prese un paio in mano e rimase, per alcuni istanti, indecisa sul da farsi. Stava evidentemente valutando la sua decisione. Poi, guardando la commessa, che si era girata intenzionalmente, alzò le spalle e mise tutto in uno dei sacchetti.
– Bingo! – Disse Manuela. Ruotò nuovamente la tendina rendendo impossibile la vista e mi indicò la porta.
– Vai di là e siediti sulla sedia d’angolo. Devi restare seduto e immobile fino a che non sarò uscita. Poi, dopo aver chiuso la porta a chiave, tornerai a sedere e dovrai aspettare gli eventi. è fondamentale, come ti ho già detto, lasciarla fare. Se la sua natura, oltre che quella di ladra, è anche quella di una puttana, si manifesterà. In poco tempo e con il massimo godimento per te. Divertiti. Mi baciò sulle labbra e uscì. Entrai nella stanza, come d’accordo. Era più o meno grande come la prima. Senza finestre, però, ad areazione forzata. C’erano un tavolo, identico al primo, e due sole sedie. Nient’altro. I muri bianchi e l’assenza di altro arredamento mi davano una sensazione particolare. Di fronte alla ragazza, soli, con la porta chiusa a chiave, sarei stato l’assoluto padrone del gioco. Lei, la vittima. Accostai la porta e mi sedetti sulla sedia d’angolo. L’altra era di fronte, sul lato lungo del tavolo. Attesi. Entrarono nel primo locale. Sentii chiudersi la porta e distintamente le loro voci. Manuela diceva.
– Siamo messi male, signorina. Ora dovrà fornirmi le sue generalità ed attendere l’arrivo dei carabinieri. – La voce della vittima era giovane e fresca. All’inizio tentò una difesa decisa. Rispose.
– Fate quello che volete. Non ho timori. Mio padre è avvocato e saprà bene come tirarmi fuori da questo guaio. – Non immaginava chi avesse di fronte. La vera padrona del gioco continuò.
– Come vuole. Se lo desidera possiamo chiamarlo fin d’ora. Così gli potremo mostrare il video della registrazione, dove è evidente la sua alzata di spalle, prima di far scomparire nelle borse gli oggetti non pagati. – La vittima crollò subito. Iniziò a singhiozzare. Supplicò.
– Non volevo farla arrabbiare. Mi scusi. La prego, mi aiuti. è la prima volta. Se mio padre lo sapesse finirei in un mare di guai. Se sa che ho rubato in modo consapevole, mi lascia finire in galera. è convinto che si debba sempre pagare per gli errori commessi. – Era fantastico. Era proprio la preda ideale. Era vittima di un padre rigido e severo. Non aveva alcun interesse a rendere pubblico quanto accaduto. Con un tono sinuoso, da vera maestra, Manuela accennò.
– Un modo ci sarebbe. Ma glielo propongo se lei mi dimostra la sua volontà di rimediare. Come ti chiami? – Il passaggio al tu. Era una fase che la vigilantes sapeva gestire con assoluta padronanza. Ne sapevo qualcosa. La ragazza rispose.
– Elisabetta. – Accavallai le gambe. Era ormai impossibile nascondere lo stato del mio uccello. Non vedevo l’ora di vederla da vicino. Manuela riprese.
– Bene, ragazzina. Ho deciso di darti una possibilità. Seguimi. – Entrarono nella stanza dove mi trovavo ad attendere. La ragazza vedendomi ebbe un sussulto.
– Siediti su quella sedia e non fiatare. – Le ordinò Manuela. Non appena la ragazza ebbe obbedito, continuò.
– Questo signore è l’unico che può decidere se denunciarti o no. è il responsabile della sicurezza del supermercato. Sarà lui a decidere se chiamare o no i carabinieri. Ma prima di lasciarvi soli, ho bisogno di capire quali siano le tue intenzioni. E, mi raccomando: pensa bene, prima di rispondere alla mia domanda. Sei sicura che sarai gentile, veramente gentile, con questo signore e che userai tutta te stessa per convincerlo a non denunciarti? – La biondina esitò per un momento. Poi, probabilmente, pensò al rischio di una risposta negativa. Alle conseguenze. A suo padre. E rispose, trasformandosi nella mia preda.
– Si, lo sono. – Ma Manuela voleva divertirsi ancora. Disse.
– Non sono ancora sicura. Dimostrami che, se me ne vado, sarai pronta ad essere una brava bambina. – E le ordinò.
– Togliti le mutandine e consegnamele. – Era la prova del nove. Se la ragazza avesse eseguito quanto richiesto, non ci sarebbero più stati dubbi. Osservai il ghigno e lo sguardo della vigilantes. Non lasciavano alcuna possibilità di replica alla vittima. Che si mise in piedi e, tenendo il capo chino senza guardare nessuno, si alzò il vestito a fiori e abbassò gli slip. Quanto bastava per poi sfilarseli dopo essersi riseduta. Sembrava un gesto innocente. Ma non mi sfuggì, che non era stato portato a termine con naturalezza o imbarazzo. Era un gesto studiato. Il particolare non fu assolutamente trascurato da Manuela. Aveva troppa esperienza per lasciar correre. – Infierì.
– Allora sei una piccola puttanella, eh? Ti piace essere oggetto della nostra attenzione, eh? E, dimmi, c’è qualcuno che ti insegna a comportarti da vera troia? – La ragazzina alzò lo sguardo. Arrossì violentemente. Probabilmente credeva di riuscire a nascondere meglio i suoi pensieri. Ma la belva aveva annusato il sangue della preda. Le chiese, con un tono di voce minaccioso.
– Voglio sapere con chi scopi e se questo qualcuno ti usa a dovere. O se si limita a scoparti senza darti la possibilità di dimostrare quello che sei veramente. Rispondi! Era incredibile. Probabilmente la cosa era andata oltre le aspettative di Manuela. La piccola assunse un tono di voce infantile.
– Scopo con il mio ragazzo. Ma non è lui che mi insegna. Chi mi dà la possibilità di capire la mia vera natura è il mio datore di lavoro, il signor Egidio. Studio all’università e mio padre ha voluto che trovassi un lavoro part-time. Mi ha anche detto che, se non sono capace di mantenere il posto di lavoro, non valgo niente. E l’ha detto anche al signor Egidio. Che, ovviamente, ne ha approfittato. Quando, all’inizio, ha cominciato a pretendere da me certe attenzioni mi è pesato molto. L’ho fatto solo per evitare che mi licenziasse. Ma, poi, ha cominciato a piacermi. E gli ho chiesto di insegnarmi a diventare una vera donna… – Manuela interruppe il racconto, duramente.
– è un peccato che debba tornare di là. Ma, forse, troverò una prossima occasione per approfondire la tua conoscenza. Prima di andare, però, voglio chiarirti un concetto. Quando parli di te con questo signore, usa le parole che ti hanno insegnato ad usare. Ci siamo capiti? – Non aspettò la risposta. Era scontata. Diede le spalle alla ragazza, mi fece l’occhiolino sorridendomi, ed uscì. Mi alzai, chiusi a chiave la porta, tornai a sedere sulla sedia d’angolo. Attesi. La piccola mi fissava con uno sguardo che era un misto di innocenza e di troiaggine. Il silenzio non durò molto. Fu lei a interromperlo, continuando a fissarmi negli occhi.
– Il signor Egidio mi ha insegnato a guardarlo negli occhi, mentre lo servo. Le va bene? – Annuii. Continuò.
– Sa che quando la signora mi ha ordinato di togliere le mutandine, ho iniziato a bagnarmi? Vuole sentire, signore? – Annuii nuovamente. Si alzò e mi venne vicino. Alzò, con studiata lentezza, il vestito a fiori. La adoravo. Le toccai la figa. Era fradicia. Mentre gliela accarezzavo, muovendo lentamente la mano, le infilai un dito. Poi portai la mano davanti alla sua bocca. Si avvicinò e iniziò a succhiare il mio dito. Usava le labbra e, intanto, faceva roteare la punta della lingua. Poi smise e mi chiese, continuando a tenere alzato il vestito.
– Posso succhiarglielo, signore? Ne ho proprio voglia… – Decisi che era venuto il momento di parlare.
– Solo se saprai chiedermelo nel modo giusto, piccola troietta. – Lei mi stupì.
– Ho voglia del suo cazzo. Voglio succhiare il suo uccello, sentirlo fino in gola… – Mi alzai di scatto. Forse troppo velocemente. D’altronde non avevo esperienza di quelle situazioni. Ma volevo gustarmi quel fiore al più presto. Stavo realizzando un sogno. Mi liberai rapidamente delle scarpe e dei pantaloni. Lei mi fermò.
– Non si tolga più nulla. Mi piace così. – Si inginocchiò. Il mio cazzo era uscito quasi tutto dall’apertura dei boxer. Lo prese con una mano, cominciando a giocarci, soppesandolo. Prima di ingoiarlo e di succhiarmelo in modo divino, apprezzò.
– Bello. Mi piace molto il suo cazzo, signore. – Intanto, si masturbava. Le ordinai.
– Voglio che tu mi dia del tu e che smetti di chiamarmi signore. – Lei obbediente.
– Come vuoi… Ti piace? Te lo succhio bene? Sono una brava troia? Dimmelo, parlami, ne ho bisogno. – Mi lasciai andare.
– Sei una vera troia. Me lo succhi divinamente. Hai una bocca fantastica. – Non potevo più aspettare. La presi, la girai sul tavolo, facendole appoggiare i gomiti al tavolo. Le alzai il suo meraviglioso vestito a fiori, quanto bastava per scoprirle il culo e glielo infilai nella figa. Entrò senza alcun problema, anche se era molto stretta. Mi sembrava di impazzire. I suoi muscoli interni si contraevano in modo evidente. Godeva. Molto.
– Ti piace? Dimmi se ti piace, puttanella. Sei veramente una succhiacazzi di prima categoria. E hai la figa d’oro. Mi stai facendo impazzire. – Lei cominciò a venire. Diceva.
– Hai un cazzo fantastico. Era bello da succhiare ma è fantastico, bellissimo dentro la figa. E poi ti muovi in un modo… – La scopavo lentamente. Poi, improvvisamente, acceleravo, Poi, rallentavo di nuovo dandole dei colpi secchi. Si sentiva che godeva. E lo diceva.
– Godo, godo, godo. Mi fai venire… Sei un martello. è bellissimo. Continua. Continua. Ecco… Godo, ancora, ancora… siiiii… – Decisi che era venuto il momento. Non sapevo quanto tempo potevo restare chiuso con lei in quella stanza.
– Adesso vengo anch’io. Sei pronta? – Mi chiese di aspettarla. Poi, quando si stava avvicinando ad un altro orgasmo, mi diede il segnale.
– Ora, ora! – Riuscimmo a venire insieme. E fu fantastico. Sembrava rantolasse. Mi accasciai su di lei che attese, paziente, le ultime contrazioni del mio uccello. Poi mi chiese.
– Non mi denuncia, vero? – Aveva ripreso ad usare il lei. Mi sembrò opportuno. Le ricordai.
– No, mia cara. Ma ricordati di usare le parola giuste per rivolgerti a me. – Obbediente, disse.
– Ha ragione, signore. Starò attenta. Grazie, signore. Per tutto. – Si rivestì e, dopo che aprii la porta, mi diede un bacio sulla guancia e mi disse.
– Spero di rivederla, signore. – Mentre richiudevo la porta sentii il rumore dell’altra. Se ne era andata. Mi sistemai. Poi, uscendo, dal supermercato incontrai Manuela.
– Grazie. – Le dissi. – Un regalo fantastico. Sei veramente fantastica. – Si schermì.
– Non è niente. Te lo meriti. Sei una persona particolare. Molto interessante. Sei l’unico uomo che mi provoca desideri diversi dal solito. Ti spiegherò meglio una prossima volta. C’è anche questo. – E mi porse un bigliettino. Era il nome di un negozio di oreficeria molto noto in città.
– Aggiunse. – è il negozio del signor Egidio. Me l’ha dato la puttanella. Senza che glielo chiedessi. Una vera troietta, no? – La baciai, calorosamente. Lei rimase imbarazzata. Non se lo aspettava. Mi disse.
– E adesso levati dalle palle. Ho da lavorare. – Non era da lei perdere le staffe senza motivo. Lo sapevamo tutti e due. FINE

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Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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