Ultimi racconti erotici pubblicati
Home / Sorprese / Surprise
copertina racconto erotico

Surprise

Il rumore della pioggia sul tettuccio era intenso e i tergicristalli sembravano nell’impossibilità di eliminare quella gran massa d’acqua dal parabrezza, tanto erano impegnati a resistere alle folate di vento che, a tratti, riuscivano ad imporre la loro direzione all’auto nonostante il volante imponesse un rigoroso avanti dritto.
Quel tratto di strada s’era trasformato in un non luogo, come a volte fa la nebbia. Nessun elemento di riferimento esterno a dire dove si fosse di preciso. Sarebbe potuto essere ovunque su questa terra, per non dire ovunque nello spazio e nel tempo.
Forse un viaggio nel tempo sarebbe stato quello che Eros avrebbe avuto bisogno di fare, tormentato com’era dai ricordi. Era finito un amore.
Non un grande amore, né un piccolo amore. Un amore e basta. Una di quelle storie che ci si porta dentro fino alla tomba, pieno di piccole bugie, di frasi non dette, di stati di malessere celati– il tutto per un unico semplice sogno, che s’era dimostrato irrealizzabile: una serena vecchiaia insieme.
C’erano stati mesi di angoscia, delusioni dentro e fuori della vita sentimentale, perché quando le cose vano a rotoli sono come la porta di uno sgabuzzino estremamente disordinato che viene aperto all’improvviso e da cui esce tutto rotolando, distruggendo e travolgendo l’incauto che ha aperto quella porta.
Dentro quello spazio, sempre troppo angusto, mille futili motivi, miliardi di granelli di sabbia divenuti quasi improvvisamente e quasi inconsapevolmente montagna; ma non si tratta di una montagna che travolge e uccide con il peso della frana sotto cui ti sommerge ogni cosa; piuttosto è un vento leggero e sottile che s’alza e solleva inizialmente un po’ di terriccio, asciugandolo sino a renderlo sabbia, sino a ferire gli occhi e farli bruciare, cosicché le lacrime stesse, invece che dare sollievo, infliggono ulteriore dolore.
Quel lungo viaggio per tornare– e basta! Perché non c’era più nella sua mente e nella realtà il concetto accogliente di casa, ma solo un posto come un altro in cui dormire. Dunque quel lungo viaggio per tornare era ogni giorno il suo calvario, l’interminabile tragitto che lo portava quotidianamente dal supplizio della tortura a quello della crocifissione. Ogni ricordo forgiato da luoghi, tempi e gesti diveniva nella sua mente una stazione di quella particolare via crucis.
Era un viaggio in compagnia dei suoi personali fantasmi, perché quella stessa auto era la prima stazione di quel canto doloroso, giacché il concetto stesso di partire e di viaggiare era la sorgente del dolore che risiedeva ora nel suo cuore. Cosicché il solo gesto di salire in auto e girare la chiavetta dava corpo e anima alle ombre dei suoi flagellatori, rendendoli tangibili compagni di viaggio. Lui spettatore silente e loro carnefici oltremodo ciarlieri e noiosi, pignoli notai pronti a elencare ogni suo singolo errore, ogni precisa frase scambiata e creduta vera.
Angoscia, Frustrazione, Dolore e Depressione erano i loro nomi, ecco chi erano i suoi quattro compagni di viaggio. Ognuno seduto al suo posto, la cintura ben allacciata, perché dal quel pazzo alla guida ci sarebbe potuti aspettare di tutto, anche un gesto folle e disperato.
Angoscia era sempre il primo a parlare, a disegnare il suo personale futuro. Erano sempre racconti dell’orrore in cui la peggiore delle morti appariva sempre come il migliore degli epiloghi.
Una sola frase, ripetuta ossessivamente compariva a fior di labbra di Eros, senza mai il coraggio di pronunciarla, di renderla vivido suono:
– Vai via, vai via, vai via! –
–ma Angoscia aveva l’orecchio fine oppure, più semplicemente, conosceva bene quel suo compagno di viaggio– e in effetti il carnefice conosceva la sua vittima praticamente da una vita.
Iniziava così un breve silenzio, pregno dell’essenza di chi, fino a quel momento, aveva parlato, cosicché anche quel nulla diventava palpabile, denso fino ad assumere lo spessore di un muro ed era sempre Frustrazione a romperlo, mandandolo in mille pezzi, distruggendo l’illusione di Eros che quel niente di parole potesse crescere fino a farsi fortezza, fino a diventare castello in cui scappare e cercare rifugio.
Frustrazione aveva una lingua lunga, dura e nodosa; provvista di mille aculei velenosi e ogni sua parola diventava un colpo di frusta che strappava la pelle, che estirpava le carni che sviscerava ogni singolo organo vitale, dilaniando il corpo e la mente. Pur assomigliando alle parole di Angoscia erano o solamente sembravano diverse, come il male e la sofferenza che producevano era simili e dissimili al tempo stesso. Anche lui insisteva inesorabile nel suo monologo, fino a quando il sangue che scorreva copioso della sua vittima allagava l’abitacolo, togliendo quasi il respiro al conducente, ma non a lui.
C’era ancora un breve, ma interminabile istante, in cui Frustrazione sembrava godersi della visione della sua vittima e dei suoi occhi di carnefice riflessi nello specchietto retrovisore– poi era di nuovo silenzio.
Era un’assenza di parole differente dalla precedente, si levava quasi come una foschia mattutina, ben decisa a divenire nel minor tempo possibile fittissima nebbia, ragnatela di miriadi di minuscole lacrime sospese al cielo e pronte a catturare, in quel nulla di rumore, l’eventuale incauta preda.
Lentamente il sangue che aveva invaso l’abitacolo fuoriusciva, quasi un invisibile tappo fosse stato aperto o una qualche ben celata valvola fosse stata dischiusa. Ritornava l’aria, ma solo per infliggere il tormento di liberare i polmoni da tutto quel proprio liquido organico. Solo un breve istante in cui lacerarsi a colpi di tosse e di conati di vomito polmoni e stomaco.
Al primo accenno di respiro comincia a parlare Dolore, con la sua voce irritante, con quel suono stridente di gessetto volutamente premuto conto la lavagna. Un enorme muro di ardesia, dallo spessore irridibile, ancora una volta non era scudo, rifugio o fortezza– era solo strumento di tortura.
Dolore aveva un suo modo particolare di parlare, era caratterizzato sempre da una salivazione eccessiva, da una pioggia di miriadi minuscoli sputi che colpivano Eros in ogni parte del suo corpo, rivelando solo al loro contatto la natura acida di cui erano fatti.
Penetravano lenti e inesorabili, corrodendo tutto ciò che ostacolasse il loro cammino e trasformando, lungo questo percorso, la loro natura liquida in solida, fino a divenire aghi, spilli, frecce conficcate sempre più internamente nei tessuti, aggiungendo alla sofferenza del loro cibarsi di essenza lo spasmo che ogni movimento avrebbe generato.
Tutto questo proseguiva fino al giungere di quei velenosi aculei alle ossa, a quel punto Dolore trovava il pieno nutrimento del suo esistere: il midollo stresso di Eros e proseguiva per interrompersi improvvisamente quando era certo di aver succhiato il midollo della vita stessa dalla sua vittima.
Era quando dentro di lui s’era creato spazio a sufficienza, quando il peggio dava solo l’illusione d’essere finito, era proprio nell’istante in cui il naufrago sbattuto dalla tempesta intravede l’isola, che neri, tetri e minacciosi s’intravedevano gli scogli. Quello era il momento in cui l’ululato del vento si confondeva con quello di oscuri sciacalli dalle fauci aperte e che le onde, irruente e selvagge, dopo aver dato l’illusione di salvezza, rivelavano tutto il loro orrendo disegno di distruzione: dilaniare quel poco che restava, sfogando la loro rabbia feroce su quella parvenza di salvezza, rendendola così certezza di fine imminente.
Depressione aveva sempre un tono suadente e dolce, come certi veleni che deliziano il palato per poi attanagliare in una stretta fatta di spasmi le viscere. Le sue parole scorrevano suadenti e veloci verso il padiglione, roteavano creando volute che come un gorgo inghiottivano quelle frasi nel condotto uditivo di Raffale. Iniziavano così il loro viaggio, come il seme fa con il terreno, affondare per penetrare con l’apice delle proprie radice l’essenza stessa della terra e poi crescere penetrando ulteriormente, fino a divenire una cosa sola con il terreno, il tutto con il solo fine di divorare la mandre che l’aveva accolto in grembo.
Era sempre una gestazione piuttosto rapida, seguita da un travaglio e un parto dall’apparenza interminabile. Le parole di Depressione lo divoravano da dentro, rendendolo sottile e inconsistente. Finendo per sottrarre a Eros l’immagine che lui stesso aveva di sé. I suoi occhi frugavano lo specchietto retrovisore, ma lui dall’abitacolo era scomparso, le sue mani erano scomparse, i suoi piedi erano scomparsi ed era ormai una mano invisibile a guidare la sua autovettura e anche i suoi quattro compagni di viaggio erano scomparsi resi sottili e invisibili anch’essi. Alla sua destra un nuovo compagno di viaggio.
Una domanda, sempre la stessa, sempre quella attanagliava in quei momenti Eros: ma quando erano scesi quei suoi quattro buoni amici e quando era salita questa sconosciuta, non gli pareva d’essersi fermato, anzi quando i suoi quattro amici parlavano lui pigiava sull’acceleratore quasi quel sedile potesse in qualche modo staccarsi dagli altri sedili e dalla vettura stessa per allontanarsi, fuggire oppure semplicemente schiantarsi insieme al suo ospite contro un qualcosa di duro e tragicamente reale che di nome facesse Morte– ma era sempre la solita impossibile fuga da se stesso, una fuga che forse atterriva i suoi compagni di viaggio, ma che permetta al tempo stesso a quel passeggero di salire in corsa.
– Ciao Eros, come stai? –
Erano sempre quelle le parole con cui esordiva quella sconosciuta dall’aria molto familiare.
– Male, non si vede forse? –
Era sempre la risposta acida e stizzita di Eros.
– Tu chi cazzo sei? –
Era l’ennesima ripetizione di parole e gesti dall’esito scontato, perché una sola e sempre quella era la risposta.
– Sono Solitudine, sei tu che mi hai cercato! –
A quel punto Raffale iniziava a cercarsi disperatamente dentro a quell’abitacolo improvvisamente troppo enorme per essere all’interno di un’utilitaria, troppo enorme per essere persino una tenuta. Si cercava e non si trovava, pur certo di essere lì, pur certo di avere la piena visione di se stesso.
Lui Solitudine non l’aveva cercata, non la conosceva nemmeno, non ne aveva né il numero di fisso né di cellulare, non ne sapeva l’indirizzo, la residenza o il domicilio.
Provò a fissarla, per capire meglio chi fosse, chi tra i suoi presunti amici gliel’avesse imposta.
Era bella, sinuosa, dotata di un fascino tutto suo e di uno sguardo ammaliante, forse l’aveva sognata o solo immaginata in qualche suo recondito desiderio.
Un seno prosperoso che toglieva il fiato, due labbra carnose evidenziate da un rossetto carico di passione che chiedevano solo di essere baciate e, infine, due occhi così belli che era spontaneo perdercisi dentro e affogare trascinati solo da quella corrente di seduzione.
– Io ti ho già visto! –
Diceva a quel punto, con tono brusco, Eros; quasi a volersi destare dal sogno in cuoi era stato rapito.
– Certo che mi conosci sciocchino, conviviamo ormai da giorni insieme!
Non ti ricordi ieri notte? È stato stupendo non è vero! Non abbiamo quasi chiuso occhio! Come ogni notte d’altronde– Eros. –
Aveva scandito il suo nome quasi come dovesse compitarne le vocali e le consonanti che lo componevano, quasi a voler ribadire quella conoscenza biblica che li univa ormai da lungo tempo.
Era bella, troppo bella per non esserne stregato, seducente e sensuale, intelligente e spigliata– in una sola parola troppo ammaliatrice e per questo la odiava, perché l’amore rende debole e la passione inermi– effettivamente era una passione covata e consumata da lungo tempo con Solitudine, l’aveva cercata e trovata come fa l’innamorato con il colpo di fulmine incontrato casualmente per strada.
La pioggia stava diminuendo e i chilometri che lo separavano dalla solita parca cena e dal letto esprimibili tramite un’unica cifra.
L’affannoso rantolo dei tergicristalli s’era trasformato in stridio e la ragione stessa del loro vano andare avanti e indietro stava venendo meno.
Il rosso di un semaforo aveva esortato il cervello di Eros a fermarsi, mentre il rumore del motore cantava una dolce ninnananna a rasserenare il suo cuore affranto e il cielo stesso schiariva, visto che ormai, quasi atterrite dallo spettacolo a cui avevano assistito, anche le nubi erano fuggite, lasciando al sole l’illusorio trionfo di mettere in scena la spettacolare tragedia della propria quotidiana morte.
Quella semisfera rossa riempiva della propria immagine lo specchietto retrovisore, esitando sul declinare dell’orizzonte, come fa il moribondo nell’atto di esalare il suo ultimo respiro e, infine, eccolo! Dolce e soave come un respiro, non tragico come un rantolo, pronto ad entrare nel cuore di ogni affranto mortale, partiva un ultimo raggio verde. Ultima traccia di luce, ultimo anelito di vita prima del buio che avvolge e conserva– ed è subito sera!
Parte 2
La marcia in folle, il rumore della serratura ad aprire la portiera e quel cancello, barriera reale e irreale di vuoti e consistenze a separarlo da ciò che nella sua mente usurpava il termine casa.
La fissò, ci aveva trascorsi lunghi anni di un lontano passato e ora, in quello squarcio di presente, vi era ritornato, ma era divenuta come una madre in realtà matrigna e per questo scoperta non solo adottiva, ma ladra d’affetti. Aveva l’impressione di essere stato trafugato alla sua reale madre, ai suoi veri affetti e così quella non era più casa, ma semplice insieme di malta e mattoni. Era una congrega di tegole pronte a dare rifugio dagli agenti climatici e null’altro. Lo stesso impianto termico, seppur messo al massimo, non riusciva a scaldarlo.
Arrossava e arrostiva l’epidermide, senza tuttavia penetrare nel cuore.
Nella stanza da letto l’inquietante certezza di trovare, in tutta la sua casta nudità, Solitudine. Pronta e disponibile per una nuova notte insonne d’amore in cui condividere la loro insana passione, un sentimento che ormai li bruciava e li divorava.
Con la sicurezza di rinnovare tale incontro, Eros salì al piano superiore, si spogliò lentamente di tutti i suoi affanni, fissando le curve sensuali di quella sua strana compagna, mentre lei, divina e puttana, gli sorrideva ammiccante.
Uscì dalla stanza per andare al computer e controllarsi la posta.
Decine di messaggi, perlopiù minacciosi e anonimi portatori di stupidi virus, quasi un infinito nero di cielo notturno interrotto qui e là da alcune pallide stelle. Le poche sopravvivessero all’olocausto dell’inquinamento luminoso di ogni città.
Nessuna dava risposta a quel suo affannoso cercare un non luogo.
Voleva non avere ricordi, estinguere ogni forma di passato, cosicché nemmeno il presente esistesse, ma quel posto forse non c’era!
Come il cielo notturno da lungo tempo ormai aveva perso la via lattea, anche lui aveva perso le tracce del suo personale percorso di vita.
Spense il computer emettendo un profondo sospiro carico di tutto e di niente, quindi fu colto da un pensiero. Era un idea covata a lungo.
Era il concetto stesso del doppio tradimento, dell’amica di un’unica notte.
Era sfogare l’amore da dare represso, era dire le parole mai dette, dare i baci rimasti soltanto intenzione. Era dedicare le attenzioni del vero soggetto a un oggetto che non fosse Solitudine e che, altrettanto certamente, non era la persona a cui in realtà, almeno nelle sue intenzioni, sarebbero stati destinati.
Dentro di lui c’era ancora vivida l’immagine di Amore, ma Amore non c’era più, fuggita, scomparsa, lasciata oppure morta. Cos’era successo? Non ricordava!
Aveva talmente voluto dimenticare, che alla fine aveva dimenticato?
No! Più semplicemente la realtà s’era confusa con l’illusione, le certezze con i sospetti, le bugie con le mezze verità. Il ricordo era una foto sfuocata del suo passato, ma così, ridotto a insieme indecifrabile di colori, non era più nemmeno ricordo, era percezione illusoria di ciò che era stato. Era verità caduta e ridotta a frammenti di cui ognuno s’era impadronito di un frammento e lo esibiva gridando a gran voce:
– Io conosco la verità –
Era impossibile rimetter insieme quei frammenti, sia perché il puzzle era indecifrabile, sia perché non cera collante in grado di unire i pezzi di quel in districabile mosaico.
Eros guardò il muro, vedendoci riflessa l’immagine che lui aveva di se stesso. Non si piaceva!
Estrasse il portafoglio e da questo un foglietto di carta. Su cui lesse per tre volte un numero di cellulare. Infine si decise a chiamare.
Pose il ricevitore all’orecchio, attendendo gli eventi. Ogni squillo dall’altro capo pareva urlargli, fino a quasi imporgli:
– Chiudi la comunicazione, sei ancora in tempo! –
Eros resistente fino al fatidico:
– Pronto? ! –
Pronunciato da un’anonima voce femminile.
Esordì con un’interiezione educata e galante, pronunciò un nome probabilmente di fantasia (o forse vero? ) con tono interrogativo, ottenendone una risposta affermativa.
Guardò il foglietto e ripetette meccanicamente le parole magiche che avrebbero aperto quel fantomatico scrigno incantato.
Ci fu imbarazzo e dall’altro capo intuirono che si trattava di una prima volta. Fu così che le parole da questo capo del telefono si tramutarono in silenzi o in semplici monosillabi affermativi e negativi (o avversativi e condizionali), fino a quando la sua mano corse alla ricerca di una penna, per scrivere in rapida successione sul medesimo pezzo di carta: il nome di una città, un indirizzo e un orario.
L’indomani avrebbe finalmente tradito Solitudine, l’indomani avrebbe comprato l’illusione di essere nuovamente insieme ad Amore.
Incredibilmente e assurdamente avrebbe vissuto l’irrealizzabile miraggio di riavere Amore, tradendola per la prima volta. Avrebbe sostituito al ricordo di quel corpo che per ultimo l’aveva accolto la realtà di un altro corpo, questa volta anonimo, ottenuto dietro compenso. L’idea lo avvilì, togliendogli d’improvviso l’appetito.
Entrò in camera da letto, fissando quel letto che Solitudine rendeva ancor più grande e ancor più vuoto. I muri, l’arredamento, i mille piccoli oggetti e, ancor di più, cose ancora celate dentro i cassetti mantenevano viva e presente Amore. Ogni singolo gesto compiuto in quella stanza in sua compagnia ne richiamava il nome e la memoria L’aria stessa che respirava tra quelle quattro pareti racchiuse da un pavimento e da un soffitto puzzavano e al tempo stesso profumavano di lei.
Un soffitto che non era viola, delle pareti che non erano alberi e lei che non era lì con lui. Non c’era nelle sue orecchie il suono melodioso di Gino Paoli, ma lo straziante gridare di Riccardo Cocciante, quel “Quando finisce un amore” che in quei giorni sentiva tanto suo.
Eros guardò negli occhi Solitudine. La odiava per quanto la trovava bella e per quanto, in un qualche modo, avesse sostituito in lui Amore, pur sapendo che Solitudine nulla aveva a che spartire con Amore. Una era viva e reale e, come lui, stava struggendosi del male di vivere– l’altra era inconsistente ed era il male di vivere di cui si nutriva. Tuttavia ormai detestava anche Amore, la odiava per il male che gli aveva fatto o che semplicemente gli aveva restituito. La voleva disperatamente e altrettanto disperatamente avrebbe voluto, potendolo, distruggerla.
C’erano interi pezzi di lui che gli mancavano perché erano rimasti in lei– e c’erano altrettanti pezzi di lei sparsi dentro di lui a fargliela sentire ancora più assente.
Per quella notte, ancora, sarebbe stato di quell’ombra che lo perseguitava e che lui tanto cercava. Non avrebbe dormito per passare quelle lunghe ore in sua compagnia a farsi succhiare ogni energia psichica e fisica fosse stata ancora in suo possesso. Solitudine l’avrebbe bevuto di un solo sorso, come fanno gli assetati, quando nel deserto trovano finalmente l’acqua.
Come al solito avrebbe cominciato con un rapporto orale, fissandolo negli occhi e riempiendolo di quello sguardo complice fatto di strano piacere che si riceve nel dare piacere. Poi, al culmine della propria eccitazione, l’avrebbe cavalcato, godendo dell’erezione che aveva imposto di forza a quel membro che non la desiderava. Ci avrebbe danzato sopra, muovendosi al solo ritmo del proprio piacere; divenendo la solita egoista compagna di un’altra notte, pronta solo a prendere e a nulla dare o concedere. Lo avrebbe semplicemente usato e svuotato, perché ogni notte Solitudine faceva così con Eros, lasciandolo eternamente sospeso, eternamente sulla soglia di un orgasmo tenuto prigioniero in gola e mai liberato.
Avrebbe affogato quel che restava di quell’uomo nei propri ansimi e rantolii, esibendo oscenamente tanto il suo splendido corpo, quanto ogni stilla di piacere che lei stava ricevendo. Sbattendo in modo provocatorio in faccia a Eros quel prolungato momento di climaterio,
tipicamente femminile, a fronte dell’inesorabile assenza di apice finale, tipicamente maschile.
Nonostante tutto, lui quella notte sorrise. L’avrebbe finalmente tradita e con lei avrebbe finalmente tradito anche Amore, si sarebbe concesso un momento illusorio tutto per sé, avrebbe pagato e quei trenta denari gli avrebbero ripulito l’anima di ogni responsabilità futura, di dover richiamare, di dover ripetere frasi vere percepite in futuro di astio come false. Non avrebbe avuto nessun obbligo di dare amore, di donare se stesso a qualcuna che poi si sarebbe semplicemente sentita un buco, umiliando e frustrando così ogni suo più profondo e vero sentimento.
Avrebbe comprato un miracolo, perché il cielo quel miracolo ormai non glielo accordava più. Perché Amore non viveva più il ripetersi di uno strano miracolo che di due fa una cosa sola, lei ormai percepiva solo un semplice svuotare di palle e questo pur sapendo di mentire a se stessa, perché dentro al suo cuore era pienamente conscia di questa falsità; ma ormai lei viveva con Sosia, ci trascorreva i giorni e le notti, seppure Sosia non fosse Eros, seppure detestasse Sosia così differente dal Eros che aveva conosciuto e ancora amava.
In realtà Amore detestava forse, inconsciamente, se stessa, perché era stata lei a trasformare Eros in Sosia, perché Sosia aveva già avuto l’aspetto di altri nomi a lei cari, perché qualcosa in lei era attratta da Sosia e dal male che Sosia le arrecava, quasi volesse punire se stessa per le debolezze umane che come tutti anche lei aveva.
La sveglia inesorabile ripeteva il suo ticchettio, scandendo il passare del tempo e annunciando l’arrivo del nuovo giorno. Il domani imminente, l’ormai oggi al presente, avrebbe concesso a Eros una notte a sorpresa!
Un frammento di paradiso a gridare e urlare che esisteva ancora qualcosa di diverso dall’eterno doloro o dello stridere di denti della perduta gente.
Era oggi, era l’alba quando Raffele chiuse finalmente gli occhi per concedersi una parvenza di meritato riposo, ma il sonno è degli onesti e lui era stato molto disonesto con se stesso negli ultimi anni.
Parte 3
Quella mattina Eros si svegliò di un insolito buon umore. Le fessure delle serrande facevano intravedere una giornata di sole e il cinguettio degli uccelli era un’indiretta assicurazione che il cattivo tempo del giorno prima fosse solo un ricordo.
Fece salire lungo il rotolante la saracinesca, riportando alla mente le fattezze della persona che sarebbe andata a trovare: giovane, fisico perfetto, un’aria gioviale e dinamica, ma soprattutto la freschezza della primavera della vita, quell’apparente stato di libertà dai problemi legato all’ingenuità e al sentirsi eterni.
Una colazione abbondante fu seguita dal rito del bagno. Le funzioni corporali, la barbara da radere, i denti da lavare e tutta l’igiene e la cura della persona che ultimamente aveva un po’ trascurato, segno evidente di quel detestarsi che lo attanagliava.
Non gli piaceva l’idea di quello che sarebbe andato a fare, ma sapeva che poteva essere l’unico modo per rompere una situazione di stallo in cui era precipitato.
Amore non sarebbe tornata da lui, lui non sarebbe tornato da Amore.
Questa era una situazione da accettare con cristiana rassegnazione, eventualmente limitando al minimo i danni collaterali. Quel giorno avrebbe raccolto le cose di Amore rimaste in quella casa e, quando sarebbe andato a ritirare le sue cose, avrebbe restituito le altrui.
Forse un giorno lui e Amore sarebbero ritornati a parlarsi serenamente, a ritrovare l’amicizia che è solida fondamenta di ogni rapporto umano, forse avrebbero riscoperto la complicità di pensieri segreti scambiati e condivisi, forse avrebbero riscoperto la gioia di fare sesso in ogni momento della giornata, forse avrebbero finito per sentirsi una cosa sola– forse– forse.
Tutto questo sarebbe stato affidato all’ineluttabilità degli eventi, un sogno infilato in una bottiglia e affidato alle malevoli o benigne correnti del mare.
Oggi era un nuovo giorno di un nuovo anno. Oggi avrebbe caratterizzato la sua vita di un nuovo evento deciso e voluto per rompere quegli schemi mentali che lo avevano identificato e contraddistinto.
Nessun coinvolgimento emotivo. Ipocrisia allo stato puro, vera, lampante e manifesta. Un contratto concordato, letto e sottoscritto in due.
Fissò allo specchio l’accenno di capelli bianchi che qui e là compariva sulla sua chioma, osservo i depositi di grasso sul giro vita e, per un istante, rifletté sulla differenza di età e stato di forma tra lui e la persona che andava a incontrare.
Abbassò lo sguardo sul lavandino e lo rialzò allo specchio e, per un istante, si vide ringiovanito. Tutti i suoi capelli scuri, un viso sgombro dal pieghe del tempo, la pelle fresca e tirata, i capelli lunghi, scuri e fluenti, ma la cosa che gli rimase impressa furono quegli occhi che sorridevano. Già sorridevano come da lungo tempo non era accadeva più. Possedevano quell’aurea d’ingenuità e spensieratezza che aveva intravisto nelle immagini della persona che avrebbe, di lì a poco, incontrato.
Eros corrugò la fronte, concentrandosi su alcuni basilari pensieri, quindi prese la decisione di partire quella mattina stessa, arrivando così in anticipo sull’orario previsto. Avrebbe prima preso l’autobus e poi il treno. Tutto sarebbe stato anonimo. L’auto sarebbe rimasta in garage e i suoi quattro soliti compagni di viaggio sarebbero rimasti chiusi dentro il garage insieme a essa.
Tornò in camera da letto. Di Solitudine nessuna traccia, chissà dove era? Andata via per sempre? Forse– magari!
Eros fissò il comodino, c’era il preventivo dell’auto nuova– cambiare tutto, perché non cambiasse nulla! Disfarsi dei ricordi. Rinnovare il proprio guardaroba e il proprio aspetto per avere l’illusione di essere un altro uomo, così nascosto dietro quella maschera Angoscia,
Frustrazione, Dolore, Depressione e persino Solitudine non lo avrebbero riconosciuto. L’avrebbero incontrato per strada scambiandolo per qualcun altro, trovando il suo aspetto familiare, ma al contempo sconosciuto.
Tuttavia dietro quella maschera ci sarebbe stato sempre lo stesso uomo e lui lo avrebbe saputo, quindi era impossibile fuggire da se stesso e da tutte le scelte che aveva fatto nella vita.
Si sentiva un imbecille, anzi era certo di essere stato un idiota in tutta la sua vita. Aveva vissuto a modo suo, sbagliando e pagando sempre in prima persona, ma tutto questo non lo rendeva fiero, ma solamente infelice. Aveva voluto rompere gli schemi e ne era uscito con le ossa rotte. Non solo aveva perso la sua personale sfida, ma allontanatosi dai suoi ferrei principi ora, per la prima volta nella sua vita, era pieno di rimorsi, rimpianti e rancori.
Non solo era stato sconfitto, ma anche umiliato e privato dell’onore delle armi.
Questa volta aveva intrapreso un viaggio in cui inaspettatamente non solo s’era perso, ma aveva persino smarrito nella sua memoria il momento e il luogo in cui quella deviazione dal percorso previsto era accaduta, cosicché ora non era più in grado di tornare indietro e riprendere il giusto cammino. Tutto intorno a lui appariva quindi sbagliato. Non sapeva dov’era, non sapeva tornare indietro, non sapeva dove andare e anche rimanere immobile non serviva a nulla.
Una flebile e incerta voce dentro di lui ripeteva impaurita:
– Cosa ne sarà di me? –
Un’altra arrogante, sprezzante e ansiosa d’incontrare al più presto la fine di ogni cammino tramite l’autodistruzione rispondeva:
– Francamente, me ne infischio! –
Eros tiro un lungo e profondo sospiro:
– Oggi è un altro giorno Eros! –
Già oggi e non domani, il Rubicone stava per essere attraversato e il suo personale dado truccato lanciato per trarne un risultato, per una volta, scontato.
Si rimirò allo specchio ed ebbe la strana impressione di essere agghindato più per un appuntamento d’affari che per un incontro galante, poi considerò amaramente che, in effetti, andava a concludere una semplice transazione economica, per cui l’abbigliamento prescelto era effettivamente non solo adatto, ma consono all’occasione.
A quarant’anni andava a puttane! Era tutto un po’ stano, ma anche il periodo che stava vivendo era strano, dunque! Nella sua vita sesso e passione erano sempre stati strettamente legati, come lo erano sempre stati ragione e sentimento.
– Un nuovo millennio, per una vita da interista! –
Esclamò, con autocommiserazione, aspettando di vincere qualcosa, intravedendo la vittoria, perdendo tutto nei minuti finali. Così abituato alla sconfitta da diventare non solo incapace di credere nella vittoria, anche quando ce l’aveva a portata di mano, ma di esaltarsi di fronte a una prestazione fuori casa maiuscola umiliando una grande.
Si vedeva da solo al comando, fermo davanti al traguardo e incerto a valicare quell’invisibile soglia, perché uno come lui non poteva vincere. Lì immobile fino all’arrivo degli altri, fino a osservare qualcun altro attraversare e rompere il nastro che separava quella gara dal suo atto conclusivo e solo allora muoversi, perché solo allora tutto poteva acquistare quel tono surreale e irrisorio dell’attesa infinita a qui s’era abituato.
Questa volta sarebbe stato diverso! Non doveva attendere nessun rivale. Non c’era l’antagonista. Anche l’arbitro sarebbe stato dalla sua parte. La sua immagine a colori da nero-azzurro si sarebbe stinta in quella retrò del bianco e nero, non coli di successo! Di chi vince perché predestinato, di chi non prende un palo per vedere uscire il pallone, ma incappa in una fortuita deviazione o gli viene concesso con benevolenza un rigore inesistente.
Quell’arbitro che di cognome fa Fortuna, che ai figli degli dei arride e che agli altri irride. A lui e solo a lui oggi quel giudice di gara avrebbe strizzato benevolo l’occhio.
Per un giorno si sarebbe comprato tutto questo. Non avrebbe aspettato Godot, ma Godot sarebbe arrivato direttamente da lui.
Parte 4
Uscì di casa accorgendosi di essersi vestito in maniera troppo leggera. Il tempo stava cambiando e, comunque, l’evolvere dello stesso sarebbe stato incerto. I metereologi avevano usato il termine variabile, una parola pregna di differenti e mutabili significati.
Il giubbotto era rimasto in macchina la sera prima. Fissò la porta del garage. Poteva uscire di tutto se l’avesse aperta. Lì, insieme alla sua auto quattro figuri che non aveva intenzione di incontrare. Si sentiva don Abbondio alla vista dei bravi e dimostrò lo stesso coraggio allontanandosi da quella porta quasi fosse quella dell’inferno.
Si recò al vicino bar ad acquistare il biglietto dell’autobus, dribblando le domande personali e accogliendo di buon animo la benevolenza che tutti gli dimostravano.
L’attesa del mezzo pubblico fu ben più lunga del previsto, come sempre accade e, come tutte le attese, lasciava spazio ai propri pensieri, cosa che non rendeva particolarmente felice Eros.
– Avrei dovuto prendermi qualcosa da leggere! –
Esclamò furente con se stesso e, in effetti, qualcosa che gli distraesse la mente gli ci sarebbe voluto. Una strana angoscia lo stava pervadendo. Era come il gelo dell’asfalto che attraverso le suole raggiunge la pianta del piede e poi, gradualmente, risale dalle caviglie alle ginocchia e sempre più su, fino a far rabbrividire l’intero corpo.
Era sempre stato un uomo fedele e anche adesso, che con Amore era tutto finito, gli pareva di tradirla. In effetti non potevano essere le parole di Amore a decretare la fine di un rapporto, non poteva certo Amore sapere quando in lui fosse nata la passione e se poi quel sentimento fosse morto o meno. Lui e Amore negli ultimi tempi avevano avuto una visione distorta della realtà, avevano saputo vedere solo i propri interessi e le altrui contrarietà. Si erano posti, ognuno di fronte a un differente specchio deformante, gridando ognuno a se stesso la propria verità. A dire il vero Eros aveva tenuto tutto questo per sé, conscio di non riuscire ad uscire da una spirale deviante e, per quanto gli era stato concesso, aveva saggiamente evitato di parlar male o straparlare con gli altri di Amore.
Conosceva fin troppo bene il gioco delle parti, fatto di abbiette miserie, insito nell’eutanasia di un rapporto. La sua cultura tecnica l’aveva educato ad addossarsi tutte le colpe, perché (e in questa affermazione ci credeva) ognuno fa le scelte da sé, senza nessuna pistola puntata alla testa!
Nella vita si fanno le proprie scommesse, a volte si vince, a volte si perde e lui, da buon interista, le sue scommesse le aveva perse sempre tutte.
Qualcosa di perso all’ultimo momento, qualcosa di presso ormai in ritardo.
Era salito all’interno dell’autobus e non se ne era nemmeno accorto, fissò il paesaggio per ricevere un’indiretta conferma che l’autobus fosse quello giusto, che non stesse andando in una direzione differente da quella voluta e prevista.
Fortunatamente non era così– fortunatamente, penso tra sé e sé. Gli suonava bene quel: fortunatamente. Era un presagio, un simbolo, un segno che qualcosa potesse cambiare.
– In hoc signus vices! –
Controllò il biglietto. Era obliterato. La cosa lo rasserenò da una parte e lo sconcertò dall’altra. Erano completamente scomparsi i ricordi degli eventi recenti. Quand’è che era arrivato l’autobus, ma c’era salito, aveva obliterato? Tutto era accaduto in maniera automatica, vittima inconsapevole di una qualche forma di tranche.
Rapito dai propri pensieri alla fermata e restituito lì, su quel sedile dell’autobus.
Si guardò intorno per vedere i volti dei suoi improvvisati compagni di viaggio.
Un paio di signore anziane. Un uomo che andava anche quel sabato a lavorare. Una coppia intenta in effusioni. Quella vista gli accarezzo per un attimo il cuore. Per una volta non gli provocava angoscia, frustrazione dolore e depressione– ma a proposito– e quei suoi compagni di viaggio?
Si alzò in piedi, destando la curiosità degli altri. Guardò avanti, dietro, a destra e a sinistra– non c’erano, ma certo, erano chiusi dentro al garage!
L’autobus arrivò davanti al piazzale della stazione, Rafaele scese per ultimo. Salutò cordialmente l’autista, che parve gradire la cosa.
Quindi, con il solito sospiro, si diresse verso la biglietteria della stazione.
– Un biglietto andata e ritorno per il regionale! –
Esclamo.
– Per dove? –
Gli fu chiesto. Rimase un attimo inebetito, rapito nuovamente dai propri pensieri, colpito dall’immagine della sua mano che s’accingeva a scrivere in blu su bianco le lettere di quel paese, anzi di quella città.
– Per dove? –
Gli fu ripetuto con tono meno cortese. Eros sorrise, si scusò e diede la risposta, ringraziando il bigliettaio e accomiatandosi con un:
– Buona giornata! –
La stazione era affollata, ma quella era una situazione cronica delle stazioni ferroviarie. Gente che arriva, gente che va, bagagli in transito, operatori interni e altro ancora. Baci di chi si rivede dopo molto tempo, lacrime di addii più o meno lunghi.
Una riflessione amara lo assalì. Oggi avrebbe pagato tutto, ma non avrebbe comprato i baci, quelli erano una merce che anche certe signorine non vendevano volentieri. Oggi gli sarebbe stato accordato quasi tutto, ma quello no!
Eros emise un altro sospiro.
Sapeva che sarebbe stata la svolta, ma non sarebbe stata la via. Avrebbe attraversato semplicemente la soglia, la porta che l’avrebbe condotto fuori da quel lungo corridoio in cui s’era cacciato per entrare in una stanza o, più semplicemente, uscire da quel corridoio.
Parte 5
Il treno rapidamente portò Eros in un’altra stazione, simile in molti tratti a quella da cui era partita, pur rimanendo nel complessivo dissimile.
Il finestrino del vagone in cui aveva viaggiato gli aveva evidenziato il mutare del tempo, sia in termini cronologici che metereologici. Il cielo s’era sempre più adombrato e una strana luce gialla aveva ricoperto tutto il paesaggio quasi si trattasse di unn’immagine virata seppia.
Qualcuno nel vagone aveva esclamato:
– Tempo da neve! –
Qualcun altro aveva emesso un gioioso e infantile gridolino di gioia nel intravedere i primi fiocchi scendere lievi, lievi.
I pochi e radi fiocchi s’erano trasformati in numerosi veri e propri francobolli di ghiaccio e l’iniziale grigiore delle strade iniziava a ricoprirsi di un bianco manto di neve.
Eros rimase colpito da quella visione inaspettata di candore, era un visione traslata della sua infanzia, di quando i grandi valori dell’utopia umana lo riempivano e lo impregnavano.
Come non avrebbe saputo dire quando era salito sull’autobus e quando aveva obliterato il biglietto, altrettanto gli stava accadendo per la perdita della sua ingenuità.
Quando il suo personale Peter Pan aveva dato un bacio vero?
Rimase a fissare il piazzale della stazione imbiancato dalla prima neve e il candido foglio bianco nella sua mano vergato da dei segni blu.
Chiamo con un cenno un taxi e si fece portare all’indirizzo. Dentro il taxi ricompose il numero della sera prima. Avrebbe potuto richiamarlo automaticamente, ma preferì ricomporlo cifra per cifra, quasi ad avere il tempo di ripetersi nella mente il discorso che s’era preparato.
Attese che al suono degli squilli si sostituisse una voce, quindi esordì con un caloroso salve e l’identificazione tramite il proprio nome e cognome.
– Non la disturbo vero? Non è che fosse impegnata? Ecco , io, insomma pensavo che anche lei mangerà come tutti noi e ecco, io– pensavo se avrebbe piacere di pranzare insieme. Sono con un taxi sotto casa sua, la possiamo attendere se si deve preparare. –
Un attimo di silenzio pervase l’autovettura, poi, come suono indecifrabile per l’autista, arrivò la risposta. Dal sorriso di Eros era presumibile si trattasse di una forma più o meno estesa di sì.
Dopo qualche decina di minuti il portone davanti al quale s’era fermato il taxi s’aprì, ne uscì una ragazza giovane e carina, abbigliata in maniera molto elegante e sobria, nulla a che vedere con le foto decisamente esplicito che ne caratterizzavano invece la reale attività.
Che fosse giovane lo dimostrò che la frase d’esordio:
– Ciao Raffele, dunque ci conosciamo! –
La reazione di sorridere gli venne istintiva, si sentiva neve al primo sole di primavera, sciolto da quell’intenso calore pregno di incipienti novità.
– Allora, dimmi Eros dove andiamo? –
La sua faccia si corrugò in un’espressione perplessa, aveva un paio di ristoranti, ma erano luoghi del passato, quindi ricordi da evitare accuratamente in quel giorno.
– Facciamo così, io offro e tu guidi! Decidi dove andare, dopotutto sei tu la padrona di casa. –
La ragazza disse il nome del ristorante all’autista e questo partì senza chiedere ulteriori informazioni.
Eros si sentiva un po’ a disagio, mentre la ragazza era molto tranquilla e padrona della situazione.
– Prima volta vero? Non ti va di parlami un po’ di te, di cosa fai– –
Era troppo nervoso e la cosa traspariva con evidenza, quindi tirò l’ennesimo sospiro ed esordì:
– Cosa ti posso dire, lavoro in un’azienda metalmeccanica, niente di emozionante, impiagato in un ufficio, ore e ore immerso nelle carte! –
– Interessante! Non hai inflessioni dialettali, non sembri di qui–m’incuriosirebbe sapere dove sei nato? –
– Veramente sono di queste parti, ma sono stato molto in giro, per cui ho perso l’accento. A dire il vero sono rientrato da poco– –
– Rientrato da poco? ! Perché? –
– Perché? Perché mi ero trasferito dopo aver conosciuto mia moglie e poi– e poi è una lunga e brutta storia che mi ha riportato bene o male qui. –
– Lo dici come se non fossi felice di tornare qui! –
– Veramente non sono felice e basta– –
– Se parlarne di da fastidio o altro, possiamo parlare di altro! –
Era molto dolce e attenta, forse una dote di psicologia elementare che la “professione” le aveva dato, dopotutto erano uomini in “difficoltà” che ricorrevano a” professioniste” come lei.
– In effetti, preferirei– –
– Allora se vuoi parliamo di calcio, io sono tifosa della Juve! –
– Io invece dell’Inter– –
Sorrise imbarazzata.
– Allora non so se è il caso di parlare anche di calcio! –
Nacque spontanea una risata. Da quanto era che non rideva. Eros non sapeva dare una risposta a questa semplice domanda, era da molto che non rideva e, forse, era da molto che non sorrideva!
Quella risata ebbe un effetto catartico, lui distese i nervi e lei riuscì a instradarlo in una serie di argomenti piuttosto neutrali, del tipo: non ci sono più le mezze stagioni o sul giornale ho letto di un tale–
Come s’era ritrovato seduto in un autobus senza ricordarsi quando vi fosse salito, ora era seduto a un tavolo di un imprecisato ristorante senza sapere quando vi fosse entrato o se avesse pagato lui o lei il taxi!
Parlarono, mangiarono e bevvero. Lui ormai era un fiume in piena, era come una diga che aveva fermato per mesi lo scorrere di un fiume e che improvvisamente si fosse aperta.
Lei era simpatica, affabile e particolarmente arguta. Dimostrava un’intelligenza sveglia e destava la curiosità di sapere perché una ragazza tanto dotata e attraente avesse deciso di esercitare la professione.
Il pranzo finì e di comune accordo decisero di recarsi un albergo lì vicino, avrebbero trascorso un po’ di tempo insieme, sarebbero usciti per andare al cinema e poi sarebbero tornati in albergo per trascorrere il resto della serata insieme.
Eros si sentiva molto a suo agio, sicuro di quel: ho pagato l’arbitro non posso perdere.
Parte 6
Sbrigate le formalità di portineria salirono alla loro stanza. Eros si sedette sul divano e lei si accomodò sulle sue gambe. Lui cominciò ad accarezzarla dolcemente, mentre i loro discorsi fluivano veloci e le parole uscivano facili.
Lei non sembrava annoiata, ma era anche possibile che fingesse semplicemente d’essere interessata, dopotutto era pagata anche per ascoltare.
Le carezze di Eros erano dolci e per nulla esplicitamente oscene.
Accarezzava la schiena della ragazza, i capelli e, con il dorso delle dita, i lineamenti del volto di lei.
La cosa fun interrotta da un imprevista frase di lei.
– Un momento tesoro, devo andare al bagno– –
A cui seguì un tenero bacio a fior di labbra che lasciò basito Eros per quanto era inaspettato.
Era ancora intento a ripensare a quel bacio, quando lei torno, riaccoccolandosi morbida sulle sue gambe.
Lui la accolse dolcemente tra le sue labbra. Il bacio poco prima ricevuto l’aveva incoraggiato a proseguire nelle sue effusioni. Prima dei baci sul collo, poi sulle guance. Il tutto ad occhi chiusi, lasciando che da dentro uscisse tutta la dolcezza repressa in mesi di solitudine e sofferenza interiore.
Era come essere ritornato ai primi tempi con Amore, si sentiva leggero e spensierato, libero di essere e di dare.
Si sollevo dal divano tenendola in braccio e riponendola dolcemente sul letto. Fu in quel momento che rimase nuovamente basito da un bacio sulle labbra ricevuto, insistito e accompagnato dall’altrettanto inaspettata visita di una lingua.
Prese quel bacio per poi restituirlo e quindi riprenderlo e restituirlo ancora.
Lei lo fissò molto dolce negli occhi sorridendo:
– Baci bene! –
S’era immaginato qualcosa di freddo, un rapporto puramente commerciale in cui il compito di lei sarebbe stato allargare le gambe e quello di lui stantuffare, invece la cosa era molto più complessa e reale.
Dopotutto è la prima volta e uno mica si può immaginare com’è! Pensò tra sé e sé.
Lentamente e d’istinto cominciò a spogliarla, lei fece lo stesso con lui. Le sue mani cercavano sempre più cose proibite e anche lei cercava sempre più la sua virilità.
Percorsero uno il corpo dell’altro dedicando carezze e baci, cercando con la lingua anfratti in cui quel lavorio desse piacere. Si cercarono e si negarono ripetutamente aumentando così la tensione dovuta al desiderio e infine, alla richiesta di lei, ci fu la penetrazione.
Il cuore di Eros batteva a mille e a stento trattenne l’eiaculazione immediata alla sola emozione di essere accolto da lei.
Rimase immobile e a occhi chiusi, intento a percepire il respiro di lei e l’aderenza dei tessuti interni di lei attorno a quella sua invasione. Le gambe di lei gli cingevano la vita in un accenno quasi impercettibili di dondolio.
Per timore di perdere lo stato d’eccitazione, comincio a muoversi lentamente in lei, alternando il ritmo e variando leggermente le modalità della penetrazione.
La sentiva gemere e vibrare e anche se sapeva che tutto era falso, che tutto era falso, che tutto questo era ciò per cui aveva pagato, senti una particolare gioia toccargli il cuore, perché quello era, seppur lontana imitazione, ciò che aveva perduto, ciò che lui e Amore avevano distrutto.
Le posizioni cambiarono diverse colte, in un’esibizione di tutte le principali modalità di accoppiamento secondo natura.
Eros ebbe più volte l’impressione che i tessuti di lei avessero delle contrazione improvvise degli spasmi seguiti da aumento della lubrificazione, questo lo sconvolse, non avrebbe mai pensato a una professionalità così elevata.
Erano soldi ben spesi, all’inizio gli era sembrato anche troppo, ma adesso riteneva che erano anche troppo poco per quello che stava ricevendo in cambio.
Avrebbe potuto avere tutto questo ogni volta che avrebbe voluto, gli sarebbe bastato avvertire per tempo e pagare. A conti fatti molto meno che mantenere una moglie!
Furono interrotti dal cellulare di Eros che li riporto alla realtà del tempo fuggevole, c’era il cinema in programma. Si lavarono e si rivestirono e a Eros nemmeno per un momento passò per la testa che non aveva raggiunto l’orgasmo, che lo stato di eccitazione lo aveva portato sin lì senza però raggiungere lo stato ultimo delle citazione, eppure si sentiva pieno, non aveva la sensazione che qualcosa gli fosse venuto meno.
Uscirono dall’albergo per mano e, nel taxi, si tennero per mano, come tenendosi per mano guardarono il film al cinema.
Quindi andarono al ristorante a cenare e qui parlarono, parlarono ininterrottamente dall’inizio alla fine del desinare. Tenendosi per mano, intrecciando le dita, ridendo e scambiandosi sguardi complici.
Quindi tornarono in albergo.
Parte 7
Quando Eros uscì dal bagno non trovò la ragazza ad attenderlo sul letto, come avrebbe fatto Solitudine. Era appena fuori dal bagno, in reggiseno e mutandine ad aspettarlo al varco per stampargli un bacio sulla bocca e fuggire ridendo sul letto.
Lui si tolse l’accappatoio, gettandolo in un angolo per inseguirla e ricoprirla di baci.
Si dedicò a lei con cura e dovizia, accarezzandola, leccandola, succhiandola e baciandola ovunque lei desse segno di gradirlo. Poi fu lei a fermarlo, a chiederli che rimanesse fermo e immobile.
Lei si dedicò quindi anima e corpo alla sua virilità, dimostrandosi abile e sapiente in ogni singolo gesto. Non lo fissava negli occhi come avrebbe fatto Solitudine, eseguiva il suo lavoro rimanendo solamente concentrata nella sua opera, mentre lui la osservava in tutta la bellezza di quei gesti. Ad altri momenti avrebbe lasciato i calcoli economici e finanziari su quando si sarebbe potuto concedere un’altra giornata così.
I soldi lasciati sul comodino erano una somma ragguardevole e con le rate della macchina da pagare sarebbe stato difficile rimettere di nuovo insieme una somma così.
Lei era bellissima, fin troppo bella. Nella realtà gli sarebbe stato ormai difficile affascinare una ragazza così giovane e bella.
Lei lo stava fissando sorridendo. Avanzava con il fare di una gatta.
Si ritrovò così occhi negli occhi a scambiarsi un bacio, mentre lei lo accoglieva nuovamente ma contro natura.
Inizio una specie di danza impalata su quel piolo di carne e Eros rimaneva estasiato dalla grazia di quelle movenze. Sentì il proprio cuore salire di battiti e l’estensione di lui in lei pulsare in lei.
Lei si arresto, reclinando il capo all’indietro, mentre lui sentiva un’onda di mare risalirgli il corpo per arrivargli a cervello e ritornare infine al punto stesso da dove era nata per dare sfogo a un interminabile orgasmo.
In altri momenti sarebbe stata la fine, avrebbe sentito le proprie energie risucchiate da quel gorgo per non tornare più, invece fu solo l’inizio di altri assalti, secondo natura e contro natura. Momenti di passione e dolcezza, di baci e carezze, di sguardi e sorrisi, di ansimi e sospiri– fino a quando le forze gli vennero meno e, improvviso, lo assalirono la stanchezza e il sonno.
Era il meritato epilogo di quella giornata, troppo emozionante per potersi concludere con un lento esaurimento.
Il risveglio fu difficoltoso, quasi fosse un dopo sbronza. Eros istintivamente guardò l’orologio. Erano le undici. La mano frugò al suo fianco per cercare la presenza della sua occasionale compagna, ma l’altra parte del letto era vuota. Infilo gli occhiali pensando di essere stato drogato e corse a frugare nel portafoglio, ma c’era tutto: i documenti, le carte di credito e i soldi. Tornò a sedersi sul letto. Sul comodino c’erano ancora i soldi e accanto un foglio.
Lo raccolse e lo lesse ad alta voce:
– Sono dovuta andare e mi dispiace. Sei dolcissimo ed è stato stupendo, spero mi richiamerai presto. –
Eros emise un sospiro. Nessun coinvolgimento!
Guardo più in basso sul foglio, il nome della ragazza era uno pseudonimo, infatti sul foglio s’era firmata: Amore. FINE

About Erzulia

Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.