Ultimi racconti erotici pubblicati
Home / Surreali / Aspettando l’assedio
copertina racconto erotico

Aspettando l’assedio

Cap. I

Un giovane cavaliere, elegantemente vestito di bianco, era seduto all’aperto, davanti all’Osteria del Gobbo, sul bastione di San Sebastiano. A destra il porto brulicante di galere, sullo sfondo il sole già in discesa e le increspature scintillanti del mare. Davanti i cannoni di grosso calibro della fortezza. A sinistra gli anfratti, le insenature, le punte che si specchiavano nell’acqua verde. Gli indigeni chiamavano quel luogo il Belvedere.
Un gentiluomo con un grande cappello piumato e modi da pirata chiese il permesso di sedersi al suo tavolo. “Primo Alfiere della galea San Pio di Nostro Signore”, si presentò il pirata mentre si toglieva lo stocco dal fianco e lo appoggiava accanto a quello di Giopaolo, ma con l’elsa rivolta dalla sua parte. Ognuno dei due guardò l’arma dell’altro e apprezzò tra sé la scelta. “Ci ho ammazzato due lanzichenecchi, a Roma, cinque giorni fa -disse Giopaolo- Per fortuna che questi barbari non hanno ancora capito che una spada si può usare di punta”.
Giopaolo che stava bevendo latte di mandorla si lasciò facilmente convincere dal nuovo amico che propose del vino. “È vino di Corneto” disse Angelo “Se lo vendono a poco, hanno paura che una pattuglia di imperiali in battuta di caccia, possa acquistarlo senza pagarlo affatto. Si va con le paranze alla foce del Marta o, anche, del Fiora e loro ce lo portano sulla spiaggia”.
Ridevano i due giovani. I villani che nascondevano vettovaglie erano i peggiori nemici dei soldati. I soldati rubavano e violentavano le contadine.
I villani, quando trovavano soldati isolati, li depredavano e li massacravano.
“Ci sono stati presagi, per il Sacco di Roma” diceva Angelo “il mare, superati l’antemurale e i moli, pareva che si gettasse contro la città; chiudeva l’uscita del porto, impediva che si navigasse nelle vicinanze, ed alla folla dei marinai presenti dava spavento, come cosa mai vista in passato e quasi fuori dalle leggi di natura.”
Il sole e il vino scaldavano i due ragazzi: “Fammi vedere cosa sai fare con quello spiedo, oltre che arrostirci i conigli!”. Gli occhi azzurri di Giopaolo brillavano, Angelo apriva e chiudeva le mani. Lo spettacolo fu superbo: Angelo forte e saldo sulle gambe, Giopaolo snello e veloce come un furetto. Molti si erano fermati a guardarli, soldati che ammiravano la perizia schermistica dei due, donne che li immaginavano impegnati in altri combattimenti, mendicanti che approfittavano dell’assembramento per rimediare qualche elemosina.
Quando i due incrociarono le lame vicino all’elsa e il fianco di Giopaolo sfiorò l’inguine di Angelo, Giopaolo si sentì quasi svenire e Angelo, notato il turbamento dell’amico, ebbe un tuffo al cuore. I due finirono per abbracciarsi e per tornare ai tavoli dandosi grandi pacche e facendosi complimenti tra gli applausi e i commenti entusiastici degli astanti.
“A Roma, lanzichenecchi luterani, ma anche spagnoli e italiani cattolici, hanno saccheggiato i monasteri, di frati e di monache- rideva Giopaolo- hanno ammazzato molti frati e preti e hanno bastonato e violato le monache anziane. Quelle giovani avevano pregato a lungo ed avevano preparato lo spirito e il corpo a subire l’estremo martirio, ma non sono state toccate.
Ora sono nelle caserme dei lanzichenecchi, sbalordite ed esterrefatte. Quei diavoli vorrebbero venderle ai turchi ancora vergini (dove le trovi, al giorno d’oggi, ragazze vergini fuori da un convento?) per farci di più, ma fino a che noi siamo qui, padroni del porto, non le possono vendere a nessuno. E, col Doria che ce l’ha a morte con Carlo V, penso che i lanzichenecchi si stancheranno di aspettare e gli faranno la festa.”
Giopaolo rideva, Angelo, incantato dal suono della voce, non seguiva più il senso delle sue parole. Il sole era basso sull’orizzonte e il mare ormai era diventato una distesa d’oro fuso. Angelo disse e la sua voce sembrava un soffio: “Ti piace il mio cazzo?” Giopaolo afferrò l’elsa della spada. Angelo gli strinse la mano: “Fermo, non ti offendere! Io ti stimo; se mi sono sbagliato, perdonami, ma se no. Qui rischiamo di rimanerci tutti i giorni; una scheggia, una rissa con i genovesi. Che ci importa; non importa a nessuno. Me, mi seppelliscono in mare, per risparmiare il legno della cassa da morto. Te, ti buttano in una fossa comune.”
Quando furono nella stanza di Angelo, questi toccò il culo di Giopaolo, quasi vergognoso. Giopaolo si ritrasse dolcemente, si girò, si inginocchiò, gli sciolse i calzoni ed imboccò il cazzo di Angelo. Era grande da moscio, immenso mentre si induriva. Quando sentì che stava per venire Angelo sollevò il viso di Giopaolo e lo guardò con una precisa preghiera negli occhi.
Giopaolo si staccò dal membro dell’amico e si mise a pancia in giù sul letto, di sponda. Angelo si diede da fare a togliere i calzoni e ad insalivare il buchino di Giopaolo, lentamente e con affetto. Un gran bel culo, nervoso, ma morbido. Poi cominciò a penetrare piano. Giopaolo apprezzava le attenzioni di Angelo e quando lo senti dentro in buona parte si agitò per favorire l’ulteriore penetrazione; quando fu tutto dentro stettero fermi per un po’, poi Giopaolo implorò Angelo di infilzarlo, di sfondarlo, di aprirlo, di romperlo, di arrivargli al cuore e al cervello.
Giopaolo mordeva il lenzuolo e sbavava, Angelo lo teneva per i fianchi e martellava Giopaolo che aveva messo una mano sul pube e vennero insieme con urla che si sentirono fino al Prato del Turco.
Più tardi, con la luna piena che entrava trionfante nella stanza, Angelo, nel silenzio della notte, sveglio, sul letto, rifletteva su quando, cercando di prendere in mano il cazzo di Giopaolo dormiente, per ricompensarlo del piacere selvaggio che gli aveva donato, aveva scoperto che, avendo la vagina, lui era una donna.
Si era inculato una donna! Lui, pederasta incallito; lui che odiava la loro paura o la loro intenzione di rimanere incinte e la loro resistenza a concedere il culo.
Lui aveva una donna nel suo letto che dormiva felice e ubriaca dopo averlo sedotto e, maledizione! Ne era perdutamente innamorato.

Cap. II

Sopra uno scoglio arrotondato che, come un guanciale sul letto, sorgeva dal
mare appena increspato, sedevano Angelo e Giopaolo, prediletti l’uno dell’altra. Le loro mani erano saldamente cementate, come da un balsamo che sgorgasse da esse; i loro sguardi si incrociavano ed infilzavano i loro occhi in un solo doppio filo. L’innestare così le loro mani era, fino a quel momento, l’unico mezzo per fare di due, uno, e il generare ritratti nei loro occhi, l’unico mezzo di riproduzione.
Come tra due eserciti di uguale forza il destino tiene sospesa ed incerta la vittoria, così le anime che, per espandere il loro stato, avevano fatto una sortita, erano sospese tra i due amanti. E mentre le anime stavano lì, negoziando, i corpi erano fermi come statue di marmo; per ore le loro pose rimasero immutate ed essi non si dissero nulla.
Se qualcuno, tanto raffinato in amore, da comprendere il linguaggio delle anime, e diventato egli stesso anima per virtù dell’ottimo amore, si fosse trovato alla giusta distanza, egli, pur non sapendo quale anima parlasse, perché entrambe intendevano e dicevano la stessa cosa, avrebbe potuto trarre di lì una nuova sublimazione ed andarsene molto più puro di quando era arrivato.
Quell’estasi metteva in fuga ogni perplessità e mostrava ciò che essi amavano; vedevano, grazie ad essa, che non era il sesso, vedevano che non
avevano capito il movente dell’amore; ma, poiché le anime contengono mescolanza di cose, l’amore rimescola queste anime miste e fa di due, una, e ciascuna sia questa che quella.
Come una violetta solitaria, trapiantata in un nuovo terreno, fiorisce di una nuova vita, così le anime solitarie, se l’amore offre un nuovo terreno di coltivazione, raddoppiano e moltiplicano la loro potenzialità. Quando Amore unisce così reciprocamente l’una con l’altra anima, l’anima più gagliarda che dalle due scaturisce elimina i difetti delle due separate.
Essi, dunque, che erano ormai quell’anima nuova, sapevano di che cosa erano composti e formati, perché gli atomi da cui erano sorti erano anime in cui nessun mutamento poteva penetrare.
Ma perché mai, così a lungo, tenevano separati i corpi? I corpi erano loro, benché essi non fossero i loro corpi. Le anime sono le intelligenze e i corpi sono le sfere. Bisogna essere grati ai corpi perché essi portano le anime a loro stessi, cedono loro le forze, il senso, non sono scoria, ma lega.
L’influenza delle stelle opera sugli uomini, non senza la mediazione dell’aria. Così l’anima fluisce nell’altra anima, essendo prima riparata nel corpo.
Come il sangue si affanna a generare spiriti, quanto può, simili alle anime, perché con tali dita è necessario annodare quei nodi sottili che ci fanno uomini; così le anime degli amanti puri debbono discendere a quei sentimenti
e a quelle facoltà fisiche che il senso può raggiungere e apprendere, altrimenti l’Amore, onnipotente sovrano, resta prigione. I misteri d’amore sono generati nell’animo, ma il corpo ne è il libro. E se qualche amante avesse ascoltato questo dialogo a una voce, seguiti ad osservarli e vedrà ben poco mutamento quando saranno passati ai corpi.
Ma quando Giopaolo ed Angelo decidono di passare ai corpi, per conoscere anche l’amore rivelato, a terra, un manipolo di pecorari trafuga loro i vestiti. Angelo e Giopaolo si gettano a nuoto, ma riescono solo ad impedire che i villani rubino anche le armi che hanno lasciato sulla barca. Quando i due riescono ad impugnare gli stocchi intorno non si muove una foglia e, nel meriggio scintillante, hanno ripreso a frinire le cicale.
Ora Angelo voga in piedi, i remi incrociati, lo sguardo sulla fortezza lontana dissolta nei vapori dell’estate precoce. Giopaolo è piegata davanti a lui. Quando i remi si immergono nell’acqua il cazzo di Angelo entra nel culo di Giopaolo, quando escono, il cazzo si ritrae. I due, insieme, accompagnano ritmicamente la vogata: “Oooh, oooh”.
Ora Giopaolo è seduta sulla prua della barca. Si alza e va a baciare il cazzo di Angelo, badando a non farsi colpire dai remi e a non disturbare la vogata. “Oooh, oooh” fa Giopaolo e guarda maliziosamente l’amante con gli occhi di lapislazzuli. “Così non arriviamo mai”, dice Angelo, non si sa a chi, sentendo il cazzo che si riarma.
Colpi di cannone. Gli artiglieri si esercitano. Quando Giopaolo gli aveva detto che voleva restare vergine (poi gli spiegava) Angelo era stato felicissimo. La vagina lo turbava. Un culo era sempre un culo, con o senza vagina. Amare una donna andava bene, ma metterglielo anche nella fica!
Quando c’era un culo ben parato alla bisogna! Giopaolo racconta: una bambina di otto anni, promessa sposa di un vecchio. Uno di trenta anni. Il fratello andava a trovarla di notte ed eiaculava sulle sue natiche, strofinandoci l’uccellino. Lei ha dieci anni: il fratello porta il cugino più grande. Lui ha quindici anni e un cazzo da uomo. Le allarga le natiche, le lubrifica il buchino. Lei è contenta, si sente trattata da donna adulta. Le entra dentro, lei gode. Sono tutti d’accordo, deve rimanere vergine. Il padre le mette una cintura di castità. Non sono bigotti i suoi parenti. La carne è debole. Del culo non gli importa. Col culo faccia ciò che vuole. Quando ha dodici anni, una settimana prima di sposarlo, il vecchio, il promesso sposo, muore ammazzato in una rissa, per futili motivi, con una masnada di colonnesi.
Sbarcano alla Marina, nascondono la barca, la riprenderanno il giorno dopo.
Si dirigono verso la chiesa di Sant’Antonio Fuori le Mura e si impadroniscono di due sai stesi al sole sul prato, staccano due rami dai gelsi e li sfrondano. L’idea è di Giopaolo. Entrano in città da Porta Romana: “Pax vobiscum, penitentiate! Mala tempora currunt!” Recitano alle guardie austere e perplesse. Attraversano la calata, Giopaolo frusta col ramoscello Angelo: “Ahi!” strilla Angelo, poi sussurra: “Mi hai fatto male!”. “Bisogna essere realisti” risponde Giopaolo, “L’hai detto tu!”.
Angelo frusta il sedere di Giopaolo: “Oooh, oooh”, urla Giopaolo. Angelo non riesce a trattenere i singhiozzi, che sembrano atti di contrizione. I marinai e gli sfaccendati del porto si scansano al loro passaggio. Alcuni si segnano, altri non sanno trattenere gli sghignazzi e gli insulti.: la chiesa è debole in questo momento. Escono dal porto attraverso Porta Livorno, su per via del Colle dell’Ulivo. Adesso i colpi sono forti: “Aia! Oooh, oooh”, si inseguono su per la salita! Giopaolo si piscia sotto dal ridere e pare che pianga. Girano l’angolo a Piazza San Giovanni. Entrano nel portone. Sono convinti che nessuno li abbia visti entrare, ma da dietro una finestra qualcuno li ha segnati. A casa ridono i due ragazzi, si guardano con occhi scintillanti. Più tardi, sdraiati sul letto, si leccano e si spargono unguenti sugli eritemi provocati dalla lunga esposizione al sole e sulle bruciature delle frustate.

Cap. III

Nel pomeriggio del giorno seguente, mentre i due amanti si sollazzano languidamente sul letto, si odono due colpi di cannone. “Gli artiglieri si allenano” pensa Angelo. Giopaolo, slinguazzata nella fica, non se ne accorge
nemmeno, con i grandi occhi azzurri persi nelle delizie del paradiso. Angelo sente altri colpi di cannone. Sono i segnali della San Pio. Finge di non essersene accorto. Ma, dopo un po’, un mozzo della galera lo viene ad avvertire che deve recarsi subito a bordo.
Giopaolo, che aveva visto spesso le donne della sua famiglia piangenti, abbracciare mariti e amanti, dispiaciuti, ma costretti, loro malgrado, ad abbandonarle, lo aveva salutato tesa ed altera, come se lui stesse partendo per la guerra. “Dio!- pensava Giopaolo mentre si sentiva abbandonata- tu mi hai dato tutto, Angelo; nessuno ha mai amato il mio corpo come te; prima di incontrare te neanche sospettavo di avere un bel culo; ma le amanti vanno coccolate e vezzeggiate. Non puoi abbandonarle. Il loro amore va continuamente alimentato, perché non si spenga. Non mi abbandonare mai, Angelo! Te ne prego!”
Nella realtà era accaduto soltanto che un gruppo di marinai veneziani, tifosi di San Marco si era azzuffato con un gruppo di marinai genovesi, tifosi di San Giorgio. In seguito si scoprì che entrambi i gruppi avevano ragione e che a cominciare erano stati gli altri, ma, lì per lì, dopo lo scontro, erano rimasti a terra, morti ammazzati due genovesi e un veneziano.
I genovesi conseguentemente avevano inseguito i veneziani e, quando questi ultimi si erano rifugiati sulla loro galera, i primi avevano cercato di assalirli e di dare fuoco alla nave.
Le palle di cannone che avevano sorvolato le due galere ed erano finite nel mare in mezzo al porto, alcune decine di metri più a largo, erano state fatte sparare dalla fortezza da Andrea Doria come avvertimento ai contendenti: “Se non la smettete affondiamo le navi di entrambi gli schieramenti”. Ma la rissa non terminò finché non fu ammazzato un altro veneziano, sotto gli occhi non troppo malevoli dell’ammiraglio che ben sapeva che due a due sarebbe stato un risultato accettato da tutti: l’unico che avrebbe potuto definitivamente tacitare la contesa.
Angelo che, in quanto catalano, non amava né veneziani, né genovesi, era ancora più irritato perché quell’incidente lo allontanava da Giopaolo: non avevano niente da fare gli equipaggi delle galere, mentre aspettavano l’assedio, ed ecco, quegli imbecilli gli avevano trovato lavoro!
Il Governatore della squadra pontificia aveva infatti deciso di rinforzare i turni di guardia per prevenire incidenti ed Angelo, furibondo, riuscì ad andare in franchigia soltanto la sera del giorno dopo. Non aveva visto Giopaolo per un’intera giornata e, come succede spesso a chi è veramente innamorato, temeva già che lei si fosse dimenticata di lui.
Giopaolo invece, che aveva i suoi informatori, passato il primo giorno, saputo che Angelo era libero dal servizio, aspettò che nella casa del cardinale di Trani tutti dormissero poi, nella notte oscura, illuminata soltanto dalle sue ansie amorose, uscì di nascosto, per una scala segreta, travestita e sicura. Andava per la notte favorevole senza che nessuno la vedesse, né lei guardava alcunché, senza altra luce o guida che quella che le bruciava nel cuore. Ma questa la guidava più sicura della luce di mezzogiorno, là dove l’aspettava chi lei ben conosceva in un luogo dove nessuno si mostrava. Immaginava di deporre il suo petto fiorito su quello di Angelo ancora addormentato che lei accarezzava, a cui scompigliava i capelli, mentre la brezza, dai bastioni, la feriva sul collo e sospendeva i suoi sensi. Lei chinava il volto sull’amato immobile, senza ricordi. Tutto si fermava e lei giaceva lasciando ogni sua angoscia dietro di sé.
Ma quando, attraverso una lunga e ripidissima scala, giunse alla casa di Angelo, lui non c’era.

Cap. IV

Giopaolo prima aveva pensato che Angelo non fosse ancora arrivato. Poi aveva sospettato che nel tragitto dalla banchina San Teofanio, dove era ormeggiata la San Pio, a casa il giovane avesse incontrato qualche sua vecchia fiamma che lo aveva distratto. Infine aveva temuto che in un giorno e una notte di separazione Angelo si fosse dimenticato di lei. Ma, come donna e, di più, come aristocratica, non le era facile ammettere di essere stata abbandonata e, comunque, se pure fosse stata davvero abbandonata, non ne avrebbe provato piacere: quindi scartò decisamente l’ultima ipotesi e continuò a perseverare nel suo atteggiamento altero e sprezzante. Ma dentro di sé si sentiva spezzata dall’angoscia.
Invece il povero Angelo era stato rapito. Quattro energumeni irsuti, dalle spalle ampie, dal collo taurino e dalle braccia e gambe tozze e corte, vestiti e armati da guardie rurali di qualche rapinatore di incerta nobiltà dei dintorni, lo avevano legato, imbavagliato, infilato in una portantina coperta, ed erano usciti dalla città passando per porta Corneto. Qui avevano pagato i soldati di guardia abituati alle sortite notturne di donne in visita ai rustici signorotti che abitavano nella zona, avevano issato Angelo su un mulo e si erano diretti rapidamente in direzione delle colline circostanti.
Procedendo per balze e fratte, su sentieri impervi, conosciuti solo dai sequestratori, ancora nel pieno della notte, avendo attraversato un borgo silenzioso e spettrale illuminato da una falce di luna, sottile come il sopracciglio di una giovinetta, dopo una ulteriore salita ripidissima, dove si distinguevano le stazioni di una rustica Via Crucis, erano giunti alle porte di una fortezza che, alla luce delle torce, sembrava in avanzato stato di decomposizione.
I soldati lo condussero in una stanza che aveva il soffitto incombente e la volta a sesto ribassato. Lo liberarono dai lacci e lo lasciarono chiudendo la porta a chiave. Angelo andò alla finestra e non riuscì a vedere il fondo dello strapiombo. Si spogliò e, dopo aver pisciato nel burrone, se ne andò a letto.
La mattina seguente, sul tardi, fu lavato, rifocillato, profumato, steso supino e legato al letto. Prima arrivò Pietro della Tolfa, vestito e imbellettato da puttana ad informarlo che sarebbe stato frustato per il suo tradimento. Poi entrò in camera uno schiavo nubiano che aveva il volto coperto da una maschera di pelle, un cazzo enorme che gli usciva dalle brache aperte sul davanti e una frusta in mano. Il nubiano cominciò a colpire Angelo senza eccessiva violenza, ma in modo ugualmente doloroso.
Quindi due giovani efebi, magri e depilati, cominciarono a masturbarlo e a fellarlo, portandolo gradualmente ad una sempre più rigida erezione. Nel frattempo due donne giovanissime e graziose, avevano messo Pietro a colubrina e, alzatagli la gonna sulle reni, stavano ammorbidendogli il buco del culo con abbondanti ditate di unguento profumato.
Quando i due gruppi ebbero deciso che il cazzo di Angelo era abbastanza duro e l’ano di Pietro abbastanza morbido e cedevole, e quindi fatti l’uno per l’altro, gli efebi sollevarono il comandante mercenario per le ascelle e, con precisione militare, posero il suo buco anale a combaciare con la cappella di Angelo. Quando all’improvviso lasciarono Pietro ed il cazzo di Angelo gli si infilò nel culo fino alle palle, il persecutore lanciò un urlo disumano dentro il quale un orecchio addestrato avrebbe potuto avvertire gli accenti discordanti e convergenti del dolore e del piacere.
L’operazione fu ripetuta più volte fino a che Pietro ne ebbe gli occhi rovesciati e la bava alla bocca poi, mentre il nubiano infilava il suo immane cazzo nero tra le labbra di Pietro, i due assistenti cominciarono a sollevare e calare ritmicamente il loro padrone sul pene di Angelo. Pietro si era allacciato con le braccia alla vita del nubiano e succhiava il suo cazzo rumorosamente, Angelo guardava il proprio uccello che compariva e scompariva nel buco del sedere peloso di Pietro e, suo malgrado, cominciò a prendere gusto dalla situazione, gli efebi sollevavano e calavano Pietro sempre più velocemente, le ragazze si contendevano il membro di Pietro con le mani e con le bocche.
Angelo che prediligeva il culo maschile anche quando era irsuto e ignobile quanto quello di Pietro, dopo un po’ di quel carosello venne fragorosamente.
Pietro, che amava venire insieme all’amante, colpito al cuore dagli schizzi di Angelo, fece altrettanto. Il nubiano venne nella bocca di Pietro. Gli efebi continuarono a sollevare ed abbassare Pietro sull’uccello di Angelo ancora per un po’, poi lo lasciarono impalato sulla nerchia che rifiutava di disarmarsi.
Mentre veniva Angelo aveva visto fugacemente una poiana che sfrecciava nel vano della finestra sullo sfondo violetto del cielo.

Cap. V

Giopaolo, dopo una notte passata in bianco ad aspettare Angelo, cominciò a fare la spola tra la nave e la casa. Ma nessuno aveva visto il suo amante.
Anzi, seppure sembrava improbabile, il capitano della San Pio aveva cominciato a sospettare che il giovane avesse disertato: “Quando la nave affonda, i sorci sono i primi a scappare”, aveva sentenziato il capitano, facendo arrossire di vergogna Giopaolo che preferiva ricordarsi di Angelo come di una lince o, almeno, di un gatto.
Dopo qualche giorno Giopaolo che, mentre camminava per le vie della città, ad ogni angolo era sicura che avrebbe visto Angelo sorridente, gradasso e scanzonato comparirle davanti, cominciò a disperare e, per dimenticare la sua disperazione, andava ad ubriacarsi di vino di Corneto. Il vino faceva crescere la malinconia che, a sua volta, moltiplicava la voglia di vino.
Quindi, la bella donna, era più ubriaca la mattina che la sera.
Nel tardo pomeriggio di un giorno di fine maggio, mentre stava osservando, ebbra, il tramonto da sotto il pergolato dell’Osteria del Gobbo, col cuore ancora più stretto del solito perché era lì che aveva conosciuto Angelo, fu raggiunta da un giovane storpio che camminava aiutandosi con le stampelle.
Il ragazzo aveva un viso bellissimo e preoccupato, si sedette accanto a Giopaolo ed esordì senza preamboli: “Penso di sapere dove possa trovarsi Angelo”.
Francesco, questo era il suo nome, era il sacrestano della chiesa di San Giovanni che si trovava davanti alla casa di Angelo ed era di lui segretamente innamorato. Il giovane alfiere era famoso come amatore di ragazzi; ma sebbene Francesco avesse più volte tentato un approccio, Angelo lo aveva considerato un giovane amico, del quale aveva un’immensa pietà, a causa della sua menomazione fisica che cercava in ogni modo di non ostentare, ma non lo aveva mai preso in considerazione come oggetto di
desiderio. Egli, da una finestra del campanile, era solito sbirciare nella casa di Angelo e la sera aspettava, non visto, che il giovane ufficiale si ritirasse nel suo appartamento. Quando aveva scorto Giopaolo ed Angelo, travestiti da flagellanti entrare in casa, stravolto dalla gelosia, aveva pensato di denunciare i due giovani alle autorità ecclesiastiche. Poi aveva elaborato un piano per tendere un ricatto amoroso ad Angelo. Poi aveva visto che veniva rapito: “Erano tolfetani” aggiunse con sicurezza perché li aveva sentiti parlare fra loro, “e, secondo me, si tratta di archibugieri della compagnia di Pietro della Tolfa. Attualmente al servizio dell’imperatore Carlo V”.
Non sapeva perché lo avessero rapito, ma immaginava che volessero estorcergli informazioni e, nella rocca dei Frangipani, tristemente famosa per le empietà che ci si compivano, o che la gente riteneva che ci si compissero, esistevano gli strumenti per far parlare chiunque.
Giopaolo, anche se inebetita per la enorme quantità di vino ingurgitata, non capiva perché per conoscere segreti militari avessero dovuto rapire un giovane ufficiale subalterno e non, per esempio, il comandante della flotta pontificia o Andrea Doria o Niccolò Machiavelli, un tempo segretario della repubblica di Firenze, che era venuto in città per conferire col provveditore della squadra veneziana; forse perché sarebbe stato più difficile, le suggeriva una parte remota e ancora razionale del suo cervello; Francesco, comunque, sembrava sincero ed era venuto da lei perché disperato: era meglio che Angelo fosse amante di Giopaolo che prigioniero di un sadico di nome Pietro della Tolfa.
La sera, nel buio della sacrestia della chiesa di San Giovanni, dove si erano incontrati per prendere gli ultimi accordi, Giopaolo, commossa dal comportamento di Francesco, fece una sega al povero storpio, infilandogli, nel contempo, un dito nel sedere. Lui non sapeva che Giopaolo non era conformata per sodomizzarlo e pensò che il tipo di sollazzo concesso fosse dovuto ad una sua preferenza passiva, come aveva già deciso quando l’aveva vista accompagnarsi con Angelo. Apprezzò quindi di più il suo sforzo di farlo godere e le promise che, se Angelo, per caso, fosse tornato in assenza di lei, dato che ella aveva deciso di partire alla sua ricerca, lo avrebbe informato dei suoi tentativi per ritrovarlo e della direzione che aveva preso per cercarlo.

FINE

About Porno e sesso

I racconti erotici sono spunti per far viaggare le persone in un'altra dimensione. Quando leggi un racconto la tua mente crea gli ambienti, crea le sfumature e gioca con i pensieri degli attori. Almeno nei miei racconti.

Leggi anche

copertina racconto erotico

Sandra (3 di 3)

Era tutto stupendo, gli incontri tra me e Sandra andavano avanti in maniera splendida. Erano …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.