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Campane di seta

Ho visitato il paese delle fate. Per andarci occorre un incantesimo, ma io avevo una borsa di studio, perciò l’incantesimo si è verificato.

Avete mai visto camminare una fata? I suoi passi non sono lunghi, ma calmi, resi più flessuosi dagli slanciati tacchi. E a ogni passo, sotto i suoi fianchi, ondeggia elegantemente il grande volume dell’ampio vestito. A ogni passo le morbide pieghe si aprono e si chiudono. Si spiegano in avanti, spinte dalla timida coscia, e atterrano morbidamente sul sedere, come una vela agitata dal vento incerto. E quando si siede, una fata, mentre accavalla le gambe lancia uno sguardo intorno, quasi intimidita e spaurita, afferra la stoffa della gonna e la stira verso i piedi, preoccupata di coprire quello che c’è sotto. Le cosce sono ora ben aderenti, buone e quiete, e le labbra della fata formano un disegno timido e attento. Ma le pieghe della gonna ricadono ai due lati accanto a lei, e se ti siedi al suo fianco, facendo finta di niente, puoi perfino delicatamente sfiorarle coi polpastrelli delle dita emozionate. Non puoi passeggiare nel paese delle fate senza che l’occhio cada continuamente sulle loro gonne.

Sembravano fatte apposta per avvolgere, per nascondere qualcosa. E doveva essere qualcosa di molto prezioso, perchè ogni volta che rischiavano di allargarsi troppo, di aprirsi, di ritirarsi, le mani delle fate accorrevano a tenerle, a riaccostarle, mentre un lieve rossore infiammava le loro guance preoccupate. E quando loro sciamano a passeggio le gonne appaiono come tante lampade, rivestite di deliziosi tessuti. Neri, come la volta notturna. Azzurri, come la luminosità del giorno. Bianchi a pois, come la luce abbagliante del sole.

Ma le fonti di luce, crudelmente nascosta da quegli ondeggianti abat-jour, non erano mai visibili!

Mentre ammiravo una di quelle gonne, sono sobbalzato sentendo una voce dietro di me.

– Ti piacciono, eh?

Mi sono voltato spaventatissimo. Era una ragazza completamente differente da tutte le altre fate. Indossava pantaloni e giacca di cuoio nero. In mano aveva una bottiglia di latte. Era molto bella, con i suoi capelli un po’ biondi e le efelidi sul viso, ma tutto il suo corpo esprimeva un atteggiamento da ragazzaccio.

“è una sorvegliante delle fate. Ha indovinato subito i miei desideri. Ora mi punirà” ho pensato, sentendomi già perduto.

Lei si è rimessa a camminare, e col suo sorriso sarcastico mi ha invitato ad accompagnarla.

– Si vedeva dal tuo sguardo, come spiavi quella gonna rossa!

Guardavo in basso. Ho capito che mi avrebbero cacciato, e aspettavo solo la punizione. Si è fermata, mi ha picchiato sulla spalla e mi ha detto:

– Sono Irma, e sono anch’io qui praticamente in visita.

Quel gesto mi ha quasi spaventato di più.

– E tu come ti chiami?

– Victor.

Mi sentivo in sua balìa, e non potevo far altro che seguirla. Siamo arrivati dove le case sono vecchie e poco signorili. Oramai faceva quasi scuro. Irma si è fermata a scambiare due battute con tre ragazze che giocavano a calcio contro il muro sull’erba squallida. Ho captato solo la frase:

– No, non vengo, ciò ‘sto rompimento.

Mi ha fatto impressione la sua volgarità, e mi è venuto il sospetto che alludesse a me. Ma forse parlava della bottiglia di latte da mettere in frigorifero. Abbiamo salito le scale e mi ha fatto sedere al tavolo della cucina. Non osavo sedermi comodamente. Irma si è versata un bicchiere di vino. In quella è entrata una sua amica.

– Il ragazzo, qui, è in visita al paese delle fate!

L’amica ha sghignazzato. Non si erano dette niente, ma evidentemente sapevano tutto quello che pensavo e tutto quello che speravo. Mi hanno fatto giocare a carte. Pur stando attento, sbagliavo una carta dopo l’altra, ma loro non mi schernivano più di tanto; si vede che si divertivano. Poi, mi sono messo di nuovo a pensare alle fate. Allora Irma mi ha detto:

– Le hai viste le campane di seta?

E ha sghignazzato con la sua amica.

Sono andato via presto. Quella frase mi aveva turbato ancora di più: che cos’erano le campane di seta?

Quella notte ho sognato che ero con una fata che avevo guardato tanto quel giorno. Lei aveva un sorriso di scherno, e io mi accorgevo di essere completamente nudo. Ero indeciso se scappare o se fare finta di niente, e mi vergognavo sempre di più.

La mattina dopo ho voluto evitare la folla di fate che incontravo ogni giorno nei viali centrali del grande parco, e mi sono avviato lungo un vialetto deserto. E là ne ho vista una ancora più incantevole delle altre. I capelli biondi, sottili, prima di ricadere sulle belle spalle passavano attraverso un nastrino azzurro, che teneva ordinata la chioma, chiusa con un grazioso fiocchetto, all’uso delle fate. Il mio sguardo si posava là dove l’elegante abito nero era stretto da un’alta cintura, che sottolineava la snella vita. Sotto, la gonna si allargava facendo indovinare i solidi fianchi. Ho cominciato a spiarla, a pedinarla. La caccia ha avuto esito, perchè‚ la fata si è fermata per sedersi al tavolino all’aperto del caffè tra i giardinetti. Poco dopo mi sono seduto sulla panchina del vialetto. La terrazza del caffè era leggermente più in alto, cosicchè‚, quando mi sono voltato, il mio sguardo poteva godere della più piacevole prospettiva verso l’ovale della sua gonna. Ed ella era intenta; con la mano destra a reggere la tazza fumante, che ogni tanto portava alle labbra, brevemente, in attesa che si raffreddasse un po’. Con la sinistra teneva aperto un giornale, che leggeva con sguardo obliquo e attento. Potevo perciò vagare a mio piacimento sull’abito, che si affacciava verso di me. Le sue ampie pieghe si adagiavano sulla sedia, e la loro profumata purezza contrastava con la ruggine delle zampe ferrose. Poi, come un bagliore. Una visione improvvisa. Come una catena di delicati pizzi, sorti da sotto il vestito, che risplendevano alla luce mattutina. I semicerchi dei merletti si succedevano regolari sul bordo di un tessuto candido e liscio, che si muoveva appena alla tranquilla brezza. Il cuore ha avuto un soprassalto quando la fata si è mossa per scambiare la posizione delle gambe accavallate. Anche lei, nel compiere quel gesto, ha afferrato l’orlo del vestito e lo ha abbassato, ma lentamente, e senza spostare lo sguardo dal giornale. Intuivo che lo spettacolo era solo all’inizio, infatti quella che offriva ora era una vera cascata di trine che si affacciavano sotto l’orlo del vestito, si inseguivano attorno al nylon delle calze per accarezzarle le gambe, si stagliavano contro la parte posteriore della gonna, che aprendosi a corolla offriva uno sfondo nero quasi per valorizzare il candore di quell’orlo paradisiaco. Pian piano i lievi, inevitabili spostamenti della fata aprivano ancora di più il sipario sulle meraviglie finora nascoste. “Vogliamo uscire alla luce del sole” sembravano reclamare le trine “non riesco a trattenervi” sembrava rispondere impotente la gonna spalancata. L’unico rumore, che avvertivo appena, era il fruscìo del fogliame. Ma quel trionfo di pizzi suonava chiasso alle mie orecchie! Quasi fiera della propria uscita imprevista, tutta quella biancheria si spiegava ora come la bandiera della femminilità. Una bandiera che, scendendo in battaglia, avrebbe assoggettato qualsiasi nemico. Si dipanava davanti ai miei occhi il film più appassionante che avessi mai visto, anche se lo spettacolo era costituito solo dal grande lenzuolo dello schermo bianco. Mi sentivo profondamente turbato. Avevo la netta sensazione di avere compiuto l’atto più orribile del mondo, scoprendo il segreto delle fate. Eppure, distolto lo sguardo, lo dirigevo di nuovo, impotente a staccarsi, verso quella celestiale visione. I miei nervi erano a fior di pelle: desideravo cadere in quella morbida nuvola, come cadendo da un aereo, più di ogni altra cosa al mondo. Ma che avrebbero detto le fate, scoprendo che avevo violato il loro segreto, il punto più vulnerabile del loro incanto? Poco dopo mi sono allontanato. Mi sembrava di dovere camminare tanto, il più lontano possibile. Volevo perdermi, stancarmi, fuggire. Improvvisamente, mi sono trovato a passare davanti a Irma e le sue amiche. Erano sedute su un muretto, l’una accanto all’altra, e mi hanno apostrofato. Da come mi hanno guardato, ho capito che dovevo apparire sconvolto.

– Allora, ti piacciono le fate? – mi ha chiesto una per prendermi in giro.

– Voi mi piacete – ho risposto per non essere scortese.

– Noi? Ah ah!

E un’altra: – Noi non siamo fate, siamo streghe.

Non capivo.

– Eravamo fate anche noi. Poi, siccome le altre ci rompevano, ci hanno fatte

streghe.

– E ci hanno solo fatto un favore! – ha aggiunto un’altra con aria ancora più

sarcastica, con un’espressione che mi sconcertava.

Ero contento per loro, se avevano fatto loro un favore. Mi sentivo dalla loro

parte. Anzi, mi vergognavo per essermi tanto interessato alle fate.

– Ma se vogliamo una bacchetta magica la prendiamo quando vogliamo.

– Che cos’è la bacchetta magica?

– Ce l’avevamo anche noi, prima che ce la togliessero. Ma se è per questo ce ne

infischiamo, oh quanto ce ne infischiamo!

In quella una di loro, che era girata a guardare dall’altra parte, ha fischiato, e ha fatto cenno di seguirla silenziosamente. Lungo un sentiero che passava dietro al muretto stava arrivando una fata. Non si vedeva ancora, ma il rumore che si sentiva dietro al cespuglio era il tipico suono, vagamente indeciso, quasi goffo, dei passi delle fate. Un attimo dopo è apparsa. Ah, com’era bella! Sembrava lievemente in ansia, forse di fretta, e i tratti delicati del viso, il grazioso nasino, erano leggermente arrossiti. Il gruppo delle mie amiche ha avuto quasi uno sbandamento: due di loro hanno tagliato la strada alla fata, forse hanno fatto un po’ di confusione. C’è stato un attimo di trambusto, e un momento dopo ho notato una di loro, quella che aveva fischiato, con in mano un oggetto oblungo, debolmente luminoso. Le altre intorno quasi litigavano nel dirle come doveva usarlo, intanto la fata si era fermata e, come smarrita, guardava nella borsetta aperta. Una ragazza tentava di strappare all’amica l’oggetto di mano, ma finalmente la ladra ha trovato il punto giusto da schiacciare. Un attimo dopo, la fata si è voltata di scatto, come spaventata. Ma non guardava verso di noi, guardava il suo vestito da fata, dietro di sè: stava come levitando. Doveva esserci una corrente d’aria ascensionale, in quel punto, perchè la gonna le aleggiava tutta intorno, leggera. Lei ha fatto appena a tempo a riabbassarla sulle cosce che la gonna si è gonfiata ancora di più, e in quel momento ha fatto la sua apparizione la sottoveste, che un attimo dopo si è messa anche lei ad allargarsi e a volare. La fata cercava disperatamente, rossa in viso, di tenere a bada la situazione; ma quello che mi stupiva era che non sembrava essersi accorta di noi, come se il gruppo delle streghe eccitate intorno alla bacchetta magica fosse invisibile. Ha emesso un gemito: due lacrime le spuntavano agli occhi mentre, anche se tentava girandosi di abbassare le gonne da ogni lato, sotto i volants che avevano perso il senso della gravità apparivano nuove meraviglie: nastri che tendevano le calze, e dei nuovi pizzi che spuntavano… Io ero in mezzo a una tempesta di sentimenti: mi vergognavo per la sventurata passante che si trovava a mostrare involontariamente i suoi tesori, avrei voluto non vedere, ed evitavo quasi di guardare da quella parte… E poi, improvvisamente, mi sono sentito a disagio nel far parte del gruppo delle streghe. Se ci avessero scoperti che cosa avrei potuto dire? Che non ero con loro? Che non avevo desiderato godere dello spettacolo del suo imbarazzo? Quando la vergogna è arrivata al colmo, ho detto:

– Basta, restituite la bacchetta!

Ma non sono stato neanche sentito: una di loro ha cominciato a gridare frasi di scherno, e improvvisamente mi sono accorto che il loro viso non esprimeva più eccitazione, ma addirittura rabbia, come se la fata si fosse resa colpevole di chissà quale dispetto. Sicuramente dovevano avere dei validi motivi per tanta collera, anche se non li immaginavo; intuivo perciò che era una cattiva che doveva essere punita. Quando ormai era avvolta da un turbinio irrefrenabile di volants, che le volavano dappertutto, una delle streghe le ha tirato dietro con un’ultima frase di scherno la bacchetta. Questa, come magnetizzata, è volteggiata in aria, e poi lievemente è ricaduta nella borsetta della proprietaria. Poi loro sono scappate, e io dietro. Mentre fuggivamo le ragazze discutevano. Non seguivo i loro discorsi, e d’altronde non si curavano di me. Capivo solo che dovevamo fuggire. Che sciocco ero stato fino a quel momento! Non avevo capito che le fate non meritavano alcun riguardo, alcuna attenzione! Le loro gonne, e ciò che celavano, erano semplicemente ridicole, questo mi avevano fatto capire le streghe. Eppure non ero convinto… Quella sera non ho avuto il coraggio di lasciare il gruppo. Sentivo che rimanendo da solo avrei avuto pensieri di disperazione. Perciò ho seguito Irma e la sua amica in casa loro. Dopo cena, speravo che la serata non finisse mai, perchè avevo paura di restare solo. E per fortuna, quando l’amica è andata a dormire in camera sua, Irma ha preparato il divano-letto della cucina e mi ha detto: tu dormi qui. Mentre mi infilavo nel letto mi chiedevo che cosa avrei fatto l’indomani. Poco dopo ho sentito Irma entrare nel buio, e infilarsi nel mio letto. Aveva ancora il maglione, e nient’altro. Ha guidato la mia mano sulle sue parti intime; le ho toccate, e la sensazione è stata un po’ diversa da come le avrei immaginate. Le ho trovate più carnose. Era giusto che facesse l’amore con me, se voleva, perchè sentivo di appartenere al suo gruppo, a lei. Il giorno dopo, non sapevo più cosa pensare. Avrei preferito che non esistessero fate ne streghe. In fondo ero giunto laggiù per una borsa di studio. Ora però avevo paura di abbandonare le mie nuove amiche. Forse mi turbava rivedere Irma: dopo aver fatto l’amore con lei temevo di apparire appiccicoso cercandola troppo. D’altra parte dalle fate cosa potevo oramai aspettarmi? Dopo ciò che avevo visto avrebbero solo potuto volermi male. E perchè poi cercarle? Avevo creduto di adorarle, e ora sapevo che erano solo da disprezzare. O per lo meno, che sarei stato disprezzato io, interessandomi a loro. No, oramai le streghe erano diventate la mia unica famiglia. “Non voglio passare sotto la casa di Irma, oggi” mi sono detto. Poi però ho pensato che per recarmi dove dovevo mi avrebbe fatto comodo passare da là; quindi perchè prendere un’altra strada? Così ci sono passato per due volte, ma purtroppo non l’ho incontrata. Anzi, non c’era quasi nessuna. Ogni tanto intravedevo dei gruppi che si stavano allontanando, apparentemente molto indaffarati. C’era qualcosa nell’aria, insomma. Io mi chiedevo se, incontrandomi, Irma mi avrebbe baciato oppure no. E chissà se mi aveva lasciato un biglietto su a casa? Meglio non andare a controllare: che figura ci avrei fatto? Così è andata a finire che ho trascorso gran parte della giornata da solo; ma forse ciò non era male, perchè sentivo il bisogno di meditare. Nel tardo pomeriggio mi sono seduto su una panchina. Ho annusato la mia maglietta, vicino alle ascelle. Aveva un odore acre, un odore che non avevo mai sentito. Era il mio? L’aria era calda, gradevole. Eppure si sudava male. L’ambiente era ancora strano: non vedevo passare nè le fate, con i loro abiti dondolanti, nè le mie nuove amiche, con i loro jeans e maglioni. Voci confuse, provenienti dal vialetto dietro, mi agitavano. Mi sono alzato, e effettivamente stava accadendo qualcosa. Due ragazze, che poco prima erano passate di corsa, tornavano da dove erano venute. Ho cominciato a seguire la loro direzione. A un angolo, ho avuto un tuffo al cuore: mi sono quasi scontrato con una fata. Il suo sguardo era vago, come al solito, ma in più spaziava lontano, e il suo viso, anzichè assomigliare a quello di una bambola, aveva maturato una maschera drammatica. Non ho fatto caso al suo abito: solo dopo mi sono reso conto che purtroppo era tutto spiegazzato. Ho affrettato il passo. Poco dopo, ecco un’altra fata. Ancora più bella della prima. I boccoli le cadevano su un bellissimo golfino blu abbottonato, e sotto il golfino… Era senza gonna. Ricordo il ricamo della sua discreta sottoveste. Che cos’era accaduto? La fata era già fuggita. Ho proseguito lungo il vialetto. Nessuno mi vedeva, perciò mi sono messo a correre. Dopo il ruscelletto e una piccolissima salita si raggiungeva il centro del parco, ai bordi del laghetto. Sentivo il cuore battere: ero arrivato al cancelletto di ferro, e dopo la curva avrei visto cosa stava succedendo nel grande spiazzo centrale… La scena era spaventosa. Brigate di giovani streghe correvano qua e là, inveendo o sghignazzando, dietro a nugoli di fate che cercavano di fuggire. Le streghe le incalzavano, le bloccavano e sollevavano loro le gonne. Alcune tenevano una fata sulle ginocchia di una complice, che dopo averle rovesciato le gonne si divertiva a sculacciarla, mentre la malcapitata strillava. Attorno, le altre sembravano prendere molto gusto allo scherzo, e una stava dicendo eccitata “Adesso tocca a me occuparmi della fanciulla” o qualcosa del genere. Altre stavano costringendo una fata a fare uno spogliarello. Con le lacrime agli occhi, lei stava abbassando, lentamente, la lampo del largo vestito di velluto nero, e le teppiste le stavano ordinando di continuare ancora più lentamente, come se volessero assaporare più a lungo il crudele scherzo. Mi sono messo a correre, non sapevo dove. Un braccio mi ha fermato: era l’amica di Irma.

– Fermala, fermala! – mi diceva. Mi sono voltato, ho visto una fata che tentava di scappare e di riflesso ho aiutato le altre a bloccarla, senza pensare. – Alzale il vestito, Victor, alzale il vestito! L’ho guardato: era uno splendido abito vaporoso, e sicuramente c’era molto da scoprire, sotto.

– Eddài, cosa aspetti? Forza!

Si sentiva il profumo delle fate. Spazientita, la mia amica ha cominciato a strapparlo, rivelando i pizzi della sua biancheria, mentre un’altra mi diceva “Ehi, Victor, le strizziamo le poppe? “.

Ora ero troppo spaventato per vedere o per fare qualsiasi cosa, se non scappare. Ho sentito intorno a me ancora più strilli, grida… Poi nel turbinìo di gente, di abiti svolazzanti, di voci, si è aperto come un sipario. E davanti a me c’era un’ennesima fata. Forse non era perfetta e delicata come le altre: le spalle un po’ grosse, le braccia lievemente, piacevolmente pelose, un abito da ballo meno magico di quelli delle fate. Mi guardava: era Irma. Sono rimasto ancora più stordito. Ora la riguardavo, e ho capito improvvisamente che ero innamorato di Irma, già da un giorno. E che ora, rivedendola, ero innamorato di lei ancora di più. Continuava a guardarmi, gli occhi lucidi. Anche se io non contavo niente in quel paese, per un attimo ho pensato che tutto ciò che stava accadendo ora era stata una messa in scena per me, forse uno scherzo. – Victor, è per te che mi sono vestita così. E si è avvicinata.

– Solo per te

Ora mi guardava ancora più intensamente, mentre nessuno intorno badava a noi.

– Perchè vorrei piacerti, ancora di più. Di più di stanotte, di più di tutte le donne che hai incontrato qui.

Le sue braccia quasi mi toccavano.

– Victor, ti amo.

E l’incantesimo è svanito. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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