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Jus primae noctis

Elizabeth e William si frequentavano ormai da mesi e tutti sapevano, nel villaggio che i due ragazzi erano fidanzati. Tanto che, quando verso la fine di quell’estate lui le chiese di sposarlo, non poté che dire di sì, un sì stentato, quasi incerto, ma che confermò poi più volte.

I genitori di William non poterono essere che felici che il figlio avesse scelto quella ragazza che giudicavano senz’altro un buon partito: bella, educata, cortese, brava nelle faccende ma soprattutto con una eccellente fonte di reddito sicuro: la locanda.

Gli affari infatti andavano sempre meglio da quando il sovrano aveva emesso una legge per cui i dazi fra i vari feudi avessero un ridimensionamento e un limite.

Ora il commercio era un’attività che, pur riservata a pochi, stava crescendo a vista d’occhio. Anche la madre di Elizabeth fu felice che la figlia avesse scelto quel ragazzo, che giudicava veramente d’oro. Ormai iniziava anche a sentirsi vecchia e non più in forze tanto da mandar avanti la locanda da sola. L’apporto di un giovane uomo avrebbe senz’altro giovato agli affari della locanda.

Pensò anche di dare in dote alla figlia un appezzamento vicino alla locanda su cui da un po’ aveva gettato gli occhi: con i proventi degli ultimi mesi d’oro poteva permetterselo. Così il matrimonio fu combinato e la data fissata per il primo sabato di novembre, vista anche l’impazienza dei due giovani.

Il tempo passò ma i rapporti fra i due restavano sempre gli stessi: un amore grande, quasi platonico, non andavano mai oltre le solite seghe di cui Elizabeth era diventata ormai una vera esperta.

Una settimana prima del matrimonio fu dovere del padre di William comunicare al figlio quello che nel villaggio era considerato un segreto e che altro non era che una legge del feudo, comune poi a tanti altri feudi: lo jus primae noctis.

– Vedi figliolo, ti sarai accorto che il sesso è un desiderio fra i più forti, come la fame e la sete. Sai che questi nostri desideri dipendono dal feudatario e dal sovrano e da loro sono regolati. Come lo sono fame e sete lo è anche il sesso… –

– Cosa vuoi dire, padre? – chiese il ragazzo sempre più preoccupato, temendo di dover rinunciare ad Elizabeth.

– Voglio dire che esiste una legge per cui la prima notte di nozze la tua futura moglie deve dormire col feudatario. È lui il padrone di queste terre e padrone anche nostro… –

Come ogni uomo che stava per sposarsi in quel villaggio, anche William ne fu molto colpito: doveva rinunciare alla prima notte con sua moglie, a quel momento tanto atteso per lasciarla sverginare al suo feudatario. Fu colto dalla rabbia ma era impotente di fronte alla legge e al feudatario. Doveva anche dirlo ad Elizabeth…

Corse subito da lei e glielo comunicò, cercando di essere il meno diretto possibile: la notizia era però terribile e non si poteva addolcire in alcun modo. Elizabeth si mise a piangere e singhiozzando, si confidò:

– Desideravo tanto questo momento… Da mesi sogno che tu mi faccia tua, di fare l’amore… Ho scoperto che è così bello, non te l’ho mai confidato, ma in segreto mi sono toccata fra le gambe e ho provato anch’io piacere, lo faccio spesso, è bellissimo come lo è per te… –

– Ma perché non me l’hai mai detto? – chiese lui.

– Credevo mi giudicassi male… – rispose la fanciulla sempre piangendo.

William la baciò e cercò di consolarla:

– Non preoccuparti, lo faremo prima che tu vada dal feudatario… –

– Ma allora non saremo sposati ed è peccato… Inoltre se il feudatario se ne accorge andrà su tutte le furie… – Lui fu sconvolto dalla rabbia, ma si trattenne:

– E non è peccato che lui che non è tuo marito faccia l’amore con te per la prima volta –

– Però è la legge. E disobbedire alla legge è pure peccato –

Discussero a lungo su quell’argomento, fino a due giorni prima delle nozze.

Il matrimonio fu celebrato in tono minore, nessuna delle due famiglie poteva permettersi dei fasti, ma almeno ci fu un abbondante pranzo nella locanda a cui furono invitati i familiari dei due sposi.

Elizabeth e William si guardavano con aria complice, ma più passava il tempo e più lei era preoccupata per la notte che le si prospettava e più lui era divorato dal tarlo della gelosia.

Al tramonto, immancabile come ogni volta, la carrozza del feudatario passò fra le case del paese e si fermò davanti alla casa degli sposi: il messaggero bussò e si presentò con aria solenne nella locanda.

La sua voce alta e ferma annunciò che il feudatario aspettava Elizabeth per passare insieme la prima notte delle sue nozze, così come voleva la legge.

Elizabeth baciò William che era preso dalla rabbia e che si sentiva impotente, guardandolo mentre le lacrime le scendevano sulle gote, fu accompagnata alla carrozza e fatta salire. Il cocchio la condusse al castello dove non era mai entrata nei suoi diciotto anni di vita.

Tutti i cortigiani erano sul piccolo cortile interno ad attenderla e quando scese la squadrarono tutti, incominciando a commentare fra di loro. Il messaggero la portò alla sala da pranzo, dove il feudatario stava iniziando il suo banchetto. Elizabeth fu colpita dalla grandezza della sala e dalla ricchezza con cui era arredata: grossi candelabri pieni di candele la illuminavano a giorno, pesanti tappeti erano sul pavimento di pietra e alle pareti, su un robusto tavolo con sedie riccamente decorate era imbandita una cena che lei nemmeno nel giorno del suo matrimonio aveva potuto permettersi.

– Bene, Elizabeth, ti stavo proprio aspettando per cenare – disse l’uomo che stava seduto nella sedia più imponente e maestosa, riccamente vestito.

Sfiorava la quarantina, ma la barba nera e ben curata, i capelli scuri e crespi lo facevano sembrare un po’ più vecchio. Il suo aspetto era autorevole, Elizabeth capì da subito chi era, appena ebbe buttato l’occhio nella sala, senza che nessuno gli dicesse niente e prima ancora che cominciasse a parlare.

Ebbe un brivido lungo la schiena al pensiero che sarebbe stato lui a toglierle la verginità quella stessa notte e un groppo le serrò la gola.

Vedendola così incerta, sulla soglia, come facevano molte del resto, la invitò a entrare:

– Vieni, siediti qui al mio fianco. Sei l’ospite d’onore in questa serata – La guardava con gli occhi saettanti, quella luce la spaventava a morte, ma non poteva rifiutarsi, da lui dipendeva la sua vita. Camminando piano, cercando di sembrare il meno incerta possibile, andò a sedersi proprio al suo fianco, su una sedia poco più bassa della sua.

Il sontuoso banchetto cominciò, servitori in livrea portavano ricche portate di carne davanti a tutti i presenti e Elizabeth li guardava sorpresa: mai in vita sua, nemmeno nelle serate in cui la locanda era più frequentata, aveva visto tanto cibo in una volta sola! Fosse stata in un’altra situazione si sarebbe saziata di tutte quelle meraviglie, ma il groppo alla gola sembrava averle fatto passare l’appetito. Nonostante ciò cercò di sforzarsi e mangiò qualcosa, mentre il feudatario continuava a parlare in modo confidenziale, cercando di metterla a suo agio.

– Allora, cara Elizabeth, come vanno gli affari alla locanda? – chiese.

La ragazza restò stupita dal fatto che lui la conoscesse e sapesse dove viveva e per un attimo restò senza parola. L’uomo capì cosa le passasse per la testa e le disse sorridendo:

– Sì, so chi sei. Amo i miei sudditi e cerco di tenermi sempre informato su di loro… –

– Abbastanza bene… – farfugliò lei.

– La nuova legge sui dazi ha portato molti clienti alla locanda, vero? – chiese bonariamente per verificare quanto gli avevano detto riguardo l’intelligenza della ragazza.

– Sì, è vero. Ci sono molti più mercanti ora, vengono anche da lontano – rispose Elizabeth iniziando a rilassarsi: il suo pensiero non gravava più su cosa avrebbero fatto a letto, ma era intenta a rispondere correttamente al feudatario.

– Sono contento per te. Mi fa sempre piacere sapere che i miei sudditi stanno bene – esclamò il nobile sorridendo sarcastico.

Continuarono a chiacchierare per tutta la cena, a volte unendosi agli altri uomini, i consiglieri di corte, altre volte si aggiungevano anche le nobildonne presenti. Elizabeth si sentì sempre più a suo agio, per quanto possa esserlo una povera figlia di una locandiera al banchetto del suo signore. Arrivò anche a mangiare qualcosa di buon appetito, dal momento che il groppo alla gola stava gradualmente andandosene.

Al termine del banchetto il giullare del castello stava entrando in scena con il suo spettacolo preparato appositamente per la serata, ma il feudatario fece segno che non avrebbe allietato la cena:

– No, giullare, tieni gli scherzi e le risa per un’altra sera. Sono stanco e desidero ora la compagnia della dolce Elizabeth –

Tutti applaudirono e solo la ragazza fu ripresa dalla paura: era arrivato il momento che tanto aveva temuto. Il cuore le batteva forte mentre le gambe iniziarono a tremarle. L’uomo però uscì dalla sala senza di lei, che rimase da sola al tavolo, perché tutti se ne andarono. Prima che la sala rimanesse deserta una bellissima dama venne vicino a lei e sorridendole gentilmente le disse:

– Andiamo Elizabeth, vieni con me – Semi paralizzata dalla paura, si alzò e la seguì come un’autonoma.

Rivedeva la scena della monta della cavalla a cui aveva assistito tempo prima, si augurò che fosse altrettanto veloce. Quando finalmente staccò gli occhi da un punto fisso davanti a sé e osservò la dama che la accompagnava, la vide sorriderle dolcemente e ciò le fece passare un po’ la paura.

– Elizabeth, non temere… – le disse solamente la donna.

La ragazza, un po’ rassicurata da quella presenza, si fece coraggio. Doveva arrivare alla fine di quella notte per amore di William!

La dama l’accompagnò lungo alcuni corridoi, salendo una rampa di scale, fino ad una stanza in mezzo alla quale c’era una grande vasca piena d’acqua fumante. Elizabeth l’osservò curiosa, poi la donna le sorrise ancora e solo allora lei si rese conto di quanto fosse bella: avrà avuto poco più di vent’anni, i capelli lunghi e ricci, castani, ma molto più chiari dei suoi, gli occhi grigi che emanavano subito simpatia.

– Ora potrai fare un bel bagno caldo. Stasera sei tu la festeggiata e il nostro signore desidera che tu abbia il meglio, come una nobildonna –

Elizabeth ne fu sorpresa, ma decise che era giusto approfittare della grande cortesia che la donna le offriva. Iniziò a slacciarsi il vestito, ma la donna fu subito dietro di lei ad aiutarla. Sentì le sue dita veloci sui lacci, poi che sfioravano il primo pezzettino di pelle nuda della sua schiena.

– Voi chi siete? – trovò il coraggio di chiedere Elizabeth mentre veniva spogliata.

– Sono un’amica del nostro signore – rispose la donna mentre apriva il vestito sulla schiena. – La sua amante – aggiunse poi.

– Cioè sua moglie? – chiese la giovane.

– No, non siamo sposati. Però facciamo spesso l’amore insieme – spiegò.

Elizabeth ebbe un fremito: avrebbe voluto dirle che commettevano peccato, ma pensò che fosse meglio trattenersi.

– Come vi chiamate? – chiese invece.

– Matilda – rispose, mentre le sue mani carezzavano la schiena ad Elizabeth.

– Stasera avrai il privilegio di fare l’amore con il nostro signore – le disse quasi come una confessione Matilda.

– Lo so – rispose la ragazza.

– L’hai fatto già? –

Elizabeth esitò.

– No – disse dopo qualche secondo.

– Però sai come si fa, vero? – continuò la donna, sempre stando dietro di lei e carezzandole la schiena.

Quel tocco non infastidiva per niente Elizabeth, anzi, le dava sicurezza e le faceva sentire Matilda come un’amica.

– Sì… – rispose fiocamente.

La donna, da dietro di lei, si avvicinò al suo orecchio e le sussurrò:

– Dai, raccontami –

– L’uomo mette dentro il suo pene duro alla donna, in mezzo alle gambe. Poi spruzza il seme e poi, dopo nove mesi, nascerà il bambino –

– Non sempre nasce il bambino –

– Sì, lo so – rispose Elizabeth.

Matilda allora passò le mani sotto il vestito di Elizabeth e lo fece scendere sulle braccia. Ammirò la sua schiena nuda, le sue spalle delicate: aveva veramente un bel corpo. Elizabeth sfilò le braccia e abbassò il vestito sui fianchi. Matilda era leggermente più alta di Elizabeth e, appoggiandosi sulla spalla di quest’ultima, le guardò il seno e commentò:

– Che bei seni hai! – Le sue mani li circondarono da dietro. – Sono belli tondi, e sodi. E hai già i capezzoli induriti – aggiunse.

Elizabeth sentiva infatti delle piccole scariche partirle dai capezzoli e trovava molto piacevole il tocco di Matilda. Sentì poi le dita sfiorarli sulla punta e non poté fare a meno di mugolare.

– Ti piace, eh? – chiese Matilda. Elizabeth non rispose.

– Dai, dì la verità, non c’è nulla da vergognarsi! –

– Sì, mi piace come mi toccate – disse la giovane abbassando lo sguardo.

– È normale, succede anche a me sai. A volte però gli uomini non lo sanno, oppure non sanno essere così delicati – disse mentre le faceva sfilare dai piedi il suo bel vestito.

La guardò nuda, da dietro: la sua schiena era perfetta, il suo sedere tondo, proporzionato alla sua figura. Si avvicinò di nuovo a lei, si appoggiò al suo corpo e le sfiorò di nuovo i capezzoli. Il suo bacino intanto iniziava a strofinarsi sul sedere di Elizabeth, traendone piacere. Non si soffermò a lungo, doveva fare in fretta.

– Vai, ora entra nell’acqua calda. Puoi sederti sul fondo –

Mentre si muoveva Matilda la spiò con un rapido sguardo fra le gambe: aveva un bel cespuglietto di peli castani, non molto fitto ma estremamente eccitante. Si avvicinò alla ragazza e le porse una pezza:

– Usa questa. Ora ti aiuterò anch’io, devi aspettare solamente un momento che mi sfilo anch’io il vestito, altrimenti corro il rischio di rovinarlo –

Senza che lei potesse vederla, si tolse tutti i vestiti e li appoggiò ordinatamente su uno scranno, poi si sedette sul bordo della vasca. Elizabeth la osservo per un secondo, mentre lei le sorrideva: aveva un seno leggermente più piccolo del suo, i capezzoli però erano più larghi e chiari, e fra le gambe il pelo era folto e chiaro.

– Anche voi siete molto bella – disse Elizabeth.

– Grazie – rispose la donna mentre cominciava a strofinarle la pezza sulla schiena. Matilda aiutò la ragazza a lavarsi con cura, dedicò anche una certa attenzione al seno, poi la fece alzare in piedi e le passò la pezza su entrambe le gambe. Come ultima cosa la pezzuola bagnata passò più volte sul cespuglietto e sotto, fino fra i glutei tondi e, come poté appurare, sodi. Poi con un telo l’asciugò e la fece sedere su una comoda sedia con i braccioli. Matilda, anche lei nuda, andò a prendere un vasetto con dentro qualcosa che sembrava un unguento.

– Elizabeth, ora ti spalmerò questo unguento fra le gambe, sul buchetto. È un aiuto per te, ti fare sentire meno dolore –

Elizabeth si spaventò: nessuno le aveva mai parlato di dolore. William le aveva sempre detto che avrebbe goduto anche lei, comunque si aspettava che fosse qualcosa di piacevole e ora Matilda le diceva che si provava dolore!

– Non spaventarti. È solo la prima volta. Le ragazze vergini la prima volta perdono un po’ di sangue, come ogni mese, no? Sarà solo un attimo, poi… – e si fermò.

Sapeva che il feudatario non sarebbe stato come il suo primo amante che quando lei aveva quindici anni aveva avuto ogni riguardo perché fosse bellissima anche la sua prima volta. Cercò di rimediare in qualche modo:

– … poi scivolerà più facilmente dentro di te. Devi aprire un pochettino le gambe però –

Elizabeth obbedì, seppure il terrore iniziò a impadronirsi di nuovo di lei. Matilda immerse due dita nell’unguento e prese a spalmarlo sulle labbra del sesso, dopo aver scostato un poco i peli. Ripeté l’operazione molte volte, finché provò a infilare la punta di un dito fra di esse e si sentì scivolare dentro con facilità. Si rese conto che la ragazza era anche eccitata: era molto bagnata. Sorrise soddisfatta: c’era riuscita ad eccitarla.

Ora sarebbe stato molto più facile per lei. Pensò che doveva ungerla anche sull’altro buchetto: ogni tanto il feudatario voleva approffittare anche del culetto delle ragazze che venivano a passare da lui la prima notte di nozze. Non ebbe però il coraggio di indottrinarla in merito.

– Appoggia le gambe sui braccioli e vieni in avanti con il sedere, così posso andare meglio a ungerti –

Elizabeth obbedì ancora e qualche secondo dopo era completamente aperta di fronte a Matilda. La donna sentì l’eccitazione farsi ancor più forte: se da una parte non disdegnava certo gli uomini, anzi, ci andava a letto più che volentieri, dall’altra amava anche le donne e godeva di quel compito di preparare le ragazze vergini per il letto del suo signore. Come le sarebbe piaciuto che anche loro la toccassero e la facessero godere! Un giorno o l’altro avrebbe chiesto al suo signore di essere presente a una di quelle notti nel suo letto!

Con calma la unse anche sull’ano continuando con l’altra mano a passarle l’unguento sull’entrata della vagina. La sentiva mugolare sempre più e decise di osare qualcosa: con un dito si fece strada nel suo sedere mentre continuava a stuzzicarla sulle labbra andando anche a sfiorare il clitoride.

A quel punto Elizabeth, che nemmeno si era resa conto della violazione del suo buchetto, venne con un mezzo urletto che non seppe trattenere, mentre si mordeva le labbra. Matilda ritrasse le mani, mentre lei la guardava con occhi supplichevoli di scusa.

– Sì, so che hai goduto. Non importa, anzi, ne sono felice, vuol dire che le mie attenzioni ti sono anche piaciute. Spero sia lo stesso anche con il nostro signore – disse anche se sapeva che probabilmente non sarebbe stato così.

– Ti era mai capitato prima di provare piacere. Cioè, di godere? – La ragazza annuì con un cenno della testa e poi aggiunse debolmente, con voce roca per il piacere appena provato.

– Sì. –

– Ti tocchi? – indagò ancora Matilda.

– Sì, ogni tanto mi tocco. Quando sento il calore in mezzo le gambe non riesco a farne a meno. Poi riesco a dormire tranquilla – spiegò Elizabeth, sempre nella stessa posizione.

– Bene, ora alzati che andiamo a vestirci – disse Matilda infilandosi il suo vestito.

Alzandosi, Elizabeth non poté fare a meno di notare la tenda svolazzare nell’angolo opposto della stanza.

– Matilda, c’è qualcuno là dietro! – disse spaventata.

La donna sapeva che era il feudatario, voleva sempre ascoltare e spiare il rituale di preparazione della ragazza per eccitarsi ancor più, lo maledisse mentalmente e cercò di sviare i suoi sospetti. Aprì la tenda e le mostrò il corridoio vuoto:

– Vedi, non c’è nessuno. Sarà stato il vento –

Elizabeth fu così rassicurata e seguì, nuda, con l’inguine e l’ano ben lubrificati, la giovane donna. La stanza a fianco era una ricca camera da letto.

– È la vostra stanza? – chiese Elizabeth ammirando la ricchezza e la bellezza del letto e dell’arredamento.

– Si, ti piace? – chiese Matilda.

– Molto. –

– Grazie Elizabeth. Ora vediamo di trovarti fra i miei vestiti uno che ti possa andare bene… – disse aprendo gli armadi e fingendo di frugare fra i vari tessuti pregiati che mai Elizabeth avrebbe sognato di poter indossare.

La scelta, che aveva già fatto fin da quando erano nella stanza da bagno, ricadde su uno blu.

Matilda glielo fece indossare senza nient’altro sotto, d’altra parte lei era abituata così e non ci avrebbe fatto caso.

Il feudatario invece si sarebbe eccitato molto… Forse avrebbe ceduto dopo pochi minuti e ciò non poteva che aiutare la giovane ragazza inesperta: era questo che cercava Matilda. Provava una certa pena per quelle ragazze vergini che dovevano sottostare ai piaceri del loro signore, per cui anche nelle sere precedenti alle nozze cercava di prolungare i piaceri notturni del feudatario, in modo da fiaccarlo un po’ e renderlo meno voglioso con quelle povere ragazze.

Il vestito ottenne proprio l’effetto che Matilda desiderava: era sfacciato, con quella generosissima scollatura che mostrava buona parte del seno. Per di più era abbastanza stretto là già per lei e con Elizabeth, il cui seno era leggermente più prosperoso, sembrava che le mammelle dovessero sgusciar fuori da un momento all’altro.

– Mi è un po’ stretto qui, sul seno – disse Elizabeth posandosi le mani sui suoi bei seni tondi.

– Me ne sono accorta. Però tu sei molto più generosa di me lì. Vedrai che sarai apprezzata sia dal nostro signore che da tuo marito domani – rispose sorridendo.

– Ora andiamo però. Non dobbiamo far aspettare troppo. – E si avviarono così lungo i corridoi.

Matilda bussò alla pesante porta di quercia che richiudeva la stanza del feudatario, alla sua risposta l’aprì ed entrò, seguita da Elizabeth.

– Eccovi la ragazza, o mio signore. È pronta a passare la notte nel vostro letto. – disse rispettosa Matilda.

Il feudatario, che del bagno aveva visto poco o nulla per timore dell’umiliazione di essere scoperto a sbirciare, restò stupefatto dall’opulenza delle forme di Elizabeth. Già il suo corpo fremeva per la grande eccitazione e il suo cazzo in erezione premeva sul tessuto della calzamaglia.

– Bene, Matilda, grazie puoi andare. –

Elizabeth restò sola davanti al feudatario e vedendo quella figura imponente si sentì tremare dalla paura al solo pensiero di cosa sarebbe successo. L’uomo si avvicinò di qualche passo e disse:

– Come sei bella vestita così, gli abiti di Matilda vi fanno apparire come una vera cortigiana. –

– Grazie… – farfugliò timorosa Elizabeth.

– Ma non aver timore. Vieni qui, avvicinati. – lei mosse qualche passò e fu a meno di un metro da lui.

L’uomo l’abbracciò, le circondò le spalle con le sue braccia forti e posò la bocca sulla sua. Elizabeth non fece niente per ritrarsi, un po’ per la paura, un po’ perché sapeva che era inutile e dannoso ribellarsi.

Le labbra di lui erano calde, la lingua presto s’infilò nella sua bocca e la perlustrò, toccò la sua lingua, proprio come faceva ogni tanto William. Elizabeth reagì istintivamente, rispondendo a quel tocco.

Ma allora sa come si fa pensò l’uomo e lo rifece.

Stavolta però Elizabeth stette immobile. Al terzo toccò però capì cosa pretendeva da lei e per non farlo adirare rispose e le loro lingue si intrecciarono appassionatamente. Il baciò la riscaldò e di nuovo, come poco prima con Matilda, sentì l’eccitazione fra le gambe. Sapeva che era sbagliato, ma non poteva fare a meno di provarla. Le mani di lui corsero presto al suo seno e appena lo sfiorarono lei si staccò da lui e gemette.

– Ti piace, eh? – chiese toccandola di nuovo, ma lei si trattenne mordendosi le labbra.

– Siamo piuttosto pudichi, mi sembra. Dai, bella ragazzina, lasciati andare. – l’incitò e continuò a toccarla finché lei si lasciò di nuovo sfuggire un gemito.

– Non trattenerti, altrimenti potrei arrabbiarmi… – minacciò lui e Elizabeth si abbandonò perciò senza tentare di nascondersi a lui.

La fece distendere sul letto e iniziò a baciarle i seni che per buona parte erano scoperti. Fra un bacio e l’altro la toccava sulla pelle con la lingua e la guardava chiudere gli occhi e sospirare.

– Ti piace, allora? – chiese insistentemente.

– Si… mi piace. – rispose lei.

Infatti, nonostante cercasse di pensare il contrario perché non era giusto, le piaceva proprio.

Quella frase lo accese ancor di più: quasi mai le ragazze vergini che arrivavano sul suo letto erano così vogliose. Di solito continuavano a piangere e ogni tanto le rimandava a casa senza concludere, non per pietà ma perché erano insopportabili tanto erano lamentose.

Elizabeth invece, era perfetta, sarebbe stata un’esperienza unica sverginarla.

Infilò una mano sotto il vestito e, come immaginava, trovò subito la sua pelle nuda. Salì lungo le cosce fremente di desiderio fino a trovare il cespuglietto. Com’era grande! Quei peli serici e radi gli piacevano, anche se avrebbe preferito qualcosa di più folto com’era quello di Matilda.

Stuzzicò per un po’ le sue labbra, sentendola gemere, poi entrò un po’, sentendo l’unguento che lo aiutava.

Si sorprese a trovarla bagnata: ma allora le piaceva davvero! Le fece togliere in fretta il vestito e lo gettò a terra, l’osservò poi nuda alla luce delle candele che illuminavano quasi perfettamente tutta la stanza.

Era di una bellezza eccezionale!

Sentì il suo cazzo guizzare per il piacere, perciò si affrettò a spogliarsi per restare nudo anche lui. Rimase in piedi vicino al letto, mentre lei era ancora distesa, pur con un’aria spaventata: la guardava eccitato, mentre il suo pene andava prendendo un’erezione vigorosa.

Salì a cavalcioni su di lei, appoggiando le mani al letto poco sopra le sue spalle e le ginocchia a lato dei suoi fianchi. Gli venne voglia di assaggiare le sue labbra di fanciulla, per cui risalì lentamente fino a ritrovarsi con le ginocchia sotto le sue ascelle.

Elizabeth vedeva benissimo, a poca distanza da lei, il pene grosso e duro fra le sue gambe: pensò che era molto più grosso di quello di William, sperando che non gli facesse male al momento di entrare in lei.

– Ora prendilo in bocca. – le ingiunse lui.

In bocca! Ma questa era una cosa a cui non aveva mai pensato. Cosa gli veniva in mente! Come poteva pensare di farle fare una cosa tanto disgustosa!

Elizabeth era scioccata, non voleva, cercò di farfugliare qualcosa come:

– No, per favore questo no… – ma lui sembrava risoluto e minacciò addirittura di arrivare a danneggiare suo marito e sua madre se non l’avesse fatto.

Facendosi coraggio e pensando che faceva tutto questo per amore del suo William, aprì la bocca. Lui glielo infilò per un po’ e gli disse di chiudere delicatamente le labbra. Si rese però conto che lei non lo sapeva fare, probabilmente non l’aveva mai fatto prima. Si mosse avanti e indietro qualche volta, poi le chiese di leccarlo. Lei, sopraffatta dalla paura che superava anche il disgusto, dopo qualche attimo di esitazione, obbedì: l’uomo rabbrividì di piacere ai tocchi indecisi e inesperti della sua lingua, senz’altro erano più piacevoli di quelli della più esperta fra le cortigiane.

La cosa non durò a lungo, lui desiderava godere al più presto del suo corpo vergine, per cui si ritrasse dalla sua bocca e fece scorrere lentamente il pene umido di saliva su di lei, mentre contemporaneamente si ritraeva fino ad arrivare all’altezza giusta.

Appoggiò il glande alle labbra, poi gli fece percorrere il mento, la gola e il collo della fanciulla. Da quel punto strusciò su di lei tutta l’asta fino a infilarsi fra i suoi seni: li strinse con le mani, fra di loro, e si mosse con qualche colpo del bacino, socchiudendo gli occhi per l’eccitazione.

Elizabeth lo guardò spaventata a quel punto, lo sentiva gravare pericolosamente su di sé, non sapeva quanto avrebbe retto in quella posizione per di più umiliante. Le sue mani che le stringevano i seni le facevano solamente male, nulla a che vedere con il piacere che aveva immaginato di provare la sua prima volta che fosse stata con un uomo.

Quando finalmente smise sentì il pene scorrerle sullo stomaco e per la prima volta da quando era sola con lui fu percorsa anche lei da un fremito di eccitazione, l’uomo scese più in basso, passò il glande fra i suoi peli e puntò deciso alla fessura che Matilda aveva lubrificato accuratamente.

L’uomo però volle prima controllarla: le fece alzare le gambe oscenamente, facendola arrossire di vergogna e umiliazione, poi infilò la punta di un dito dentro, trovando il velo della sua verginità.

– Allora sei proprio vergine – sussurrò con la voce impastata. Elizabeth si limitò ad annuire con gli occhi spalancati per il terrore.

– E Matilda ti ha unta qui col suo unguento. –

La ragazza rimase paralizzata, non seppe nemmeno fare un cenno con la testa: come faceva a saperlo? Si ricordò dello svolazzamento della tenda che aveva notato nella sala: le aveva spiate da là dietro? Poi si ricordò che non era la prima ragazza che era sottoposta quel sacrificio, per cui si disse che Matilda aiutava tutte le ragazze che passavano di lì la prima notte di nozze e che ciò era risaputo anche dal feudatario.

Nel frattempo l’uomo le aveva fatto riabbassare le gambe e si era sistemato su di lei, puntellandosi con le mani vicino alle sue spalle e puntando il pene sulla sua vagina.

Entrò di pochi centimetri, quei pochi che gli permetteva la fessura vergine della ragazza, poi la guardò negli occhi da quella distanza ridotta. Lei manteneva coraggiosamente gli occhi aperti, quasi nessuna guardava il suo primo amante, e ciò alimentò l’ardore del feudatario.

– Bene, Elizabeth, questi sono gli ultimi istanti in cui sei vergine, ora sto per penetrarti. – le disse.

Non lasciò passare un istante che spinse vigorosamente con i fianchi. Grazie alla lubrificazione entrò agevolmente in lei e lacerò l’imene.

La fanciulla spalancò la bocca, inspirando come se le mancasse l’aria, poi emise un urlo stridulo sentendosi squarciare.

Per fortuna di Elizabeth la membrana non era molto sviluppata e si ruppe facilmente provocandole un dolore acuto ma di breve durata. Colò un po’ di sangue, ma meno di quanto lui fosse abituato. Elizabeth tirò allora un piccolo sospiro di sollievo, ma non sapeva ancora cosa la aspettava e non volle sentirsi già tranquilla.

Nonostante questi pensieri, il successivo quarto d’ora non fu doloroso per lei, a parte un piccolo dolore sordo che le permaneva fra le gambe, non dovuto alla presenza del suo pene che non le dava altro che una sensazione di pienezza, ma dalla recente rottura dell’imene. Lui si mosse con costanza sopra di lei, pian piano riuscì a sopportarne il peso anche quando si distese sul suo corpo.

Quando iniziò a reclamare dei baci, lo accontentò senza protestare ma senza alcuna partecipazione, però lui sembrava ricavarne soddisfazione ugualmente. Con suo particolare stupore, la ragazza iniziò a provare un certo pizzicore fra le gambe dopo un po’ che lui si muoveva dentro di lei, come quando l’aveva toccata William. Si chiese se era il tocco delle mani di lui, che mai l’aveva abbandonata, percorrendola dalla schiena ai seni, dai fianchi al collo.

Non capiva perché si sentisse così strana, ma non poteva farne a meno, sentiva un’eccitazione crescente. Si ricordò di come si era eccitata più volte toccandosi con le dita là, di come aveva goduto quando William l’aveva toccata: ora probabilmente stava eccitandosi proprio per quello. Dimentica dell’uomo che le gravava sopra, cominciò a muovere anche lei i fianchi, desiderando di provare l’orgasmo.

Quando l’uomo si accorse che lei rispondeva ai suoi affondi, rimase allibito: era la prima volta che una ragazza che sverginava alla prima notte di nozze si dimostrasse così disinibita da muoversi con lui. Probabilmente stava anche provando piacere, pensò mentre accelerava il ritmo, eccitato come non mai a quella reazione e affondando fin dove poteva in lei.

In pochi minuti entrambi si avvicinarono all’orgasmo, seppure non fosse un’eccitazione che condividevano ma che in comune aveva solo la reciproca stimolazione.

Elizabeth non sapeva più trattenersi, ormai il piacere la stava invadendo e desiderava urlare di piacere, anche se provava una forte vergogna perché sapeva che il piacere era qualcosa di riservato al suo sposo. Comunque si abbandonò all’orgasmo, chiudendo gli occhi e mordendosi il labbro inferiore proprio per non urlare.

L’uomo non se ne accorse nemmeno, ma continuò più eccitato che mai nella sua cavalcata della fanciulla che lo portò a venire, spruzzando dentro di lei il suo seme, mezzo minuto dopo il suo culmine del piacere. Non ebbe remore a trattenere dei gemiti rochi e animaleschi con cui accompagnò il suo orgasmo, poi si abbandonò su di lei.

– Ti è piaciuto? – chiese dopo essersi ripreso un po’, rimanendo dentro di lei.

Elizabeth non sapeva cosa rispondere, distolse lo sguardo dal suo e arrossì in un attimo.

– Sì, immagino di sì anche se non vuoi dirlo. Non ho mai sentito nessuna muoversi come te la prima volta, sei davvero speciale – e la baciò sulla fronte, poi sulle labbra.

Elizabeth da una parte era sempre disgustata da lui, ma un piccolo angolo nel remoto della sua mente si compiaceva del complimento del feudatario.

– Che ne diresti di un’altra cavalcata? – chiese pur sapendo che non avrebbe ottenuto risposta.

– Stavolta ti lascio star sopra, dicono che per la donna è più bello così. –

Elizabeth si ricordò dell’orgasmo appena provato e fu tentata dall’idea di averne un altro di più bello, ma la sua mente era divisa da molte cose, molte remore. Poi si convinse di accontentare l’uomo perché era sua suddita e così rispose:

– Sì, come volete. –

L’uomo interpretò quella risposta come totale accondiscendenza e disponibilità della ragazza, si stupì di quanto fosse spudorata pur non avendo mai fatto l’amore prima.

– Prima però voglio farti toccare una cosa che la tua manina delicata deve ancora assaporare – e, ritraendosi da lei, guidò la sua mani al suo pene che si era nel frattempo ammosciato.

Le sue dita, come avevano fatto tante volte con William, lo stimolarono fino a farlo indurire e poi iniziarono a menarlo. Lui dovette fermarla, perché altrimenti lo avrebbe fatto venire così, solamente con le mani: si vedeva che non era la prima volta che prendeva in mano il cazzo a un uomo.

Si scambiarono di posto nel grande letto e lui passò sotto. Elizabeth si sedette a cavalcioni sulle sue gambe e prese in mano il pene, avvicinandolo alla sua vagina che, ancora in parte lubrificata dall’unguento, lo era alla perfezione per la sua eccitazione precedente. Puntò il glande sulla fessura, poi lo accolse dentro di sé mordendosi le labbra. In quella posizione, nuova per lei, lo sentiva molto più dentro e un leggero dolore le saliva dalle membrane appena lacerate.

Si mosse ricercando unicamente il suo piacere, strusciandosi l’organo il più possibile sul clitoride: infatti, fin da subito, sentì l’eccitazione pervaderla e il piacere diffondersi dal luogo segreto fra le sue gambe.

L’uomo, disteso sotto di lei, la guardava divincolarsi sul suo membro gustandosi il suo splendido corpo nudo e gli stimoli fantastici che la sua vagina gli regalava.

Quant’era fortunato il suo sposo, se quella era la prima volta che faceva l’amore e già era così spregiudicata e disinibita! Chissà quali piaceri erano riservati a lui, presto, forse, avrebbe sperimentato anche il suo culetto.

A quel pensiero gli venne voglia di toccarla anche dietro, per cui allungò le mani dietro di lei andando a carezzarle il culo perfetto. Si godette le natiche tonde e perfette, poi iniziò a cercare il buchetto dell’ano con le dita e, quando lo trovò, s’intrufolò piano con la punta di un dito.

Con sua grandissima sorpresa lo trovò già lubrificato: Matilda evidentemente aveva pensato che la ragazza avrebbe potuto arrivare a concederglielo quella sera.

L’uomo ebbe un guizzo al pene, credette che si fosse ingrossato di qualche centimetro e comunque la sua eccitazione era salita di molto. Non desiderava altro che metterglielo dietro a quel punto.

– Ferma… ferma, alzati! – disse alla ragazza che, eccitata e confusa, temendo di aver fatto qualcosa che non andava, obbedì.

Colse il suo sguardo preoccupato, perciò pensò di rassicurarla in fretta:

– Non preoccuparti, stavi andando benissimo, però meriti un trattamento migliore. Inginocchiati sul letto! – ordinò imperioso.

Elizabeth obbedì e si mise inginocchiata sul letto, lui la fece piegare carponi, facendole appoggiare le mani al giaciglio. Non vedeva cosa succedeva dietro di lei, ma poteva sentire i rumori: l’uomo le era andato alle spalle e si muoveva vicino alle sue gambe che lei teneva strette. Improvvisamente sentì qualcosa puntare, come poco prima, al suo ano: non si preoccupò più di tanto, forse voleva metterle di nuovo un dito dentro. Quella cosa un po’ la rivoltava, e non ne capiva il significato, ma non sarebbe stato poi così doloroso.

Soltanto quando iniziò a spingere capì che invece era il suo pene e che stava cercando di infilarglielo nel buco in mezzo alle natiche.

Inorridì al solo pensiero delle intenzioni esecrabili di quell’uomo. Ma era pazzo! Come poteva pensare di infilare quel suo grosso arnese in quel buchetto piccolissimo! E poi era una cosa che si poteva fare? Nessuno le aveva mai detto niente e la cosa non l’aveva mai sfiorata minimamente!

Era incerta se fuggire o sottostare alle voglie malsane del suo signore e tremando aspettò lo svolgersi degli eventi.

Lui procedeva lentamente, il buco era molto stretto, ma aiutato anche dall’unguento stava iniziando a entrare, ma a quel punto la ragazza provò un dolore lancinante e si contrasse serrando strettamente le natiche.

Strinse i denti e tentò di resistere contraendo il muscolo, mentre delle lacrime cominciarono a sgorgarle lentamente per lo sforzo e il dolore.

All’affondo successivo il dolore fu così lancinante da farla urlare sentendosi straziare.

– Rilassati – disse lui. – Non fare resistenza… devo sverginarti anche il culo –

Elizabeth capì che doveva obbedire perché lui di certo non si sarebbe tirato indietro, almeno il dolore sarebbe stato meno intenso. Riuscì a rilassare un po’ il muscolo dello sfintere, ma il dolore dell’introduzione si fece ancora più intenso: lui però non desistette e continuò ad affondare lentamente nel suo ano disteso fin quasi a lacerarsi, fino a che, con un ultima spinta, non lo introdusse fino in fondo, non riusciva più ad andare avanti.

Elizabeth a quel punto emise un urlo lacerante: si sentiva aperta in due, era come se le avessero infilato una spada su per il sedere. Lo sentiva palpitare dentro di lei come una cosa viva e a ogni palpito fitte dolorosissime si dipartivano dal suo ano dilatato sconvolgendo tutte le fibre nervose del suo corpo

Allora l’uomo alle sue spalle si mise a muovere come quando l’aveva penetrata nella vagina.

– AAAAHIII !! … Mi fa male, vi prego… o mio signore, smettete! – si lamentò lei ad alta voce.

L’uomo non se ne curò, probabilmente era solo una frase di circostanza per fare scena, pensò. E comunque ora non si sarebbe certo tirato indietro, nemmeno se fosse stato vero che la pulzella provava dolore, anzi, accelerò le spinte.

Elizabeth cominciò a gridare, a piangere e a disperarsi, come impazzita dal dolore. Non riusciva a capire perchè la stava forzando a quell’atto osceno e doloroso, inconcepibile per lei fino a qualche minuto prima. Cercò di sfuggirgli e di dare degli scrolloni per disarcionarlo e mettere fine alla sua sofferenza, ma l’uomo non si fece beffare e, passandole le braccia attorno alla vita, la trattenne a se, continuando a stantuffarla dolorosamente nell’ano.

Non durò a lungo, perché l’eccitazione per lui era fortissima e, dopo non molti affondi ancora, venne per la seconda volta spruzzando dentro di lei, che sentì lo sperma bruciante allagarle l’intestino mentre il dolore continuava ad essere lancinante per quella continua presenza nel suo ano.

Fu lei a ritrarsi appena l’uomo ebbe finito di eiaculare, veramente non sopportava più il dolore e anche dopo rimase prona, con l’ano dolorante, sul letto. Lui non se ne curò affatto, ora era preso dalla stanchezza e dal sonno e si abbandonò sul letto.

Elizabeth si mise a piangere, si sentiva tutta dolorante e non aveva la forza per alzarsi, per di più era nuda in un castello che le era ostile e sconosciuto. Non passarono molti minuti che la porta di quercia si aprì lentamente e entrò lentamente Matilda. Elizabeth non la guardò nemmeno, ma la donna si avvicinò a lei, le carezzò il viso e le disse:

– Non piangere cara, ora è passato. Vieni con me ora, ti darò qualcosa che ti farà passare il dolore. –

Elizabeth smise di piangere e cercò di farsi forza. Si sentiva colare qualcosa dalle natiche in mezzo alle gambe, ma non aveva la forza né di guardare, né di toccare per scoprire cosa fosse.

Si lasciò guidare, completamente nuda, avvolta solo in un mantello che Matilda aveva portato, fra i vari corridoi del castello fino alla sua stanza. Lì la dama la aiutò a fare di nuovo un bagno caldo, le insegnò a risciacquarsi fra le gambe correttamente, poi la fece sedere sulla solita sedia con i braccioli e la sistemò nella posizione di prima, aperta di fronte a lei.

Elizabeth lasciò fare, terrorizzata.

– Non preoccuparti, ti ungerò con un altro unguento che ti aiuterà a far passare il dolore. – la rassicurò.

Matilda controllò il buchetto della fanciulla che appariva arrossato, tumefatto e con qualche piccola macchiolina di sangue, iniziò a spalmarle l’unguento sull’ano dolorante.

– Vuoi che te lo spalmi anche qui? – chiese la dama passando le dita sulla sua vagina. – Ti fa male? –

– Un po’, ma molto meno che dietro. È stato… terribile! … Credevo di morire! … – e di nuovo qualche lacrima scese a rigare il suo bel volto.

Matilda unse leggermente anche fra le sue gambe dicendole:

– Lo so, lo è per tutte la prima volta, soprattutto là. Però tu sei stata bravissima oggi. –

– Davvero? – chiese stupita Elizabeth.

– Sì. Non ho mai visto nessuna brava come te. –

– Ma come fai a saperlo? – chiese spaventata la ragazza.

– Io sbircio sempre dalla porta. Per controllare. Sei stata davvero unica, nessuna era stata così. Se ti avesse permesso di finire di cavalcarlo, avrebbe urlato di sicuro per il piacere. Invece ha voluto provare il tuo culetto, che non è ancora pronto. Quando sarà abituato, vedrai quanto bello sarà farlo anche con quello! –

Elizabeth la guardò incredula così Matilda continuò:

– Devi provare ogni tanto con il tuo sposo. Non come stasera però, un po’ alla volta. Vedrai che fra non molto tempo ti abituerai a prenderlo dietro e godrai moltissimo. A me piace più che prenderlo davanti. Però devi aspettare almeno una settimana ora. Ti brucerà troppo altrimenti. –

Elizabeth annuì soddisfatta di quell’insegnamento. Non vedeva l’ora di godere facendo l’amore con William e voleva che ci fosse moltissimo piacere per entrambi.

Matilda la guidò sul letto e Elizabeth si addormentò, nonostante tutto quello che le fosse successo quel giorno, col sorriso sulle labbra, pensando al suo sposo nudo che la toccava dappertutto e veniva urlando di piacere insieme a lei. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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