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La dama elfica

Divise le squadre ci addentrammo nel bosco e iniziammo la caccia. Ci saremmo rincontrati la sera, nella foresteria del palazzo reale.
Io e Andirin portavamo come al solito l’arco corto mentre Attirin, grazie alla sua mole e a tutti i suoi muscoli aveva con sé l’arco pesante, difficile da tirare e pesante da portare, ma davvero letale con le sue frecce velocissime.
Dopo quasi una mattinata di caccia eravamo ancora a mani vuote e iniziavamo a pensare che il sovrano ci avesse preso in giro, raccomandandoci una preda che in realtà non c’era.
Ma un lampo bianco ci fece cambiare idea, subito seguito da un altro che però ci sembrò un po’ troppo grosso per essere un gatto. Io e Andirin ci guardammo negli occhi increduli.
“Il primo era un gattone vero? ” chiesi al mio amico d’infanzia
“Direi di si, ma il secondo mi è sembrato un po’ grosso…” rispose lui, accucciato dietro un cespuglio. “Un po’ troppo! ” precisò.
“Beh, andiamo a controllare” disse Attirin unendosi alla conversazione “Non credo che possa essere abbastanza grosso per il mio arco” “Forza, avanti tremoloni, non avrete mica paura eh? ”
Iniziammo tutti e tre a correre verso la preda che non doveva ancora essersi accorta della nostra presenza. Era infatti fermo su di un ramo, vicino alla congiunzione col tronco, seppur teso e in guardia. Ma la sorpresa era ancora dalla nostra parte.
“Il primo è mio, ragazzi”
Presi la mira e iniziai a tirare la corda del mio arco. Avevo la freccia già pronta a scoccare quando rividi l’altra sagoma che si muoveva verso di noi, sulla destra. La seguii con la coda dell’occhio fino a che non si fermò. La vidi muoversi e all’improvviso sentii Attirin urlare da dietro.
“Attento!! , attento!! ”
Dal tono della voce capii che c’era qualcosa che non andava e rotolai su un fianco stendendomi a terra.
Il suono di una freccia scoccata esattamente dove dovevano trovarsi i miei piedi un attimo prima mi chiarì la situazione.
Ma chi era che mi tirava addosso? Alzai la testa e feci in tempo a vedere la sagoma bianca che se ne andava. Questo mi permise di vedere una gran massa di capelli rossi e una schiena decisamente poco appropriata ad un uomo, foss’anche di piccola costituzione.
“Piccola vipera…” sibilò Andirin tra le labbra tirate dalla sorpresa.
Allora avevo visto giusto. Era una donna. Ma chi?
Ci guardammo e Attirin stava già facendo i primi passi di corsa quando anch’io e Andirin ci gettammo all’inseguimento, aprendoci a ventaglio per controllare la corsa della nostra nuova preda umana. Risistemammo gli archi e sfoderammo i lunghi coltelli che avevamo ricevuto in regalo dai nostri genitori insieme alle armature degne delle cariche di capitani di cavalleria. Nel giorno della nostra promozione al rango di capitani il re, padre dei miei due amici, e il generale, mio padre, ci avevano regalato delle stupende armature complete di scudo, elmo e armi decorate nei colori dei nostri reparti. Nessuno di noi osava rovinare questi regali usandoli al di fuori di occasioni più che speciali, ma facevamo un’eccezione, non separandoci mai dai nostri coltelli, che ormai erano parte di noi.
Il lampo bianco correva veloce, c’era da ammetterlo, ma perdeva pian piano terreno e doveva essersene accorto perché iniziò a dirigersi verso il fiume, dove chi conosce il terreno è sicuramente avvantaggiato. Ad un certo punto sparì alla nostra vista e rallentammo la nostra corsa.
Mi resi conto che non aveva senso correre, anche perché la nostra piccola “preda” non poteva essere sparita.
“Ok ragazzi, dividiamoci e cerchiamola, ma attenti, perché sembra che abbia una buona mira”
E iniziammo la nostra caccia silenziosa.
Raggiunsi il punto dove era sparita e mi fermai tendendo le orecchie.
Un leggerissimo ma continuo fruscio.
Poco dietro di me.
Mi girai e dopo poco la vidi. Stava scivolando sotto un tronco cascato, probabilmente spaccato in due da un fulmine.
Era girata e non poteva vedermi. Ma io si.
Ed era un gran bel vedere.
Era vestita interamente di bianco e portava una calzamaglia sotto la corta gonna che si era completamente alzata a mostrare la rotondità perfetta del suo culetto che si dimenava mentre si spingeva sotto il tronco.
Praticamente si stava mettendo in trappola da sola. Ottimo.
Mi mossi più velocemente che potei senza fare il minimo rumore e quando atterrai direttamente sul tronco che la nascondeva, la rossa capigliatura sussultò mentre la mia preda lanciava un urletto di sorpresa. Le bloccai i polsi dall’alto.
“Ora esci di li sotto, se ti è cara la vita”
Quando fu in piedi si girò verso di me e i suoi occhi mi lasciarono di stucco.
Il suo viso era di una bellezza disarmante e i suoi capelli avevano il colore dei boschi d’autunno, mentre la pelle si armonizzava col colore del sole che ormai stava tramontando. Per non parlare del corpo! Poco più bassa di me aveva gambe nervose e atletiche, fianchi perfetti e un seno pieno che si alzava e abbassava per il fiatone.
La blusa che indossava era strappata su una spalla e la lasciava scoperta, allargando la scollatura sul davanti, dove i lacci si erano allentati.
La creatura più bella che avessi mai visto, e in quel momento era anche estremamente invitante. Aveva una carica erotica e selvaggia che mi ipnotizzava.
Anche lei mi squadrò da capo a piedi. Fece per avvicinarsi e la sua mano partì chiusa a pugno verso il mio mento. Dopo avermi colpito si girò e fece per scappare, ma di certo non era riuscita ad atterrarmi e mi gettai verso di lei, sgambettandola con le mani. Cadde pesantemente e si girò, giusto in tempo per il mio arrivo. Le salii sopra bloccandole le mani a terra.
“Ora signorina, lei mi farà l’immenso piacere di non provarci più. O meglio lo farà a se stessa. Ci siamo capiti? ”
Annuì piano, con negli occhi un’espressione a metà tra la paura e l’orgoglio che la rese ancora più desiderabile, se possibile.
“Sono Gaybarien, capitano del Cuneo d’Argento della Cavalleria Elfica dell’Ovest, figlio del generale Sofarien, comandante in capo dell’Esercito degli Alti Elfi . ”
“Come no, certo. Io sono la principessa Elibet, figlia del sovrano di queste terre”
“Mi avevano detto che era una creatura favolosa…ma non credevo fosse tanto bella” aggiunsi con un una nota di scherno.
“Beh, potete anche non crederci, ma ora dovreste lasciarmi”
Scoppiai in una risata.
“Cosa avete da ridere? ” chiese quasi offesa dal mio divertimento.
“Prima tentate di uccidermi e poi vorreste che vi lasciassi andare?
Intanto la posizione, con lei che si dibatteva sotto di me, iniziava a farsi interessante. Oltretutto la sua maglia continuava ad abbassarsi sulla spalla, lasciando scoperta un’ampia porzione di seno.
“Se siete quello che dite di essere ci rivedremo anche se mi lasciate andare”
Lo disse con un’espressione quasi altera, come se fosse davvero una principessa, anche se con un tono di voce che tradiva la sua certezza sul fatto che non l’avrei mai lasciata andare.
Mi alzai e le spezzai l’arco, un arco di magnifica fattura, certamente un’arma pregiata.
“Allora, mia principessa…” mi inchinai sorridendo “ci rivediamo”
Si avvicinò piano.
Le sue labbra si appoggiarono sulla mia guancia, vicino all’angolo della bocca.
“Grazie” e si girò, scappando come un cerbiatto.
Me ne andai anch’io e mi diressi verso la foresteria del palazzo, dove trovai Andirin, Attirin e gli altri che mi aspettavano.
“Quella piccola vipera…non l’abbiamo trovata neanche noi…”
Tacqui loro tutto l’accaduto.
La mattina saremmo stati presentati al popolo e alla corte come ospiti del sovrano e ci saremmo trasferiti nel palazzo reale, per restarci nei tre giorni consecutivi. Ci vestimmo e i nostri scudieri ci aiutarono ad indossare le nostre armature da parata, che tornavano a far compagnia ai pugnali. Salimmo sui cavalli bardati, sempre intonati ai colori dei nostri reparti. Accompagnavamo il generale e a nostra volta eravamo accompagnati dai nostri sergenti.
Sfilavamo debitamente disposti a cuneo, maestosamente possenti e marziali, fendendo la folla.
Arrivati sotto il parco reale, togliemmo l’elmo e alzammo le spade in segno di saluto, guardando verso il cielo fino a che il re non avesse parlato. Era il saluto militare che ci si trasmetteva da centinaia d’anni all’interno della casta militare degli Alti dell’Ovest.
Il re ci salutò e così fece sua figlia.
“Siamo lieti di accogliere la delegazione dei nostri alleati Alti dell’Ovest”
“Una così speciale delegazione sarà sicuramente degna della nostra migliore ospitalità”
Quella voce…
“Siamo grati al re, alla sua bellissima figlia e a tutta la corte” rispose mio padre.
Ora potevamo abbassare la testa, e guardare verso i nostri ospiti.
Era lei!!
La principessa Elibet, bellissima nelle vesti regali che richiamavano i colori caldi della sua folta chioma, mi stava guardando con un sorriso malizioso.
Solo un giorno prima l’avevo tenuta inchiodata al terreno per evitare di farmi forare dalle sue frecce. E ora mi sorrideva dall’alto del palco reale…

Finito di prepararmi, uscii dalla mia stanza e c’erano già Andirin e Attirin che mi aspettavano nel corridoio del castello.
“Ma come ci siamo fatti belli…”
“e chi si punta stasera…? ” dissero prendendomi in giro.
“Beh…si punta in alto…”
“Eccolo qui! Siamo appena arrivati e già si butta sulla principessina eh? ”

C’era un gioco di sguardi veramente intenso. E quelle labbra bagnate dal vino, umide e carnose, mi riempivano gli occhi.

Dopo aver mangiato iniziarono le danze e toccava alla coppia di sovrani o alla famiglia reale aprire i balli. Il re fece cenno a sua figlia di scegliere il suo cavaliere.
Elibet si alzò e si mosse verso di me…fece un inchino e mi guardò dritto negli occhi con una sensualità quasi imbarazzante. Quella ragazza mi eccitava da morire, ma dovevo stare attento, era pur sempre la figlia del sovrano.
Ballamo due musiche e per tutto il tempo Elibet non distolse lo sguardo, guardandomi fisso negli occhi, come a volermi ipnotizzare…e bisogna dire che ci era riuscita.
Mi aveva completamente stregato.

Cambiammo le coppie e la persi di vista, quindi mi stancai ben presto di ballare.
Mi rifugiai con Andirin sul balcone e iniziammo a chiacchierare.
La vista era magnifica. Si dominava tutto il parco est del castello reale.
Un’intricata composizione di aiuole e macchie di alberi, abbellita da tre laghetti, due centrali e uno che doveva essere nascosto in mezzo a una macchia di alberi, perché non riuscivo a vederlo.
Stavamo chiacchierando quando una bellissima ragazza si affacciò al balcone. Guardò Andirin e gli fece cenno di avvicinarsi.
Chiaramente il mio amico non se lo fece chiedere due volte, pur con un’espressione stupita sul volto.
La ragazza si avvicinò all’orecchio di Andirin, appoggiando una mano sul suo petto, poi ne strinse una delle sue e lo tirò verso il salone.
Andirin mi guardò e fece una faccia che poteva stare a significare solamente… “non posso farmela scappare”.

Ero rimasto solo e mi persi a guardare il giardino.

“Era il suo tipo, mi è sembrato di capire…”
Una voce che non capivo da dove venisse. Ma la conoscevo.
“Mentre sembra che ad Attirin piacciano appena un po’ più in carne, no? ”
Sembrava venire dal basso.
“Del resto non potevo mica rischiare che arrivassero a cercarti giusto sul più bello…dicono che siete davvero inseparabili, ma forse le mie dame di compagnia li terranno un po’ occupati…”
Elibet! doveva essere lei, ma non capivo dove fosse.
Mi sporsi ed era la. Illuminata dalla luna, seduta di spalle, ma non potevo sbagliarmi.
Quella sagoma l’avevo seguita per tutto un pomeriggio in mezzo al bosco.
“Aspettami” le dissi.
Scesi gli scaloni che permettevano di arrivare al cortile e mi ritrovai nel giardino.
Quella piccola peste non c’era più.
“E va bene” pensai “si inizia a giocare”.
Restai in silenzio e mi concentrai sul bianco. Non mi sarebbe scappata.
La vidi che si muoveva e mi mossi verso di lei a mia volta.
Ero sulle rive di un laghetto che si apriva all’improvviso ai limiti del giardino. Uno scenario da fiaba.
“Cosa ne dici di fare un bagno? ”
Iniziava a prendermi di sorpresa un po’ troppo spesso…
Mi girai e vidi che aveva la stessa calzamaglia bianca e la blusa da caccia candida che aveva al nostro primo incontro.
Una visione. Una visione che si muoveva verso di me ancheggiando.
Mi appoggiò le mani aperte sul petto, e mi tolse la blusa.
Ero senza maglia e lei seguiva i contorni dei miei muscoli con le dita. Mi stava facendo venire i brividi.
Mi spingeva piano all’indietro, appoggiandosi con le anche e il bacino.
Non poteva non essersi accorta della mia erezione
Si appiccicò a me, aderendo con tutto il suo corpo.
E mi diede una gran spinta, facendomi finire dentro il lago. Mi ritrovai a guardarla dal basso, disteso nell’acqua bassa delle rive del laghetto.
Rideva…rideva di gusto.
Mi alzai di scatto. Mi mossi velocemente verso di lei e la sollevai di forza facendo qualche passo verso l’acqua mentre lei si dibatteva ridendo.
La lanciai verso l’acqua alta, perché non si facesse male, ma anche perché si bagnasse per bene.
Continuava a ridere, mentre si alzava dall’acqua come una venere.
L’acqua le scorreva dai capelli sul petto, aprendo la blusa. Il bianco, trasparente, faceva risaltare i capezzoli eretti e il seno perfetto.
Non si mosse. Mi aspettava.
Scesi verso di lei e mi fermai a pochi centimetri. Era un’immagine incredibilmente erotica e la mia erezione tornò a farsi imperiosa..
Protese le labbra che io baciai piano. Erano morbide e bagnate. La sua lingua saettò aprendo la mia bocca.
Fu un bacio umido e intenso.
Le accarezzavo i fianchi mentre la sua lingua continuava a vorticare con la mia. Le mie mani si alzarono versi i suoi seni, per accarezzarli da sotto. Li strinsi entrambi e le sfuggì un sospiro.
Si staccò da me e mi lanciò un altro dei suoi sguardi carichi di erotismo.
Togliendosi la blusa scoprì le sue grazie. Mi spinse ancora una volta, ma questa volta accompagnandomi sulla sponda.
Mi distesi ed Elibet mi salì a cavalcioni. Il suo bacino aderì al mio cazzo tesissimo, mentre il suo seno si protendeva verso le mie labbra. Continuando ad accarezzarle la schiena presi in bocca un capezzolo e succhiai forte.
Inarcò la schiena mugolando.
Mentre con una mano scendevo ad accarezzare le rotondità perfette del suo culetto, l’altra strinse un seno, quello libero dalla mia bocca. Mi riempivano una mano ed erano incredibilmente sodi.
Scese a baciarmi il collo, il petto, gli addominali e si fermò, tastando con una mano il mio bastone.
Faceva su e giù, per tutta a sua lunghezza. Mi guardò dal basso, poi mi abbassò le braghe e lo cinse con una mano vellutata.
Lo alzò verso il cielo e la sua lingua lo bagnò piano dalla radice fino alla punta, dove si fermò per roteare due volte lentamente attorno alla cappella. Sempre tenendolo “in piedi”, ne circondò la punta con le labbra, per poi scendere cm per cm, fino ad infilarselo quasi tutto in gola, fino a che non rischiò di soffocare.
“Cavolo…è troppo grosso…”
La principessina si stava rivelando davvero una pompinara da oscar.
Ma non potevo certo venire così…
Sarebbe stata lei la prima a morire di piacere.
Continuò così per almeno un minuto dato che non riuscivo quasi a muovermi per il piacere che mi stava dando, ma alla fine le presi il viso tra le mani e la ribaciai, per poi rovesciarla sulla sabbiolina della riva.
Ripetendo il suo stesso tragitto arrivai a baciarle la pancia fino a che non fu ora di togliere la calzamaglia da caccia. Tutta bianca e bagnata, le aderiva come una seconda pelle, lasciando intravedere le labbra della figa gonfie di eccitazione. Inarcò la schiena per aiutarmi a toglierla, così sfilato l’ultimo ostacolo mi trovai davanti il bocciolo di carni che tanto desideravo.
Il suo sguardo era chiaro segno di quanto desiderasse quel momento.
allargò le gambe permettendomi di avvicinarmi al centro della sua femminilità, fradicia di umori e pronta ad accogliere le mie cure.
Iniziai a leccare le grandi labbra prendendole tra le labbra e suggendole a fondo. Elibet gradì decisamente questo trattamento perché iniziò ad ansimare e a muovere il bacino. Continuai l’opera passando con la lingua sulla spaccatura fino a sfiorare il clitoride che però non toccavo mai. Seguendo gli umori mi trovai poi a scendere verso il forellino posteriore che si contraeva ritmicamente, come a scandire le ondate di piacere che colpivano la principessa. Iniziai a bagnarlo di saliva e ad accarezzarlo con l’indice, in un movimento rotatorio che riuscì a farlo rilassare.
Elibet raggiunse il primo orgasmo quando spinsi il dito nel profondo dentro di lei, lasciandosi sfuggire un lamento di godimento e serrando i glutei.
Toccava ora alla mia lingua, che prese a muoversi come aveva fatto in precedenza il mio dito, fino a che i muscoli dello sfintere non tornarono a rilassarsi, per lasciarne entrare la punta.
Un lungo sospiro sfuggì dalle labbra della creatura da sogno che mi si stava concedendo, mentre si massaggiava il petto.
Decisi che era ora di tornare verso l’alto, riprendendo il mio lavoro da dove era iniziato.
Questa volta però mi dedicai al clitoride, toccandolo appena con la punta della lingua e soffiandoci piano sopra. Non resistendo a questo trattamento mi prese la testa tra le mani e mi tirò a sé, spingendo verso di me il bacino.
La mia bocca era giusto sopra il suo bottoncino, quindi iniziai a ciucciarlo con foga. Si muoveva sempre più scompostamente, in preda al piacere, e più succhiavo più i suoi urletti mi riempivano le orecchie. Dopo poco più di un minuto venne di nuovo e si accasciò esausta, con gli occhi socchiusi e un sorriso di godimento sulla bocca carnosa, mentre era ancora sotto l’effetto del lungo orgasmo che le avevo procurato.
Si riprese poco dopo e mi appuntò addosso uno sguardo libidinoso che mi fece presagire una serata “movimentata”.
A gattoni si mosse verso di me, sculettando e mi fece sdraiare a pancia in su.
“Ora tocca davvero a me, mio bel cacciatore”
Appoggiò le palme delle mani sul mio petto e allargò le gambe ai lati dei miei fianchi. Continuando a tenere lo sguardo puntato nei miei occhi iniziò a scendere col bacino verso il mio arnese che se ne stava lì fremente, in attesa.
La sua fighetta calda mi prese dentro di sé piano piano, avvolgendomi in un abbraccio umido che mi faceva andare in estasi. Dopo essersi calata cm per cm arrivò a toccare il mio bacino con il suo e allora chiuse gli occhi gemendo mentre si godeva quella penetrazione tanto profonda. Iniziò poi a muovere la mano verso l’alto, accarezzandosi il ventre piatto, per finire a stropicciarsi i capezzoli mentre riprendeva a muoversi su e giù, sempre più velocemente.
Improvvisamente rallentò, scese e si rimise a carponi, girandosi e offrendomi la stupenda vista del suo spacco dischiuso.
Non mi feci attendere molto, arrivando da dietro.
Appoggiai il glande e attesi, fino a che non iniziò a dondolare i fianchi, come se non riuscisse a resistere. Inizia quindi a stantuffare.
Sospirando piegò i gomiti e appoggiò il viso sulla sabbia, dondolando per effetto dei miei colpi e schiudendo la bocca ad ogni penetrazione.
Iniziò ad ansimare sempre più forte, fino a che la marea di piacere non la travolse. Allora si appoggiò sulla sabbia e girandosi mi guardò.
Io ero ancora lì, fermo in ginocchio e con l’asta ben tesa.
Ripiegò le gambe e mi fece cenno di avvicinarmi. Voleva essere presa dal davanti, ora.
“Voglio guardarti e baciarti mentre mi fai tua” sussurrò
La sua dolcezza mista a quella voglia di concedersi erano per me la cosa più bella che mi avessero mai donato.
La presi piano stavolta, e a ogni colpo la baciavo.
Venni poco dopo sulla sua pancia, contemporaneamente al suo terzo orgasmo.
Inutile dire che le mie visite a corte si fecero molto più frequenti…e forse anche il re iniziava a sospettare qualcosa. FINE

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I racconti erotici sono la mia passione. A volte, di sera, quando fuoi non sento rumori provenire dalla strada, guardo qualche persona passare e immagino la loro storia. La possibile situazione erotica che potranno vivere...

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