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L’anno dei Robot

Manuela piangeva accanto al corpo del suo amato, con il viso rivolto al suolo e la pelle in evidenza attraverso i vestiti strappati, bruciata e sporca.
Era finita, tutti morti e dimenticati.
Alcuni corpi erano perfino ancora caldi e le lacrime rigavano i volti privi di vita che la circondavano.
Li poteva udire in lontananza. L’ultimo raggio mortale aveva colpito proprio Alberto che la stava guidando verso un rifugio a suo dire sicuro.
Un colpo secco e mortale che non gli aveva lasciato scampo. Povero amore, povero genere umano, così folle e pretenzioso da pensare di riuscire a vincere quella guerra. Solo nello spirito restava ancora forte la presenza dell’uomo.
Quanto avrebbe voluto essere morta subito, senza aver vissuto quella orribile esperienza, quella successione di tristi vicende che ora la vedevano sola e senza nessuno a cui aggrapparsi.
Pianse forte, all’orizzonte non si vedeva nessuno, il sole era in procinto di tramontare e quello scenario da sogno era guastato dalla tragedia perenne, dal lutto appena subito.
Doveva rialzarsi e correre, perché erano vicini, talmente vicini che l’avrebbero presa in un attimo.
Ma dove poteva andare, dove avrebbe trovato rifugio quella giovane e bellissima donna?
Manuela aveva un volto stupendo, una meravigliosa e delicata cornice pregiata, occhi di un viola così intenso da ferire, statura elevata, seni prosperosi e sodi, curve voluttuose come quella di una dea antica, una cascata di capelli biondi.
Ma tutto quello splendore non le sarebbe servito a nulla, non le era mai servito a nulla, non in quella triste epoca di morte.
Il respiro si faceva sempre più pesante, c’era un’aria elettrica e malsana che la spinse a tentare perlomeno di opporre un minimo di valida resistenza, cioè correre, l’unica cosa che poteva fare una debole creatura quale era lei.
Si alzò in piedi maledicendo quei maledetti, pianse un attimo e poi si mise a correre senza meta.
Gli stretti vestiti in pelle la fasciavano comodamente, così da permetterle di scattare veloce e senza impedimenti.
Due minuti di corsa serrata ma la stanchezza non si fece sentire, così la bellissima valchiria continuava a correre, e sempre più dimenticava l’uomo che aveva lasciato alle spalle.
Era veloce, agile, loro non l’avrebbero presa tanto facilmente, non potevano e non dovevano.
Ma la vita era troppo triste per quelle forme di vita esclusivamente organiche. Un calore improvviso la stordì mandandola a sbattere contro un lampione.
Cadde con un profondo spacco sul ciglio.
La sua pelle era rovente ma presto tornò alla temperatura abituale.
Era un colpo volutamente non mortale.
Pianse.
-No, no-disse disperata e debole. Avrebbe dovuto farla finita quando poteva, ormai era troppo tardi.
In lontananza non si vedeva nessuno, ma dalla Hall di un albergo ne spuntò uno e bello grosso.
Era grigio, arrugginito.
Nel camminare faceva un gran rumore, la sua mole dominava l’ambiente.
Il corpo interamente quadrato sormontava due gambe spesse e tozze, mentre le larghe braccia erano mobili e lunghe.
La testa era un rettangolo pieno di segni che si illuminavano. Il suo cacciatore, quello che l’aveva presa.
Manuela si trascinò fino ad un cumulo di carcasse meccaniche.
Trovò la forza di mettersi in ginocchio, ma era troppo debole per fare altro.
Il robot la raggiunse in breve, e senza preamboli, così gli era congeniale passò subito all’azione.
Due fili sormontati da aghi le penetrarono attraverso il bikini nei seni, e subito una forte scossa le attraversò il corpo.
Loro erano come gli uomini, peggiori perché dotati di tutto quello che serviva per ottenere la sottomissione.
Dal ventre, un pannello si aprì lasciando fuoriuscire quello che era il loro pene. Un pezzo di ferro maleodorante, unto ed irregolare.
Pianse.
Perché si comportavano come gli uomini, perché non si limitavano ad ucciderli oppure a ridurli in schiavitù, per quale ragione dovevano scopare anche loro? E che piacere ne potevano trarre.
Manuela non fece nulla, il robot, accostò quel grosso pene di ferro alle sue labbra. Le lacrime le impedivano di vedere bene, ma si trattava di un pezzo non superiore ai dieci centimetri.
Una scossa le pervase il corpo.
Pianse ancora e dolorante, troppo stanca per opporsi o cercare la morte lo prese in bocca.
Minò la fellatio, anche se all’inizio le veniva difficile adeguarsi.
Prese a pompare senza sosta, per dimenticare, per non sentire dolore e non essere punita.
Il robot accostò una delle sue enormi mani metalliche, premendole la nuca.
Il pene subì uno scatto, passando da 10 a 15 centimetri.
Il colpo le fece sanguinare la mascella ed emettere un gemito. Smise di ciucciare ed una scossa la investì ancora, così devotamente riprese a lavorare di bocca senza sosta.
Ora le sue lacrime erano di disprezzo e di paura, di orrore, di follia.
Che sudicia puttana era diventata, era come le tante che si erano volontariamente vendute.
Presa com’era non si accorse di un altro robot che li aveva raggiunti.
Con dita fredde e dure prese a palpeggiarle i grossi seni invasi dai tubi e le fece male ad ogni tastata.
Freddi tentacoli di metallo sottilissimi uscirono dal corpo del nuovo arrivato, presto la cinsero su braccia e gambe, sospendendola a mezz’aria.
Il robot si muoveva lentamente, ma non ebbe problemi a sistemarsi sotto di lei, mentre l’altro oscenamente, muoveva il lungo pene nella bocca ormai grondante sangue.
Una volta seduto, e con la schiena poggiata, rivelò il suo pene, che raggiungeva le dimensioni dell’altro.
La ragazza fu calata ed infilzata con violenza, senza nemmeno esser privata dei vestiti.
Il dolore fu atroce, ma forse quello che provava nell’animo riusciva a superare anche quella dura prova fisica.
Presto quello che la scopava la cinse con le lunghe braccia, e stringendo con forza la sfilava e la infilava sul suo cilindro, senza mai però tiralo fuori del tutto.
15, dieci secondi dopo divennero 20, poi 25, 30.
La bocca era distrutta, sputava saliva e sangue, ormai il suo corpo era un groviglio di filamenti ed arti meccanici che la maneggiavano nella più sordida nelle maniere.
Non li contò, ma da quando era entrato in lei, il robot le aveva dato due orgasmi in 90 secondi.
Il pene aveva cominciato un doppio movimento rotatorio, si allungava e si accorciava, emetteva vapore ed inoltre tutti i centri del piacere erano stimolati dai tubi che l’avvolgevano.
Il sole stava tramontando.
Pensava a quanto fosse schifosa, ma presto rinnegò la sua umanità e si pentì di non essersi fatta schiavizzare prima dalle macchine.
Era sporca ed appagata, mai stanca di quel piacere incredibile.
Da quel momento in poi non sarebbe stata altro che uno strumento di piacere, per gli insensati coiti di quella macchine senza storia e senza ragione. FINE

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La letteratura erotica ha sempre il suo fascino perché siamo noi a immaginare e a vivere, seduti su una comoda poltrona o a letto, le esperienze e le storie raccontate qui, Vivi le tue fantasie nei miei racconti, i miei personaggi sono i tuoi compagni d'avventura erotica. Buona lettura.

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