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Cari, vecchi amici

Avevo da poco aperto una agenzia d’affari, dopo un periodo di lavori vari in giro per l’Italia.
Il lavoro non era tanto, anche perché ero all’inizio, e lavoravo da solo; un giorno viene a trovarmi una vecchia amica di scuola, un paio d’anni più giovane di me (io ne ho 33), sposata.
Era da un po’ di tempo che non la vedevo, sia per il mio tran-tran per l’Italia che per alcuni fatti accaduti qualche anno prima che, al suo apparire nel mio ufficio, mi tornarono subito alla mente: chiaramente insoddisfatta del matrimonio, anche se non amava parlarne, un giorno ero andato a trovarla al lavoro (faceva la contabile in un grande autosalone ed il suo ufficio era un box ricavato all’interno del locale, con angoli protetti dalla potenziale visione dall’esterno; c’era solo lei che si districava tra fatture e documenti), dopo esserci salutati da buoni vecchi amici, rimanemmo mano nella mano; continuando a parlare, ci tenevamo ancora mano per mano, ad un tratto, non so cosa mi prese, cominciai a solleticarle coi polpastrelli il palmo interno della mano, risalendo pian piano lungo il polso. A lei piaceva tale trattamento, non accennando al benché minimo ritiro impacciato o incazzato, anzi: ad un certo punto, durante questi miei lenti tragitti lungo la parte inferiore del suo braccio (che l’avevano senz’altro turbata), arrivato di nuovo all’interno della sua mano, improvvisamente, scegliendo apposta il mio dito medio, me lo strinse a mò di cazzo e cominciò a massaggiarlo ed a scorrerlo per tutta la sua lunghezza; arrivata alla punta del mio medio, con la punta del suo indice cominciò a carezzarlo e solleticarlo proprio come fosse la punta di un cazzo che veniva dardeggiata dalla sua lingua assatanata. Intanto il vero cazzo (il mio) cominciò a premere nei boxer, tanto che, ad un certo punto, vuoi per l’eccitazione, vuoi anche per i pantaloni larghi che indossavo, sgusciò fuori dai boxer puntando dritto verso i bottoni della patta, dimostrando alla mia “dirimpettaia” in maniera palese l’esito prevedibile di quel giochino.
Ci guardammo fissi negli occhi e automaticamente ci ritrovammo abbracciati in un angolo del suo ufficio a baciarci furiosamente e a toccarci a vicenda. Le presi le stupende tette tra le mani a mò di coppa e cominciai a massaggiarle, strizzando di tanto in tanto i capezzoli che erano divenuti durissimi, poi, alzandole la lunga ma larga gonna che indossava, le infilai una mano negli slip, beandomi della lussuria che, grazie anche ai miei giochetti di prima, le stava sgorgando copiosa dalle labbra; raccolta la mano a coppa, cominciai a sfregarla sulla fica bollente, spalmandole i suoi stessi umori tra labbra e buco del culo; cominciai allora a penetrarla con le dita, mentre lei, da sopra i pantaloni, mi aveva intanto infilato una mano nei boxer e, afferratomi il cazzo al quale poco mancava che le scoppiasse fra le mani, cominciò a menarmelo nei pantaloni. All’improvviso, il “Buongiorno” di un cliente che in quel momento entrava nel salone ci riportò alla triste realtà, facendo noi appena in tempo a ricomporci e lei! , per sdrammatizzare: “Arrivederci Ragioniere, le invierò al più presto il saldo della fattura”.
Mi ritrovai così, mezzo rincoglionito per quella inaspettata, ma meravigliosa e purtroppo incompiuta avventura, a far ritorno al mio lavoro, con i coglioni che mi scoppiavano per l’eccitazione (appena arrivato dovetti andare in bagno a farmi una sega per calmarmi).

Da allora non ci siamo più rivisti, fino a quella mattina. Ero assorto da quei pensieri, quando lei mi fa: “Buon giorno ragioniere, sono venuta per saldare quella fattura”. Capii subito il significato di quella frase e cosa sarebbe successo di li a poco, ma volli, comunque, gustare il sapore di quella riconquista (tanto oramai non c’era più la fretta di un tempo) e, rispondendole “Già, la famosa fattura! “, la feci accomodare sul divano che avevo sistemato sul retro del mio ufficio, dove mi ero arredato un piccolo ma accogliente salottino con divano-letto, con tanto di frigo e luci regolabili.
Le offrii un Campari e mi sedetti accanto a lei, cominciando a parlare del più e del meno e, ad un certo momento, cominciai a ricordare il fatto accaduto quel famoso giorno, raccontandole, come se lei non ne sapesse niente, tutto quanto era accaduto, prendendole la mano e cominciando a carezzarla come quel giorno. Cominciai a notare il suo turbamento, ma questa volta, chiedendole scusa, mi alzai un attimo ed andai a chiudere la porta d’ingresso a chiave, mettendo il cartello “torno presto”: non volevo sorprese questa volta.
Tornai a sedere accanto a lei, le ripresi la mano, e ripresi a raccontare, cominciai a confidarle il mio desiderio nei suoi confronti fin dai tempi della scuola, quando lei (involontariamente o non) si metteva sottobraccio e mi faceva sentire la possenza e la durezza delle sue tette, e un’altra volta, durante una pasquetta in campagna di amici, per prendere il posacenere che era accanto a me, si stese sulle mie gambe facendomi sentire le sue tette direttamente sul mio cazzo che ebbe una erezione improvvisa e lei, accortasene, fece di tutto per ritardare il suo ritiro col portacenere. In seguito, nessuna altra avance era stata osata né da parte mia né da parte sua. A questi racconti, lei disse che in effetti io le ero sempre piaciuto, solo che paradossalmente a lei sembrava che fossi io a non essere interessato a lei; ma io le risposi che la mia era una reazione tipica della persona timida, caratteristica che avevo ormai perso da tempo. Lei affermò che in effetti ero cambiato, che adesso ero più “sveglio” di allora, e che comunque era ora di recuperare il tempo finora perduto. Detto questo, portando la mia mano vicino al suo viso, prese tra le labbra il mio dito medio e se lo risucchiò in bocca come fosse uno spaghetto, il mio cazzo ebbe un sussulto improvviso, mi si avventò sopra come una pantera affamata e cominciammo a baciarci e a toccarci.
Ad un tratto si alzò in piedi, si tolse la camicetta e, accovacciatasi per terra davanti a me iniziò a togliermi i pantaloni, poi i boxer e infine, fissandomi negli occhi con uno sguardo che voleva dire solo “ho una tremenda fame del tuo cazzo”, impugnatolo come uno scettro, cominciò a leccarlo come un gelato, a slinguarlo sulla cappella, poi passò alla base, succhiando i coglioni mentre me lo menava dolcemente e con il palmo della mano spalmava sulla cappella la mia eccitazione che cominciava a defluire, cominciò a mordicchiare il rigonfiamento sulla parte inferiore dell’asta, risalendo sempre più verso l’alto, e, quando fu in cima, con un colpo di lingua asportò parte della mia eccitazione dal glande, se la spalmò sulle labbra come per lubrificarle e, raccogliendo le labbra a cuoricino, le avvicinò alla cappella e, tenendole ben strette ma sempre morbide nella loro naturale carnosità, affondò l’intera asta nella sua bocca sì da farmi immaginare una penetrazione. Il su e giù che seguì della sua testa, unitamente al dardeggiare della lingua all’interno della calda bocca, mi fece perdere completamente la testa, fino a quando, estrattolo, cominciò a succhiare la cappella facendosi con tale movimento infossare le guance. A quel punto non ce la facevo più, le dissi che stavo per venire e lei, per tutta risposta, fissandomi negli occhi con uno sguardo da troia vissuta mi disse: “sborrami in bocca, ti voglio bere fino all’ultima goccia”. Cominciò a pompare l’asta dalla punta fino alla base, bagnandola in tutta la sua lunghezza e raspando con la lingua lungo il frenulo: venni a dismisura, inondandola di sperma, lei ne bevve in parte, poi lo tirò fuori e continuando a menarlo si fece venire sulle tette, poi lo ricacciò in bocca e lo ripulì per bene, mentre con una mano si spalmava lo sperma sulle tette.
“Per ora mi hai offerto tu l’aperitivo” disse dopo “ora devo andare a cucinare, si sono fatte le 12, 00. Mio marito torna alle 13, 00 per pranzare e poi deve essere di ritorno al lavoro entro le 14, 00. Se vuoi nel pomeriggio presto posso offrirti un tartufo al cioccolato. è una mia specialità, vedrai, ci vediamo intorno alle quattordici qui? “. “Va benissimo” risposi io “alle 14, 00 in punto ti apro la porta sul retro, così entri senza farti notare, ti aspetto”, pregustando già il “tartufo al cioccolato” che mi aveva promesso.
Andai a mangiare un boccone a casa e subito mi infilai sotto la doccia, pensando e ripensando a quanto accaduto al mattino e a cosa mi aspettava nel pomeriggio. Tornai subito in ufficio, lasciando l’auto lontana di qualche isolato, in modo che nessuno mi rompesse le scatole e, alle 14, 00 in punto, aprii la porta di servizio sul retro lasciandola socchiusa: dopo circa un minuto questa si aprì e lei apparve sull’uscio, bella come mai, avvolta in una pelliccia di visone chiaro che la rendeva simile ad un gioiello, i capelli castani, ricci, lunghi e foltissimi, come quelli di un Rasta, le labbra piene (altro che siliconi) e dipinte con maestria, la minigonna che era più corta della pelliccia ed una camicetta rossa che faceva trasparire chiaramente il reggiseno di pizzo scuro che indossava sotto; le scarpe col tacco alto, vertiginoso, facevano risaltare la sottilissima caviglia: “Pensavo non ci fossi, non ho visto la macchina e mi sono preoccupata, stavo per tirare diritto senza fe! rmarmi” disse chiudendosi la porta alle spalle, mentre le andavo incontro. Abbracciandola sulla porta, le spiegai che l’avevo lasciata più lontano per non essere disturbati e lei, sorridendomi in modo malizioso e buttandomi le braccia al collo, annuì con piacere e mi baciò.
Subito la presi per i fianchi e cominciai a strusciarle sull’inguine il mio cazzo che premeva già duro nella patta dei pantaloni. Lei agevolava il mio lavoro sporgendosi verso di me e, appoggiandosi con le spalle alla porta dietro di lei, si inarcò all’indietro offrendomi la visione della forma delle sue tettone che premevano sotto la camicetta che le si era stirata addosso. Cominciai a pastrugnarle nelle mani, stringendole i capezzoli che risaltavano induriti come pietre. Le sbottonai la camicetta e la scostai, mettendo in risalto il reggiseno di pizzo nero che tratteneva a stento il suo seno splendidamente pieno e carnoso, che presi a piene mani e cominciai a mordicchiare da sopra il reggiseno, la mia lingua si insinuò lasciva tra il tessuto ed un capezzolo, lambendolo e, stringendolo tra le labbra, lo trascinai fuori dal suo alveo, mentre con le mani cominciai a sollevarle la gonna, scoprendo con piacere che non indossava gli odiosissimi (per me) collant, ma calze autoreggenti con l’estremità in raffinatissimo pizzo lavorato; complimentatomi per la sua trovata eccitantissima, abbrancai stringendole le natiche, spingendola contro il mio cazzo per farle sentire quanto mi eccitano quelle idee che molto spesso sono invece disattese dalle donne in genere, dilatandole e carezzandole il buco del culo, passando poi alle labbra della fica che già grondavano piacere. Lei riuscì ad infilare una mano fra i nostri corpi, afferrando e stringendomi il cazzo attraverso la stoffa dei pantaloni e cominciò a manovrarlo come a masturbarmi.
Intanto io leccavo e succhiavo i capezzoli e nel frattempo con la mano destra da dietro le chiappe avevo infilato il medio nella fica e l’indice nel buchetto del culo. Improvvisamente la vidi stralunare gli occhi e, respingendomi sì da farmi quasi cadere all’indietro, accovacciatasi davanti a me con le cosce oscenamente divaricate, la gonna ormai tirata tutta su, sbottonatami la patta, mi tirò fuori l’uccello ormai duro come un mattarello cacciandoselo in gola in un attimo, cominciando a pompare come un’ossessa e fissandomi continuamente negli occhi con uno sguardo misto di “troia innamorata” e “puttana dichiarata”, desiderosa di intercettare ogni mia smorfia di goduria per merito del suo lavoro.
Pompava e succhiava come se volesse farmi uscire le palle dal condotto urinario, di tanto in tanto lo usciva leccando la cappella e strusciandoselo sulla faccia, sul collo, per poi passare sulle tette, e nel frattempo, scostati gli slip dal suo cavallo, si sgrillettava la clitoride infilandosi due dita nella fica. Godeva come una matta, poi, sfilata la mano dalla fica, me la portò alla bocca, ed io, senza farmi pregare, mi infilai le due dita fradice dei suoi umori in bocca, suggendo il suo sapore di troia inappagata. Ero ormai guidato da lei, non avevo bisogno di inventarmi nulla, e mi facevo trasportare dalla sua fantasia nei meandri della lussuria più sfrenata.
L’avvisai che stavo per venire, e lei, senza mollare il cazzo dalla bocca, si sfilò la pelliccia poggiandola per terra, si tolse la camicetta e la gonna gettandole su una sedia e si rinfilò la pelliccia, rimanendo così, con le autoreggenti, le mutandine ed il reggiseno di pizzo nero e le alte scarpette, a sbocchinarmi come una matta: pareva che non lo facesse da anni, per quanta foga e passione ci metteva, tant’è che in breve tempo cominciai ad eiacularle il mio piacere nella sua bocca affamata; gonfiando le guance, continuava a sbocchinare e ad accogliere il mio seme tenendo serrate le labbra intorno all’asta, e sentivo al suo interno la cappella accarezzata dalla lingua caldissima, non deglutendo però, ed in effetti dopo qualche secondo sentii allentare la stretta delle sua labbra e lo sperma iniziò a defluire dagli angoli della bocca, colandole lungo il mento ed andando a finire, essendosi poggiata all’indietro sulla porta alle sue spalle, sulle tette, sulla pancia e sugli slip.
“Quanto sei porca” riuscii a dire con la voce resa roca dalla completa assenza di saliva, “ti ho immaginata tante volte nelle mie fantasie in passato, ma mai avrei immaginato fossi così portata alla troiaggine”.
“Ti dispiace? ” ribatté lei, sorridendo maliziosamente, spalmandosi con entrambe le mani le gocce del mio seme sulle tette, la pancia e le gambe.
“Ma figurati, anzi” ripresi io “mica è facile trovare una donna così “raffinata e disponibile” nel sesso come ti sto scoprendo io. E guarda che questi sono complimenti che ti faccio, non che le parolacce che ti dico debbano essere fraintese come offensive”.
E lei: “E chi le prende offensivamente, anzi mi eccitano, perché so che le dici convinto della mia porcaggine, che non è una cosa usuale, specie con quello stronzo di mio marito, lui pensa solo e soltanto al calcio, per lui non c’è altro nella vita. A te non piacerà il pallone, vero? ”
“A me? – dissi io – Io le uniche PALLE che amo fare e vedere giocare sono le mie, anzi, io ho sempre detto che oltre agli accaniti tifosi del pallone, ci vorrebbero altrettanti tifosi accaniti delle fiche delle loro mogli, pronti a chiavarle ad ogni trasferta della squadra del cuore.
Comunque, ora basta parlare di questo, penso che noi due ci siamo capiti, questa volta, a primo acchito, non come nel passato”.
“Hai ragione – riprese lei – è meglio pensare a noi, adesso, anzi, a me, io non ho goduto né stamattina né ora” e, presomi per il cazzo, chiese dove fosse il bagno e lì si diresse tirandomi dietro di lei.
Entrati nel bagno, mi fece sedere sul bidè, si posizionò alle mie spalle, aprì l’acqua fredda e la diresse sull’uccello ormai moscio, per farlo rinsavire; poi, riempita la mano col sapone liquido, ed aperta l’acqua tiepida, iniziò ad insaponarmelo, sussurrandomi dolci porcate nell’orecchio, poi passò la mano insaponata sotto lo scroto e, raggiunta la parte posteriore, iniziò un dolcissimo massaggio al mio ano, che scatenò l’immediata erezione dell’uccello; al che, vista la reazione provocata dal massaggio, si mise di lato a me, guardandomi fisso negli occhi, infilò la mano sinistra nel bidè dietro il mio culo, se la insaponò con la destra e puntò decisa il suo dito medio all’ingresso dello sfintere, infilandolo lentamente dentro, baciandomi con foga e menandomi l’uccello con la mano destra.
Poi, avvicinando la bocca al mio orecchio, sussurrando mi disse: “Sai, oggi ho mangiato pochissimo per non riempirmi lo stomaco, e poi ho fatto anche un clistere per svuotarmi dietro.
Voglio che tu prenda l’ultima mia parte ancora vergine. Non l’ho mai dato a nessuno, perché ritenevo che dovessi darlo a chi veramente l’avrebbe meritato, ed ora ho finalmente ritrovato l’uomo che ho sempre sognato, e che mai avrei immaginato fosse a sua volta interessato a me”.
Queste parole mi fecero salire il sangue alla testa, mi risciacquai prima che venissi nuovamente con quel mix di dito nel culo, sega insaponata e frasi lussuriose, la presi in braccio, la portai nel salotto dove la adagiai sul divano letto, che aprii in due secondi. Dopo di che mi tuffai a baciarla ed a leccarla dappertutto, cominciando dalle tette, ancora impiastricciate del mio seme, per poi scendere lungo il pancino di una morbidezza serafica, per giungere poi al monte di venere, oramai grondante di umori che avevano letteralmente inzuppato la parte inferiore delle mutandine, che scostai per fare posto alla mia bocca, assetata della lussuria che quella donna, chissà da quanto tempo, serbava dentro di sé. Leccai dapprima l’interno delle cosce, poi le grandi labbra, leccavo e deglutivo, poi, raggiunta la clitoride, allargai con le mani i lembi di pelle circostanti e, spuntato nella sua maestosità, lo colpii con la punta della lingua, lo leccai, poi lo afferrai con le labbra e! lo succhiai. Lei mi spingeva la testa contro la sua fica con una mano, mentre con l’altra era intenta a strizzarsi le tettone, che aveva liberato dalla stretta del reggiseno. Le feci alzare le gambe, sfilandole le mutandine, e, con le gambe alzate e divaricate, estratta al massimo la lingua, gliene infilai quanta più possibile nella vagina, arrivando contemporaneamente a masturbarle la clitoride con il naso che urtava naturalmente su di essa, mentre con un dito opportunamente bagnato dai suoi stessi umori, le massaggiavo dolcemente lo sfintere, che si apriva ad ogni mio tentativo di avvicinamento, come a volerlo risucchiare dentro, ed in effetti, avvicinato un po’ di più del solito all’apertura promessami, con un colpo di reni se lo fece entrare nel culo, cominciando a roteare il bacino per farsi aprire di più la stretta apertura. Gemeva e si contorceva, portandosi di tanto in tanto i capezzoli alla bocca, autoleccandoseli, quando all’improvviso, abbassando le gambe, mi attirò a sé: “Scopami, ora, mettimelo dentro, fammi godere”, e così dicendo si infilò da sola il cazzo nella fica. Sarei potuto rimanere benissimo immobile, perché si muoveva così tanto bene lei sotto di me, che mi sembrava di stare su un materasso d’acqua, ma volli partecipare attivamente alla scopata, e cominciai a sbatterle dentro tutto il mio amore. Era tanta la sua voglia di cazzo fino in fondo alla fica che, abbracciandomi con le gambe, puntò i talloni sulle mie natiche spingendomi con forza dentro di sé, era come se qualcuno mi stesse aiutando a chiavarla
“Sfondami, scopami, fammi godere, sono la tua vacca”, e per farla godere di più, distesomi su di lei, le presi le natiche con entrambe le mani e le infilai i due diti medi nel culo, allargandolo quanto più possibile, pregustando già quel momento. Per facilitare l’operazione in corso, mi fece sedere appoggiandomi alla sponda del divano e mi venne sopra, cavalcandomi come una forsennata, mentre per la goduria si prendeva la testa tra le mani, infilandole nei capelli, poi prendeva le tette e me le porgeva perché le succhiassi, mentre le mie mani erano tornate a brancarle il culo, allargandone le due emisfere per rientrare con i due medi (opportunamente lubrificati nella sua stessa fica) nel buco del culo, che era ormai pronto all’inculata. Se ne venne mugolando, anzi quasi muggendo, mentre saltava letteralmente sul mio cazzo, alzandosi e lasciandosi cadere a corpo morto su di esso, mi prese la testa e mi baciò con passione, sussurrandomi nella bocca frasi lussuriose e piene della più recondita ma piacevolissima troiaggine. Infine si abbandono al mio fianco, spossata ma soddisfatta (ma non ancora del tutto).
“Da oggi in poi troverò ogni scusa per venire a trovarti: fuori dall’orario di lavoro, s’intende.
Anzi, se vuoi possiamo organizzare anche qualche week-end insieme, dove vuoi tu, o qualche vacanza. ” disse mentre mi baciava una mano.
“Per me va benissimo” dissi io “mi faresti davvero felice. Quando penso che ho perso quindici anni della mia vita in giro per il mondo per donne e lavoro, quando ho sempre avuto tutto ciò a portata di mano, sotto casa, e non me ne sono mai accorto… “.
“Dai – ribatté lei – non ci pensare più ora, piuttosto recuperiamo il tempo perso” e, così dicendo, scivolò lungo il mio fianco e riprese a succhiarmi l’uccello che si era intanto messo a riposo. Continuava a succhiarmi l’anima, e senza lasciarmi un attivo, roteò il bacino verso il mio viso, in modo tale da poterle ricambiare il servizio, e così iniziai a leccarle fica e culo, culo e fica, mentre con le mani da sotto le palpavo le tettone penzolanti. Poi le tolsi il cazzo dalle mani e, impugnatolo strettamente alla base con una mano, con l’altra le presi la testa e glielo ficcai fino in gola, facendole inizialmente venire un conato di vomito, ma poi, adeguatasi alla circonferenza del mio tarello, iniziò a ritmare le pompate, salendo fino alla cappella, slinguandola e succhiandola, per poi ficcarselo di nuovo dentro, fino a trapassarle la gola e fermarsi alla base dell’asta; nel frattempo, da sola si strusciava la fica e lo sfintere sulla mia bocca, ed io, talvolta indurendo la! lingua, la infilavo in quel pertugio pulsante. Durò poco, poiché ad un certo punto, messasi carponi davanti a me col culo bene in mostra, disse: “Ora mettimelo dentro, dai, vieni. ” Allora volli fare un po’ io il conduttore del gioco, e, messomi alle sue spalle, cominciai a carezzarle le natiche e la fica col mio uccello, chiedendole di dirmi bene cosa volesse, perché non avevo capito bene. “Voglio che mi inculi. Dai, inculami, voglio che me lo faccia uscire dalla gola il tuo splendido cazzone. Dai, vieni, non resisto, dammelo” continuando a strusciarsi ed a venirmi incontro col suo stupendo culo; allungai una mano nella tasca della giacca appesa alla sedia, tirai fuori un tubetto di vaselina contenente un leggero anestetico che mi ero procurato tempo addietro in farmacia e, appoggiato il beccuccio sullo sfintere, ne versai una buona dose che sparsi accuratamente con un dito dentro e fuori, in modo che non le procurasse alcun dolore quando l’avrei inculata. Ebbe un sussulto appena il mio dito cominciò a penetrarla per umettarla di vaselina, e, voltandosi indietro, guardandomi con quella faccia da troia incallita, estrasse la lingua e se la passò languidam! ente sulle labbra. Per vedere se l’anestetico stesse facendo effetto, le infilai un altro dito, poi tre e cominciai a rotearle nell’ano per allargarglielo quanto più possibile. Ora era pronta, le infilai un po’ il cazzo nella fica bagnatissima, lo umettai ben bene con qualche colpetto, lo uscii e lo puntai direttamente alla bocca dello sfintere, cominciando a spingere per farlo entrare dolcemente. Lei, con un colpo secco, indietreggiò facendoselo scomparire nel culo: “Allora non hai capito che voglio che mi inculi, IN CU LA RE! Mi… de… vi… in… cu… la… reeeeee” cominciò a gridare lei sbattendo il culo contro la mia pancia. Allora, avendo ora capito bene le sue intenzioni, per non deluderla, l’abbrancai per la vita ed iniziai a sodomizzarla con tutta la mia forza, gridandole tutto ciò che mi veniva in mente: “Allora vuoi che ti sfondi, troia? E allora tieni, tieni, ti sfondo il culo, troia, godi vacca, godi. Dimmi cosa sei, confessa”. “Siiii, siiii, sfondami, spaccami i! l culo, fammi uscire la cappella dalla bocca. Uhhhhh, come godo. Siii, sono la tua vacca, sono la tua troia, la tua puttana, mi piace il tuo cazzo, nella fica, nel culo, senti come godo, toccami, toccami la fica, sentimi” e, messa una mano sotto la fica, fui letteralmente bagnato dai suoi umori che fuoriuscivano abbondanti dalla vagina.
Per bearmi ancora meglio quel lago, mi misi seduto e la feci salire a cavalcioni su di me, reinfilandole il cazzo nel culo. Ricominciò a saltare come quando la chiavavo d’avanti, ora autoinculandosi e continuando a gridarmi quanto era porca e troia, mentre io cercavo di afferrarle una tetta con la bocca, invano.
Siccome era tanta la sua foga che rischiava di farselo uscire dal culo, decisi di farla finita, anche perché mi sentivo quasi all’apice, e, fattala distendere ed alzare le gambe, appoggiai queste sulle mie spalle e incominciai ad incularla in quella posizione, permettendole nel contesto di infilarsi un paio di dita nella fica e di sgrillettarsi. Cercavo di usare quanta più potenza potevo nello sbatterglielo in culo, proprio per vedere fin dove arrivava la sua goduria e dove iniziava il dolore, ma questa, per tutta risposta: “Dai, ancora, più forte, ohhhh come è bello, dai, vieni, sborrami nel culo, riempimelo di sborra, inondami il budello, oohhhhh, come godo, non ho mai goduto così a lungo, sei proprio un maialone, ed io sono la tua maiala, la tua porcona” e, così dicendo, cominciai a venire, scaricandole tutto il mio piacere nell’intestino e lei all’unisono con me cominciò a sbattere per le contrazioni che le provocava l’orgasmo, baciandola, sentii la sua pancia e la bocca g! hiacciare, i capezzoli induriti sembravano di legno. Ci fermammo, insieme, dopo un bel po’. Volli rimanere un po’ così, col cazzo infilato nel culo, e mi stesi affianco a lei, entrambi esausti ma completamente soddisfatti. “Cazzo che bello prenderlo nel culo” – mi disse, mentre sentivo il suo sfintere pulsare intorno alla mia mazza ancora infilata dentro – “mi sento come quando ho fatto l’amore la prima volta, che non fu affatto con mio marito”.
Quindi, dopo un po’ di tempo, essendo arrivato quasi l’orario dell’apertura, ci rivestimmo. Mi chiese i miei numeri di telefono dell’ufficio, di casa, e del cellulare, e, licenziandosi con un ultimo lascivio bacio e una palpata al mio cazzo, mi sussurrò: “Mi faccio sentire io appena ho un po’ di tempo libero. Mantienimelo ben conservato e in forma, mi raccomando” e, uscito in avanscoperta per vedere se fuori passava qualcuno, la feci uscire da dove era entrata e si allontanò, sculettando sotto la pelliccia che copriva stupendamente le sue divine forme
Da allora siamo diventati amanti fissi, e nessuno ha mai sospettato niente: né amici né parenti; abbiamo passato interi week-end insieme, ed anche due anni in vacanza. Nessuno di noi due ha voglia di interrompere questa relazione, nemmeno per renderla ufficiale, magari separandosi dal marito, anche perché siamo insieme arrivati alla conclusione che è più eccitante vivere quei momenti nella più completa clandestinità e nel frattempo nella più coinvolgente e profonda intimità. – FINE

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