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Il Capodanno galeotto

Capodanno del 1983: mi contemplo con qualche brufolo e qualche capello (ma non tanti) in più. Non qualche sprazzo di grigio sulle tempie, ma il castano chiaro della giovinezza, su di un volto improntato alla gioia di vivere. Gli occhi sono rimasti quelli di sempre, azzurro-verde e molto curiosi: in sostanza un ragazzo intrigante che ha lasciato il passo ad un uomo, dicono, affascinante.
Io, giovane di belle speranze, ero ancora a secco di esperienze sessuali, vivevo di sogni erotici e mi esercitavo nella nobile arte della “Palestra dell’Amore”, come Woody Allen chiama la masturbazione.
Il ragazzo timidissimo che era in me fantasticava ma non portava a termine le sue (non tanto) precoci fantasie, spurgando il suo arnese con una regolarità consona ai suoi 18 anni…
Solita storia: a Capodanno non avevo una ragazza e mi impegnavo al massimo ad organizzare il classico Cenone con i soliti amici. Solito posto, solita compagnia, ma stavolta qualcosa pareva non andare per il verso giusto, in quanto Antonio, che metteva a disposizione il suo garage per feste tra amici, proprio stavolta era stato battuto sul tempo dal fratello maggiore nella prenotazione del locale di famiglia.
Poche alternative di fronte a me, il Cenone con i parenti, da me sempre snobbato con vigore si avvicinava. A darmi una speranza ci pensò mia sorella:
“Perché non ti aggreghi a noi, ci saranno un bel po’ di amici”
Tra me ripensavo a questo invito che dava a mia sorella anche l’alibi di restare fuori casa un’intera notte. Ripensavo anche al fatto che, comunque, tra gli amici che lei mi citava non ci sarebbero state che coppie trentenni: il massimo per un ragazzo a secco da sempre e con il testosterone abbondantemente al di sopra del livello di guardia.
Senza alternative replicai con sufficienza:
“Non ti preoccupare, tanto qualcosa fine alla fine salterà fuori”.
Infatti.
Il 31 pomeriggio trasportavo svogliato bottiglie di liquori e birra, maledicendo la malasorte e la mia timidezza… Dovevo ammettere, mio malgrado, che la festa era stata comunque bene organizzata, e poi sfortunato in amore, fortunato al gioco, avrei ripulito a sette e mezzo le tasche degli amici di mia sorella.
La festa si svolgeva a casa dei miei, che ci lasciavano campo libero, andando a festeggiare a casa di mia zia. Cibarie ed alcolici non sarebbero mancati e poi giocare a carte era la mia passione segreta.

Gli “amici” cominciarono ad arrivare intorno alle 21 e, come c’era da aspettarsi, erano tutti rigorosamente accoppiati.
Li aiutai a parcheggiare nel garage di famiglia e li accompagnai a casa.
Mi furono tutti presentati e non mancò di colpirmi una bionda trentenne, Maria, che però, ahilei, era sposata ed addirittura in attesa del secondo bambino. Riducendo in progressione il target sessuale appuntai la mia attenzione su di un’altra trentenne, anch’essa sposata e con prole: Olympia. Accompagnata dal marito e da un simpatico frugoletto, mi appariva perlomeno interessante (poi si sa: a 18 anni non si va tanto per il sottile).
Greca di nascita, una massa di capelli crespi e scuri incorniciava un bel visino, con un sorriso imbarazzantemente accattivante. Un corpo sodo e polposo si intuiva al di sotto di uno striminzito vestitino di velluto nero. Il retro della figura era assolutamente in linea. E poi volete mettere, l’accento straniero mi faceva sognare.
Decisi di non forzare gli eventi, almeno per il momento. La prima parte della festa filò senza infamia e senza lode, tra libagioni contenute (mia sorella comunque mi sorvegliava) e buon cibo e soprattutto con Olympia a meno di 30 cm da me. Caso aveva voluto che fossimo capitati vicini di sedia: ricordo che scambiammo anche qualche battuta ed entrando in un clima di relativa familiarità.
Venne il momento di giocare a carte, nell’attesa del fatidico scoccare della mezzanotte: i veri uomini si raccolsero nel salotto dove iniziarono a giocare a Poker.
Quel gioco mi era comunque interdetto, così optai per un più familiare saltacavallo. La natura stessa di questo gioco imponeva una certa segretezza: non di rado capitava, infatti, di rifilare una pessima carta proprio ai confinanti…
La fortuna però non mi assisteva che a sprazzi e la mia concentrazione sul gioco era ai minimi storici, perché tutta la mia materia grigia era intenta nella risoluzione di come rendere nulli quei fatidici 30 cm… Le gambe ed il busto si muovevano di un millimetro al minuto verso la mia calda preda, Olympia.
“Che fai, mi dai la carta” mi disse proprio lei
Non avevo che da darle una pessima carta, ma bluffai, millantando un ottimo regalo.
Scambiammo le carte: lei si imporporò quando scoprì che le avevo “ammollato” un asso, mettendola fuorigioco. Che il suo imporporarsi fosse dovuto anche all’annullamento finale della distanza tra i nostri corpi?
Non rifuggiva il contatto ma nemmeno lo incoraggiava: cominciai la seconda parte delle grandi manovre strategiche strusciando la mia gamba contro la sua con un ritmo che non poteva essere casuale.
“Ho visto che sei fuori dal gioco, perché non giochi insieme a me? Mi sento un po’ colpevole per l’asso che ti ho mollato… ” feci io gentile.
“D’accordo” rispose lei nel suo stentato italiano.
Conseguenza di quell’accordo fu un ulteriore ravvicinamento dei nostri corpi che, annullata ormai la distanza, aumentavano la pressione reciproca. Non riesco a descrivere la mia erezione violenta, tanto più potenziata dal fatto che il giocare assieme, oltre a trasformare la relativa familiarità di poco prima in ammiccante complicità, mi dava modo di approcciare la sua nervosa caviglia con l’esterno della mia mano.
L’intensità di questa carezza mi faceva andare su di giri e assommata al piedino ormai dichiarato faceva aumentare in me la baldanza, verso sempre nuovi traguardi.
Decisi pertanto di osare di più, facendo cadere la mano intenzionalmente sul suo caldo ginocchio. La sua reazione fu di sorpresa ma il temuto ceffone che mi avrebbe marchiato come “rattuso” a vita non arrivò, ma il suo sorriso fu più eloquente di mille figure di merda. Touchè.
La sua mano quasi con riluttanza (io almeno così speravo) alleggerì con grazia il suo ginocchio. Mi ritrovai al punto di partenza, ma almeno ora sapevo che non si sarebbe arrabbiata, né avrebbe fatto una scenata. L’onore sarebbe stato comunque salvato dalla sua discrezione, ma i miei ormoni urlavano.
Olympia mi chiese:
“Scusa dov’è il bagno? ”
“Ti ci accompagno”
“Sei gentile, ma non è necessario”
“Nel corridoio la prima porta a sinistra”
Lei si alzò e mi sfilò davanti, con una (intenzionale? ) strusciatina del suo polposo fondoschiena (a proposito, vi ho detto che era polposo), andando verso il bagno. Con furbizia raggiunsi anch’io il bagno dopo 30 secondi scarsi. Adottai la tattica che a volte avevo adottato anche con mia sorella: il tanto collaudato buco della serratura mi fu amico e mi fornì una panoramica minuziosa della sua folta peluria e del suo seno abbondante. Ebbi il sospetto che lo show fosse indirizzato a me e la mano scivolò verso il bozzo che prorompeva dai miei jeans. Che civetta, lei si toccava e la mia scarsa esperienza in queste faccende non mi faceva capire appieno quello che stava succedendo.
All’improvviso si rimise le striminzite mutandine nere e si rinfilò il vestito.. Con
agilità raggiunsi la mia cameretta e la guadai, non visto, uscire. Raggiunsi la porta del bagno e, per non saper né leggere né scrivere, sfilai la chiave, ritornando al mio posto e recuperando le distanze (nulle) che mi separavano da quella donna calda.
Ero eccitato. Con una deliberata faccia tosta, approfittando della successiva mano di carte, stringendole le mani sotto al tavolo, le dissi:
“Dai teniamola insieme nascosta la carta. Questa è la volta buona. Non trovi? ”
Il mio spirito guascone, dopo una vita passata all’insegna della timidezza, si risvegliava, anzi, per meglio dire, si svegliava. Prenderle le mani ed appoggiarle con spavalderia sulle sue cosce tornite fu tutt’uno. Lei non si sottrasse.
Le mie mani spaziavano con discrezione sulle sue cosce ed ebbero modo di appurare ciò che i miei occhi sospettavano già da tempo: le calze nere che le inguainavano non erano che autoreggenti: meglio ancora che nei miei più fantasiosi sogni di onanista. Chissà poi perché gli uomini tendono ad identificare la disponibilità di una donna da un particolare così; strano il modo di funzionare della mente dell’uomo.
Ormai avevo trovato il modo di accarezzare il sottocoscia che non era protetto dal velo delle calze: era la prima volta che toccavo la carne di una donna ed questo contatto mi appariva delizioso, anche a causa della situazione. Il palpeggio appagava entrambi, almeno per il momento, e ci spingeva verso nuove intimità, con il suo seno (vi ho detto che lo trovavo mooolto prosperoso? ) che premeva contro la mia spalla. Nel frattempo non perdevo occasione di tastarne la compattezza con il mio gomito malandrino.
Il palpeggio era ormai libero ma discreto: eravamo pur sempre in una tavolata di circa 20 persone!!! Il timido ragazzo si era trasformato in un ardito marpione ottomano.
Continuammo a “giocare a carte” fino allo scoccare della mezzanotte e indovinate chi fu la prima cui augurai Buon Anno, iniziando l’anno nuovo con la prima manomorta-su-polposo-posteriore-femminile?
Dopo la mezzanotte mia sorella mise della musica e smorzò le luci. Il gruppo era composto da una quindicina di coppie ed io ero l’unico single: mi diedero di conseguenza una bottiglia e cominciarono le danze. Guardavo Olympia che ballava con Antonio, il marito e provavo una punta di gelosia. Mi avvicinai a loro e amabilmente porsi la bottiglia ad Antonio, che accettò con un sorrisetto. Io ero ingenuo e non potevo capirne il significato. Pensavo solo al fatto che finalmente mettevo le mani sulle rotondità tanto agognate e col crisma di una “quasi ufficialità”. Sfruttando le zone d’ombra, nel momento in cui lei non dava la schiena a nessuno, ne approfittavo per palparle l’ampio e sodo sedere, e le sussurravo tenere parole del tenore di:
“Che culo morbido che hai”
Lei sorrideva compiaciuta facendo finta di non comprendere, la civetta.
“Eccoti la bottiglia”
Era stato proprio Antonio a rompere l’incantesimo. Feci buon viso a cattivo gioco e ballai con Maria, ma nonostante le sue buone intenzioni (cercava di stringersi a me con tenacia) tra di noi c’erano 8 mesi di troppo. Arrivai a fare l’ecografia al suo bambino, ma nulla più di qualche furtivo contatto con le sue floride mammelle da quasi mamma.
Ripresi il controllo della bottiglia e andai nuovamente a spodestare Antonio, che parlottava, ballando con la moglie. Un’energica manomorta tormentava il suo posteriore, mentre il mio turgore faceva conoscenza con quanto avevo furtivamente rapito dalla toppa del bagno. Il seno era oramai a ridosso del mio torace che ne saggiava la sofficità, mentre i suoi capezzoli ormai di ferro temprato, parevano voler bucare la stoffa del suo vestito per penetrarmi nella carne.
“Dai ritorniamo a giocare”
Era ancora quel cacacazzo di Antonio che, con malcelata ironia, approfittando della fine dell’ultimo lento, accese le luci e ci fece tornare a giocare.
Il resto della nottata passò nel nulla più insensato, con Antonio costantemente a fianco di un’Olympia sempre distante.
Riuscii a toccarle ancora l’oggetto dei miei desideri, non visto, ma fu puro caso.
Verso le sei del mattino, il solito perdigiorno di ogni compagnia che si rispetti,
esordì, in mezzo ad occhi ormai sepolti dal sonno, con una patetica idea:
“Ragà, c’andiamo a prendere i cornetti caldi al bar qui sotto? ”
L’incredulità si dipinse sui volti di tutti, ma la voglia di vincere la noia ebbe la
meglio. Mentre tutti si preparavano, captai che Antonio diceva alla moglie:
“Olì, mi vai a prendere gli occhiali in macchina, che mi tolgo le lenti a contatto”
“Si, ma non so esattamente dov’è”
I miei ormoni si coalizzarono con i miei neuroni ancora accesi (sonno apparente ormai) e, analizzata la situazione in un batter di ciglia, mi offersi:
“Se vuoi ti ci accompagno”
“Amò, per cortesia fatti accompagnare che ho gli occhi veramente stanchi”
“Va bene, va bene, andiamo” acconsentì alla fine lei.
Ci incamminammo soli verso il garage che distava circa 500 metri dalla casa ed io, accampando la scusa che sarebbe potuta cadere a causa dei vetri rotti che tappezzavano la strada, le offersi il braccio, cui lei festosamente si appoggiò. A dire il vero anche il suo seno si incastrò nel mio braccio pregato, riportando nuovamente i miei livelli di testosterone alla stessa quota orbitale dei satelliti geostazionarii. Mi costò abbastanza contenermi, ma eravamo in vista.
Arrivammo al garage ed entrammo. Olympia aprì la portiera della sua macchina e si inginocchiò sul sedile, quasi a porgermi, come ultragradito regalo, il suo deretano (ah, vi ho detto che era polposo”? )
Non ci vidi più, inesperto, goffo e naïve negli approcci, lo abbrancai, mentre lei mormorava deboli scuse, protendendo maggiormente le sue polposità posteriori.
“Antonio potrebbe vederci, dai smettila, non mi va, sei così giovane”
I miei ormoni imperavano, non capivo più nulla, nelle mie orecchie pistoni dei motori diesel di una corazzata fischiavano senza posa. Le alzai la gonna e le scostai la mutandina, iniziando, goffamente, a toccare per la prima volta la prugnetta rosa di Olympia, alla ricerca della sua intimità recondita. Si vede che ebbi la fortuna del principiante, perché le sue scuse prima diventarono sempre più flebili, poi affannose, per tramutarsi in grida di piacere una volta che per caso le sfiorai il bottoncino magico, che si annidava duro e nervoso tra le sue grandi labbra.
La lezione fu imparata con rapidità, e mentre continuavo questo sfregamento che tanto le stava dando, esploravo con l’altra mano i due buchetti vicini e caldi. Tanto l’uno era grande ed umido, tanto l’altro era piccolo ed asciutto. Li penetrai entrambi con le dita spinto dall’istinto e lei venne con un grido amplificato dal silenzio innaturale delle sei di mattina.
Fu anche l’istinto che mi spinse a sguainare la spada ed accostarla al suo piacere. Il solo contatto con quelle parte calde ed umide fu sufficiente ad inondarle. Lo sperma, imbottigliato da una serata all’insegna delle provocazioni erotiche sgorgò copioso e la innaffiò di bianco sapore.
Ancora incredulo la sentii mormorare, con un tono di voce che non ammetteva dubbi:
“Che spreco, ora ti pulisco io”
La porca, non saprei come definirla altrimenti, si girò e si infilò nel gargarozzo il mio arnese, ancora in buono stato di irrigidimento, succhiandolo e strabuzzando gli occhi. L’aspirazione era veramente efficace e pompò nuova linfa nel mio attrezzo, ringalluzzito anche da uno sconvolgente gioco di lingua.
Ma il massimo fu quando quella porca intinse le sue mani nelle sue parti intime e le ritrasse grondanti dei reciproci umori. Con aria di sfida si sfilò l’arnese dalla bocca e si ripulì per bene l’altra mano, nettandosi in veloci riprese la sua cosina. Si stava praticamente facendo una “scarpetta di sborra”.
Era troppo, la mia inesperienza svanì di colpo e mi ritrovai a pompare velocemente la sua gola, tenendole la testa con energia ed eiaculandole direttamente nell’esofago tutto il mio giovanile ardore.
Restai come folgorato, mentre la buongustaia dava un’ultima strizzata alla mia moscità, succhiando voluttuosamente le ultime stille d’amore.
Senza una parola si ricompose e, come se nulla fosse richiuse la macchina e si avviò verso l’uscita del garage. Guardando l’orologio mi accorsi che erano passati ben 15 minuti: un tempo enorme da giustificare con il resto della comitiva. Questa consapevolezza non lasciò tracce nella baldanza di avere “posseduto” una donna stupenda e voluttuosa. Niente male come prima volta!!!
Uscimmo dal garage ed arrivammo al bar. Fu Antonio il primo a chiedere conto, anche se con una smorfia tra il divertito ed il malizioso, del tempo che noi avevamo trascorso in garage:
“E allora, noi abbiamo sentito anche un grido in questo quarto d’ora: non sono un po’ troppi per un paio di occhiali? ”
La mia mente andava al grido di lussuria di Olympia, che ebbe una sorprendente prontezza di spirito:
“Sai caro, il garage era buio ed io ha preso una storta alla caviglia. ”
“Ed io scommetto che questo gentile e bel ragazzo ti ha fatto un massaggetto sulla bua, eh? ” disse strizzandomi l’occhio.
Assentii ma continuavo a non capire lo strano atteggiamento di Antonio: che avesse capito mi pareva evidente, ma poteva anche esserne contento?
“Cara, vuoi un cappuccino ed un cornetto? ”
“Prenderò solo un cornetto, non ho più sete” rispose lei.
Fu la mia immaginazione che mi spinse a vedere la sua lingua che lascivamente lucidava le labbra che tanto piacere mi avevano dato poco prima? O fu realtà?
Antonio continuò con i discorsi strani:
“Sei un bel ragazzo, chissà quante ragazze hai avuto e quante ti stanno dietro”
Olympia assentiva divertita, mentre il mio imbarazzo aveva nuovamente ceduto il posto ad una sana spavalderia. Millantai tante conquiste.
“Ci servirebbe proprio un giovane prestante come te nella nostra squadra di calcio, perché non vieni a giocare con noi? ”
Assentii.
“Potresti restare nostro ospite la sera… ”
Assentii ancora e ci scambiammo il numero di telefono, salutandoci.

“Ci servirebbe proprio un giovane prestante come te nella nostra squadra di calcio, perché non vieni a giocare con noi? ”
Erano state queste le ultime parole che Antonio mi aveva detto la mattina di quel Capodanno in cui ci eravamo conosciuti. Ci eravamo lasciati con una blanda intesa ed ero convinto, in cuor mio, che non ci saremmo più sentiti.
Erano passati infatti oltre quattro mesi: quattro mesi che io intercalavo, poco e spesso, con lunghe “sedute” in bagno, intento ancora nelle mie pratiche giovanili.
Avrei dovuto dire ancora di più, il solo tocco del mio arnese con la “cosina” calda di Olympia, mi aveva dato nuovi “stimoli”…
Evidentemente non mi era passata di mente, come i miei ormoni testimoniavano; tuttavia non riuscivo a trovare il coraggio di telefonare, anche se le parole di Antonio, così strane, continuavano a ronzare nella mia testa.
Fu una sorpresa a metà quando Antonio mi telefonò:
“Ciao Pier, come stai? ”
“Tutto bene, e tu? ”
“Non c’è bene, grazie” mi disse scherzando “Mi chiedevo di recente se ti andrebbe ancora di giocare per la nostra squadra… ”
Mi spiegò che il campionato era agli sgoccioli e che la sua squadra mancava di quel qualcosa in più che poteva farla balzare in vetta. Poiché era consentito inserire altri giocatori, purché non professionisti, a campionato iniziato Antonio si era ricordato di quell’accenno di Capodanno ed aveva deciso di telefonarmi, benché a distanza di tempo.
Il resto del discorso mi scivolo addosso, finché non percepii la parola Olympia.
“A me e ad Olympia farebbe piacere se tu accettassi di parlarne insieme, domani sera a cena”
“Non mancherò” dissi non avendo ancora ben compreso.
A telefono riattaccato feci mente locale ed elaborai un piano. Ricordai la promessa per la cena e pensai alla scusa che avrei inventato con i miei: sarei rimasto a dormire da Enzo, per studiare assieme il più possibile. Affogai la mia agitazione nella solita “seduta” al bagno che tanto anemico mi faceva diventare, ma, stavolta, una seduta non bastò e se non fosse stato per mia sorella che veniva a reclamare il bagno, credo che avrei tranquillamente battuto il record rionale di Giuseppe (ben 10 in un giorno).
L’indomani arrivò: la scuola non era che un impedimento temporale che punteggiai di sedute al bagno comune: pur non avendo la stessa poesia del bagno di casa mia, suppliva efficacemente a tempeste ormonali come quelle che si stavano succedendo.
Arrivarono, dopo una giornata che mi era sembrata eterna (potenza del desiderio), le 19 e quindi il momento di andare a casa di Antonio e rivedere lei… Bussai col cuore che andava a mille e lei stessa mi aprì. Entrai in casa a la rividi, era desiderabile come quando l’avevo conosciuta. Indossava un completino “da casa”, un gonna sul rosso non troppo corta, una bella blusetta che le modellava il busto, un paio di pantofole vezzose, su tutto un grazioso grembiule fiorato. Nonostante l’abbigliamento casalingo (o forse a causa di questo? ), provocò in me l’ennesima tempesta ormonale, con relativo e visibilissimo bozzo sui jeans.
Continuavo ad essere formale intuendo la presenza in casa di Antonio. Ma:
“Sai, Antonio, farà un po’ tardi stasera”
“Posso ritornare tra un po’” disse il perfetto imbecille che era in me
“No, no, non ti preoccupare, puoi farmi compagnia… mentre faccio qualche servizio. ”
Ammiccò lei. Eh le donne, ne sanno certamente una più dell’uomo, soprattutto quando quest’ultimo è moccolone…
Continuavo ad essere impacciato, anche perché non si faceva parola dell’esperienza del garage che lei mi aveva fatto vivere. In quel momento avevo di fronte un perfetto “angelo del focolare”, non la porca che avevo “conosciuto” mesi fa.
Dal canto suo Olympia non mancava di citare quanto il torneo di Calcio fosse
importante per il marito e quanto ci tenesse alla mia partecipazione.
“Se me lo chiedi tu, non posso rifiutare” acconsentivo cavallerescamente.
“Antonio sarebbe disposto a fare di tutto ed anch’io farei di tutto per farlo felice, di tutto” ed il sangue mi ribolliva a quel triplice tutto “Ha perfino in mente di mettere in palio un premio speciale… “lei replicava.
Raffreddai i bollenti spiriti e cercai di attuare una tattica di continui avvicinamenti e palpate furtive, per saggiare il terreno.
Olympia ebbe bisogno di prendere dei barattoli di conserva sul ripiano più alto della dispensa e mi chiese di reggerla mentre era sulla sedia.
“Senz’altro” fu la mia golosa risposta, finalmente qualcosa andava per il verso giusto…
Salì sulla sedia cavallerescamente aiutata da me e inizio la ricerca della conserva: io ne approfittavo per tenerle saltuariamente le caviglie. Fu lei a suggerirmi:
“Ho veramente paura di cadere, perché non mi stringi un po’ più su?
“Agli ordini”
Il gioco delle parti era iniziato, cominciai a palparle le cosce, prima con tatto, poi con sempre più deliberata baldanza. Scoprii che sotto il casto abbigliamento casalingo Olympia continuava a celare la solita provocante biancheria intima in pizza con annesso reggicalze ed autoreggenti. La snervante ricerca della conserva continuava, ma io ero già riuscito a scostarle il tanga ed infilarle un dito nella vagina madida di umori.
Fu a questo punto che lei si ricompose e, con noncalanche, scese dalla sedia, trionfante, con il barattolo di conserva in mano.
Continuò con le faccende di casa e mi costrinse a tenerle la scala mentre spolverava la libreria, con il suo fondoschiena perfettamente delineato a meno di 10 centimetri dal mio naso. Ogni tanto ondeggiava e poggiava quel carico di calore sul mio viso adorante. Perso ogni pudore la palpavo irriverente, infilandole ancora nella vagina prima le mie dita e poi, sentendo un inequivocabile mugolio di piacere, l’intera mano.
Dopo tanto sospirare era nelle mie mani, eppure ero convinto che era quel che lei volesse fino dal principio.
“Scendi dalla scala, adesso! ”
La abbracciai e la costrinsi a scendere, mentre la gattona protestava:
“Ma Antonio può venire da un momento all’altro” mi diceva lei sbottonandomi il pantalone ed ammirando la mia prepotente erezione.
“A che ora sarà qui? ” le chiedevo palpandole le mammelle e pizzicandole i capezzoloni.
“Tra un’oretta ormai umh” replicava lei leccando il mio orgoglio ed imboccandoselo con golosità.
“Allora ce la facciamo” le dicevo, predisponendomi a leccarla a mia volta in un furioso sessantanove.
Quattro mesi di “sedute” a senso unico, dedicate a ciò che stavo palpando e leccando ebbero il loro effetto: in breve tempo una zaffata di sapore le invase la gola, seguite da altre ondate di uguale intensità, mentre lei si contorceva in preda ad un orgasmo incontenibile.
Lei ripulì tutto in silenzio e deglutì tutto il deglutibile; indi, in preda ad una foia incontenibile lo strabuzzò, lo risucchiò, lo saettò con la lingua: insomma tanto fece che il tenero virgulto risorse a nuova vita:
“Ora mettimelo dentro che lo voglio”
A questa richiesta il mio istinto rispose obbligandola a mettersi a pecorino ed infilzandola come uno spiedino di carne. Entrai in lei di colpo e, cominciando a pompare, le strappavo i vestiti di dosso, liberandole completamente le tettone ed i fianchi. Da questa nuova prospettiva vedevo un culetto fatto d’ebano che occhieggiava ad ogni ritmica pompata. Mentre le strizzavo le tettone ballonzolanti, al suo ennesimo orgasmo mi venne l’idea di usare il garofanino scuro che sembrava palpitare invitante ad ogni orgasmo. Detto fatto: mi sfilai e mi appuntai, madido dei suoi stessi umori, sul tenero buchetto. Forse gli umori, forse la foga, sprofondai diretto nel suo intestino, senza consentirle di ribattere.
“No mi fai male, non voglio, li, fai piano uhm, te ne uhmm, prego … ”
Le sue invocazioni per pararsi (o salvarsi) il culo degenerarono presto in grida di piacere assoluto, aiutato forse dall’esperta mano che solleticava il bottoncino magico sul davanti. Io non faticai a rendermi conto che erano richieste di pura facciata, in verità la porca era ben alesata nel posteriore, ed il suo intestino fasciava il mio gingillo in una morsa calda, viscida e muscolosa. Sapeva infatti naturalmente contrarre i suoi muscoli anali a tempo con le mie pompate, per darmi ancora più gusto. Glia andirivieni cominciarono ad essere affannosi ed alla fine mi spensi nel suo culo, facendole una peretta di materiale, all’unisono con la sua ultima venuta.
Ci distaccammo e, mentre pensavo che per quanto riguardava il sesso, dalla coniugazione semplice ero passato ai verbi irregolari, lei “scarpettava” il mio arnese di tutto il filante contenuto, mentre dal suo garofanino semiaperto e dalla sua vagina, si univano, uscendo, i flussi del mio piacere.
L’aiutai a ricomporsi in silenzio e facemmo la doccia assieme: io continuai a baloccarmi con quel corpo tondo, sodo e caldo.
“Ora ti prego non dire niente ad Antonio, sarà un piccolo segreto tra noi”
“Va bene” ora ero un uomo… Ma alla faccia del piccolo segreto, si era fatta inculare dal sottoscritto senza battere ciglio….
Ci rivestimmo e cancellammo le prove dell’amplesso consumato, almeno quelle cancellabili. Le sue gote rosse, i suoi modi “gattosi”, i suoi occhi liquidi, i suoi capelli scarmigliati erano altrettanti segni che non avevamo fatto quattro chiacchiere nelle scorse ore.
Alla buon’ora Antonio se ne venne e fu molto contento di vedermi.
“Ah, scusami Pier: ho avuto da lavorare fino a tardi… Spero che la mia dolce metà ti abbia intrattenuto come meriti” disse ammiccando verso Olympia.
“Ho cercato di fare del mio meglio” rincalzò lei, leccandosi lascivamente le labbra.
“Ne sono sicuro, beh a tavola ragazzi ho una fame da lupo”
La cena fu servita subito e tra un pasto e l’altro, con molta circospezione per la presenza di Antonio, saggiavo ancora la consistenza soda delle cosce a mia disposizione. La risposta fu molto calda, non solo mi toccò con fare esperto e mi fece venire, ma volle anche “scarpettarmi” l’arnese. Facendo finta di voler ritrovare il tovagliolo caduto si fiondò sotto il tavolo e, con mio sommo imbarazzo, lo tirò completamente fuori e lo imbocco con risucchi che si sentirono in tutta la stanza. La non-discrezione ebbe l’effetto di far insospettire Antonio che mi chiese:
“Tutto bene? ”
“Benissimo”, anche se dal mio colorito violaceo doveva aver capito tutto. Olympia l’idrovora aveva finito e uscì da sotto il tavolo con il tovagliolo, trionfante:
“L’ho trovato finalmente”, mentre un rivolo a metà tra il trasparente ed il bianco le serpeggiava dall’angolo della bocca fino al mento.
“Beh, questa cena mi è proprio piaciuta” fece Antonio
“Anche a me” assentii spompato.
“A me non vi dico” disse Olympia lappando il rivolo con le labbra.
“Mi sembra venuto il momento di parlarti di calcio”
Iniziò il suo discorsetto sull’importanza di questo campionato per il suo gruppo di amici, sul suo senso della vittoria, sul suo fare spogliatoio e comunità. Non mancò di porre l’accento su di una scommessa che aveva fatto con una squadra avversaria. Insomma una sequela di parole che, di per sé senza senso, per me ne avevano meno ancora perché perso nella visione delle rotondità posteriori della moglie che non più di un’ora prima avevo sondato in profondità. Il vestito che aveva messo dopo la doccia era infatti molto meno puritano di quello che indossava quando mi aveva accolto. Praticamente a pecorino per tirare via dal pavimento una macchia ostinata, il suo fondoschiena invitante occhieggiava pallido tra la fine delle autoreggenti e l’inizio dello striminzito perizoma. Il ritmico sussultare dei suoi globi mammellari andava all’unisono con lo sculettio posteriore, in una danza sinuosa che mi avvolgeva interamente e mi schermava dai nonsense del marito. Fu con vera liberazione che, uscito l’oggetto dei miei desideri, Antonio mi sussurrò:
“Bella vero? ”
Non sapendo che dire, risposi “Bella è dire poco”
“Sai, io per farti partecipare a questo campionato sono disposto a tutto, e sono uomo di larghe vedute”
“Questo me l’ha detto anche tua moglie”
“Anche lei è disposta a tutto, non so se mi spiego… ”
“Non capisco” dissi, facendo il finto tonto.
“Ora ti faccio vedere” disse Antonio, ammiccando.
Nel frattempo Olympia era tornata e si era rimessa nella stessa posizione, cercando ancora di sradicare quella macchia tanto ostinata quanto inesistente. La danza sinuosa del suo corpo continuava e sia io sia Antonio la osservavamo rapiti. Antonio si riebbe, e sollevò delicatamente il corto vestito della moglie, additandomi con l’altra quei globi rotondi e bianchi che mi avevano accolto poco prima. Il gioco delle parti era nuovamente finito. Il marito le scostò delicatamente la sottile striscia di tessuto, scoprendole l’indifeso e piuttosto arrendevole rosetta.
“Sai, siamo disposti a tutto io e mia moglie. Del resto sono uomo di larghe vedute… E la prospettiva che ti si para mi sembra rosea ed invitante… ”
Il culo d’avorio si era intanto animato, mente Antonio gli dava degli schiaffi mano a mano meno simbolici. L’incarnato era ora più rosso che rosa, sotto la sferza di lui. Olympia se la godeva, titillandosi il bottoncino in un estremo atto di libidine.
“Devi sapere che ho fatto una scommessa che ero sicuro di vincere”.
Mi narrò quindi il reale tenore della scommessa: la posta reale della scommessa sarebbe stato un fine settimana che tutta la squadra e lo spogliatoio avrebbero dovuto passare con Olympia, senza regole. In caso di vittoria della squadra di Antonio altrettanto si sarebbe fatto con la prosperosa moglie di Luigi, l’altro capitano. La scommessa era stata fatta in tempi non sospetti, quando la squadra di Antonio militava in alta classifica, al contrario di quella di Luigi. Ma i giochi erano cambiati con l’inserimento nell’altra squadra di ben cinque atleti di colore che, in breve, avevano riportato la squadra in vetta. I due erano terrorizzati dalla posta in palio:
“Va bene essere di larghe vedute, ma qui si tratta di trenta giovani gagliardi contro questo fiore. Per non parlare dei cinque gorilla che, se tanto mi da tanto, la segneranno a vita. In altre parole, si tratta di salvare un culo! ”
“Capisco che è per una buona causa” e sottolineai buona “ma a me che me ne viene? ”
“Sono quattro partite. In caso di vittoria, Olympia ti saprà essere riconoscente. Non è vero che tu sai essere moooolto riconoscente, amore? ”
Nel frattempo lei si era rialzata ed aveva detto (con la faccia provocantemente vicina alla mia erezione):
“Vuoi avere un saggio della mia riconoscenza? ”
“siii”
“Posso, Amore? ”
“Devi” disse lui prendendole la testa e schiacciandola verso il mio pacco.
La porca mi tolse pantaloni e mutandine e, avvolto il mio pene nella sua lingua come in un sudario, lo imboccò, mentre il marito continuava a martoriarle a schiaffoni sonori il formoso deretano. Il dolore che provava era tanto pungente e tanto erotico che lei si masturbò. Nel frattempo lavorava con l’esofago il mio piacere, con un andirivieni aspirato del suo capo, che ormai era completamente serrato dalle mie mani.
Se lo sfilò dalla bocca e continuò a tormentarlo con i seni che formavano un canale di piacere, umido di tanti sapori. L’andirivieni delle due mammelle non mi soddisfava appieno, avevo bisogno delle sue soffici labbra.
Un attimo prima di una copiosa venuta la costrinsi ad ingoiare la cappella umida e, con un grido assordante le riempii la bocca di caldo sapore salato-acidulo, che come mi aspettavo, lei nettò con pazienza.
Poi fu la volta del marito che sottopose allo stesso trattamento con i medesimi risultati: una zaffata che inghiottì, muta ancella del nostro piacere.
Quando ci fummo ricomposti, Antonio esordì:
“Mi sembra che come acconto possa andare bene. Impegnati a vincere e vedrai che Olympia ed io troveremo modi sempre nuovi di ricompensare questo giovane stallone”
“Ci proverò” FINE

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I racconti erotici sono la mia passione. A volte, di sera, quando fuoi non sento rumori provenire dalla strada, guardo qualche persona passare e immagino la loro storia. La possibile situazione erotica che potranno vivere...

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