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La mia cara suocera

Guardando il calendario si accorse che mancava un mese esatto al primo anniversario del suo matrimonio. Non è che la ricorrenza avesse per lei particolare significato. Ma era sempre stata così. Le piaceva fissare delle date, rispetto alle quali riempire un’attesa. Silvia aveva 22 anni. La scelta del marito e le successive nozze erano state più o meno combinate dai suoi genitori e dalla suocera. Lui si chiamava Filippo, 27 anni e una laurea in giurisprudenza appesa in salotto. E non era proprio quello che si dice un uomo affascinante.

Silvia era stata tenuta più o meno sotto chiave fino a pochi mesi prima del matrimonio. I suoi genitori le volevano un gran bene, almeno così sostenevano, e volevano a tutti i costi preservarla dalle insidie del mondo. Lei era una ragazza tranquilla ed aveva accettato per anni la prigione dorata in cui l’avevano rinchiusa. A diciotto anni vestiva ancora come una scolaretta, come esigevano le suore presso cui frequentava il liceo. Era piuttosto carina, anche se quell’aria dimessa che le imponevano mortificava la sua bellezza. Non era appariscente, la sua era di quelle bellezze raffinate che non colpiscono, ma vanno capite, interpretate. Come quella di certe opere d’arte. Aveva un viso di una luminosità opalescente. Sembrava presa fuori da un quadro di Raffaello: aveva un aspetto così fragile e delicato come se fosse fatta di vetro.

Negli ultimi tempi la situazione in famiglia si era fatta insopportabile anche per una come lei. Aveva conosciuto Filippo, che era il figlio di una cara amica di famiglia. Era rimasto orfano di padre in tenera età. Anche lui aveva una madre piuttosto severa, faceva il magistrato presso il tribunale dei minori. Ma i suoi dicevano che era una santa donna: aveva allevato quel bambino da sola, come meglio non si poteva e non finivano mai di decantare virtù e meriti di madre e figlio.

Silvia e Filippo andavano abbastanza d’accordo, forse anche per una sorta di solidarietà. Tra i due non era nato un grande amore, almeno non da parte di lei. Quando però i tre genitori proposero le nozze. Entrambi finirono col dire di sì. Lui anche con un certo entusiasmo. Lei un po’ perchè era stata sempre abituata a dire di sì e un po’ perchè pensò che il matrimonio avrebbe significato la liberazione da venti anni di amorevole schiavitù.

Ma una cosa la poverina non aveva calcolato: che Filippo e la sua amata mamma abitavano in una grande e bella casa. E con la crisi degli alloggi che c’è, la soluzione migliore era di andare ad abitare lì, almeno fino a che il maritino non si fosse affermato come avvocato e avessero potuto comprare una casa tutta loro. Silvia passò così dalle grinfie dei genitori a quelle della suocera.

La signora Vittoria era una donna strana. Questo aggettivo veniva però alla mente solo quando la conoscenza si era un po’ approfondita. Al primo impatto era una donna di sicuro fascino. Severa, autoritaria, metteva soggezione. Ma era anche raffinata, elegante e soprattutto donna di grande cultura. Capace di gentilezze squisite, ma anche di usare il pugno di ferro. Il suo aspetto fisico era lo specchio della sua personalità. Alta, dal portamento severo, austera nel vestire, come il suo ruolo le imponeva. Aveva un viso dai lineamenti duri. Portava discretamemnte i suoi 47 anni.

Silvia subiva il fascino di quella personalità molto forte. A differenza dei suoi, bigotti e basta, la suocera era intelligente e interessante. Non esultò all’idea di andare a vivere con lei, ma neppure le dispiacque più di tanto. Ancora non la conosceva bene. La conobbe non appena rientrò dal viaggio di nozze. In privato donna Vittoria rivelò una irresistibile tendenza al dispotismo. Dopo poche settimane Silvia capì che in quella casa avrebbe dovuto solo ubbidire. La suocera era padrona di casa a tutti gli effetti: decideva, disponeva, ordinava, sapeva anche essere gentile e premurosa, ma guai a contrariarla. E suo marito? Succube della madre. Anche di questo Silvia si accorse quasi subito.

In quella convivenza c’erano anche aspetti positivi. Silvia era tenuta nella bambagia. Viveva in una casa bella e grande, anche se l’arredamento non le piaceva. Era perfettamente in tono con la padrona di casa: in una parola un po’ tetro. Mobili antichi, massicci e cupi; tappeti e tendaggi pesanti; soprammobili e ninnoli ovunque; c’era anche la statua di legno di una specie di saraceno. Non lavorava, il tenora di vita era piuttosto alto, suocera e marito erano buona parte della giornata fuori di casa e lei quindi godeva di notevole libertà. Ai lavori domestici più gravosi, compreso cucinare, pensava una colf.

Tutto ciò rendeva la situazione abbastanza accettabile. Anche se a volte quella donna era davvero insopportabile. Ma Silvia non l’aveva ancora conosciuta fino in fondo. Le sorprese cominciarono una sera. Avevano da poco terminato di cenare. Donna Vittoria chiese a Silvia se si era ricordata di pagare l’assicurazione. Rispose tranquillamente che se ne era dimenticata.

La suocera cambiò di colpo: “Quante volte te l’ho ripetuto questa mattina di ricordarti di pagare l’assicurazione, ma con te è inutile, debbono pensare a tutto gli altri. – disse con voce apparentemente calma, ma con un’espressione del volto a dir poco furiosa – Non si può andare avanti così. La tua distrazione non è più tollerabile. Se dirti le cose non basta, bisognerà fare qualcosa d’altro”. Rimase alcuni secondi con l’aria di una che sta meditando sulla gravosa decisione da prendere, mentre Silvia se ne stava zitta, poi ordinò: “Filippo tienila stretta”.

“Silvia mi dispiace, ma mamma ha ragione” disse lui con aria fintamente contrita. Lei non credeva alle sue orecchie, ma non ebbe neppure il tempo di rendersi conto di quanto accadeva, che lui l’afferrò per le spalle e la chiuse in una morsa che le bloccò anche il respiro. Filippo era un ragazzone grande e grosso e lei era così esile… Donna Vittoria non perse tempo, le sollevò la gonna e lasciò partire una sculacciata sul suo sedere. Poi un altro più forte, poi un terzo. “Se una punizione è giusta – disse mentre colpiva, come se stesse emettendo una sentenza in tribunale – è un dovere infliggerla”.

Silvia era talmente stravolta, che non riuscì neppure a parlare. Cercò per qualche secondo le parole, ma non le trovò. Allora scappò in camera sua. Dopo qualche minuto la raggiunse Filippo. Lei era sul letto in lacrime. Lui l’abbracciò. Lei lo spinse via. “Silvia, cerca di capire, sai come è fatta mamma, è un po’ severa ma in fondo ti vuole un gran bene. Lei è così un po’ all’antica… pensa ancora che qualche bello schiaffo quando ci vuole, ci vuole… Tutte le mamme danno qualche sculaccione”.

Silvia lo guardò con aria allucinata, ma lui continuò: “Sai, anche io ne ho presi tanti. E credo che siano stati giusti. E che mano pesante ha la mamma… però lei lo fa solo per il nostro bene… dopo avermi sculacciato, mi dava una pomata per farmi passare il bruciore… e mi massaggiava e accarezzava il sedere sino a che stavo bene… vedi, non è cattiva. Anzi dovresti essere contenta, perchè questa è la prova che ti considera come una figlia”. Silvia prima credette di sognare, ma quando sentì le ultime parole di suo marito cominciò a capire qualcosa di più sullo strano rapporto tra madre e figlio. Aveva già notato che vi era qualcosa di morboso, ora ne aveva la conferma. E ora quella donna stava tentando di sottomettere anche lei. Rimase zitta sul letto. Era talmente confusa che non riuscì a dire nemmeno una delle centinaia di cose che avrebbe voluto dire. Ma poi lui, suo marito, le avrebbe capite o sarebbe stato fiato sprecato?

L’indomani pareva che non fosse successo nulla. La suocera era tutta sorrisi. Le chiese se aveva dormito bene e prima di uscire le fece anche una mezza carezza, cosa che non aveva mai fatto. Silvia era sempre più confusa. A volte capita che ad uno sorga il dubbio che anche le cose che appaiono più lampanti e abnormi in realtà siano solo il frutto di una esagerata sensibilità, di un’interpretazione sbagliata. Insomma Silvia non sapeva se doveva metterci una pietra sopra, come fosse stato un banale incidente o no.

Nell’attesa di prendere una decisione passarono i giorni e alla fine le cose in casa tornarono alla normalità. Arrivò il giorno dell’anniversario del loro matrimonio. La sorpresa di Silvia fu grande quando aprì il regalo che la mamma del suo maritino le aveva fatto. Nel pacchetto c’era una bella camicia da notte di seta rosa. E fin qui tutto normale, ma nel pacchetto c’era anche un completino di pizzo nero: reggiseno, un paio di mutandine microscopiche, reggicalze e un paio di calze, anch’esse nere e con il bordo tutto fiorito di ricami. Silvia rimase un attimo perplessa. “Non ti piace? ” Chiese la suocera con una voce che sembrava già un rimprovero. “No…. è bellissimo… è che io non ho mai portato questa roba”. “Beh, non sei più una bimba – rispose con un sorriso vagamente beffardo – te l’ho regalato, perchè so che a Filippo piacciono queste cose. E poi è ora che tu sia un po’ più femminile”.

La sera uscirono a cena loro due, ma dovettero rientrare presto perchè la signora Vittoria non si sentiva bene e Filippo non voleva lasciarla sola troppo tempo. La trovarono sul divano che guardava la televisione. Come entrarono Silvia capì che tirava una brutta aria. La suocera cominciò a brontolare e a rimproverarla per una serie di futilissimi motivi. Poi le chiese di portarle un bicchiere di latte. Silvia arrivò col bicchiere, ma con quelle scarpe coi tacchi, a cui non era molto abituata, inciampò in uno dei numerosi tappeti che foderavano la casa e il bicchiere le scivolò via. Il latte disegnò nell’aria come un grande fiore bianco e si spiattellò sul tappeto.

Donna Vittoria si alzò in piedi di scatto e la incenerì con lo sguardo. Poi cominciò una sequela di “Sei sempre la solita”, “Così non si può andare avanti” e via di seguito. Non valsero a placarla le scuse di Silvia. “Vedo che hai già dimenticato la lezione dell’altra volta” disse con quel tono da giudice dell’inquisizione che le veniva così bene. “E allora occorrerà rinfrescarti la memoria… Filippo tienila stretta”. Silvia cercò di divincolarsi: “Vi prego lasciatemi stare.. starò più attenta… ve lo giuro”. Ma quelle parole invece di impietosire la suocera sembravano renderla ancora più decisa e ormai più che il suono della ribellione avevano quello della rassegnazione. Il marito l’afferrò: “Stai buona Silvietta – le sussurrò con voce quasi mielosa – non ti succederà niente”. “No, no lasciatemi – gridò lei – non potete… non.. “.

“Toglile la gonna – disse la suocera con voce imperiosa – se si ribella sarò costretta a rincarare la dose”. Ma Silvia tentò un’ultima disperata resistenza e Filippo non riusciva a sfilarle la gonna. Allora intervenne la suocera. “Faccio io, tu tienila”. Sentì le sue mani forti slacciarle la cerniera e poi calarle la sottana. “Non ti sei nemmeno messa il completino di mamma” disse stizzito Filippo. Non ebbe il tempo di reagire che sentì quelle mani spietate afferargli i collant e tirarli giù con violenza. Le mutande le erano scivolate in mezzo alle natiche e nella stanza semibuia brillò il suo sedere, tondo come una mela e bianco come l’alabastro. Non si sarebbe detto che, esile com’era, avesse un sedere così paffuto.

Filippo si sedette sul divano e stese Silvia sulle ginocchia, proprio come si fa coi bimbi piccoli, bloccandola in quella posizione. “Questa volta le mani non bastano – sentenziò donna Vittoria con aria professionale – ci vuole questa” ed afferrò una cintura da pantaloni, chissà forse del defunto marito. Silvia continuava a gemere sommessamente, ma ormai impotente. Filippo le accarezzava i capelli e le sussurrava parole di conforto: “Vedrai, in fondo non è poi così male” continuava a ripeterle. Silvia stringeva gli occhi in attesa del primo colpo che tardava ad arrivare.

La vecchia si rigirava fra le mani la cintura e rimirava con aria concupiscente quelle carni candide e tenere su cui fra poco avrebbe affondato i colpi. Indugiava apposta per godersi fino in fondo il magnifico momento che separa l’oggetto del desiderio dal possesso di quell’oggetto. Anche se nel suo caso si trattava di un ben strano possesso. Ma in questo campo non ci sono regole. Anche infliggere punizioni, per chi ha ridotto la propria vita a una perversa missione educatrice, può rappresentare il massimo del piacere, intellettuale e fisico. Del resto chi saprebbe indicare dove comincia l’uno e dove finisce l’altro?

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Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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