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La nostra prima volta

Ormai si è fatta sera.
La nostra fuga dal quotidiano si sta concludendo; tra poco, e già ne avverto i sintomi, alzerai la testa dal mio petto, mi guarderai negli occhi e sussurrerai con rimpianto che è ora di andare.
Con il tuo solito garbo, con la tua innata dolcezza, assumerai le vesti di Cassandra per annunciare la triste ora del ritorno alla consueta schiavitù quotidiana.
Non vuoi; non voglio. Purtroppo abbiamo deciso che dobbiamo.
Il braccio che ti cinge le spalle si fa forte e ti stringe: comprime il tuo al mio corpo.
Come un riflesso condizionato, il tuo corpo risponde e spinge; spinge il mio fianco , la mia gamba, si adagia, si spalma ancor più sul mio petto.
Sento il tuo braccio circondare e stringere con più forza il mio fianco, come volessi entrarmi dentro: fondere in uno i nostri due corpi.
Ti accarezzo i capelli: intreccio le mie dita con quei fili di seta lucente; neri, morbidi, profumati.
Sospiri.
Ascoltiamo insieme il silenzio privato del rumore dei nostri respiri affannosi; dei miei e tuoi gemiti.
Sotto le mie dita scorre il velluto della tua pelle. è un gioco che ti piace: ti fa gemere e sospirare. La mano leggera, impercettibile, esplora il tuo braccio, lentamente, arriva al gomito e torna indietro.
Si fa audace.
Sento nel palmo il tuo capezzolo. Lo sfioro delicatamente, a lungo, finché mi annuncia il suo risveglio.
Hai smesso di respirare: ho smesso di respirare.
Niente ci deve distrarre; è troppo bello inebriarsi di questa pace, di questa serenità, dell’appagamento che i nostri corpi hanno finalmente raggiunto.
Continuo ad accarezzarti.
Mi piace sfiorare il tuo corpo, la tua spalla, la tua schiena. Adoro avvertire gli incontrollabili tremiti che ti assaltano e ti scuotono quando ti sfioro le spalle, i fianchi, le morbide natiche.
Mi fermo, ma una stretta al mio braccio e un tuo silenzioso lamento mi ordinano di riprendere.
Chiudo gli occhi e mi immergo nel piacere di questi ultimi istanti di questa prima volta.

In macchina eri stata molto loquace. Quel tuo inconsueto accavallare la tua voce alla mia, denunciava un nervosismo anch’esso desueto in mia presenza.
Capivo il perché e ti lasciavo parlare.
Lasciavo che la tensione si scaricasse attraverso la voce.
Nessuno dei due l’aveva detto esplicitamente; ambedue, però, sapevamo bene dove ed a cosa ci avrebbe condotto quella prima, breve gita pomeridiana.
Il vento, in riva al mare, ti scompigliava i capelli.
Ti vedo ancora fuggire, allegra e spensierata, alla schiuma della risacca che sembrava volerti inseguire.
Era diventato un gioco, un gioco piacevole e pericoloso: tu che insistevi nel camminare là dove la sabbia era più bagnata; il mare che, ritmicamente, riconquistava quel metro di mondo lasciato per qualche istante libero, in balia del sole e ti costringeva a fuggire. La tua fuga terminava immancabilmente tra le mie braccia: timidamente le prime volte; poi sempre più impudentemente man mano che ti seduceva la certezza che nessuno sguardo estraneo stesse invadendo la nostra solitudine.
Finalmente osai: l’ennesima volta che ti gettasti tra le mie braccia per sfuggire al mare, non ti lasciai subito come avevo fatto fino ad allora. Ti trattenni, ti strinsi, ti obbligai a guardarmi negli occhi.
Trepidavo in attesa del tuo solito irrigidimento che tardava ad arrivare.
Sentivo il profumo del tuo alito entrarmi dentro come effluvio di droga.
In quegli istanti maledissi i miei genitori: perché mi avevano fatto nascere tanto tempo prima di te?
Forse un velo di tristezza calò sul mio sguardo; forse capisti che mai, per primo, avrei infranto il rispetto che ti avevo donato e che ti proteggeva.
Sentii le tue labbra sulle mie, morbide, calde, lievi.
Non fu un bacio: ricordi? Fu solo uno sfiorare di labbra, ma di quanto calore, di quante emozioni, di quanto amore mi riempì l’infantile spontaneità di quel gesto. Puro, casto, eppure carico di una sensualità che nessun sogno avrebbe mai potuto trasmettermi.
Trepidai ancora, fermo, immobile nell’attesa delle tue mani premute sul mio petto a ordinare la fine di quell’abbraccio. Non avvenne mai.
Rimanesti lì, avvolta tra le mie braccia, col capo posato sulla mia spalla.
Quali erano i tuoi pensieri? Ti stavi pentendo di aver sbriciolato la corazza, che ti aveva soccorso così egregiamente fino ad allora, riducendola ad un pugno di granelli di sabbia che il mare stava disperdendo e portando via?
Stavi anche tu beandoti di quell’unico attimo che mai si sarebbe potuto clonare?
Non lo so e non lo voglio sapere.
Il mare ci raggiunse, ma non ce ne curammo. Non potevamo scendere dal paradiso per due paia di scarpe bagnate.
Fu allora che la tensione si sciolse; ti aggrappasti al mio collo; sollevasti i piedi da terra e scoppiasti in una dolce risata liberatoria.
La rigenerazione era compiuta: eravamo rinati, diversi da prima ed uguali tra noi.
Due materie, un unico pensiero.
Finalmente ti baciai. Volli e cercai le tue labbra, la tua bocca, e la trovai; esattamente là dove l’avevo cercata, affamata al pari della mia di quei baci che non avevamo ancora avuto il coraggio di donarci.
Quanto tempo rimanemmo lì, in ostaggio del mare che giocava a nascondino con i nostri piedi?
Sembrò un attimo, ma quando riprendemmo un barlume di coscienza, il sole si era ampiamente spostato da dove l’avevamo lasciato.
Ti sollevai dall’acqua prendendoti in braccio. Mi sentii pregno di felicità quando ti aggrappasti al mio collo per farti trasportare sulla sabbia asciutta.
Allora, soltanto allora ti accorgesti che avevamo anche l’orlo dei pantaloni bagnati.
Deliziosa creatura: anche in quella circostanza ti preoccupasti per me. Quasi mi chiedesti scusa per quel piccolo incidente. Ti sorrisi scuotendo il capo, beandomi del tuo dolce peso mentre ti trasportavo senza fatica.
I baci che continuavi a regalarmi erano il carburante che mi avrebbe permesso di portarti fin sulla luna.
Arrivati sulla strada volesti scendere. Abbassammo lo sguardo controllando a vicenda lo stato dei nostri indumenti; ci guardammo negli occhi e scoppiammo nuovamente ridere come due pazzi.
Niente avrebbe potuto infrangere quella felicità.
Cominciammo a camminare: ridevi ogni volta che battevo i piedi a terra per far cadere la sabbia che mi portavo dietro.
Non guardammo dove stavamo andando; ogni pochi passi ci fermavamo per abbracciarci ancora più strettamente e baciarci a lungo come se dovessimo riguadagnare, in pochi attimi, tutto il tempo inutilmente perso in precedenza.
Per un solo istante la gioia impressa sul tuo volto si ammantò con un velo di incertezza: davanti alla porta di casa.
Là, quasi inconsciamente, ci avevano condotti i nostri passi: l’unico punto d’appoggio che avevo, per permetterci di rassettarci e consentire ai nostri capi d’abbigliamento di asciugarsi e tornare accettabilmente presentabili.
Ti confesso ora, che non osavo neppure sperare che qualcosa d’altro potesse succedere: il miracolo avvenuto, andava già oltre ogni speranza.
Forse furono proprio questi pensieri che leggesti sul mio volto quando ti invitai ad entrare.

Eravamo veramente buffi: tutti e due in camicia, addirittura io anche con cravatta, e con attorno ai fianchi, grossi asciugamano da spiaggia presi nell’armadio; vecchi zoccoli di legno ai piedi.
Stavamo seduti al tavolo della piccola cucina sorbendo una calda tazza di thè.
Non faceva freddo, ma aspettando che pantaloni, scarpe e calze si asciugassero, qualcosa di caldo non ci avrebbe fatto male.
Molto probabilmente, se non ti fossi gentilmente offerta di prendere la scatola dei biscotti da dessert riposta nell’armadietto in alto, proprio sopra la tua testa, la serata sarebbe finita lì: soddisfatti e felici di quello che già era avvenuto.
Al caso, a volte, proprio non si comanda. La scatola era sull’ultimo ripiano; troppo in alto per arrivarci, anche allungandoti in punta dei piedi; così utilizzasti la sedia come scala di fortuna.
Salendo, il bordo dell’asciugamano ti restò impigliato tra piede e sedile.
Sì, amo definirmi un vecchio gentiluomo, ma a tutto c’è un limite. Non credo tu avessi realmente sperato, in quel momento, che io mi voltassi educatamente dall’altra parte consentendoti di nascondermi nuovamente la splendida visione delle tue lunghe cosce nude; della tua natica candida contornata dalla esigua stoffa del tanga nero.
È vero: ci fu un momento di imbarazzo, di forte imbarazzo, in ambedue. Ma quando ti precipitasti a scendere dalla sedia rischiando di cadere a terra, non potei fare a meno di lanciarmi in tuo soccorso afferrandoti quasi al volo.
Soltanto più tardi, quando ti tolsi l’ultimo indumento di dosso, arrossisti più che in quel momento.
Ripensandoci adesso, a mente fredda, devo riconoscere che avevi tutti i motivi per essere imbarazzata e avrei dovuto accettare, in silenzio, tutti i rimproveri che avessi avuto voglia di farmi.
Soltanto poche ore prima ti rifiutavi di baciarmi, e persino di lasciarti stringere al mio petto, con tutti i vestiti addosso. In quel momento ti ritrovasti tra le mie braccia, mezza nuda, con le mie mani che scorrevano all’impazzata sulle tue natiche, praticamente nude, carezzandole, entrando, non invitate, sotto la tua camicetta; percorrere impudiche e prepotenti, ogni lembo della tua schiena.
Ricordo che tentasti, debolmente per la verità, di dire qualcosa, forse di fermarmi, forse di sgridarmi per la mia sfacciataggine; ma ricordo benissimo come ti lasciasti chiudere la bocca con un bacio che mi lasciò senza respiro.
Ebbi improvvisamente coscienza di quello che stava accadendo; di quanto stava per accadere.
Ti presi nuovamente in braccio e ti lasciasti portare sul letto, ove ti distesi ammirandoti impudica nella tua splendente semi nudità.
Ti ho sempre negli occhi: ferma, immobile, con le palpebre abbassate.
Anche tu desideravi quello che la natura ci richiedeva, ma non volevi vedere, ancora immersa in tutto il tuo pudore.
Lentamente, uno ad uno, slacciai i bottoni della tua camicia, scoprendo il tuo piatto ventre; il reggiseno nero che spiccava sulla tua candida pelle, fasciando e nascondendo il tuo acerbo seno. Piccolo, sodo, candido.
Soltanto il tuo respiro sempre più affrettato, sempre più affannoso indicava il trascorrere del tempo.

Mia! Finalmente mia…. Finalmente tuo.

Finii con calma di spogliarmi senza staccare gli occhi dai piccoli riccioli neri che uscivano dal triangolo di seta del tanga: mi avevano incantato.
Non apristi gli occhi, non facesti un gesto, quando mi stesi al tuo fianco: appena un impercettibile senso di rilassatezza distese il tuo carissimo volto.
Vidi le tue membra rilassarsi quasi a segnale di uno scampato pericolo.
Mi chiedo ancora oggi, non avendo mai avuto il coraggio di domandartelo, se in quel momento temevi che mi sarei comportato come un protagonista dei miei racconti; se ti avrei usato come le eroine delle mie storie.
Forse, neanche se me lo avessi chiesto esplicitamente, quel giorno avrei potuto darti niente altro che il piacere che volevo darti; a modo mio, in un modo che in me non conoscevi e che neanche probabilmente sospettavi.

Ti ho sempre negli occhi: nuda, agitata eppur tranquilla nell’attesa di sapere cosa avrei fatto.
Non un suono, non una parola era uscita dalle nostre labbra dal momento che ti avevo deposta sul letto.
Ti eri lasciata spogliare completamente senza opporre il minimo rifiuto: ed ora aspettavi.

Ti sfiorai appena i fianchi percorrendo con le dita il pallido segno lasciato dall’elastico delle mutandine.
Prendevi vita, sobbalzando e tremando, ad ogni lieve tocco. Ti sfioravo così leggermente che potevo sentire il passaggio dell’invisibile peluria sotto le mie dita.
Soltanto quando cominciai a sfiorarti i seni, a racchiudere in immaginari circoli sempre più stretti i tuoi capezzoli, soltanto allora la tua gola emise un flebile segno di vita.
Ti baciai leggermente sulle labbra, sul nasino ribelle, sugli occhi serrati, sulle guance ed ancora sulla bocca che finalmente rispose.
Sei una vera egoista. Riesci ad assorbire ed assaporare tutto il piacere che un uomo può donarti senza lasciarti distrarre una frazione di attimo.
Eri come sabbia del deserto in attesa delle prime gocce di pioggia dopo secoli di siccità.
Le mie mani vagavano all’impazzata sul tuo corpo incapaci di soffermarsi su un unico punto, ebbre del desiderio di memorizzare ogni poro di quella pelle tanto desiderata.
Lasciai a malincuore la tua bocca, ma anche le labbra dovevano fare la stessa conoscenza che le mani stavano facendo. Ti baciai sul collo, sotto il mento. Finalmente rispondevi: piegasti la testa per lasciarti baciare sulle spalle; contornai con un’aureola di baci i tuoi seni. Sentisti la mia lingua guizzare sui tuoi capezzoli: fosti colta da un brivido lungo, interminabile, che non si placò neanche quando scesi a baciarti e mordicchiarti i fianchi.
Le tue dita non erano più calme, naturalmente adagiate sul palmo. Ora erano distese, rigide, tremanti ad ogni mio spostamento. Ti aggrappasti spasmodicamente alle lenzuola quando ti sfiorai le cosce vicino, molto vicino all’inguine.
Avevo il cuore pieno di tenerezza e d’amore come mai mi era accaduto in tanti e tanti anni di vita.
Le tue gambe non erano più serrate, si stavano aprendo come petali di un fiore toccato dal sole.
Ma non era ancora il momento. Troppo avevo ancora da darti; troppo dovevi ancora darmi prima di fare dei nostri corpi un unico corpo simbionte.
Lentamente ti capovolsi. Continuasti a lasciarmi fare, certa, ormai, che nulla di male poteva accaderti.
Il rispetto che fino a quella mattina ti aveva protetto, continuava a fare egregiamente il suo lavoro. Erano cambiati i termini, ma la tua tranquillità rimaneva, intatta, anzi, forse più radicata di prima.
Ti ho sempre nella mente: voltasti il capo dalla mia parte; mi sorridesti guardandomi finalmente negli occhi.
Ti accomodasti meglio e più comodamente di come ti avevo posto io, e riprendesti l’attesa.
La tua schiena, le tue natiche, le tue cosce: la tastiera di un prezioso pianoforte su cui suonare la grandiosa sinfonia del piacere.
Inarcavi le spalle, la schiena; serravi i muscoli del tuo prezioso culetto, ogni volta che inaspettatamente mani, dita, labbra, lingua toccavano, sfioravano, scivolavano su ogni muscolo, su ogni vertebra, in ogni solco, su tutto quello che il tuo corpo mi offriva.
Non so che ricordi hai di quei momenti. Io posso dirti soltanto non riuscivi più a controllare il tremore che ti pervadeva.
Tutto il tuo corpo era un unico continuo tremito. Ti eri aggrappata ai bordi del cuscino e lo stringevi, lo tiravi, lo strappavi con i muscoli delle braccia tesi allo spasimo.
Non lo avrei mai creduto, ma il colpo di grazia, inaspettato quanto, in verità, prevedibile, te lo diedi quando cominciai a mordicchiarti a fondo tra le natiche e l’attaccatura delle cosce.
La tua passione per le sculacciate avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, invece non ci pensai affatto, non mi sovvenne che quella era una tua parte sensibilissima. Improvvisamente ti vidi inarcare la schiena puntellandoti sulle braccia distese. Vidi i muscoli dei glutei indurirsi fino a farsi di marmo, mentre il bacino e le cosce ti tremavano con brevi, incontrollabili, ripetute raffiche.
Poi tutto finì, di colpo, come era cominciato.
Soltanto allora, nell’improvviso silenzio che ci avvolse, capì che avevi gridato, anzi più che gridato, avevi gemuto ad alta voce.
Provai ancora ad accarezzarti, ma rabbrividisti come una molla e capii che era troppo presto per riprendere, dovevo lasciarti assaporare quel momento. Mi stesi al tuo fianco, limitandomi a sfiorarti i capelli finalmente scomposti, le guance arrossate, le labbra di fuoco.
Ti girasti sul fianco e mi stringesti a te, piegandomi la testa sul tuo seno. Lo baciai, lo baciai a lungo finché il tuo respiro non si fece più calmo, finché non fosti nuovamente pronta a riprendere la battaglia: e che battaglia.
Nonostante i tuoi sogni, nonostante le letture che ti piace fare, non ti avevo mai considerata una donna libera e disinibita dal punto di vista sessuale.
Avevamo parlato di sesso, di erotismo, di pratiche inusuali ed estremamente spinte, ma non ti avevo mai considerata in grado di mettere tutto questo in pratica. Ero convinto che di fronte all’amore e al sesso, fossi bloccata; repressa dalla tua forte educazione religiosa; dal tuo perbenismo; dalle tue remore.
Fino a quel momento, infatti, mi avevi dato ragione in pieno.
A parte lo slancio con cui mi avevi finalmente dato il primo, liberatorio bacio, per il prosieguo del pomeriggio ti eri comportata quasi come se fossi assente. Eri stata lì, immobile sul letto, prendendo ed assorbendo tutto il piacere che riuscivo a darti, partecipando in modo passivo. Proprio come una spugna depositata nell’acqua: assorbe tutto quello che può, senza muoversi, senza ricercare quel liquido che la riempie.
Tutt’a un tratto cambiasti.
Non ricordo esattamente l’attimo in cui mi accorsi che stavi prendendo vita: forse quando cominciai a mordicchiarti insistentemente, e con più forza di quella usata fino ad allora, i capezzoli che mi avevi letteralmente messo in bocca; forse quando la mia coscia, serrata tra le tue, ce la fece a salire cominciando a premere il tuo sesso abbondantemente bagnato.
Onestamente non lo so. So soltanto che improvvisamente mi accorsi che le tue mani stavano scorrendo agili e leggere sul mio corpo.
Mi allontanasti da te, sdraiandomi sulla schiena. Adesso erano tue, le labbra in movimento. In ginocchio al mio fianco, ti eri chinata su di me e mi baciavi e mi carezzavi dappertutto. Chiudo gli occhi e ricordo le tue labbra sui miei capezzoli, sul mio ventre, sui miei fianchi.
Lentamente, quasi con timidezza, sentii la tua mano scorrere sulla mia coscia e salire verso i miei testicoli: li imprigionasti con estrema delicatezza. Sentivo il tuo alito sulla mia pancia, sul mio pube. Improvvisamente il calore della tua bocca infuocata intorno al mio pene.
Ho sempre avuto cura di controllare il mio corpo evitando erezioni troppo anticipate che ridurrebbero la durata del reciproco piacere. Quella volta non ce la feci: troppo grande e troppo a lungo trattenuto, il desiderio di te prese il sopravvento. Sapevo cosa mi stava accadendo. Sollevai leggermente la testa per guardarti, per imprimermi nella memoria, non solo le sensazioni, ma anche il ricordo visivo di quel primo momento di vero sesso tra noi.
Spalancasti gli occhi tirando indietro la testa quando lo sentisti improvvisamente crescere e gonfiarsi nella tua bocca. Pensai che avessi temuto che stavo per venirmene nella tua gola.
No, non era ancora giunto il momento di godere.
Ti chinasti nuovamente prendendolo con le due mani: lo guardavi quasi affascinata. Voltasti il capo verso di me e mi sorridesti, poi con uno sguardo assassino, che non ti avevo mai visto, senza staccare i tuoi occhi dai miei, calasti nuovamente la testa riprendendolo in bocca e spingesti, giù, giù, finché sentii che ti ero arrivato in gola.
Cominciasti a giocare, succhiando, baciando, mordendo, spingendolo nuovamente fin dove ti era possibile.
Mi stavi facendo impazzire: se ti lasciavo continuare avrei perso il controllo inondandoti la bocca.
Fu allora che anch’io mi mossi. Ti presi per i fianchi e ti misi a cavalcioni sul mio petto.
Le tue mani e la tua bocca erano rimaste saldamente ancorate al posto che in quel momento sembravano prediligere, ma il tuo prezioso sesso era offerto e senza possibilità di difese agli assalti della mia lingua, delle mie mani.
Cominciai a farti esattamente quello che stavi facendo a me. Affondai il mio viso nella tua vagina spingendo con la lingua fin dove mi era possibile. Lentamente mi feci strada verso il prezioso bottoncino del clitoride; lo titillai finché sentii che rispondeva. Anche lui crebbe tra le mie labbra al punto che riuscii ad afferrarlo. Lo succhiai; succhiai e mordicchiai procurandoti scariche elettriche di piacere: le stesse che tu stavi dando a me.
Sembrava quasi avessimo ingaggiato una gara a chi riusciva a dare più piacere all’altro.
Sentivo le tue cosce stringere il mio petto nell’inutile tentativo di serrarle per sottrarti a quell’enorme piacere che rasenta il dolore.
Ti lasciai riposare, anche se tu non ricambiasti la cortesia. Sentivo sempre di più avvicinarsi nuovamente il momento in cui non sarei più stato in grado di aspettarti.
Rimisi in moto la lingua facendola correre tra la vagina e l’ano. Ti sentii irrigidire la prima volta che la feci scorrere sul tuo ano, ma ti rilassasti subito. Il sesso anale non era per te una novità.
Lasciai la lingua dov’era, contornando e spingendo per farla entrare nel tuo incantevole buchetto. Pulsava sotto le spinte della mia lingua, ma non ti sottraevi. La cosa non doveva dispiacerti affatto, tant’è che il lavorio della tua bocca si fece via via sempre più frenetico finché dovetti imprigionarti la testa tra le mie cosce. Mi avevi portato al limite. O ti facevo smettere, o entro qualche attimo ti saresti trovata la faccia tutta impiastricciata.
– Basta, non ce la faccio più a trattenermi – te lo dissi a chiare note – se continui ancora per qualche altro secondo mi farai venire -.
Ricordi la tua risposta illogica? – E tu, allora? Da quando mi hai stesa sul letto che non fai altro. Mi hai fatta godere almeno quattro o cinque volte. –
Ti voltai e ti strinsi a me. Distesa sopra di me, ricominciammo a baciarci, freneticamente, con passione.
Mai i nostri sessi erano stati così vicini.
Allargasti le gambe imprigionando le mie cosce tra le tue e ti spostasti in avanti finché il mio pene, che fino ad allora era rimasto premuto tra il tuo ventre ed il mio, si ritrovò libero, dritto sul tuo clitoride. Mi sarebbe bastato sollevare appena i fianchi per farlo scorrere tra le grandi labbra, fino ad entrarti dentro.
Avevo già cominciato a muovermi quando sentii il sangue defluirmi dal corpo; ricordai solo allora: tu eri vergine.
Avevi mantenuto la tua verginità fino ad allora per cosa? Per chi? Per me? Non era possibile.
Non ne avevamo mai parlato, almeno in modo esauriente. Me lo avevi detto come un dato di fatto.
Te lo avevo anche chiesto, ma non mi avevi mai risposto: – Perché una bella ragazza avesse scelto di ricorrere al sesso anale pur di rimanere vergine. Soltanto il tuo fortissimo desiderio di preservarti in quello stato poteva giustificare quel fatto.
Non potevo approfittare di te, dello stato di incontrollabile eccitazione del momento per defraudarti di quella cosa preziosa che tanto gelosamente avevi preservato fino a quel giorno.
Non me la sentii di essere egoista fino a quel punto. Il rispetto che ti avevo donato continuava a fare il suo dovere. Non potevo prenderti: tu, se mai, dovevi donarti.
Dovesti accorgerti di qualcosa, che qualcosa in me era cambiato.
Ricordi adesso? Ricordi come mi guardasti non capendo cosa mi fosse accaduto?
Come potevo dirtelo? Come potevo esternarti quei pensieri che in un attimo avevano gelato il mio cervello?
Io ti volevo, volevo con tutto me stesso entrare in te; godere all’unisono con te, ma tu stessa dovevi chiederlo.
Saresti stata mia per sempre.
In qualsiasi modo fosse proseguita la nostra storia; fosse andata avanti o si fosse interrotta portandoci su strade diverse, comunque saresti stata per sempre la mia donna; sarei per sempre stato il tuo uomo, il tuo primo uomo; l’uomo al quale ti eri donata completamente per la prima volta, l’uomo cui avevi donato quella parte di te che una sola volta nella vita ti era concesso di donare.
No. Non potevo.
Ma se mi sbagliavo? E se tu avessi deciso che era quello il momento giusto per diventare donna, potevo io offenderti al punto da rifiutare la tua preziosa offerta?
Ti riabbracciai stringendoti forte al punto da levarti il respiro.
Non sapevo cosa fare. Per la prima volta nella mia vita, ero tentato, quasi deciso a non rispondere all’offerta del corpo di una donna rischiando di offenderla, di ferirla irrimediabilmente non accettando il suo dono.
Il mio membro era sempre là, pronto, sulla porta del piacere. Mi bastava spingere con forza e tutto sarebbe stato irreparabilmente compiuto.
Ti presi la testa tra le mani obbligandoti a guardarmi negli occhi.
Ricordi? Ti chiesi, facendoti sentire che ero pronto ad entrare in te: – sei sicura? Veramente lo vuoi? -.
Soltanto allora capisti. Forse soltanto allora riuscisti a comprendere quanto grande era l’amore che provo per te.
Ero pronto a rinunciare. Ti stavo io, facendo dono della mia rinuncia. Di più non potevo darti.
Mi baciasti teneramente sulle labbra facendomi sentire il gusto salato delle lacrime che ti scendevano copiose dagli occhi. Ridevi e piangevi, piangevi e ridevi.
Non avemmo bisogno di altre parole. I nostri corpi non si erano uniti, ma le nostre anime sì. Comprendesti la mia rinuncia come io capii la tua offerta.
Eravamo giunti ad essere quello che siamo oggi: un’anima e due corpi. L’imperfetta unione per noi perfetta. FINE

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