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Le corna

Le corna

“Stronzo! ”
L’epiteto, appena sibilato, mi colpisce alla nuca mentre mezzo addormentato, uscito dalla metro, mi avvio alla fermata dell’autobus che mi porterà in ufficio.
“Porco maledetto! ”
Altro colpo alla nuca. In compenso, però, oramai sono quasi completamente sveglio.
“Pederasta! ”
Il desueto insulto, quasi urlato, mi costringe a voltarmi. Anche perché mi sembra di riconoscere la voce che lancia offese di prima mattina. Non mi sono sbagliato. La Giovanna, ufficio del personale, mi segue continuando ad inveire. Mi fermo un attimo e attendo che mi raggiunga.
– Non mi pare il caso di mettere i passanti al corrente delle mie qualità nascoste.

La battuta con cui la apostrofo sembra risvegliarla da una specie di trance. Per un attimo mi guarda senza riconoscermi ed ho la sensazione che uno schiaffo stia per partire. Ed invece realizza chi le rivolge la parola e una smorfia, che vuole essere un sorriso, allenta per un attimo la tensione del suo volto.

– Ciao. Non erano rivolti a te anche se, per pura appartenenza al genere maschile, te li meriti anche tu quei complimenti.

– Inutile chiederti come va – replico – sembri il dizionario ragionato degli insulti. Devi essere proprio arrabbiata anche se non capisco con chi tu ce la possa avere.

– Lascia perdere Stefano. Se solo tocco qualcuno stamani, lo avveleno.

Per la cronaca Stefano sono io. Quasi quaranta anni, single, anzi no, scapolo per scelta altrui, impiegato presso una società multinazionale con uffici nella profonda periferia romana, accidenti a loro: questo mi obbliga ad alzarmi tutti i giorni alle prime luci dell’alba, a farmi un bel tratto di metropolitana per prendere al volo il pullman della società che raccatta il sottoscritto ed altri colleghi per portarli al lavoro. Giovanna è una di questi colleghi, responsabile dell’ufficio del personale. Se mi chiedeste di descriverla confesso che sarei in difficoltà. Nel senso che ho presente solo una vaga percezione della sua persona: media statura, capelli di media lunghezza sempre legati o raccolti, un paio di occhiali se non brutti, sicuramente non belli, il più delle volte indossa degli austeri tailleur. La cortesia ci spinge a salutarci e le consuetudini aziendali a darci del tu anche se siamo l’uno per l’altro quasi degli estranei.

– E come se non bastasse – continua la Giovanna – abbiamo perso anche il pullman per il lavoro. Degna continuazione di una giornata del cavolo.

– Poco male – cerco di rabbonirla – si tratterà di aspettare cinque minuti e potremo prendere il pullman diretto a Latina che ci lascia davanti ai cancelli dell’ufficio. Si vede che non sei abituata a far tardi al mattino, a differenza del sottoscritto.

– Lo so! – risponde lei alquanto acida – Chi pensi che prepari tutte quelle belle letterine che ti rammentano che uno dei tuoi doveri è arrivare puntuale in ufficio? Tra l’altro non ti degni manco di rispondere.

– Senti, se serve a calmarti, mi vanno bene anche gli insulti. Ma se vuoi fare il capo del personale, ti prego di aspettare di essere arrivata in ufficio – replico seccato.

– Hai ragione, scusami. E che ho veramente un diavolo per capello. A proposito dell’autobus, mi sai dire dove posso comprare il biglietto?

– Lascia perdere ne ho per entrambi – mi viene spontaneo risponderle.

Nel frattempo abbiamo raggiunto il capolinea e le indico il bus che fa al caso nostro. Non è molto affollato e ci sistemiamo in posti diversi ma contigui. Rispetto a quando lanciava insulti all’indirizzo di chi non si sa, sembra si sia leggermente calmata anche se lo sguardo perso nel vuoto e una ritmica contrazione delle labbra fanno capire al resto del mondo che è ancora nervosa. Approfitto della sua disattenzione per guardarla meglio. Effettivamente sembra una perfetta impiegata, una zitella che ha votato anima e corpo al lavoro. Sarà perché è un po’ di tempo che vado in bianco, per cui la mia fantasia parte subito per la tangente ma, guardandola meglio, ho l’impressione che il suo aspetto esteriore sia volutamente tenuto anonimo. Una specie di recinzione issata tra lei ed il mondo a difendere chissà cosa. Saranno i suoi occhi color nocciola che pur nella fissità dello sguardo, lanciano lampi di fuoco. Oppure la dolcezza del viso inasprita dagli occhiali troppo grandi. O forse la dolce curva del seno che, ma tu guarda, deve essere più grande della media.

“Bastardo! ”

Arieccoci.

La curiosità ha la meglio sulla buona educazione e mi spinge a porgerle la domanda in maniera diretta.

– Scusa Giovanna, si può sapere con chi diavolo ce l’hai stamattina? è da un pezzo che continui ad inveire, va a finire che penseranno che tu ce l’abbia con me.

Di nuovo la sensazione che stia per mollarmi un ceffone. E invece, scoppia a ridere. E ride a lungo con una bella risata di gola che attira l’attenzione degli altri passeggeri. La mia espressione non deve essere particolarmente intelligente, stupito come sono da questo improvviso mutamento d’umore, e la cosa deve avere un effetto ulteriormente scatenante, visto che non riesce a smetterla di ridere. Finalmente riesce a fermarsi e a questo punto sembra finalmente calma.

– Grazie Stefano, sei riuscito a calmarmi, è proprio vero che una risata è la medicina migliore.

– Sono d’accordo ma non mi pare di aver fatto chissà che cosa – le rispondo – ma si può sapere che ti prende?

A questo punto la voglia di confidarsi con qualcuno è più forte delle considerazioni sull’opportunità di raccontare i fatti propri ad un quasi estraneo.

– Mio marito, – sbotta – ho beccato quello stronzo di mio marito a cornificarmi alla grande.

– E la cosa ti fa ridere? – le chiedo preoccupato.

– No di certo. All’inizio mi ha fatto arrabbiare da matti. La carogna, con la scusa che non va allo studio prima delle nove e considerato che lo studio è nella strada dove abitiamo, resta a casa a dormire quando esco per venire in ufficio. Stamattina sono tornata indietro perché avevo dimenticato il telefono. Stavo per citofonare alla domestica per chiederle di scendermelo. Invece ho preferito salire. Quando ho aperto la porta ho fatto in tempo a vedere la cameriera che indossando una T-shirt che a stento le copriva il culo e con il vassoio della colazione stava entrando in camera da letto. La prima cosa che ho pensato è che avrei dovuto invitarla a vestirsi in maniera più adeguata ma subito dopo il tarlo del dubbio ha cominciato a rodermi. La curiosità di vedere cosa sarebbe successo, invece, mi ha spinto ad avvicinarmi alla porta della camera che era rimasta aperta.

– Mica ti sarai messa a spiarli? – chiedo tra lo scandalizzato ed il divertito.

– Si che mi sono messa a spiarli quei due zozzoni. La baldracca aveva appoggiato il vassoio della colazione e sedutasi sul bordo del letto, aveva infilato la mano sotto al lenzuolo all’altezza dell’inguine di quel coglione di mio marito. E proprio i suoi coglioni stava massaggiando, la stronza. E non solo quelli visto che ad un certo punto il lenzuolo ha iniziato ad alzarsi ed abbassarsi ritmicamente. Nel frattempo sussurrava qualcosa all’indirizzo del debosciato nel letto.

– Magari gli stava augurando il buongiorno – esclamo io sorpreso ed imbarazzato non tanto dal racconto di Giovanna, quanto dalle parole che stava usando e che mai avrei sospettato conoscesse.

– Altro che buongiorno. Il disgraziato ad un certo punto ha tirato fuori il braccio da sotto il lenzuolo ed ha incominciato ad accarezzare le cosce della puttanella che, manco a dirlo, le ha spalancate immediatamente. Non portava mutande e ho potuto vedere che ha i peli della passera tagliati a forma di cuore. Mentre lui la smanettava come si deve, lei ha spostato il lenzuolo e si è abbassata a prenderglielo in bocca. Ha iniziato a fargli un pompino coi fiocchi. E avresti dovuto vedere come gli piaceva a quel figlio di troia.

– Immagino – cerco di articolare ma non sono sicuro che la voce mi sia venuta fuori.

– Dopo un po’ se l’è tirata addosso per leccarle la figa. Non ci crederai ma ho ancora nelle orecchie i suoni osceni che facevano leccandosi, quegli sporcaccioni. Ero come paralizzata: avrei voluto entrare e pigliarli a bastonate, sparargli, mettermi a strillare. E pensare che mio marito con me non era mai andato oltre qualche bacio quando facevamo l’amore, sempre e comunque allo stesso modo. Ed ora stava dando il meglio di se impegnandosi in un lavoro di cesello tra le cosce della ragazza. Mentre pensavo ‘ste cose la tizia si era infilata il cazzo nella figa e stava cavalcando quel bastardo di mio marito che, lo sapevo, era prossimo all’orgasmo. E lì che mi è venuto il colpo di genio: ho aspettato che stesse per iniziare a godere e proprio in quel momento sono entrata in camera da letto chiedendo “Che avete visto il mio telefono per caso? “. Avresti dovuto vederla la scena: lo stronzo con gli occhi strabuzzati un po’ per la venuta ma molto di più per il panico, mentre la mignottona inebetita continuava, senza accorgersene, a muoversi su di lui. “No, che stupida”, faccio, “l’ho lasciato in soggiorno” ed ho fatto per andar via. Incazzata come una iena ma senza dimostrarlo, mi sono voltata ed ho aggiunto: “Te lo puoi tenere, carina. Per quando torno vedete di andare a far porcate altrove”. Se fossi stata in teatro penso sarebbe venuto giù dagli applausi, tanto la scena è stata ben recitata.

– E dopo che hai fatto – chiedo con la bocca stranamente secca.

– Mi sono fatta a piedi i sette isolati che separano casa mia dalla fermata degli autobus, cercando, inutilmente, di far sbollire la rabbia. Ed ero ancora più incavolata perché mi sono riscoperta piuttosto eccitata dalla scena a cui avevo assistito. Ma ora sono abbastanza calma per poter affermare che il primo che incontro me lo scopo per una settimana, senza interruzione.

– Primo ! – lo strillo sembra quello di un’aquila ingrifata e le scatena una ulteriore risata rasserenante.

La nostra fermata arriva che lei ancora ride. Scendiamo e con quattro passi siamo all’ingresso dell’ufficio.

– Beh, buona giornata – le auguro – e ricordati che sono io il primo.

– Ma dai, mica facevo sul serio – replica.

– Ogni promessa è debito – e la lascio ad aspettare l’ascensore.

Certo che questa giornata è iniziata in modo strano. L’incontro con gli insulti di Giovanna prima, l’incredibile racconto delle attività del di lei marito con la sua cameriera poi, l’intenzione di farsi il primo uomo che avesse incontrato. Beh, il primo sono stato io, ero li mentre lo stava dicendo per cui se è una di parola … Non mi dispiacerebbe affatto un’avventura con Giovanna, mi sono fatto l’idea che sotto al suo aspetto quasi insignificante ci dev’essere qualcosa di molto interessante. D’altronde l’ultima mia scopata risale già a tre mesi fa, con la cugina di mia cognata, niente di cui andar fiero visto che la da via a chili.
Il mucchio di posta sulla mia scrivania mi salta all’occhio immediatamente. L’ufficio postale ha fatto gli straordinari, penso mentre faccio partire il computer. Non ho molta voglia di vedere chi scrive e rimando a dopo la pausa caffè la lettura della posta. Il bar aziendale è semivuoto e il caffè di Franco è meno peggio del solito. Scambio due chiacchiere con la cassiera, con cui tutti ci hanno provato ma nessuno l’ha sfangata, e me ne ritorno al mio posto di lavoro. Mi accoglie il telefono che squilla insistentemente e mi affretto per rispondere. Un cliente mi assilla con l’ennesima banalità. Poiché il cliente ha sempre ragione, visto che paga, non lo mando al diavolo ma, con estrema pazienza, gli spiego per l’ennesima volta, che il sistema informatico che gli abbiamo venduto non può preparargli anche il caffè: quello se lo deve preparare da solo. Un bip del computer mi segnala che è arrivata posta elettronica. Questo mi fa venire in mente che è arrivato il momento di aggredire il mucchio di posta tradizionale che mi sono ritrovato sulla scrivania. Altri clienti, alcune richieste di chiarimenti, un po’ di pubblicità e una lettera dell’ufficio del personale. Ancora un richiamo per i miei ritardi. Visto che anche di questo abbiamo parlato con Giovanna decido immediatamente di andare a parlarle.
La Bice, una delle colleghe del personale, mi sgrana gli occhioni, non è abituata a vedermi comparire per discutere i richiami che almeno una volta al mese mi invia.
* Ciao Bice, c’è il capo? – le chiedo.
* Certo che c’è, – mi risponde – ma sono certa che non crederà ai suoi occhi. Credo che oramai ti consideri un caso disperato.
* Mai dire mai, posso entrare ?
* Vai pure Stefano.

Busso con leggerezza alla porta. La voce di Giovanna mi esorta ad entrare. è seduta alla scrivania, il capo chino su un mucchio enorme di carte. Ha ancora la faccia severa di stamattina quando lampi di rabbia le saettavano negli occhi nocciola. Una cosa però è diversa: ha i capelli sciolti sulle spalle.
* Scusa, sono venuto per farmi infliggere le quaranta frustate previste per chi arriva tardi al mattino.
Alza la testa dalle carte e un simpatico sorriso le si dipinge sul viso.
* Oggi hai il potere di mettermi di buonumore.
* Meno male – sto per rispondere, ma il cicalino del telefono mi interrompe.
* Scusami Stefano – mi dice alzando il ricevitore.

La voce all’atro capo del telefono la fa sobbalzare, la rabbia ricompare sul suo viso indurendolo ancora una volta.
* Massimo, ti ho già detto di andare a farti fottere tu e la tua troietta. No, non mi calmo, sei un viscido serpente.

Capisco che è il marito traditore e faccio per tornare sui miei passi, lasciandola libera di prenderlo a parolacce. Un cenno con la mano e con gli occhi mi impone di restare e di mettermi a sedere.
* No, brutto figlio di puttana, non hai nessuna scusa. Un momento di debolezza un paio di palle, te la spassavi tutte le mattine con quella stronza della cameriera, appena la cornuta cioè io, andava fuori dalle palle. Ma ora basta e ti dirò di più, ho deciso di renderti pan per focaccia, ebete che non sei altro.
Mentre parla, si alza e gira attorno alla scrivania avvicinandosi a me.
* E ho pure davanti il tipo con il quale ti farò spuntare una paio di corna da cervo su quel testone da bamboccio che ti ritrovi.
La mano libera dalla cornetta, armeggia con la lampo dei miei pantaloni. Chissà perché in questo momento avrei voglia di guardarmi in faccia, deve essere uno spettacolo mica male. Mi ha abbassato anche le mutande ed è arrivata ad arraffare il pisello che in questo momento non sembra avere molta voglia di collaborare.
* Gliel’ho preso in mano e lo sto menando. è proprio una bella sensazione, cresce a vista d’occhio. Se penso a tutti i maschi che mi sono persa per esserti fedele mi viene voglia di assoldarne uno per fartelo mettere nel culo, frocio che non sei altro.
Abbassata com’è per massaggiarmi il cazzo, un paio di tette di tutto rispetto fanno capolino dalla scollatura e contribuiscono al completo risveglio del mio pisello. Lascia cadere la cornetta e senza mollare di masturbarmi incolla le sue labbra alle mie cacciandomi in bocca la lingua. Mi ricordo di avere anch’io le mani e le adopero immediatamente per aprirle la giacca del tailleur e abbassarle le coppe del reggiseno. Le sue tette mi riempiono piacevolmente le mani ed inizio a massaggiarle prima delicatamente poi con una sorta di manesca voracità. Si stacca dalla mia bocca per riprendere la cornetta del telefono.
* Ci sei ancora, vero cornutone mio. Sai che sta facendo, mi sta toccando le tette e sapessi come lo fa bene. Adesso mi alza la gonna e mi scosta le mutande. Mi sta passando la mano tra le cosce, roba da farmi venire in due minuti.
E la cronaca a beneficio del marito cornificatore cornificato è esatta nei minimi particolari. Mi alzo e la spingo a sedersi a cosce larghe sulla scrivania che è alle sue spalle inginocchiandomi a mia volta ed infilando la testa fra le sue gambe. Il profumo della sua figa mi provoca quasi una vertigine: è un po’ di giorni che me la sogno di notte una figa così. Comincio a lavorare di lingua: prima lungo tutta lo spacco, poi mi soffermo sul clitoride per poi affondare la lingua nella sua calda intimità. Si lascia andare appoggiando la schiena alla scrivania e toccandosi i capezzoli. Una serie di sussulti, lo stringersi delle gambe attorno alla mia testa e la voce strozzata con cui continua a raccontare al marito al telefono che sta facendo, mi dicono che ha avuto un orgasmo. Indeciso se proseguire o fermarmi resto un attimo fermo. Rialza le spalle dalla scrivania, mi afferra la testa con la mano libera costringendomi ad alzarmi. Mi prende in mano l’uccello, mi attira a se puntandoselo tra le gambe dove un attimo prima c’era la mia lingua. Scivola dentro con facilità nella vagina che si apre per farlo passare per poi avvolgerlo nella sua calda stretta. Mi godo quella sensazione paradisiaca per un lungo istante prima di iniziare a muovermi leggermente avanti ed indietro. Piano, senza fretta ma con determinazione aumento il ritmo. Giovanna riprende ad ansimare, avvinghiata alle mie spalle con il braccio libero dalla cornetta del telefono, le sue tette schiacciate contro il mio petto. è pronta per un altro orgasmo, beata lei. E viene in maniera travolgente, ho le sue unghie piantate nella schiena e la mia mazza affondata dentro di lei comincia ad eruttare sperma.
* Ed ora vaffanculo, stronzo.
Ancora con il mio cazzo fra le gambe liquida il marito al telefono riattaccandogli il telefono sul grugno.
Un fortissimo imbarazzo mi assale, è stato tutto talmente veloce che solo adesso comincio a realizzare ciò che abbiamo fatto. Ma guardando Giovanna, mi rendo conto della fortuna che mi è capitata: è lei la donna che ho sempre sognata, una calda e discreta bellezza dalle forme giunoniche e dalla lasciva sensualità. Me la guardo mentre fa rientrare le tette nel reggiseno, mentre si richiude la giacca, si aggiusta gli slip e si tira giù la gonna. Mi accorgo che mi sono perdutamente innamorato di lei. Mi rimette a posto i pantaloni con grazia mi da un casto bacio sulle labbra e mi sussurra:
* Ora lasciami lavorare. Ci vediamo all’uscita, devo ancora assaggiare il sapore del tuo cazzo.

Me ne vado, tirandomi dietro la porta del suo ufficio, mezzo sconvolto mentre la Bice mossa a pietà commenta con una collega:

* Poverino, stavolta Giovanna deve avergli dato una lavata di testa mica male. FINE

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