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Dimenticare Parigi: l’inizio

Quattro di notte di un fresco giovedì di maggio. Dalla finestra della mia stanza, Roma si sdraia luminosa e splendida ai piedi della mia casa in cima ad uno dei sette colli. Sono appena rientrato da una cena con amici e sto iniziando a riordinare le idee su come preparare le valigie. Già, sono in partenza. Per Parigi, dove sono stato inviato per fare un’intervista ad uno dei più importanti calciatori del Paris St. Germain. “Pare che stia per tornare in Italia, vedi di saperne di più”, mi hanno detto.
Ok, ma certo il momento non è dei migliori per fare un servizio così importante. Laura, la mia ex donna, mi ha “mollato” da un mesetto. Troppo tempo dedicato al lavoro, ha detto, troppi week-end da sola, ritardi e cene saltate all’ultimo momento. Magari per colpa di una notizia di mercato da verificare. Molto, molto meglio prendere al volo un bell’assicuratore dai congiuntivi “fuoritempo” ma con orario di lavoro assolutamente inflessibile. Non che non la capisca, ma certo che, oltre al dispiacere per la fine di una storia durata due anni, comincio a sentire la mancanza di una donna. A trent’anni è il minimo che possa succedere.
Ma non ho alternative: o parto o finisco a correggere bozze per almeno un anno. E allora butto l’occhio dentro l’armadio. Dunque, sono tre giorni: altrettanti pantaloni e giacche, jeans, Scott e…. “Driiin”. Il telefono, alle quattro di notte. Sarà quel coglione di Francesco, penso. Magari sta in giro e ha deciso di svegliarmi per parlare dei suoi assurdi “amori” extraconiugali. Tiro su e dico: “Ma ti rendi conto di che cazzo di ore sono? “.
“Scusami Chi, sono Ale.. “, sento dall’altra parte.
“Alessia …. ? “.
“Scusami ancora fratellino, ma non sapevo chi chiamare a quest’ora. Mi sei venuto in mente solo te… “.
“Dimmi, è successo qualcosa di grave? “.
“Già.. (mi dice piangendo). Luca mi ha piantata. Dice che si è innamorato di una sua collega di Bologna, ed è andato da lei. Non so che fare, sto male… “.
E da quel momento, in lacrime, inizia il racconto degli ultimi tempi del loro fresco matrimonio. Nato con i migliori intenti, ma naufragato nel peggiore dei modi per colpa dei loro caratteri agli antipodi. “è una cosa positiva, gli opposti si attraggono” dicevano i miei. Balle, qualcosa in comune bisogna averla su cui appoggiare la storia. Ma a parte questo, io ad Alessia lo avevo detto che il “ragazzo” non mi convinceva. E che lei, per come era fatta, era sprecata per un tizio che passava le serate in pantofole davanti alla televisione o al Pc. Mai un ristorante, una discoteca, un teatro. Sempre a casa. E il fatto, a quanto mi aveva detto la sorellina alcuni mesi fa, non comportava una più intensa attività sessuale. Anzi… Ma meglio così, pensa se fossero arrivati anche dei figli.
“Insomma Ale, sono le sei e mezza di mattina. Io tra sei ore ho l’aereo per Parigi. Cosa vogliamo fare? “.
“Senti, non so, per prima cosa bisogna dirlo a mamma e papà. Ma da sola non ho il coraggio.. Vorrei che mi accompagnassi, se puoi”.
“Ok, ci vediamo alle nove sotto casa. Va bene? “.
“Grazie, a domani. Mi raccomando però: lo so come sei, che magari non ti presenti…. “.
“Tranquilla, ci sarò”.
Povera, la mia Ale. Mi sembra ieri che l’ho vista varcare, emozionatissima, la soglia della chiesa il giorno del matrimonio. Bella come il sole, con il dolcissimo viso rotondo, adornato dal trucco appena accennato sugli occhi verdi mare. E con il vestito bianco fatto al centimetro per fasciare al meglio il suo metro e settantasette, il sedere tondo e piacevolmente abbondante e la sua quarta (piena) di reggiseno. Mi risveglio dai miei pensieri e decido di finire le valigie e non andare a dormire. Meglio una bella doccia, una rapida colazione e un bel caffè al bar del quartiere. Arrivo a casa dei miei alle 9 passate. Ale è appena arrivata e i miei non hanno tardato a capire che qualcosa non andava. E alla sua confessione, avvenuta davanti ai miei occhi, Paolo e Claudia, i miei genitori appunto, hanno reagito come se fosse un avvenimento che era nelle cose. “Beh – disse mio padre – non disperiamoci. Sei bella, intelligente, hai un lavoro (si occupa delle pubbliche relazioni di una grande azienda di cosmetici) continuerai la tua vita”. Ma lei era disperata, piangeva sulla spalla sinistra di mia madre. Che, con le lacrime agli occhi, disse: “Alessia, l’unica cosa da fare in questo momento è cercare di non pensarci. Partire, insomma, andare via da questa città. Pensaci, è l’unica.. “.
“Ma dove vado – gridò- da sola e in questo stato”.
Io, che fino a quel momento ero rimasto pressoché muto, accennai una proposta che lì per lì non gradivo, ma che mi sentii di fare: “Ale, perché non vieni qualche giorno a Parigi con me? Io devo andare per il giornale, ma nel tempo libero possiamo stare insieme, fare due chiacchiere, girare un po’ la città”.
Lei mi guardò con i suoi occhi grandi in cui vidi finalmente un po’ di luce: “Mah, tu devi lavorare. E poi non ho niente dietro.. “.
“Non ti preoccupare – intervenne mio padre – comprerai quello che ti serve lì. Qual è il problema”.
“Un problema veramente ci sarebbe – dissi- sono le dieci e mezzo, e io tra due ore ho l’aereo.. “.
“Forza, forza, andate allora”, disse mia madre.
Baci, abbracci e poi ci avviammo sul taxi Praga 324, con destinazione Fiumicino e la speranza di trovare un posto sullo stesso volo. Speranza esaudita, per fortuna.
Alessia durante il breve volo dormì tutto il tempo, con la mia mano stretta nella sua e la testa appoggiata alla mia spalla. Atterrammo all’Orly, e da lì un taxi ci portò al Ritz, l’albergo che il giornale aveva prenotato per me. Per me, appunto. E così, una volta nella hall, ci comunicarono che l’albergo era strapieno, ma che, per fortuna, il mio appartamento aveva un grande letto matrimoniale.
Salimmo in stanza e Alessia, che durante il viaggio aveva parlato pochissimo, mi ringraziò ancora per averla invitata a venire con me e si andò subito a fare un bel bagno caldo. Intanto io mi attaccai al telefono cominciando a contattare l’ufficio stampa del Paris. Ed ero appena riuscito a “beccare” il boss delle relazioni esterne, quando Alessia usci dal bagno. Un flash: capelli lunghi bagnati, aria rilassata, due gambe da urlo e un asciugamano che si arrampicava a fatica sulle sue tette grandi e morbide. La vidi passare davanti a me, mi sorrise e si accese una sigaretta. Io feci lo stesso e, sentendo che qualcosa nelle mie zone basse si stava cominciando ad agitare, presi rapidamente appuntamento per il giorno dopo con il “famoso calciatore” e uscii a razzo dalla stanza. Scusa utilizzata, portare i documenti alla reception. Già, si deve parlare proprio di scusa, visto che la mia reazione alla vista della sorellina non poteva certo essere definita “fraterna”. Ma, pensai per tranquillizzarmi, era pur sempre una bellissima ragazza di ventotto anni. E, soprattutto, era ormai già un bel po’ che, sempre più preso dai ritmi di lavoro, non avevo rapporti stretti con il sesso opposto. Scacciai i “brutti” pensieri e rientrai in camera, dove Alessia era già vestita.
“Come va? “, mi chiese con addosso pantacollant e maglia scollata (ancora? ! ) e stampato sul viso un sorriso accogliente.
“Bene. Che ne dici se mi faccio una doccia e usciamo a fare un giro? “.
“Splendido, io sono pronta. Ma non devi lavorare, oggi? “.
“No Ale, i contatti li ho già presi, domani faccio l’intervista e il pezzo lo scriverò in aereo al ritorno. Così mi potrò dedicare di più a te”.
Lei mi guardò con un aria strana, mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia. Un bacio molto, molto diverso dai soliti: le sue labbra erano più morbide, più avvolgenti e rimasero sulla mia pelle per un tempo che a me sembrò imbarazzante.
Fantasie? Boh, forse. Sta di fatto che, uscito dalla doccia, stavo per accendermi una sigaretta e la sorellina, sdraiata sul letto e indugiando con lo sguardo sui miei addominali mi fece notare come la palestra avesse fatto effetto. “Già”, risposi arrossendo un po’. Non c’è che dire, la situazione mi piaceva, ma allo stesso tempo mi allarmava. A tal punto che mi rivestii subito, la presi per mano e scendemmo giù. Parigi era lì, vestita di una splendida giornata di sole e pronta per mettersi nelle nostre mani. Girammo a lungo, tutto il giorno, parlando del più e del meno, senza praticamente affrontare mai l’argomento “matrimonio in fumo”. Pranzammo in un bar seduti su poltrone Luigi XV, facemmo shopping al Centro Lafayette (dove comprai ad Alessia tutto il necessario per il week end, oltre a un bellissimo vestito da sera), passeggiammo al sole del Lungosenna e di Palais Royal. Abbracciati e allegri come due fidanzatini in viaggio di nozze, stretti stretti come non eravamo mai stati. Poi facemmo un salto in albergo dove ci vestimmo “per bene” e andammo a cena in un ristorante, il “Pierre”, che mi aveva fatto conoscere il mio direttore della radio in cui lavoravo anni fa durante una trasferta. Li, finalmente, Alessia, entrata in sala tra gli sguardi molto attenti della popolazione di sesso maschile, cominciò ad aprirsi.
“Sai, Luca negli ultimi tempi era come assente. Gli parlavo e qualsiasi cosa dicessi lui annuiva. Non c’era più “scambio”, nessun contatto di alcun genere”.
“Ma, scusa Alessia, tu non ti eri accorta di niente? “.
“Mah, diciamo di nò. A parte il fatto che non scopavamo da almeno due mesi e che lui mi rimproverava sempre più frequentemente di non essere proprio un fenomeno da quel punto di vista”.
“Ed è vero? “.
“Non so, forse il fatto di non aver avuto tante esperienze prima di lui ha un po’ influito”.
Impossibile, pensavo tra me e me. Veramente impossibile pensare che una ragazza così eccitante anche allo sguardo del proprio fratello, non potesse tenere vivi nel marito gli istinti più forti e vibranti di un uomo.
“E adesso, cosa pensi di fare? “, gli chiesi.
“Guarda, credo che per prima cosa dovrei risolvere questi miei problemi di insicurezza.. “.
Sorseggiò un goccio di vino, mi guardò e aggiunse sorridendomi e guardandomi di traverso: “Forse mi servirebbe una guida…. “.
Quelle parole, e soprattutto il suo sguardo, mi provocarono una scossa e un brivido sulla pelle. Cosa avrà voluto dire? Perché l’ha detto proprio a me? Perchè ora? Perché in questo modo?
Troppe domande, cambiai discorso e fino alla fine della cena non affrontammo più l’argomento. Tornammo in albergo a piedi, per riempire d’aria i nostri polmoni, perfino loro un po’ brilli dopo le due bottiglie di Beaujolais vuotate in allegria.
Entrammo in stanza, pronti per buttarci sul letto dopo una giornata intensa.
“Ti scoccia se dormo così? “.
Così? In mutande e reggiseno? pensai io.
“Ale, che domande fai. Puoi venire a letto anche nuda, se vuoi”.
Entrò nel letto, spense la luce, si avvicinò a me e appoggiò la sua testa sul mio petto. Sentivo a pelle il peso delle sue tettone su di me. Cercai di staccarmi leggermente per evitare che Alessia si accorgesse dei cambiamenti che stavano avvenendo nelle mie zone basse. Cambiamenti evidenti e assolutamente inconsci del fatto che la ragazza che mi stava accanto era mia sorella.
“Mi fai un po’ di coccole? Ne ho veramente bisogno.. “.
“Certo tesoro, vieni qui”, risposi.
Lei si avvicinò ancora di più e io cominciai ad accarezzarle dolcemente i capelli, le spalle, le braccia. Senza toccare zone proibite, anche se ricordo che la voglia era tantissima.
Lei cominciò ad accarezzarmi gli addominali con la mano sinistra. Poi scese, scese ancora, ancora. Fino a che sentii la sua mano sfiorare il mio cazzo costretto a malapena nei boxer.
“Ah, stai messo così? “, mi chiese con un sorrisetto malizioso.
“Beh, non dirmi che non riesci a capire perché? ! “.
“Lo capisco, lo capisco. E ti dico che anche io provo le stesse tue sensazioni. Non so perché ma è così. Sei mio fratello, ma nonostante questo vorrei che tu mi facessi godere, stanotte”.
“Non vedo come poter esaudire questo tuo desiderio, Alessia”.
“Credo che l’unico modo sia toccarci un po’, senza andare oltre. Ti giuro, non te lo chiederei se non ne avessi tanta voglia”.
In quelle condizioni soltanto un robot avrebbe potuto rifiutare la sua proposta. Io non lo ero, e quindi la tirai sopra di me e cominciai a baciarle le labbra e il collo. Lei, intanto, con le sue mutandine a contatto diretto con il mio cazzo, si strusciava lentamente.
“Ahh, che bello.. muoviti pure tu… dai… così”.
Io con un tocco le sganciai il reggiseno e lo buttai nel vuoto liberandole le tette. Che adesso erano lì. Delle “mine” a portata di bocca, pesanti e coi capezzoli di marmo. Avevo appena iniziato a prenderglieli in bocca e a leccarglieli, che lei si spostò al mio fianco.
“Aspetta che mi tolgo le mutande.. “.
“Scusa Ale, ma non avevamo detto di rimanere nei limiti? “, le sussurrai.
“Non ce la faccio Chì. So che è una cosa che non si deve fare, che se ci vedessero mamma e papà ci ucciderebbero. Ma ho bisogno di venire. Non ce la faccio più”.
A quel punto anche le mie (blande) resistenze naufragarono miseramente. Sommerse dalla sua mano che spingeva delicatamente la mia testa verso la sua fica e dalla sua voce calda: “Dai, leccamela… ti prego… leccamela tutta… fammi godere, che ci sono quasi… ! “.
Mi abbassai e iniziai a ciucciarle il clitoride in fiamme.
“Dai, così, continua così.. infilami due dita dentro.. “.
Non me lo feci ripetere, e mentre le leccavo le labbra cominciai a scoparla con due dita.
“Ahh… siii… così che vengo… dai…. eccola…. eccola… la sento….. sto per esplodere… “.
“Si Ale, vieni tesoro, vieni.. “. Si muoveva con una foga incredibile, come impazzita, spingendomi sempre più forte la testa verso la sua fica.
“Siiii… arrivo, arrivo… bevila tutta… bevila tuttaaaaaaaa…. “.
Alessia era venuta. E aveva riversato nella mia bocca una delle sborrate più consistenti che avessi mai sentito. La stessa che avevo ancora in serbo io, ma dalla quale, sinceramente, non sapevo come liberarmi. Fu la mia sorellina a indicarmi la strada giusta, tirandomi per le mani verso di lei, abbrancandomi il sedere e spingendomi verso la sua bocca. Io mi ribellai per un istante:
“Ale no, non si può, cazzo! Non ti posso venire in bocca… ti prego… “.
Lei non mi diede il tempo di finire la frase e dopo avermi preso il cazzo in mano e aver dato due colpi di lingua sulla cappella, si tirò un cuscino dietro la testa e lo ingoiò tutto. Succhiava e pompava in un modo tale che, finalmente, anche io cancellai l’immagine di mia sorella disegnando quella di una splendida ragazza che si stava facendo scopare in bocca.
E allora cominciai a muovermi con lei, spingendo tutto il cazzo con foga tra le sue labbra roventi.
“Ale fermati, fermati… sto per venire… “.
Lei lo tirò fuori dalla bocca e cominciò a menarmelo furiosamente, rivolgendo la cappella verso le sue tette.
“Dai fratellino… forza… ti sento che non ce la fai più.. dai… dai…. fammi il bagno… “.
“Si Alessia, continua… più veloce… più veloce… così…. non la tengo più … ecco…. ti sborro addosso… ti inondoooo.. “.
E così fu. Perché tirai addosso a mia sorella un litro di sborra. Che colpì in pieno il suo viso, le innaffiò le tette, alcuni schizzi le arrivarono sui capelli.
Restammo un minuto immobili, con la terribile consapevolezza che il piacere provato era molto più forte del senso di colpa. Io mi sdraiai accanto a lei e accesi una sigaretta.
“Certo che anche tu ne avevi una bella voglia, eh. Sono praticamente zuppa… “, scherzò Alessia osservando la pioggia di sborra che gli avevo riversato addosso.
“La colpa è della mia splendida sorellina… “, provai a difendermi.
Lei, ancora tutta bagnata, si appiccicò con le tette al mio petto, mi diede un bacio sulle labbra e mi disse sottovoce: “Senti, perché in questi giorni non ci dimentichiamo di essere fratello e sorella? Tanto ormai, dopo stanotte, qualcosa di strano tra noi due ci sarà sempre: tanto vale andare fino in fondo”.
Io la guardai negli occhi e, dopo averci pensato mezzo secondo, annuii: “è terribile, ma ti confesso che ci avevo pensato anch’io. Per oggi basta però, ti prego. Domani mattina ho l’intervista”.
Lei mi guardò con un sorriso radioso e mi abbracciò forte: “Va bene, allora io mi vado a fare una doccia”.
“Un altra? “, le dissi io sorridendo.
Lei, aprendo la porta del bagno, si girò e piantò i suoi occhi nei miei: “Già, perché quelle che ho fatto oggi non mi sono sufficienti. Ma ci rifaremo domani, no? “.
Si, domani. FINE

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