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Farewell, my Lovely

Al momento della partenza, in aeroporto, mi sentivo di uno strano umore, tra il nervoso e il malinconico. Era la prima volta che mi recavo in Gran Bretagna, dopo la caduta del muro di Berlino. Da quel momento, erano passati due anni, durante i quali avevo meditato a lungo sulla fine ingloriosa dei miei ideali giovanili. Certo, non ero contento nel constatare la sconfitta storica delle mie idee. Proprio perchè pieno di dubbi, le poche e positive convinzioni che avevo raggiunto erano molto solide, e tra queste vi erano le mie utopie sociali e socialiste. Ero sicuro che, del fallimento di quelle utopie (ma le utopie, possono mai avere successo? ), dovevo incolpare uomini miseri e miserabili, che quelle idee avevano travisato per il loro tornaconto personale; non certo l’intriseca debolezza di quelle idee, nè l’uomo che aveva avuto il merito di dare voce cosciente a quelle idee, più di un secolo prima. In questa temperie di pensieri, mi piaceva pensare di cogliere l’occasione di quel viaggio per recarmi al cimitero di Highgate, a Londra, per andare a visitare la tomba di Marx. Forse, davanti alla semplice sepoltura di un uomo così rimarchevole, avrei trovato orientamento tra pensieri e sentimenti. Questo proposito mi dava una certa soddisfazione e, nel contempo, mi intristiva alquanto, ma era una tristezza dolce.
In questa predisposizione d’animo, quindi, mi accingevo a partire per Oxford, dove dovevo partecipare ad un Meeting. Il piano di viaggio prevedeva l’atterraggio a Londra. Una volta atterrato, mi trascinai dietro i bagagli, ed erano pesanti, fino al cimitero dove riposavano le spoglie mortali di Marx. Lì, dopo una qualche ricerca tra le lapidi, finalmente trovai la sepoltura, che spiccava tra le altre per la presenza di un monumento. Sul blocco di pietra su cui poggiava il ritratto di Marx, era incisa la sua tesi su Feuerbach. Alla base del monumento, con sorpresa, ma anche con soddisfazione, trovai fiori freschi. Non ero l’unico, allora, a provare quei sentimenti, anche altri si erano ricordati di recente delle proprie e delle altrui speranze, vanificate. Ristetti un qualche tempo ad osservare i lineamenti forti del viso scolpito nella pietra, osservai il piccolo pellegrinaggio che, dopo di me, aveva condotto altri in quel luogo, forse con la mia stessa intenzione, o forse solo per curiosità, raccattai i miei bagagli e quanto restava delle mie emozioni, e me andai.
Raggiunsi Victoria Coach station da dove presi l’autobus che doveva condurmi ad Oxford. Per due ore, guardai fuori dal finestrino la campagna inglese, chiedendomi perchè dovessi essere così emozionalmente coinvolto da quegli avvenimenti. Arrivato ad Oxford, le mie emozioni furono ulteriore rinfocolate dalla stupenda presentazione della città. Edifici in gotico inglese mi salutarono, con la loro combinazione di forme squadrate e slanci verticali. Ovunque mi girassi, potevo cogliere i segni di un passato glorioso, al cui fascino non potevo sottrarmi. Conservare, trattenere, acquisire quelle immagini nella mia memoria, era tuttuno con il sentirsi sempre più emotivamente coinvolto. Quando arrivai davanti al portone del College dove ero alloggiato, ero emozionalmente drenato. Il portone d’entrata si apriva sotto una grande torre campanaria, Big Tom. La volta del portone era ricoperta di stemmi araldici, che ricordavano a chi entrava la nobiltà dell’origine di quel College. A ricordare il presente, ci pensava il custode che, nell’uniforme dei Beefeaters, bloccava chiunque tentasse di entrare. Quando fu il mio turno, spiegai che ero lì per una riunione e che avrei alloggiato nel College per qualche giorno. Fui ammesso ad entrare, e fu così che cominciò la mia avventura ad Oxford. Entrai nella ampia corte d’ingresso, un giardino alla francese con una fontana al centro, circondato su tutti i lati da edifici. Alla destra dell’entrata c’era la Great Hall, il refettorio, da cui si poteva anche accedere alla Cattedrale, mentra alla sinistra vi era l’ala destinata agli alloggi per gli studenti. Da qualche parte, in quegli edifici, doveva esservi anche il mio alloggio. Passai per la guardiola che fungeva da segreteria del Meeting, trovai istruzioni e chiavi, e mi diressi a cercare quella che sarebbe stata la mia casa fittizia per qualche giorno, inconsapevole di ciò che il destino mi stava preparando.
Raggiunta l’ala dell’edificio che accoglieva le abitazioni degli studenti, salii le scale di legno, fino a raggiungere la stanza che mi era stata destinata. Era proprio una bella camera da studente, severa, un sottotetto con una grande camera che fungeva da living room, da cui si accedeva ad una piccola stanzetta con un letto ed un piccolo lavabo. I servizi, nella migliore tradizione inglese, erano al piano e, naturalmente, condivisi. La camera era arredata in modo sobrio, con una scrivania, un paio di poltrone, una scaffalatura in legno che fungeva da biblioteca e moquette dappertutto. Nessun tipo di riscaldamento, eccezione fatta per una piccola resistenza a muro, che si accendeva con un interruttore a corda. L’impatto della tecnologia era stato ridotto al minimo. Pareva che il tempo si fosse fermato, in quella stanza, e questo mi andava benissimo. Mi sentivo perfettamente a mio agio, in quell’odore di antico.
Nella cameretta che, eufemisticamente, si poteva chiamare da letto (essendo il letto una sorta di branda), vi era una finestrella, e la vista che da lì si poteva godere su Oxford, poteva ripagare il fortunato studente di qualsiasi durezza. Di notte, le luci gialle, e calde, degli edifici illuminavano in distanza le sagome delle torri di St. Mary Magdalen, e la Main street, che ad essa portava; più vicino, era il retro di Christ Church a mostrare il suo lato più dolce, in quelle luci soffuse e diffuse. In quei colori notturni, quella città sembrava più antica e più bella che mai. Dopo averla vista così, si poteva dormire anche soffrendo un po’ di freddo.
Il giorno dopo, espletate le formalità legate alla registrazione, mi recai nella Great Hall, dove venne servito a noi congressisti il tipico english breakfast. La Sala era imponente; le pareti di legno, su cui si aprivano grandi finestre di vetri, decorate con gli stemmi araldici della nobiltà Tudor, erano tappezzate da grandi ritratti di uomini illustri, il cui nome era legato al College. Per chi fosse disposto a subire il fascino di un passato glorioso, era davvero una grande esperienza essere lì. Rividi alcuni visi noti, tra cui Rachel, una canadese che avevo incontrato in precedenza, e con cui scambiai qualche parola. Mi sedetti per tentare di aggredire le uova ed il bacon, che, soffritti ed unti, mi sfidavano sornioni dall’interno del piatto. L’idea di lasciarli perdere e passare ad altro rapidamente mi abbandonò, quando realizzai che l’alternativa erano le aringhe. Così assorto in queste difficoltà mattutine, non mi accorsi subito che, di fronte a me, si era seduta una donna, una bella donna. Continuava a guardare nella mia direzione, così intensamente che, ad un certo punto, mi girai che vedere cosa vi fosse dietro di me di tanto interessante. Poichè nulla vi era, fui infine costretto ad accettare il fatto che stava guardando me. La cosa finì assieme alla colazione. Sentirmi osservato in quel modo, in mezzo agli altri, mi aveva messo in un certo imbarazzo. Uscii con piacere dalla sala e mi recai alla Town Hall, il locale municipio, nelle cui sale si svolgeva il Meeting.
Fu solo alla sera che, dopo la cena, mentre uscivo dal College per una passeggiata, incontrai nuovamente Alexandra. Era bella, decisamente bella, poteva avere trentacinque anni, di altezza media, aveva i capelli biondo cenere, corti e pettinati all’indietro, con la riga in mezzo, che risaltavano sul colore nero del giaccone di pelle che indossava. Elegante, con un paio di pantaloni scuri e scarpette con i tacchi alti, non passava inosservata nel mucchio di congressisti tedeschi ed inglesi, sciatti e trasandati, come sempre. L’incarnato del viso era alabastrino, chiaro, ma gli occhi erano scuri, tanto scuri. Eravamo così vicini, che non potei evitare di salutarla, pena fare la figura del maleducato. Rispose al mio saluto subito, con un sorriso franco ed aperto, di modo che, quando mi invitò ad unirmi al gruppetto di persone che andava a bersi una birra, non mi sentii un intruso. Aderii di buon grado a quell’invito.
Fu così che iniziai a conoscere Alexandra. Era austriaca, ed era una delle poche donne professoresse del mondo accademico austriaco. Insomma, era un celebrità. Era una naturalista, e le interessavano animali e fiori, soprattutto. Però, era austriaca, e la birra la gradiva, anche se confessò che le piacevano di più “kaviar and champagne”. Aveva una maniera di fare confidenziale, ma assai misurata, sempre controllata, ma mai fredda. Parlare con lei ed esserne conquistato fu tuttuno, per me. Per seguirla, quella sera bevetti una discreta quantità di birra, di modo che, la notte, visitai per un certo numero di volte i servizi, fuori dalla mia camera. Dormii bene però, così assonnato com’ero per la molta birra bevuta, e così raddolcito per l’incontro con Alexandra.
Il giorno dopo, fu il mio turno di sorprendere Alexandra. Avevo intenzione di prendermi una mattina di libertà, per recarmi a visitare Blenheim Palace, la residenza do John Churchill, il grande Duca di Marlborough, il vincitore di Blenheim, Oudenarde e Malplaquet, uno dei grandi Comandanti della storia, al pari di Federico il grande e Napoleone, il vero deuteragonista di Luigi XIV. Avevo trovato una locale agenzia turistica che, per modica cifra, poteva portarmi in loco, venirmi a riprendere e, per sopramercato, anche portarmi a vedere la sepoltura di Sir Winston Churchill (l’ultimo degli illustri discendenti del Duca), nei dintorni. Offriì ad Alexandra di accompagnarmi, ciò che lei fece, di buon grado. Certamente, per il suo animo naturalistico, la visita dello splendido parco di Blenheim Palace fu gioiosa esperienza, come lo fu per me la visita delle stanze del palazzo. Dalle pareti delle grandi sale pendevano arazzi di Bruxelles, che illustravano scene della vita militare del Duca e le sue vittorie, ma ciò che mi accese di emozioni fu la vista degli stendardi francesi, conquistati sul campo di battaglia ai reggimenti francesi, durante le guerre contro Luigi XIV. Con sincera enfasi, li mostravo ad Alexandra, e lei, paziente, stava ad ascoltare le mie descrizioni che, tuttavia, evidentemente colorate dalla mia passione, finirono per coinvolgerla. Così, quando raggiungemmo lo stendardo bianco con i gigli di Francia, che ancora oggi serve ai discendenti del Duca per pagare l’affitto della residenza ai Reali di Inghilterra, eravamo così eccitati, da violare le regole, scattando qualche foto di nascosto.
Spendemmo il pomeriggio al Meeting, e la sera uscimmo nuovamente, ma da soli, questa volta. Davanti ad un drink, Alexandra si aprì, e mi rivelò che le avevano diagnosticato la sclerosi multipla, e l’idea di potere essere un giorno invalidata ad avere una vita indipendente, la spingeva a cercare di vivere il più possibile, ora ed adesso. Come la vedevo io, mi pareva impossibile che avesse qualcosa che non andava. Il giorno dopo, la accompagnai a visitare un arboretum, e, in particolare, un roseto. Mentre lei scattava la foto che documentavano i fiori, io prendevo nota dei nomi dei vari generi di rosa.
Arrivammo, così alla sera. Era la sera della tradizionale cena sociale. Alexandra si presentò nella Great Hall elegantissima, con una camicietta di seta blu notte, con una contenuta quanto maliziosa scollatura sulla schiena, e un paio di pantaloni scuri. Cenammo nella sala illuminata in maniera soffusa, sentimmo le stupidaggini che normalmente, in queste occasioni, gli organizzatori rivolgono ai partecipanti, questa volta inframmezzate dalle ancora maggiori stupidaggini che i malmessi congressisti dei Paesi di area socialista, in onore della “perestrojka” gorbacioviana, si sentirono in dovere di ammannirci. Finalmente, verso le dieci, tutto finì. Alexandra ed io salutammo i miei colleghi e ci allontanammo, divertiti nel vedere le loro faccie. Colsi alcuni commenti, del tipo: “Certo, è giovane”, “Ma cosa, è sposato! “. Camminammo per la città illuminata dalle luci dei lampioni, a braccetto, parlando e scambiandoci battute di spirito e confidenze. Stavamo bene assieme, era come se ci conoscessimo da sempre. Infine tornammo al College. Assieme a noi stavano rientrando alcuni olandesi, pieni di alcole, come loro costume. Sparirono nel buio, insalutati ospiti. Nel silenzio e nell’oscurità ci dirigemmo verso il chiostro, da cui si saliva alla sua camera. Fu allora che Alexandra mi disse: “Shall we go over my place, or over your place? ” Non risposi, ma non potei trattenermi oltre, e la baciai. Alexandra mi abbracciò e rispose al mio bacio, a lungo e con passione. “Let’s go over your place, there are too many people, in the rooms close to mine”, mi disse, quando slacciammo le nostre bocche.
In silenzio, salimmo le scale che portavano alle mie stanze. Entrammo, e appena superata la soglia, riprendemmo a baciarci, con desiderio e passione. Alexandra mi passava le mani sulle spalle e sulla schiena, e di volta in volta, mi artigliava con le dita il dorso, godendosi la consistenza dei muscoli. Io, per parte mia, lasciavo correre le mani sul suo corpo, in cerca del suo consenso, che avevo, pieno. Così continuando, le slacciai il bottoncino che chiudeva la camicietta dietro il collo, e la feci scivolare lungo le braccia, scoprendole il seno pieno ricoperto da un reggiseno nero di pizzo. Poi, mente continuavamo a baciarci con frenesia, fu la volta del gancio che chiudeva i pantaloni, mentre lei si occupava dei bottoni della mia camicia. Fui piacevolmente sorpreso, quando, scivolati i pantaloni di Alexandra sulle sue caviglie, potei vedere che indossava mutandine e reggicalze, in pendant con il reggiseno. Una volta di più mi confermava ciò che mi aveva colpito in lei fin dall’inizio, la sua femminile signorilità. Era bellissima, le gambe era inguainate dalle calze, alte e velate, su fino alle coscie. Le mutandine sgambate, disegnavano, esaltandola, la curva dei fianchi, rendendo ancora più attraente il contrasto tra il bianco delle pelle candida e il nero delle calze e del reggicalze. Finì lei stessa di spogliarsi, e di spogliare me. Poi, mi spinse nell’altra stanza. Date le dimensioni del letto, dovemmo arrangiarci. Ho sempre cercato di iniziare a fare l’amore con una donna, cautamente, ponendomi il problema di ciò che le potrebbe dispiacere, e di procedere per gradi nello scoprire le sue preferenze sessuali. Con Alexandra non fu necessario. Mi fece stendere sul letto, e poi si mise a cavalcioni sopra di me. In quelle posizione, riprendemmo a baciarci, mentre lei strofinava la fighetta, ancora rivestita dalle mutandine, contro il mio membro, che nel frattempo si era inturgidito prepotentemente. Mi baciava sul collo e sulle spalle, ed io annegavo nel mare di profumo che emanava dalla sua pelle. Palpavo i seni pieni, ancora coperti dal reggiseno. Ad un certo punto, Alexandra rizzò il busto, e, mentre mi guardava fisso, si sfilò i seni dalle coppe del reggiseno, prima uno, poi l’altro. Poi si alzò, e si sfilò le mutandine, sorridendomi mentre lo faceva. La fighetta era deliziosamente glabra. Sempre sorridendo, si mise nuovamente sopra di me, ma questa volta nella posizione del sessantanove. è vero che le modeste dimensioni del letto non lasciavano troppo spazio di manovra, ma Alexandra, nelle sue scelte, era sempre magnificamente impudica e determinata. Iniziò a baciarmi il membro, durissimo a quel punto. Si era stesa tutta sopra di me, e potevo sentire i capezzoli turgidi premere contro il mio ventre. In quella posizione, con la mano destra teneva il cazzo, mentre con la bocca articolava un lavoro fatto di baci, leccate e affondi. Muoveva la bocca lungo l’asta tesa con lentezza, non aveva fretta. Con la mano, masturbava leggermente. Alle volte, con i polpastrelli, massaggiava la base del membro, per poi passare a carezzare i testicoli. Intanto, continuava ad imboccare il cazzo, alle volte lo succhiava con forza, spesso si limitava a tenere il glande in bocca, mentre masturbava. Io, intanto, mi trovavo con quella figa nuda, offerta alle mie labbra. Baciandola, mi resi conto immediatamente che era stata depilata da poco. Evidentemente, Alexandra si era preparata per quella serata, non aveva lasciato niente al caso. L’anatomia era perfetta, con piccole labbra regolari per forma e dimensione, al centro delle quali si esaltava un clitoride già gonfio. Su tutto, sovrastava, ed era il termine giusto, un monte di Venere gonfio, e pieno. Baciai, leccai, toccai, morsi tutto quello che potevo mordere, godetti la tenerezza di quel pube e la consistenza di velluto di quella cute glabra, mi lasciai travolgere e stravolgere dalla vista di quelle mucose, che si arrossavano sempre di più. L’orifizio della vagina era meravigliosamente aperto, già rilucente di secrezioni mucose. Lo sondai con la lingua, e potevo percepire gli effetti di quelle penetrazioni vaginali, da come Alexandra reagiva sul mio cazzo.
Continuammo per un po’, poi Alexandra si svincolò dalle mie braccia, e si rimise a cavalcioni sopra di me. Prese il cazzo con una mano, lo puntò sull’orifizio della vagina e si penetrò. Il cazzo era ricoperto di saliva, per il precedente lavoro della bocca di Alexandra, mentre la sua vagina era ricolma di muco. In quelle condizioni, il cazzo scivolò dentro con facilità, e sentiì la vagina di Alexandra stringersi come un guanto attorno al cazzo teso. Senza difficoltà, mi ricevette in profondità, e, mentre spingeva, emetteva qualche gemito strozzato. In quella posizione, mi occupavo dei suoi seni, e del suo clitoride, masturbandolo. Alexandra gradiva quelle mie attenzioni, anche se non dava l’impressione di essere sul punto di raggiungere un orgasmo. Le carezzavo le coscie, e mi riempivo di sensazioni, toccando il tessuto delle calze, in particolare sotto la pianta dei piedi, dove pelle e tessuto erano più delicati, poi passai le mani sulle natiche, e carezzai il buchino anale. Quando lo penetrai, piano, con una falange, Alexandra sussultò e gemette: “Oh yeahhh”. Quando ritirai la mano, Alexandra la afferrò, la portò alla bocca, insalivò per bene il dito medio, e poi la riportò sull’orifizio anale. Penetrai quel buco con il dito insalivato.
Dopo qualche tempo di quel lavoro, Alexandra si sfilò il cazzo dalla figa, e, senza cambiare posizione, puntò il glande sul buco del culo. La posizione non era delle più comode, ma l’asta era durissima, ed Alexandra era evidentemente esperta di quella posizione, e così riusciì a penetrarla nel culo. Se la figa di Alexandra era comoda, il culo, dopo i primi istanti, si dimostrò altrettanto all’altezza della situazione. Dilatandosi ad ogni spinta sempre un po’ di più, mi accolse generoso. Alexandra, per facilitare l’inculata, si era eretta sul bacino, di modo che il cazzo poteva entrare nel culo, quasi in posizione perpendicolare. Dopo qualche minuto di inculata, potevo percepire il cazzo così in profondità nel suo ano, da non temere più di non riuscire a portare a termine l’inculata.

Ma Alexandra voleva di più. Dopo qualche minuto di inculata sul letto, si alzò e si appoggiò con entrambe le mani allo stipite della porta, in piedi. In quella posizione, lievemente inclinata in avanti con il busto, mi offriva il suo sedere, e mi sollecitava ad incularla. “Fuck me hard in the ass, don’t worry, I like it”, mi incitava Alexandra. Mi alzai dal letto, e mi avvicinai a lei. Senza muoversi da quella posizione, restando appoggiata con la sola mano sinistra, con la destra mi afferrò per la nuca il capo e, rovesciando il volto all’indietro, mi baciò. Come per rassicurarmi una volta di più, in un soffio mi disse: “Fuck me in the ass, I want you there, I really want your dick deep inside me”. Appoggiai la punta del cazzo sull’orifizio anale di Alexandra, e spinsi, piano, ma il membro non fece fatica ad entrare in quel buchetto, che era già dilatato dalla precedente penetrazione. “Oh, yes”, sibilò lei, spingendo all’indietro il bacino, per facilitarmi nella penetrazione. Tenendola con le mani sui fianchi, cominciai a muovere ritmicamente il cazzo, dapprima piano, poi sempre più forte, adeguandomi al ritmo delle richieste di Alexandra. “Oh, yes, push hard, shove it deeper, deeper, please”. Avevo il cazzo gonfio come non lo avevo mai percepito, l’idea di inculare quella splendida donna, e di poterlo fare con il suo pieno gradimento, mi stava facendo andare fuori di testa. Cominciai a penetrarla con lentezza, ma con tutta la forza che potevo, raggiungendo ad ogni affondo le natiche di Alexandra con i testicoli gonfi di sperma. Ad ogni penetrazione, lei rispondeva rovesciando il capo all’indietro e gemendo, in modo sempre più gutturale. In un attimo di lucidità, iniziai a toccarle il clitoride; era gonfio, lo potevo sentire distintamente come un piccolo pene tra le labbra glabre della figa. Quando lo toccai, lei ebbe come una scossa. “Oh, yes, yeah, touch me, fuck me, more I want you more, please make me cum, please, pleaseeeee… “.
La posizione non era delle più comode, tuttavia. Mi fermai il tempo necessario per portarla nella stanza adiacente, dove feci inginocchiare Alexandra sulla poltrona. Con le braccia appoggiate allo schienale, il suo orifizio anale era all’altezza giusta, ed entrambi eravamo decisamente più comodi. Ripresi ad incularla in quella posizione, con sempre maggiore vigore, mentra era lei, questa volta, a masturbarsi il clitoride. Di tanto in tanto, infilava anche un paio di dita in vagina, ed io potevo sentire quelle dita con il cazzo, mentre affondavo il membro nel culo. Alexandra bramiva come una cerva, mentre subiva senza remore quell’inculata poderosa. All’improvviso si rialzò con violenza, aderendo al mio torace con la sua schiena. Mentre il mio cazzo restava affondato dentro di lei in profondità, mi prese la testa e premette forte le mie labbra contro le sue. Poi iniziò ad urlare il suo orgasmo nella mia bocca. Capii che stava cercando di soffocare la violenza di quell’orgasmo dentro di me, per non farsi sentire. La strinsi forte, la baciai con tutta la passione che potevo e poi mi lasciai andare anch’io ad un orgasmo liberatorio. Mentre la sentivo ansimare forte stretta a me, fu il mio turno di morire dentro di lei, con il suo nome sulle labbra. Con il cazzo infilato in profondità in quell’ano che mi pareva più largo ed accogliente di qualsiasi vagina, eiaculai il mio sperma, una volta, due volte, tre, non so quante volte. Mentre sborravo dentro il suo culo, Alexandra mi carezzava il volto con il suo viso, ed ero avvolto in una nube di profumo e di stordimento.
Restammo in quella posizione non so per quanto tempo, almeno fino a che i fumi dell’orgasmo svanirono. Squassati, tornammo a letto, e ci infilammo sotto le coperte. Nel tepore, ci baciammo con dolcezza, poi la stanchezza prese il sopravvento. Mi addormentai abbracciandola, con la sensazione della sua schiena aderente al mio petto.
Non so quanto tempo dormii, ma ad un certo punto, fui risvegliato da stimoli che originavano dal pene. Mi pareva che qualcosa mi carezzasse il membro. Era Alexandra, che girata verso di me, mi baciava lievemente sul volto, sul collo e sulle spalle, mentre mi masturbava. Il cazzo si indurì senza problemi, avevo avuto il tempo di riposarmi. Alexandra si mise sopra di me e si penetrò in figa. Muoveva il bacino lentamente, alla foga del primo rapporto era subentrata una dolce calma, resa più bella dal calore del letto e dal sonno, che ancora mi avvolgeva. Lei, era ben sveglia e mi tenne lì, sottomesso con dolcezza, a lungo, senza cambiare posizione. Muoveva il bacino su e giù, oppure ruotandolo quando aveva il cazzo bene in profondità, mentre appoggiava le mani al torace, spingendo. In quella posizione, presi a masturbare il clitoride, accompagnando la masturbazione al ritmo impresso alla penetrazione da Alexandra. Gemeva, piano. Sentivo la vagina contrarsi intorno all’asta, e Alexandra premere più a fondo. L’orgasmo mi raggiunse con il cazzo nella vagina di Alexandra. Mentre sborravo, Alexandra continuava a muovere il bacino, baciandomi. Dolcemente, si quietò, infine.
Ci svegliammo la mattina di buon ora. Dalla piccola finestrella, entravano i raggi delle prime luci dell’alba. Ci scambiammo qualche effusione, poi Alexandra mi disse: “I have to go pee”, e aggiunse. “Come with me”. Alexandra mi prese per mano e, in silenzio e cautelandoci che nessuno fosse sul ballatoio che portava ai servizi, uscimmo dalla camera, così come eravamo, lei in reggiseno, reggicalze e calze, ed io nudo com’ero. Ci chiudemmo dentro la stanza da bagno. Alexandra con un sorriso si sedette sul water. Io cominciavo a realizzare l’oscena bellezza di quella situazione e cominciai a percepire il cazzo che si inturgidiva, una volta di più. Alexandra se ne accorse e, restando seduta com’era, mi prese per mano e, una volta che il membro le fu arrivato all’altezza delle bocca, lo baciò. Allora, io mi chinai su di lei e iniziai a baciarla sulla bocca. Mentre la baciavo, iniziai a carezzarle la fighetta nuda. In quella posizione, dopo qualche istante, iniziai a sentire il calore dell’urina di Alexandra che scorreva tra le mie dita. Quel calore non era per me una novità. Avevo già avuto una esperienza di quel tipo, ai tempi del mio matrimonio. Una volta, avevo masturbato mia moglie Betty in quella situazione, e avevo ricevuto l’omaggio della sua urina sulla mano masturbante. In seguito, Betty si era lasciata andare a urinare sopra il mio cazzo, in vasca da bagno. Solo la nostra separazione aveva impedito di procedere oltre in quei giochi bagnati, ma l’idea di potere pisciare addosso, o ancora meglio, in bocca ad una donna, e viceversa, naturalmente, mi era sempre rimasta. Dopo le esperienze con mia moglie, ci avevo provato con Elena, ma senza successo, poichè lei, imbarazzata nel dovere pisciare di fronte a me, inginocchiato davanti a lei seduta sulla tazza del cesso, non era riuscita a mingere.
Ma adesso, c’era Alexandra, che, senza imbarazzi, mi offriva la possibilità di soddisfare questo mio desiderio. Repentino, mi inginocchiai davanti a lei, e con le mani feci il gesto di allargarle le gambe. Non dovetti premere molto, perchè Alexandra le allargò spontaneamente, offrendo completamente al mio sguardo la visione della sua figa, mentre urinava. Non mi fermai a quel punto. Cercai di raggiungere con la lingua la fighetta pisciante. Alexandra all’inizio ristette, forse sorpresa da tanta impudenza, poi cercò di facilitarmi il compito, slittando il bacino in avanti, per quanto glielo consentiva la sua posizione sul water. Riuscii a ricevere gli ultimi zampilli della sua pipì sulla punta della lingua, e il sapore acuto di quell’urina mi parve buono come l’aroma del radicchio amaro. Alexandra aveva le mani sul mio capo, e mi carezzava i capelli. Non mi rifiutò un bacio, quando, terminata che ebbe la minzione, portai le mie labbra alle sue.
Per quanto mi riguardava, l’erezione imponente del membro escludeva che potessi a mia volta pisciare. Alexandra si alzò e, dopo essersi asciugata la figa, appoggiò l’orecchio alla porta, si assicurò che nessuno fosse in giro, mi prese per mano e, con rapidità, mi riportò in camera. Una volta dentro, mi spinse sul letto, si mise nuovamente nella posizione del 69 e iniziò a succhiarmi il cazzo. Io la ricambiai leccando nuovamente fighetta e clitoride, e alternando, questa volta, le leccate a penetrazioni di lingua dell’orifizio anale, ancora dilatato e iperemico per le precedenti inculate. Alexandra leccava, ma soprattutto succhiava con forza. Io ero così eccitato da ciò che avevo visto e fatto prima in bagno, da non potere resistere a lungo a quel bocchino. Sborrai una volta di più, e questa volta fu la bocca di Alexandra a ricevere il mio sperma, poche goccie, per la verità. Fu un orgasmo quasi doloroso, al termine fui quasi contento di essere venuto. Alexandra tenne il cazzo in bocca fino all’ultimo, lo ripulì bene dalle ultime goccie di sperma e si assicurò che il turgore fosse completamente sparito. Il cazzo era ridotto ai minimi termini, ma era evidentemente ciò che voleva, perchè, una volta terminato il bocchino, si girò, si adagiò al mio fianco e, dopo avermi lievemente baciato il volto, mi chiese: “Would you like to piss in my mouth? ” La guardai. Alexandra aveva il mento appoggiato al mio torace, e mi guardava dritta, senza cedimenti, con la bocca atteggiata ad un lieve sorriso. Era insieme oscena ed innocente. La naturalezza con cui chiedeva le cose, associata alla sua determinazione nel farle, rendeva impossibile resisterle. Di fronte al mio silenzio, Alexandra capì che non erano necessarie altre parole. Ci alzammo e mi portò per mano davanti al lavabo, che avevamo in camera. Si inginocchiò davanti a me, posò la mano destra sul mio fianco, e con la sinistra prese il pene tra le dita. Non fu senza difficoltà che riuscii ad iniziare la mia minzione di fronte a lei. I primi, stentati fiotti di urina la colpirono sul petto nudo. Rapida, si portò il membro all’altezza della bocca, di modo da ricevere i successivi zampilli di urina, sempre più potenti, direttamente in bocca. Io vedevo ciò che stava accadendo con in slow-motion. Quando ebbe la bocca piena di urina, direzionò il getto calante di pioggia dorata nel lavabo, in cui rigurgitò anche l’urina che aveva in bocca. Quando tutto fu finito, si alzò verso di me. Per la prima volta scorsi nel suo sguardo un tremito di incertezza, quando si accorse che guardavo le goccie di urina che colavano dagli angoli della bocca e dal mento. Fece per passarsi la mano sulla bocca, ma la bloccai subito, e per farle capire che non c’era motivo di timori, la baciai, a lungo e con passione. Alexandra, riconoscente, mi abbracciò.
Infine cominciammo a prepararci. Alexandra doveva andare a Londra, ed io avevo deciso di accompagnarla, sfruttando l’occasione per realizzare un mio vecchio sogno, visitare il National Army Museum. Mentre ci vestivamo, Alexandra realizzò che il reggiseno era troppo inzuppato di urina, per poterlo indossare. Lo tolse e lo lasciò sul letto. Era tuttavia inquieta. Dopo che ebbe indossato la camicietta e le mutandine, fece l’atto di infilarsi i pantaloni, ma si fermò.
Mi guardò fisso, poi disse: “Hold on a second, Enrico, I am too horny to go out in this conditions, I must finished with myself”. Così dicendo, si sedette sulla poltrona nello studio, appoggiò le gambe ai braccioli, si scostò le mutandine fra le coscie e iniziò a masturbarsi. Era l’ultimo regalo che Alexandra mi faceva. La vista di quella donna che, con le gambe inguainate in calze velate, si masturbava di fronte a me, in tutta la sua determinata impudicizia, risoluta a spegnere l’eccitazione che la bruciava, era stupenda. Mi sedetti su un bracciolo della poltrona di fianco a lei, a guardare. Mentre la mano destra teneva scostate le mutandine, la sinistra, con frenesia, masturbava il clitoride, con forza. Quando Alexandra fu sul punto di godere, si girò verso di me, ma questa volta non fu necessario dire niente, capiì subito cosa voleva. Mi piegai verso di lei e la baciai. Nuovamente, Alexandra gemette il suo orgasmo nella mia bocca. Quando il petto cessò di ansimare, mi rilasciò, e mi guardò con un sorriso, dicendo: “I feel much better, now”.
Alexandra andò in camera sua, a recuperare i bagagli. Ci trovammo davanti a Big Tom, e da lì andammo a prendere l’autobus che ci doveva portare a Londra. Passammo il tempo del viaggio a parlarci, con confidenza e tenerezza, senza accennare a tutto quello che era successo tra noi, quella notte. Personalmente, ero certamente turbato da ciò che era accaduto, da quel sesso vissuto inter urinas et faeces, ma non avevo complessi di colpa verso Alexandra. Tutto quello che avevamo fatto, l’avevamo condiviso con consapevolezza. Quando fummo sul punto di arrivare, Alexandra eliminò completamente i miei turbamenti, dicendomi: “Listen, Enrico, I really enjoyed what we did. It was the first time for me, and it will likely be the only one, but, with you, I would do it over and over again”. La ringraziai di quelle parole con un sorriso. Arrivati che fummo, scendemmo nei sotterranei della metropolitana. Ci separammo alla stazione di Sloane square, con la promessa di incontrarci più tardi, davanti all’entrata del Museo. Cominciavo già a prefigurare l’attimo in cui mi sarei staccato da lei, in maniera definitiva, e non mi piaceva.
Aspettai a lungo Alexandra, seduto su una panchina davanti al museo, riscaldato da un sole settembrino, inusuale per Londra, in quel periodo. Ad un certo punto, scoraggiato, decisi di entrare, convinto che non mi avrebbe raggiunto. Cominciai la mia solitaria visita nelle sale del museo, ma le trovavo meno appassionanti, di come mi ero immaginato. In realtà era il pensiero di non avere Alexandra con me, che mi amareggiava. All’improvviso, la vidi entrare nella sala, sorridente come sempre. Fu così che, una volta ancora, potei averla al mio fianco, e mostrarle qualcosa, per me, importante. Le feci vedere la mappa di Wellington usò a Waterloo, alcune memorabilie di Gordon pascià e, infine, passeggiammo tra le vetrine che illustravano i souvenirs della Guerra del Golfo, appena terminata. Eravamo soli in quelle sale, e i militari, eleganti nelle loro uniformi fuori ordinanza color carta da zucchero, ci guardavano con la complice simpatia che si riserva alle coppie di innamorati. Ma tutto ha un inizio, una durata ed una fine. E la fine della nostra giornata assieme stava arrivando. Fu Alexandra che me lo ricordò. In silenzio, a braccetto, ma non abbracciati, ci recammo alla stazione di South Kensington. Lì, di fronte al treno, baciai per l’ultima volta Alexandra. “Until then”, mi disse lei. Salì sul treno e mi sorrise. Ricevetti quel sorriso sulla piattaforma. Vissi quell’istante per quello che era, l’ultimo. Il treno partì.
Ripresi l’autobus verso Oxford. Nelle due ore di viaggio, dormicchiai, un po’ per stanchezza, e un po’ perchè ottuso dall’angoscia che mi creava l’assenza di Alexandra. Mi mancava, tanto. Arrivai ad Oxford, giusto in tempo per riuscire ad entrare nel College. Il portone si chiuse dietro di me. Mi fermai in giardino, illuminato in alcuni punti da calde luci gialle. Non mi sentivo particolarmente bene, ma il dispiacere per la sua assenza si stava tramutando in dolce malinconia. In quello stato d’animo, feci alcune foto col cavalletto. Ritornai alla mia casa fittizia. Quando entrai in camera, sul letto, vidi il reggiseno di Alexandra. Sorridendo, lo presi e cercai in quelle coppe il profumo della sua pelle. Lo trovai, frammisto all’odore più acre della mia urina.
Mi risvegliai all’improvviso da un lungo, ma non quieto, sonno. Di pessimo umore, presi l’autobus che doveva portarmi a Heatrow, da dove sarei decollato. Ero così dispiaciuto per l’assenza di Alexandra, che non avevo neanche più paura di imbarcarmi sull’aereo. Infine, decollammo. L’aereo virò sopra Londra, e poi puntò deciso verso la Manica. In pochi minuti, raggiunse Dover. In pochi istanti, le bianche scogliere rimasero indietro. In un attimo, la realtà diventò ricordo. Farewell, my Lovely. FINE

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