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Giappone

Amo il Giappone o meglio amo la cultura Giapponese.
Il mio lavoro mi porta spesso in Estremo Oriente ed ogni volta cerco di scoprire sapori nuovi.
Odori nuovi. Vite nuove.
Sono praticante di Karate-Do non solo con il corpo ma soprattutto con lo spirito, questa condizione mi avvicina forse di più a quella cultura.
A Tokyo sono stato numerose volte, come ad Osaka.
Città molto grandi, ben ordinate ma anche troppo occidentali.
Per la prima volta mi capitava di passare un fine settimana in Giappone.
Mi accade raramente, Tokyo è una città che conosco abbastanza.
Non avevo voglia del solito menu fatto di colazione con il cliente/amico, giro turistico e riflessioni sulla dimensione Internazionale del Business.
L’idea tipica della cortesia Giapponese non mi eccitava la fantasia.
Sfogliando un giornale rimasi colpito dalla fotografia della fioritura dei ciliegi.
In Giappone si tratta di una ricorrenza quasi religiosa.
L’immagine era stupenda e chiesi alla reception dell’albergo qualche informazione.
Questa celebrazione dura tre giorni, tanti quanti la fioritura.
Litri d’inchiostro sono stati versati per magnificarne la bellezza e sublimarne il significato.
Eravamo solo agli inizi della primavera, in anticipo sulla ricorrenza.
Il funzionario gentilissimo m’invitò a visitare Kyoto.
In quel luogo questa celebrazione si coniugava con il misticismo che pervade la cultura di quella terra. L’idea mi attirava.
Un’ora di volo da Tokyo e sarei arrivato sul posto.
Grazie alla cortesia del funzionario trovai dopo due ore il biglietto aereo e la prenotazione per l’albergo.
Presi l’aereo del pomeriggio, quando arrivai in albergo erano da poco passate le sette di sera.
L’albergo era una costruzione in legno immersa in un bosco d’abeti e appoggiata sulla collina orientale della città.
Con un taxi avrei potuto essere in centro in pochi minuti.
L’albergo era gestito da una famiglia, padre madre e tre figlie.
Solo Marika, il nome Giapponese era impronunziabile per un iteki (selvaggio straniero) come me, parlava Inglese.
Era allieva di Sho-Do, l’arte della calligrafia.
Non molto alta, sebbene superiore ala media, occhi scuri e lunghissimi capelli neri che portava raccolti sulla nuca, quasi 28 anni sulle spalle portati come un alito di vento.
Il kimono si seta nera non mi permetteva di indovinare il profilo del corpo, ma la sua bellezza la accompagnava in ogni suo passo.
La mia stanza era in fondo al corridoio del secondo piano, lontana dalla sala da pranzo e dalle altre stanze.
Mi assicurarono che così sarei stato più tranquillo ed avrei potuto meditare e riposare lo spirito.
Mi feci un bagno bollente, l’acqua profumata con l’essenza di fiori di montagna.
Mi sentivo quasi a disagio con abiti occidentali, così mi offrirono un kimono nero con bordature blu e viola.
Mi sorpresi di verificare la giustezza della taglia e della comodità dell’indumento.
La cena fu speciale.
A base di Tempura e di riso cucinato in diversi modi.
Il Sakè caldo mi parve un nettare.
Fuori la notte aveva avvolto il bosco e l’aria era frizzante.
Dopo una breve passeggiata nel giardino curato e pulito come mai n’avevo visti, leggermente intorpidito dall’aria fresca della sera, rientrai.
Erano rimaste solo Marika e la sorella più piccola, la quale stava apprendendo i rudimenti dello Sho-Do.
La semplicità e l’abilità di Marika mi entusiasmavano.
Quando la piccola se ne andò Marika mi servì una piccola brocca di Sakè che bevemmo insieme parlando dello Sho-Do e di Karate-Do.
Parlando dello spirito che accompagna tutti i praticanti di queste arti così antiche.
Erano quasi le undici quando decidemmo di andare a dormire.
Salendo le scale vidi che Marika mi seguiva con lo sguardo, mi voltai per sorriderle e per vederla scomparire dietro la porta della sua stanza.
La mia stanza era sufficientemente comoda, mi sedetti vicino alla finestra da dove potevo vedere la luna alta nel cielo.
Mi accesi una sigaretta e presi il libro che avevo iniziato a leggere in aereo.
La luce della lampada da tavolo regalava una penombra incantevole ed il legno delle pareti trasmetteva calore.
Mi resi conto che non avrei potuto leggere molto.
La mia mente scivolava sul viso di Marika.
Sulle sue mani affusolate e bianche.
Sulle sue labbra velate appena dal rossetto, il suo viso decorato con un lievissimo trucco.
Cercavo di immaginarla, cercavo di immaginare come fosse il suo seno, come fossero le sue gambe.
La sua dolcezza ed il suo sorriso mi avevano catturato la mente.
Fumai un’ultima sigaretta, sdraiato sul futon, ed il pavimento di legno riscaldato profumava di sandalo.
Chiusi gli occhi sperando che il sonno mi portasse il sogno di Marika.
Non saprei dire quanto avevo dormito.
Credo poco più di un paio d’ore.
Dalla finestra vedevo la luna che stava già percorrendo la trattoria che porta dalle tenebre alla luce dell’alba.
Con la mano cercavo il pacchetto di sigarette, quando un leggero fruscio catturò il mio sguardo.
Il fruscio era Marika, scivolata dentro la mia stanza.
La penombra creata dalla luna mi permetteva di vederle il volto.
Si avvicinò e s’inginocchiò al mio fianco.
Forse esistono milioni di parole da recitare in questi momenti.
Forse il silenzio della notte è la migliore parola mai scritta.
Con gesti delicati, misurati e precisi la vidi sciogliersi la fascia che le chiudeva il kimono.
La posò con precisione sul pavimento arrotolandola.
Poi si tolse il kimono di seta nera, che posò con cura a fianco della fascia.
Ora la veste bianca in cotone mi permetteva di vedere meglio le sue forme.
Le presi una mano e lei si avvicinò, mi sollevai per posarle un bacio sulle palpebre e lei sorrise di questo gesto.
Si alzo per un attimo, solo per far salire la veste candida all’altezza delle ginocchia.
Sempre con delicatezza se la sfilo dalla testa, la ripiegò e la depose di fianco al kimono.
La sua pelle bianca quasi risplendeva alla luce della luna.
Il reggiseno bianco di pizzo finissimo non le nascondeva i capezzoli, rosati e molto grossi.
Anche il seno era insolitamente formoso per una Giapponese. Voltandosi leggermente di lato m’invito a toglierlo.
Lo vidi cadere sul pavimento e poi vidi quei due seni sodi e bianchi spingersi vicino al mio viso.
La abbracciai e con la lingua iniziai a seguire il contorno dei suoi capezzoli, esplorando il solco del seno per passare da uno all’altro.
Avvertii la sua mano indugiare sulle mie gambe per poi afferrare gentilmente il mio membro ormai già pieno di vita.
Cercai la sua bocca e fui sorpreso dalla violenza con cui la sua lingua s’intrecciò con la mia.
Scorrendole i fianchi con le mani scesi ad incontrare l’elastico delle sue mutandine, di seta bianca finissima.
Avvertivo il calore della sua gioventù e l’umido della prima eccitazione.
La sua pelle profumava di rosa ed era come velluto sotto le mie dita.
La feci sdraiare di fianco a me.
Poi inginocchiato cominciai a scorrere la lingua sul suo ventre, sempre più in basso fino ad incontrare di nuovo le sue mutandine.
Con la punta della lingua le frugai la fessura, cercando la clitoride.
Tra il suo piacere e il mio ardore un velo di seta, reso sempre più sottile dagli umori.
Le afferrai le mutandine sul davanti, in modo da renderle una striscia che le sfregavo gentilmente contro le labbra interne, mentre con la punta del dito le martirizzavo la clitoride, resa sensibile dalla pressione e dall’attrito del tessuto.
Il suo corpo era abbandonato sul futon, come incapace di una qualunque reazione.
I gemiti soffocati mordendosi le labbra, gli occhi chiusi come se stesse facendo in un sogno.
Quando le sfilai le mutandine il suo corpo divenne contratto, le sue mani strette su quel letto di lana.
Lo feci con una lentezza estenuante.
Ogni centimetro di seta che scendeva scopriva un centimetro di pelle e di soffici peli neri.
Che io baciavo solo sfiorandoli con le labbra.
La sua impazienza saliva, i suoi fianchi accompagnavano i movimenti delle mie dita.
Finalmente tutta la bellezza del suo corpo si mostrava al mio sguardo.
Il colore rosa della sua fessura contrastava con il nero del suo bosco.
Con le dita aprii leggermente le labbra, tracciando il sentiero per la mia lingua. Impaziente di assaporare il gusto della sua gioia.
La punta della mia lingua come una lancia di guerra affondava dentro di lei, risalendo poi a colpire la clitoride.
Per aumentare il suo piacere la penetrai con il dito indice, capace di muoversi all’interno di quella grotta di carne, sfiorandone le pareti, scorrendole dentro con decisione e lentezza. Il suo corpo era agitato dal piacere.
Come le fronde di un albero colpite dal vento.
I suoi gemiti soffocati diventavano rantoli.
Le sue mani ora afferravano la mia testa e la mia mano.
Come se volesse che tutto il corpo si fondesse dentro il bocciolo del suo godimento.
Feci una pausa, le mascelle quasi doloranti ma felici di servire per quello scopo.
La feci girare e mettere prona.
Le sollevai i fianchi fino a quando le sue ginocchia potessero sorreggerla.
Il suo sedere era la luna di quella stanza.
Le carni bianche.
Ben tornite e frementi.
Con le mani le aprii dolcemente le natiche fino a scoprirle il fiorellino dischiuso sopra la sua fessura e la fessura stessa, aperta come la corolla di un fiore a primavera.
Affondai la mia lingua, a cercare ogni segreto del suo mondo.
Con le dita stuzzicavo la clitoride ed il bocciolo che immaginavo mai dischiuso al piacere.
La sua eccitazione era tale che non poté trattenersi oltre.
Mi meravigliai dell’abbondanza dei suoi fluidi e dell’intensità del suo orgasmo. Più la mia lingua godeva dei suoi sapori più il suo orgasmo continuava.
Con uno scatto improvviso si sollevo e si girò.
In ginocchio di fronte a me.
La mia lingua allora incrociò i suoi capezzoli, mentre le mie dita continuavano ad agitarsi dentro di lei.
La testa leggermente abbandonata all’indietro, quasi a spingere i suoi seni contro di me.
Le mie carezze scorrevano sul velluto della sua pelle.
Si strinse i seni, creando così un solco profondo tra di loro che la mia lingua esplorò, baciò, penetrò.
Una seconda ondata di piacere la pervase.
Meno intensa e più breve della prima.
Si lasciò andare distesa sul futon.
La sua pelle imperlata di sudore.
Migliaia di goccioline che brillavano alla luce della luna. Il suo respiro mosso dal piacere appena passato.
Mi chinai su di lei baciando l’aria del suo respiro.
Per un attimo i nostri corpi restarono distesi, la sua testa appoggiata al mio petto.
Potevo respirare il profumo di ciliegia dei suoi capelli.
Lentamente la sua testa scivolò verso il mio pene.
Con la mano liberò la cima dei miei pensieri, lasciando che il porpora della mia estremità si levasse silenzioso come un antico guerriero.
Le sue labbra rosa si unirono al mio io, formando un colore ancora più intenso.
La bocca leggermente dischiusa, le labbra avviante intorno a me, mentre la lingua sembrava turbinare intorno a me.
Con la mano accompagnava i movimenti della sua lingua, regalandomi un piacere nuovo.
Proprio mentre le afferrai la testa il mio controllo mi abbandonò.
Lento ma inarrestabile il mio piacere stava risalendo per scatenare la fontana della mia lussuria.
Feci solo in tempo a sollevarmi un poco che la sua bocca fu colma di me.
Bevve ogni lacrima del mio piacere.
Senza smettere il suo movimento,
Quasi come se la sua bocca, la sua lingua e la sua mano fossero possedute da una melodia sconosciuta.
Il mio orgasmo non si era placato.
Continuavo a vivere come dentro una nube di piacere.
Godevo come ormai avevo dimenticato. Volevo possederla, ma ero incapace di sciogliere quelle catene. Si sollevò. In piedi sopra di me.
Le sue gambe erano come torri da scalare.
Presi a carezzarle le caviglie.
Poi mi sollevai a sedere e piano le baciai le ginocchia.
Poi le cosce. Poi l’inguine. Poi il suo mondo.
Sollevandosi sulla punta dei piedi accompagnava i miei movimenti.
Baciavo avidamente la sua carne ora più arrossata e più sensibile.
Afferrandomi per i capelli mi costrinse a mettermi in piedi.
Poi si aggrappò con le mani al mio collo.
Con un piccolo balzo le sue gambe divennero una anello sui miei fianchi. Il suo peso era lieve.
Con passi incerti mi avvicinai alla parete, così che la sua schiena avesse un supporto.
Piegandomi un poco passai le mia braccai sotto le sue cosce e la penetrai.
Rimasi sorpreso non per la facilità con cui trovai la via ma per come lei si avvolse intorno a me, aderente al mio io.
Potevo avvertire le sue pareti di carne adattarsi a me, perfettamente.
Quasi come se neppure l’aria potesse liberarsi da quell’abbraccio.
Accompagnando i miei movimenti era come se stessimo danzando.
Una danza leggera e lenta, fatta di passione e di desiderio.
Il suo respiro divenne più veloce, le sue labbra socchiuse e le sue dita che si aggrappavano alla mia carne.
Affondai il mio movimento, come a volerle donare tutto il mio corpo.
Ma le gambe cedettero e crollammo sul futon.
Ero sopra di lei e quasi il suo corpo scompariva sotto di me.
Le sue gambe non avevano mollato la presa, come se temesse una mia fuga.
Volevo toccarle e baciarle il seno così, con fatica, riuscimmo a girarci.
Lei era lì. Seduta sopra di me. Io dentro di lei. Lei introno a me.
Afferrandole si seni dettavo il ritmo dei suoi movimenti. In pochi secondi capii dal suo mordersi le labbra che era prossima ad un nuovo traguardo del suo piacere.
Liberai la mia mente completamente, per unirmi a lei nel piacere massimo di godere insieme.
Fu lunghissimo e stupendo.
La sua pelle fremente, i suoi seni duri come marmo e cali come lava.
Avevo al sensazione che il mio nettare fosse un fiume inesauribile.
Stravolta si abbandonò sopra di me.
Le baciai i capelli, prima di scostarla per stenderla al mio fianco.
Con gli occhi chiusi, ancora avvolto dall’oblio del piacere da poco consumato mi abbandonai e mi addormentai.
Il mattino successivo un raggio di sole entrando dalla finestra mi carezzava il viso.
Non ricordo un risveglio tanto dolce e piacevole. Istintivamente la cercai, ma lei non c’era.
Mi sollevai e vidi ai piedi del futon una piccola Ikebana (composizione di fiori), appoggiata sopra ad un foglio di carta di riso.
Il simbolo Giapponese mi era sconosciuto.
Dopo la doccia indossai il kimono nero e scesi a fare colazione.
Il foglio di carta di riso arrotolato ed infilato nel risvolto del kimono.
Tutta la famiglia sembrava attendere me.
Così è infatti, Il cerimoniale non può essere infranto e l’ospite è trattato come un principe.
Notai una gentilezza ed una premure che se possibile erano ancora più evidenti della sera prima.
Marika era splendida, avvolta da una veste rossa come il fuoco.
Il trucco nascondeva sul suo viso i segni della passione di quella notte.
Mi versò il te e la madre mi offrì delle frittelle fatte con farina di riso e mandorle.
Il mio appetito era vertiginoso.

Dopo colazione il padre mi volle accompagnare nel giardino e parlando con la lingua universale dei gesti mi mostrò un bonsai meraviglioso.
Un oleandro educato dal suo trisavolo.
Una pianta di quasi 130 anni.
Quella pianta aveva conosciuto centinaia di ospiti e decine di eredi. Matrimoni e funerali.
Nella sua dimora di terra e torba, tra alberi secolari e nuovi ramoscelli.
Marika mi spiegò più tardi che il padre aveva il rammarico di non avere avuto un figlio maschio, cui affidare la cura della pianta.
Il padre sperava che lei potesse avere presto un figlio per mantenere viva la tradizione.
Il resto della mattinata lo passai facendo una lunga passeggiata nel bosco.
Il verde della natura era in pieno risveglio, l’odore del muschio si miscelava a quello delle violette e dei fiordalisi.
Poteva essere un bosco qualsiasi delle nostre parti.
La mente poteva volare su ognuno dei miei sogni, attraversare tempi remoti e futuri lontani.
Camminando e pensando giunsi alla sommità del colle.
Lo sguardo poteva perdersi nell’immensità del panorama, tanto che la linea azzurra dell’orizzonte poteva essere il mare oppure il cielo.
Con calma tornai sui miei passi, era prossima l’ora di pranzo e mai avrei voluto fare tardi, sarebbe stata una mancanza di rispetto per le regole della casa che mi ospitava.
Giunto a poche centinai di metri dall’albergo vidi i due coniugi con la figlia minore salire in auto ed allontanarsi, senza fretta, con un rituale compassato e ripetuto, come se ogni gesto fosse lo stesso da mille anni.
Mai avevo sentito così distanti le luci ed i suoni di Ginza.
Ogni sabato scendevano in città a visitare amici e parenti, rendere omaggio alle anime dei parenti estinti al piccolo tempio dall’altro lato della cittadina.
A turno ogni sabato erano accompagnati da una figlia.
Come sempre avrebbero fatto ritorno quando le ombre della sera invitavano a rientrare nelle case per sedersi intorno al tavolo della cena.
In sala da pranzo trovai Marika con Haru (la sorella di quattro o cinque anni più giovane).
Le due ragazze erano intente a preparare la tavola per il pranzo.
Haru stava finendo un ikebana fato di fiori azzurri e arancioni.
Quella piccola opera d’arte era molto simile a quella che avevo trovato il mattino, in fondo al mio futon.
Sul tavolo, di quelli bassi ai quali si deve sedere a terra, c’erano vari piatti, verdure cotte al vapore, sushi, riso aromatizzato con del ginger, costine di maiale in agrodolce e gamberetti al vapore.
Un pranzo notevole, troppo cibo per sole tre persone.
Nel pieno rispetto della tradizione toccava a me scegliere per primo il cibo. Nessuna della due ragazze avrebbe assaggiato un boccone da un piatto che io per primo non avessi toccato.
Haru si occupava sistematicamente di versarmi del te o del sakè.
Si alzava, prendeva la brocca e si avvicinava a me.
Poi inginocchiandosi mesceva la bevanda, con la lentezza che solo gesti millenari, misurati e precisi possono trasformare in rito.
Durante il pranzo scambiammo poche parole, Haru non parlava Inglese, quindi Mariko doveva fare da interprete.
Sebbene la cultura Giapponese mi consentisse di interrompere il suo pasto, la cultura latina m’imponeva la buona cortesia di lasciarla mangiare.
Probabilmente l’incontro di queste due tradizioni così lontane, ma non come siamo soliti pensare, era la ragione per cui il clima tra di noi superava quello della cortesia.
In tutta la stanza si poteva avvertire un legame solido, fatto di sguardi e di pensieri.
In effetti il pranzo era squisito, oltre che abbondante.
Ci volle parecchio sakè per aiutare tutti i bocconi nel loro percorso e quella leggera ebbrezza aiutava lo spirito a sentirsi ancora più leggero.
Dopo pranzo riposai in veranda per un’oretta.
Con gli occhi chiusi lasciavo che il vento leggero mi portasse odori e rumori del bosco.
La mente sorvolava il mondo come in una giostra, ero lì ed al tempo stesso lontano anni luce da lì e dal resto.
Quasi non sentivo la voce di Mariko che mi chiamava per annunciarmi che il bagno era pronto.
All’interno di una grande sale vi erano due vasche quadrate inserite nel pavimento.
Grandi circa un metro mezzo di lato.
A occhio la dimensione era giusta per ospitare la famiglia.
Il vapore di quella con acqua calda era così intenso da creare un leggera nebbiolina e coprire le vetrate di condensa.
I giapponesi hanno un’idea quasi maniacale dell’igiene, inoltre ritengono che il massaggio dell’acqua possa tonificare oltre al corpo anche lo spirito.
Avevo già fatto molte volte quell’esperienza.
La particolarità è che uomini e donne si lasciano andare insieme dentro vasche colme di acqua calda e poi fredda.
Un leggero velo copre le nudità ed il pudore.
Entrando nell’acqua si lascia scivolare il velo a terra, quindi l’acqua diviene l’unica barriera tra i corpi immersi.
Non c’è come da noi il falso moralismo, il corpo nudo è la normalità, occorre solo vincere la morbosità della nostra cultura.
Questo tipo di bagno è assolutamente rilassante.
Come se mille e più mani carezzassero gentilmente ogni parte del corpo. Mariko mi ricordò che Haru era apprendista di Shiatsu, tecnica di massaggio piuttosto nota in tutto il mondo.
Si tratta di un massaggio energico, che stimola tutti i centri nervosi.
Si può restare sorpresi dall’energia che una giovane fanciulla può mettere nelle mani.
All’inizio pensavo che si trattasse di una semplice informazione, tanto per parlare.
Poi Haru uscendo dall’acqua m’indicò la porta in fondo alla stanza del bagno.
La vista del suo corpo mi catturò per un istante.
Più bassa di Mariko ma molto ben proporzionata.
Fianchi tondi, vita sottile, seni sodi e alti, addirittura più grandi di quelli di Mariko.
Le gocce d’acqua che le scorrevano lungo il corpo disegnavano un mosaico dalle forme perfette.
Credo che Mariko si accorse del mio sguardo, sorridendo m’invitò a raggiungere la sorella.
Mi sentivo imbarazzato e curioso.
Uscendo dalla vasca cercai di coprirmi con il velo che subito s’inzuppò d’acqua, diventando solo una barriera per il mio pudore più che per la loro vista.
Anche lei usci dall’acqua e si arrotolò nel velo.
La vista del suo corpo mi agitò immediatamente, il ricordo della passione della notte prima divenne quasi una sensazione palpabile.
Con dolcezza mi prese la mano e mi guidò verso la stanza del massaggio.
Una finestra alta, dalla quale potevo vedere un pezzo di cielo orlato dalle cime degli alberi.
Un futon posto sul pavimento riscaldato.
Un mobiletto basso pieno di piccole ampolle e vasetti.
Specchi velati sulle pareti e una luce soave che usciva da una lampada poggiata a terra.
Appena entrato Mariko mi tolse il velo e con un telo piuttosto grande e ruvido mi asciugò.
Le sue mani scorrevano rapide e precise sul corpo.
Concentrandomi sulla mia stessa essenza cercavo di prevenire un’erezione che cercava di diventare la protagonista della scena.
Mi fece sdraiare, pancia in sotto, le mani abbandonate sul pavimento sopra la mia testa.
Con un tocco leggero mi carezzò la nuca e mi salutò.
Vidi con la coda dell’occhio mentre usciva dalla stanza e richiudeva la porta alle spalle.
Chiusi gli occhi e mi abbandonai nelle mani di Haru.
Le sue mani unte d’olio di mandorla mi scorrevano gentilmente lungo la spina dorsale.
Mi versò dell’olio di mandorle e del latte di cocco, che mi spalmò con cura, in modo che neppure un millimetro di pelle restasse asciutto.
Questo è essenziale per evitare che lo sfregamento delle mani sulla pelle potesse causare ustioni, inoltre queste essenze hanno proprietà terapeutiche.
Mentre le sue mani frugavano i muscoli della mia schiena sempre più energicamente sentivo il suo respiro rompersi ed una sensazione di pace pervadere il mio corpo e la mia mente.
Per oltre venti minuti fui strapazzato con dolcezza.
Poi mi allargo le gambe e frugando con la mano mi afferrò il pene, spostandolo dove poteva essere libero.
A pancia in sotto avevo controllato la mia erezione, ora la posizione era la stessa ma non potevo più nascondere nulla.
Le sue unghie mi scorrevano gentili sui fianchi e sulle natiche.
Ondate di brividi mi percorrevano la schiena.
Prese un unguento, credo olio di sandalo, e lo versò a filo sull’attaccatura delle natiche.
Sentivo quel liquido denso e profumato scorrere verso il basso.
Fino a raggiungere la sacca delle mie fonti di vita.
Con le due mani distribuiva quell’unguento su di me, le mani giunte come in preghiera avevano imprigionato il mio membro avvolto dal calore del suo corpo e dell’unguento.
Avrei voluto voltarmi e rendere pace alla mia erezione, ma la sapienza delle sue mani era tale che nessuna bocca avrebbe potuto fare di meglio.
Sentivo le sue unghie stimolarmi l’interno delle cosce ed appena il brivido risaliva lungo la schiena eccola imbrigliarmi tra le sue dita.
Un gioco dolce, che allungava il senso di piacere e faceva crescere il desiderio.
Finalmente mi fece girare, supino.
Ero lì sdraiato con tutto il corpo concentrato dentro un’erezione che mi stupiva.
Come se il mio io non esistesse prese a versarmi unguenti sul petto e sulle gambe, ripetendo lo stesso inesauribile ed inteso rito che la mia schiena aveva già vissuto.
La mia erezione era calata, anche se ogni volta che le sue mani sfioravano l’inguine sentivo la testa del mio pene sollevarsi a rivendicare una qualche attenzione.
Anche questa volta il mio corpo subì per oltre venti minuti l’energia delle sue sapienti mani.
Mi abbandonai a quel massaggio fino al punto che quasi mi addormentavo. Allora Haru si sollevò ed il suo velo le scivolò a terra, liberando un corpo scolpito dalla generosità della natura.
Mi allargò le gambe e s’inginocchiò davanti a me.
Tirandomi per i fianchi fece scivolare le sue ginocchia sotto di me, sollevando il mio addome verso il suo petto.
Versò a filo l’olio di sandalo su tutto il rifugio del mio piacere.
Con le mani aperte e movimenti rotatori mi sparse l’olio ovunque, poi afferrando l’erezione tornata violenta, mi scopri il glande e con le dita lo copri d’unguenti, con movimenti veloci e precisi.
Unendo le mani come in preghiera mi avvolse e con tutto il corpo seguiva la danza, un su e giù lento, quasi esasperante, che aumentava a dismisura la mia eccitazione.
Tirandomi più su prese il pene tra i seni, che ora sembravano inghiottirmi.
La stessa lentezza, la stessa sensazione aumentata dal calore del suo corpo.
Chinando il capo poteva poggiare le sue labbra sulla punta violentemente rossa del mio io nascosto.
Quando i seni scendendo scoprivano una parte di me, la bocca se ne impadroniva, per ritrarsi quando i seni risalivano.
Provavo sensazioni che non saprei come spiegare.
Non provavo il desiderio di penetrarla, di possederla.
Ero io ad essere posseduto e l’unica cosa che volevo era che quel gioco non avesse fine.
Quando avvertiva la contrazione dei miei muscoli, prima avvisaglia di un orgasmo orami prossimo, mi liberava e lasciava che riposassi nelle sue mani.
Appena il mio corpo si rilassava i suoi seni mi riprendevano e le sue labbra mi accoglievano.
Un gioco crudele, allungare il piacere fino a quando la mente stessa si fonde con se stessa, fino a quando l’io scompare dentro se stesso.
Decise lei quando, il mio corpo nelle sue mani, il ritmo lento dei seni e delle labbra divenne progressivamente più rapido, fino a quando una corrente impetuosa si sprigionò dalle viscere dl mio corpo.
I miei succhi erano ovunque, sul suo viso, sulle sue labbra, sui suoi seni, miscelati agli unguenti con cui così sapientemente aveva poco prima modellato ogni muscolo del mio corpo.
Stringendomi tra i suoi seni sapeva come allungare il mio momento di godimento estremo, mentre le labbra avide raccoglievano l’essenza del mio orgasmo.
Occorse qualche minuto prima che gli spasmi della lussuria si placassero.
Mi abbandonai per un attimo, mentre lei con un piccolo telo intriso d’acqua di rosa si ripuliva e mi ripuliva.
Mi sentivo in debito per il piacere unico che aveva saputo regalarmi, volevo offrirle una ricompensa, così mi sollevai e ceraci le sue labbra.
Quasi disturbata si ritrasse.
Con le dita mi fece un cenno di diniego.
Ma la luce nei suoi occhi era di desiderio.
Le sfiorai la fessura e ciò mi confermò la sua passione soffocata. Nella sua lingua mi disse dolcemente qualcosa che non capivo.
La strinsi tra le braccia e la baciai.
Le sue labbra prima contratte si dischiusero ed io potei gioire del suo sapore.
La feci sdraiare, le carezzai prima i seni e poi il ventre.
Volevo ripetere il rituale che poco prima mi aveva condotto alle soglie dell’estasi. Haru si lasciava andare, il rifiuto di poco prima
divenne ricerca delle mie mani e delle mie labbra.
Tutta la lentezza e la dolcezza si erano trasformate in frenesia.
Feci solo in tempo a posare le mie labbra sulla sua clitoride che un’ondata di lussuria mi riempi, quasi togliendomi il respiro.
Come un fiume troppo a lungo tenuto a freno da una diga aveva rotto gli argini del piacere.
Si dimenava forsennatamente, gemendo ed urlando.
I suoi succhi copiosi colavano lungo le mie guance e lungo le sue cosce.
A causa dei corpi completamente ricoperti dagli unguenti oleosi non potevo tenerla ferma.
Mi scivolava tra le dita, alla scoperta di un mondo che le appariva solo ora.
Il mio desiderio era grande quanto il suo, quei profumi, quel corpo vibrante, quel calore.
Tutto rendeva quel momento unico ed inebriante.
Ero posseduto dal desiderio di lei, i miei baci non saziavano la sua voglia di vita e facevano crescere dentro di me una bramosia del suo corpo.
Mi sentivo totalmente rapito.
Il mio respiro si univa al suo, le nostre vite appese allo stesso anello.
Quello che stava accadendo trascendeva il piacere sessuale.
Eravamo sospesi nell’oblio di quelle sensazioni. I nostri corpi avvolti, le nostre lingue che cercavano ogni angolo esplorabile dei nostri corpi.
Indugiavo con la lingua dentro di lei, assaporavo la delizia del suo piacere.
Poi mi staccavo per risalire la china dei suoi fianchi e raggiungere i suoi seni.
Il mio viso immerso nell’attaccatura del suo seno, mentre le mie mani scivolavano a carezzare le sue natiche e poi la sua bellezza acerba.
Ero sopra di lei, pronto ad entrare in lei.
Pronto a dividere con lei l’attimo fuggente in cui due piaceri si fondono in un solo intenso sussulto.
Proprio nel momento in cui nulla può fermare un uomo una mano s’impadronì del mio dardo infuocato. Marika.
Quell’attimo improvviso permise a Haru di voltarsi e mettersi di fronte a me, sospesa sulle ginocchia, dischiudendo il suo bocciolo alla mia vista.
Marika mi guidò verso quell’apertura.
Gli unguenti e gli umori resero semplice il sentiero che separava il mio desiderio dalla sua culla.
Entrai in lei.
Avvertivo i suoi muscoli rilassarsi per permettermi di entrare più a fondo, richiudendosi poi quasi a rendermi prigioniero.
Marika sdraiata sotto di noi alternava i movimenti della lingua.
Ora a scorrere il mio pene che entrava ed usciva dal bocciolo, ora dentro la fessura della sorella, sola e pulsante.
Il solo pensiero della lingua di Marika dentro la sorella mentre io riempivo la seconda metà del piacere mi sconvolgeva.
Haru raggiunse l’orgasmo mentre Marika s’impegnava a raccogliere gli umori ora copiosi.
Marika si spostò e si mise di fianco, con una mano martirizzava la fessura della sorella, con le dita dell’altra accompagnava il mio movimento.
Era com’essere dentro due mondi e non solo uno.
L’orgasmo di Haru continuava ed io sentivo il mio scorrermi lungo la schiena, come se partisse dalla base del collo. Il mio movimento era sempre più forte e veloce.
Il traguardo vicino. Marika avvertì il momento, mi afferrò con la mano e mi fece uscire da quel rifugio.
La sua bocca si sostituì al bocciolo della sorella.
Era in possesso di un’abilità unica, la sua bocca si stringeva intorno a me, era la sua bocca ma era come se fosse lei.
Haru ancora persa nel suo piacere si era sollevata e contendeva alla sorella il boccone del mio sogno.
Avevo la testa piegata all’indietro, nello sforzo sovrumano di controllare le mie passioni ed allungare quell’attimo. Inutile. Dopo pochi istanti le gambe quasi mi cedettero, la testa piena di ronzii ed il corpo contratto come una arco in procinto di scoccare la freccia.
Esplosi, con forza nella bocca di Mariko.
Haru allontanò la sorella e volle tutto per se il nettare della mia lussuria.
Due bocche si contendevano un solo frutto.
Come possedute da un invisibile demone le due sorelle non smettevano di contendersi il mio unico io di quel momento.
Le gambe cedettero e mi ritrovai in ginocchio, ancora prigioniero di quelle due bocche, di quelle labbra, di quelle carni.
Mi occorsero alcuni minuti per riprendermi.
Lentamente la ragione riprendeva possesso della mia mente, le figure ora non erano più confuse in un vortice.
Le due sorelle allungate al mio fianco.
Nessuno di noi disse nulla per alcuni interminabili minuti. Haru fu la prima ad alzarsi e scomparire oltre la porta della stanza.
Mariko rimase più a lungo.
Non disse una parola, si alzò, mi passò un telo e con gesti calmi rimise ordine nella stanza.
Mi sentivo sfinito e sereno come non mai.
Con passo non del tutto sicuro guadagnai la via della mia stanza.
Dopo una doccia interminabile mi lasciai cadere sul futon.
Dall’oblio dei sensi passai al sonno. Ed al sogno.
Con un tocco leggero Haru bussò alla mia porta.
Su di un piccolo vassoio in legno di ciliegio una tazza da te e la teiera.
Un piccolo mazzo di violette avvolto a mò di corona dava un’allegra nota di colore. Posò il vassoio a terra, poi s’inginocchiò e mi versò il te.
Con un sorriso mi annunciò che la cena sarebbe stata servita entro pochi minuti.
Dopo avere sorseggiato il te, come se potesse restituirmi forze ed energie mi rivestii. Volevo essere perfetto, così impiegai tutto il tempo a curare il mio kimono.
Quando entrai nella sala da pranzo fui sorpreso di trovare oltre a tutta la famiglia anche una coppia d’anziani con un giovane.
La famiglia Watanabe. La tavola era preparata a festa, come per le grandi occasioni.
In questi casi il cerimoniale deve essere rispettato in ogni sfumatura.
Gli uomini seduti al centro di ognuno dei quattro lati.
Le rispettive mogli al fianco. Io con al fianco Mariko ed il giovane Watanabe con al fianco Haru.
Dire al fianco non è coretto, le donne si siedono leggermente defilate, poi a turno si alzano.
Per versare sakè o per offrire le pietanze più lontane, Intuivo i loro discorsi molto formali.
Il giovane parlava un poco d’Inglese.
In una situazione simile, a tavola con persone con le quali potevo comunicare a fatica mi sarei annoiato a morte.
Quella sera invece il solo osservare i riti, i movimenti e gli ossequi che seguivano ogni dialogo mi rendeva partecipe di una situazione a me totalmente estranea.
La luna era ormai alta quando la famiglia Watanabe usci dalla casa. Il giovane si trattenne qualche istante con Haru.
Vederli mano nella mano infondeva una gran tenerezza.
Le immagini di Haru nella mia mente, nuda e vibrante si fondevano con la vista di lei, così gentile ed apparentemente innamorata.
Ero stanco e così mi ritirai nella mia stanza.
Non riuscivo a prendere sonno.
Poi cullato dal rumore del vento che penetrava il sottile vetro della finestra mi abbandonai tra le braccia della notte ed il riposo del sonno giunse a rilassarmi le membra.
Il mattino seguente mi svegliai di buon’ora, il sole appena alto nel cielo invitava ad una passeggiata.
Avrei dovuto preparare i bagagli, nel pomeriggio un volo mi avrebbe riportato a Tokyo.
Mi trovai invece nel giardino e subito dopo dentro il bosco, verso la cima della collina, da dove si poteva godere di un panorama splendido, come può esserlo quello della natura a primavera, quando la terra si risveglia.
Uscendo avevo fatto piano, per non svegliare nessuno, dovevo ripartire ma non n’avevo voglia.
Avevo trovato una dimensione ideale, fuori dal tempo e dal rumore.
Seduto sopra una roccia mi rigiravo tra le mani quel foglio di carta di riso, quella perla di calligrafia che tentavo inutilmente di decifrare.
Il sole allungava su di me i suoi raggi e il tepore del suo tocco a poco a poco si portava via l’intorpidimento dell’aria fresca del mattino.
Assorto nei miei pensieri non avevo udito i passi leggeri di Mariko.
Un alito di brezza mattutina mi aveva portato il suo profumo.
“Cosa significa ? ” chiesi mostrandole quel foglio.
Invece di rispondere Mariko mi abbracciò e mi diede un bacio caldo quanto appassionato e violento.
Le sue labbra premevano sulle mie, la sua lingua turbinava velocemente intorno alla mia. Insinuandole le mani sotto il kimono potevo avvertire la carne pulsare, afferrandole le natiche scoprii che non portava nulla sotto il kimono.
Sentivo crescere il desiderio.
Senza staccarsi dalle mie labbra dischiuse il kimono, ormai solo chiuso in vita, i seni turgidi per l’aria fresca sembravano pianeti da esplorare, le gambe leggermente aperte, ma ben piantate per terra, erano un invito perché le mie mani esplorassero il suo mondo.
Con una mano la afferrai da dietro, come a spingerla verso di me, con l’altra avevo cominciato ad accarezzarle il caldo spazio tra le cosce, la bocca chiusa a ventosa ora su un capezzolo ora sull’altro.
Mariko piegò la tesa all’indietro così da offrirmi meglio i seni, sentivo i suoi gemiti trattenuti.
Doveva mordersi il labbro per non gemere troppo forte.
Le mie mani e la mia bocca. La mia lingua.
Una frenesia insospettata, come a voler consumare quel momento, come se la gioia di godere di quel corpo non potesse aspettare.
Afferrandola per i capelli la feci inginocchiare.
Afferrai il mio pene e lo infilai nella sua bocca.
Guidavo la sua testa, ora contro di me, fino a scomparire in lei, ora lontana.
In modo che potessi vedere il mio glande scivolarle sulla lingua prima di entrare nella sua bocca.
Non volevo possederla.
Cioè non volevo solo possederla.
Volevo godere di lei.
Volevo che il suo corpo fosse lo strumento del mio piacere.
Le girai la testa di lato.
Così che la sua bocca diventasse come uno scalmo per il mio remo.
Vedevo i suoi occhi socchiusi da sotto il mio pene.
La punta della lingua contendeva alle labbra tutta la carne del mio piacere.
Poi di nuovo le penetrai la bocca.
Ora la sua testa era tra le mie mani. I suoi capelli avvolti tra le mie
dita.
Aiutandosi con le mani mi afferrò tra i seni, era costretta ad una posizione innaturale per contenermi ed al tempo stesso prendermi tra le labbra.
Mi alzai in piedi e lei li, in ginocchio, intenta a fare con la lingua e con le labbra ciò che mille mani non potrebbero fare.
Sentivo l’essenza della mia vita risalire dall’estremità dei miei organi più nascosti.
Trattenevo il mio orgasmo per allungare il piacere di quel momento.
La scostai leggermente, quindi le afferrai la testa con la mano sinistra mentre con la destra afferrai il mio strumento di vita.
Con la punta sospesa sulle sue labbra inizia a masturbarmi, pochi secondi ed il piacere mi avvolse come in un turbine.
Mi ritrassi leggermente, mentre la fontana del mio piacere le inondava il viso, spruzzandole gli occhi, le guance e le labbra.
Avvertivo le gambe molli, per l’inteso godimento.
Colta da una frenesia quasi rabbiosa cominciò a leccarmi, succhiarmi, come sa avesse voluto prendermi anche l’anima.
Qualche goccia del mio nettare le colava sul collo, con un dito la raccolsi e lei avida si succhiò anche quello.
Ci volle qualche istante perché mi riprendessi da quell’oblio.
Mi sedetti a terra, appoggiato alla roccia, mentre Mariko si mise a cavalcioni sopra di me.
La sua bocca cercava la mia, la sua lingua cercava la mia.
Le afferrai i seni, tanto bastò per risvegliare il mio desiderio.
Anche lei lo comprese e cominciò a sfregare la fessura sul mio pene.
Prima con movimenti lenti, poi quasi con rabbia.
Godette così, con la mia bocca incollata ai suoi seni e le mie mani che le artigliavano le natiche.
Sentivo il calore del suo orgasmo colarmi lungo le gambe.
Un attimo.
Si mise in piedi di fronte a me, allargandosi bene il kimono.
Poi mi afferrò la testa e se la spinse verso il suo desiderio.
Appena la mi lingua incontrò la sua clitoride un gemito sordo e quasi rauco le usci dalla bocca.
Sollevò un piede appoggiandolo alla roccia, così che io potessi esplorare meglio le sue intimità.
Con la lingua aperta, le scorrevo la fessura dal basso verso l’alto, indugiando poi con la punta indurita nel triangolino da dove il suo grilletto spuntava avido d’attenzioni.
Tutta la zona era ormai bagnata, tanto che con facilità il mio dito medio poté trovare la strada del suo bocciolo, mentre l’indice era già a casa sua, dentro la grotta della passione.
Con movimenti ritmati e continui le mie dita scorrevano dentro di lei, mentre la mia lingua raccoglieva i suoi umori sempre più copiosi.
Godette, con violenza, contraendo la schiena per non perdere neppure un istante del contatto con la mia lingua.
Sentendo il suo orgasmo affondai in lei con più vigore. I gemiti eran o ora urla soffocate.
Il suo orgasmo non si placava, mi sollevai mi misi dietro di lei.
Con la mano feci in modo che si poggiasse in avanti, poggiandosi alla roccia, mentre il tondo del suo profilo si mostrava a me nella sua magnificenza.
Fu facile entrare in lei, il mio dito aveva aperto la strada ed il suo bocciolo era ora una corolla di fiore dischiusa al sole.
La penetrai più a fondo che potevo, afferrandole i fianchi.
Marika cominciò a muoversi, assecondando il mio movimento, mentre con una mano i appoggiava alla roccia e con l’altra si masturbava.
Godeva ed io con lei.
Ansimava ed io con lei.
Mi ritrassi per penetrarle la fessura che trovai caldissima.
Una tana. Un rifugio caldo per il guerriero stanco.
Quel calore, quei gemiti, quel desiderio.
Pochi secondi ed esplosi dentro di lei.
Più sentivo la mia essenza risalire e più affondavo i colpi.
Eravamo entrambi alla soglia del dolore.
Un dolore nuovo che aumentava il nostro piacere.
Rimasi fermo per un istante, dentro di lei, tanto da sentire i nostri respiri rotti dal piacere e le nostre carni rilassarsi dopo la foga dei nostri orgasmi.
Mi abbandonai al suolo, rivolto verso il sole, accecato dalla sua luce e perso dentro le sensazioni che avevo appena provato.
Occorse qualche minuto prima che la ragione si riappropriasse di me.

“Cosa significa ? ” chiesi mostrandole ancora quel foglio con quel simbolo.
“Se un giorno tornerai qui, tra queste colline, sarà perché avrai capito da solo il significato di quel simbolo” questa la risposta di Mariko, le ultime parole che la sua voce, con un inglese aggiustato, mormorò per me. FINE

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