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Il Treno di domenica mattina

La domenica mattina, poche ore prima di far rientro a Milano, Tiberio si trovava in uno stato di nervosa agitazione. Proprio lui che detestava il treno, che amava la sua Audi S3 come una sorella, che quando non guidava non riusciva a star fermo; proprio lui doveva affrontare in treno quell’incerto viaggio Firenze-Milano, senza prenotazione, anzi, con la certezza rivelatagli da uno spietato bigliettaio che su qualsiasi convoglio in partenza quel giorno per Milano i posti erano esauriti. L’Audi lo aveva tradito. Egli l’aveva già perdonata. Ora, tuttavia, doveva tornare a Milano: sua moglie lo aspettava. Degluttì a fatica un piatto di minestra a casa di sua sorella, poi fu accompagnato in auto fino alla stazione di S. M. Novella. Si guardò intorno, inquieto, stordito dal mostruoso affaccendarsi di frotte sparpagliate, confuse, offeso da un vento pungente di tramontana. Alzò il bavero del cappotto, si caricò in spalla la grande borsa di cuoio e sfilò lungo i binari, leggendo la destinazione dei treni. Era certo che avrebbe viaggiato in piedi, ondeggiando per tre ore in qualche stretto corridoio pieno di spifferi. Per quanto potesse sembrare incredibile, non c’era alcun treno in partenza per Milano nell’ora successiva. Tiberio cercò di mantenere la calma; trattenne un’imprecazione, respirò profondamente l’aria gelida ed ebbe una smorfia di disappunto. In quel momento avvertì uno stimolo forte ed improvviso, dovuto verosimilmente al freddo. Si recò in fretta ai bagni della stazione, in prossimità dei primi binari, là dove normalmente partono i vecchi treni pendolari in direzione Empoli-Pisa-Livorno. Soddisfatto velocemente il suo bisogno, Tiberio si soffermò fra i binari 1 e 2. Si ricordò dei tempi della scuola, gli tornarono in mente i compagni, i sogni, gli orari di quei treni di allora… Socchiuse gli occhi e gli sembrò di sognare. Riaprì gli occhi. Il vento era cessato completamente, in modo improvviso, ma l’aria s’era fatta umida, pesante, e una nebbia già fitta continuava ad addensarsi. Tiberio alzò lo sguardo e, veramente, credette di sognare. Lesse e rilesse la scritta luminosa sul tabellone del binario 1: MILANO – CORNANDIA UNICHE FERMATE. Sillabò ciò che stava leggendo, scorse l’orario: 16, 36. Guardò uno dei tanti orologi della stazione, erano le 16, 34. Due minuti. Ebbe paura.

Tutta la zona era stranamente deserta, insolitamente silenziosa, avvolta in quella nebbia surreale. Non passava nessuno, nessuno saliva su quell’inspiegabile treno. Un fischio prolungato ruppe il silenzio, seguito presto da un fischio corto e sottile, ripetuto, quello che segnala la chiusura automatica delle porte. Tiberio compì tre balzi prodigiosi, la borsa saldamente a tracolla, quindi, con un guizzo, s’infilò per la porta che si stava chiudendo, e fu dentro. Il treno partì. Aggrappato a una maniglia, il prestante Tiberio sentiva le tempie pulsare al ritmo di una danza folle. Lentamente percorse l’intero vagone, senza incontrare nessuno. Decise di proseguire, sperando almeno che i vagoni davanti fossero riscaldati e illuminati. Ne contò undici, tutti divisi in scompartimenti da sei posti, con le poltrone di velluto blu della prima classe, tutti bui, freddi, e terribilmente vuoti. Entrò nel primo scompartimento del primo vagone, quello attaccato al locomotore, nell’insensata speranza che lì facesse meno freddo. Si raggomitolò sul sedile di velluto. Poi afferrò il cellulare e chiamò sua moglie, a casa, per rassicurarla del suo arrivo, previsto intorno alle 19, 30, e per rassicurare se stesso che quello strano incubo sarebbe finito. Ah, la voce di sua moglie! Gli sembrò caldissima, dolce, tanto rassicurante. Avrebbe voluto trattenerla in linea, ma non sapeva cosa dire e non voleva farla preoccupare. Così la salutò con il solito bacio. Lei sarebbe venuta ad aspettarlo alla stazione milanese, alle 19, 30. Come ebbe riposto il telefono in tasca, un’altra voce femminile lo fece sobbalzare. Con tono morbido e sensuale, una donna chiese: “Ci sono tre posti liberi? ” Tiberio la fissò allibito, non riuscendo a proferir parola. La bionda giunonica si stagliava nella penombra, all’ingresso, alta come la porta, con un giubbotto nero e una gonna a tubino nella quale costringeva un corpo incontenibile. Seduto dinanzi alle sue lunghissime gambe, Tiberio la squadrava inebetito. “Pre… prego. ” Balbettò La bionda, entrando, fece un cenno fugace dietro di sè, nel buio. Immediatamente apparvero due energumeni: tre quintali di carne, più di quattro metri d’altezza, in due; poi due enormi teste rasate, due giubbotti di cuoio tipo Bikers, senza maniche, quattro braccia enormi, tatuate, vibranti di muscoli. Tiberio restò immobile, rannicchiato. La bionda gli si sedette davanti e i due giganti, rispettivamente, al fianco dell’uno e dell’altra. Nell’oscurità il poveretto guardò l’orologio, mentre il treno correva quasi silenzioso nella nebbia candida e grondante: lo scorrere del tempo gli sembrava l’ultimo appiglio a una realtà normale, al mondo come se lo ricordava, al solo mondo nel quale gli schemi del suo intelletto potessero avere una qualche utilità. Sui sedili di lato i due giganti restavano immobili. La bionda, seduta lì davanti, mostrava in tutta la loro maestosa lunghezza le cosce tornite e, accavallando le gambe, delineava la curva rotonda del gluteo e lasciava facilmente intuire il suo culo monumentale. Nonostante la scarsa visibilità, questo attirò lo sguardo di Tiberio e trasformò parzialmente la sua inquietudine in interesse, sempre più vivo. Lei incrociò il suo sguardo, ammiccando poi maliziosamente verso i suoi amici, e si sfilò lentamente il giubbotto di pelle. La parte superiore del tubino le lasciava le braccia completamente nude e fasciava i suoi seni imponenti accentuandone l’effetto. Dalla sua bocca socchiusa pareva d’intravedere il candore degl’incisivi, incorniciato nella carne succulenta delle labbra. L’inquietudine di Tiberio lentamente svaniva, l’interesse diventava desiderio. La gonna era ormai salita decisamente sopra il ricamo dell’autoreggente e il candore della pelle spiccava sul blu del velluto. Lentamente, la bionda si sporse finchè fu addosso all’energumeno alla sua sinistra. Quindi, strofinandosi lasciva al suo bicipite, pian piano si alzò. Afferrò le testone pelate dei due, le accarezzò a lungo, e prese a baciarle. Quelli, leggermente chinati in avanti, docilmente la lasciavano fare e le accarezzavano le gambe e i glutei con insospettabile delicatezza: come quattro smisurate farfalle rosa, le manone svolazzavano su quel corpo prorompente che si contorceva e contraeva con movimenti spasmodici. La bocca carnosa, senza controllo, frugava quei volti rudi, la lingua e le labbra li bagnavano pezzo a pezzo, il fiato rotto e intenso li riscaldava. In breve, in tutto lo scompartimento fu caldo. La bionda si sfilò il tubino e rimase con un minuscolo perizoma nero, le calze trasparenti scomposte, un po’ calate, i seni nudi, meravigliosamente sospesi, caldi, i capezzoli turgidi. Meccanicamente i giganti, con l’aria ancora assente, si calarono i pantaloni, senza nemmeno alzarsi. Tiberio sentì ondate possenti di caldo, sentì il sudore quasi zampillare dai pori, ma non osò muoversi e restò seduto, con il cappotto addosso. La bionda si passò ripetutamente la lingua sul labbro superiore, ammirando gl’impressionanti membri eretti dei suoi due amici. Senza indugiare si piegò in avanti, gettandosi voracemente su uno dei due. Adesso il suo grande culo rotondo era a un palmo dal naso di Tiberio. Questi, non potendo più trattenere i suoi sensi, decise per il momento di limitarsi all’olfatto, e inspirò avidamente quel profumo acre, del quale gli garbava intossicarsi. Lei gli sfiorò più volte il viso con le natiche, mentre il desiderio gli entrava nel sangue. La bocca carnosa passava insaziabile dall’uno all’altro monumento di carne e il culo, di riflesso, si agitava sul viso del nostro. Una scossa del treno la fece piegare in ginocchio, ma questo non diminuì la sua foga, che si spiegava in gesti fulminei delle mani, bramose su quei corpi portentosi, enormi, perse tra quelle membra ciclopiche. Improvvisamente la bionda si fermò. Si alzò con uno scatto e fissò i due. Dopodichè in quelle montagne di muscoli parve voler affogare: premeva con forza i seni sull’addome dell’uno, scivolando giù lentamente, e con la lingua gocciolante accompagnava la discesa, passava dalla bocca alle ascelle degli uomini, bagnava anche il cuoio dei giubbotti che i due ancora indossavano. La durezza di quell’indumento, al contatto con i capezzoli, la stimolava oltremodo e lei sembrava ricavare un’eccitazione violenta da quel gesto. Con maggior decisione, ma in modo ancora relativamente delicato, le mani dei giganti le afferravano i seni, indugiavano sui glutei carnosi, scivolavano sulla pelle umida, lucida. La donna sollevò di nuovo la testa. Ora la sua espressione era sconvolta, i capelli arruffati, ciocche appiccicate alla fronte e alle guance, lo sguardo da ossesso. Salì cavalcioni sulle gambe di uno dei due giganti, gridando: .

“Mike! Mike! ” Con voce rotta da fremiti improvvisi, leggermente roca..

Saltava sul membro di Mike con un ritmo forsennato, imposto o assecondato dalle due manone sui fianchi; il grande culo rotondo sbatteva violentemente sulle cosce rocciose dell’uomo, con il suono di un ritmato e pesante schiaffeggiamento. Il suono era vieppiù intenso, la pelle dei due fradicia..

La bionda sollevò le braccia, evidenziando il madore dei seni, e buttò all’indietro i capelli, quasi completamente bagnati. Poi abbracciò forte Mike, stringendogli la testa fra i seni. Questi si alzò, senza smettere di penetrarla, sollevandola per le natiche, e si distese supino sul pavimento, fra le due file di sedili. Lei, rimasta sopra, gli si adagiò mollemente addosso. Poi si voltò indietro, verso l’altro uomo, affranta ma con lo sguardo ancora intensamente bramoso. Egli capì e si alzò. Con un’attività concitata delle dita, parve lubrificarle l’ano, aiutandosi con la saliva. Lei sembrava al massimo dell’eccitazione, il culo esposto al dolce tormento di quelle grosse dita nodose. In breve iniziò, ai piedi di Tiberio, una doppia penetrazione terrificante..

Tutto era oltre la consuetudine, oltre i limiti: la mole del trio, l’intensità dell’odore e del calore, l’umidità palpabile, le grida selvagge, l’impiego di forze sovrumane. La bionda non era più in grado di dominare alcun impulso: agitava la testa, in preda ai suoi demoni, graffiava Mike sotto di sé, urlava; afferrò Tiberio per le cosce e con violenza gli strappò via i calzoni: abbracciava quelle gambe da lei denudate, stringendo con forza bestiale quando i grossi membri le affondavano contemporaneamente nelle viscere. Ella stringeva, si contraeva, sbavava la sua lussuria sulla pelle bagnata di Tiberio..

Quest’ultimo, quasi in trance, scivolò lentamente dal sedile al pavimento, trovandosi faccia a faccia con lei. La bionda, impazzita, lo morse a sangue sul collo, gli leccò ingorda le ferite, la bocca, le orecchie..

Il caldo era ormai insopportabile, tutto era fradicio, l’ossigeno sempre più scarso. Dimentico del tempo e dello spazio, incapace di muoversi, Tiberio chiuse gli occhi. Quando li riaprì si trovò nel silenzio: il treno era fermo, i corpi dei tre giacevano come osceni cumuli di carne madida, mossi soltanto da profondi e lenti respiri..

Supino, in quelle condizioni, egli lanciò uno sguardo dal finestrino e, nonostante il ridotto angolo visivo, riuscì a inquadrare il cartello MILANO C. LE . Si alzò di scatto, con una violenta contrazione di tutti gli addominali. Inciampò immediatamente nei calzoni, arrotolati alle caviglie e aggrovigliati con le mutande: la sua testa scivolo in mezzo ai polpacci di Mike ed egli sbattè con forza il viso al suolo e sentì un dolore rovente. Si rialzò aggrappandosi alle poderose cosce di Mike e, con sforzo estremo, tirò su quel groviglio di tessuto lungo le cosce, riuscendo finalmente ad allacciarsi i pantaloni..

Il treno era fermo da un bel po’ e, da un momento all’altro sarebbe ripartito per Cornandia. Tiberio sobbalzò: .

“Cornandia? Ma dov’era Cornandia? Doveeeee? ? ? “.

Sentì gli abiti appiccicati addosso, ciocche di capelli che gli sgocciolavano lungo il collo e continuava a sudare. La pelle gli bruciava per i graffi e i morsi ricevuti, il naso, dopo la caduta, sanguinava copiosamente. Afferrò la borsa e uscì, barcollando, dallo scompartimento. Respirava a stento. Nel corridoio udì il breve fischio, ripetuto: le porte si stavano chiudendo. Gli bastarono due balzi, con i quali bruciò le ultime forze che aveva ancora addosso; il guizzo che seguì, fu il risultato di una violenta contrazione nervosa, quasi un botto finale..

Tiberio era fuori, disteso nella nebbia densa e silenziosa, su un marciapiede gelato. Fradicio e sporco di sangue, respirava a fatica l’aria fredda, ma era ancora cosciente, paralizzato ma cosciente.

Quando il suo sguardo, per un momento, fu in grado di distinguere ciò che lo circondava, allora egli vide sua moglie. Vide il suo sguardo atterrito, le sue mani nei capelli. Sentì il suo urlo terrorizzato. Poi si addormentò FINE

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