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copertina racconto erotico

In aereo

Alle 7, 40 del 3 marzo 1999 la “Jaguar E” grigio titanio con i coniugi Valenti a bordo, viaggiava verso l’aeroporto intercontinentale della Malpensa. Al volante Giorgio, 52enne affermato cardiochirurgo, guardò infastidito Giulia, sua moglie, che si accendeva una sigaretta. Giorgio odiava il fumo che riteneva un vizio malsano e fastidioso, ma non ne aveva mai fatto un motivo di scontro con lei.
Quattro anni erano passati dal giorno in cui Giulia, 32enne ex-hostess dell’Alitalia, lo aveva sposato. Dopo otto anni di volo vissuti spensieratamente, aveva preso la sofferta decisione di lasciare per sempre il suo lavoro. Il passaggio nell’alta società, la prospettiva di una vita certamente agiata e il fascino di cui indiscutibilmente Giorgio era dotato, furono i motivi per cui abbandonò il volo per sempre. Fu un matrimonio “concertato”, basato su due punti fondamentali: nessuna interferenza nella vita privata dell’altro, nessuna limitazione della propria libertà individuale. Lui, già abbastanza avanti negli anni, non avrebbe mai potuto pretendere di tenere vicino a sé una donna bellissima e piena di ammiratori, quale lei era, senza lasciarle tutta la libertà che desiderava.
Giorgio tossì stizzosamente più volte. Cercò di minimizzare il fastidio del fumo aprendo il finestrino e mettendo al massimo l’aria condizionata. Giulia lo guardò con noncuranza. Aveva imparato a sopportare la sua dichiarata insofferenza al fumo e a tutte le sue manovre per evitarlo.
“Giorgio, a che ora parte l’aereo? ”
“Alle 10. 25. C’è tutto il tempo per fare acquisti al Duty Free. ”
“Speriamo di partire in orario. Detesto rimanere ingabbiata in aereo”.
“Anch’io, ma non ti fare illusioni. La realtà della Malpensa non cambierà certo oggi”..
“Dai, non essere pessimista…”

Alle 7. 40 di quello stesso giorno, la “Megane Coach” di Stefano, 34 anni, entrava nel parcheggio dell’aeroporto di Fiumicino. Alla radio, la voce di Cher che cantava “I believe”, la canzone dello spot di Tim Ricaricabile, gli riportò alla mente il seno procace della modella protagonista. Quando arrivò davanti al gate di uscita del volo AZ 1040 per Milano Malpensa erano le 7. 55. Il decollo era previsto per le 8. 00. Fu solo grazie ad un ritardo nelle operazioni di imbarco passeggeri e al conseguente ritardo del volo che le impiegate dello scalo lo accettarono all’ultimo minuto. Entrò nell’MD 80 dell’Alitalia tutto sudato.

Nel negozio duty-free della Malpensa Giulia ebbe solo una lieve indecisione su quale foulard, Ferragamo o Hermés, comperare. Scelse il primo perché il disegno – tre tigri che si nascondevano nel fitto intreccio di una giungla – era più intrigante delle linee geometriche, seppur splendide, del secondo. Comprò, dopo una lunga scelta, un costoso orologio di Gucci.
Fare acquisti, spesso anche inutili, voleva dire per lei regalarsi un momento di felicità e vincere la noia di una vita che, muovendosi sui binari di una comoda realtà, aveva molto poco da regalarle. Per questo trovava sempre inebriante spendere soldi. Ma a volte si domandava se non si sarebbe sentita più appagata nel vivere con qualche piccolo problema economico.
Giorgio prese alcune bottiglie di Remy Martin e di Porto da regalare agli amici; attese quindi pazientemente la moglie nel corridoio che conduceva alle sale di imbarco.
Effettuati gli acquisti si accomodarono nella sala d’aspetto riservata ai passeggeri di Top Class. Giulia si accese un’altra sigaretta.

Alle ore 9. 45 tutti i passeggeri di Top Class del volo AZ 796 per Singapore-Sydney erano in sala Vip. Stefano osservò a lungo quella donna affascinante. Notò il profilo perfetto del naso, le labbra carnose e sensuali, gli zigomi alti, le gambe lunghe e diritte, le cosce tornite. Gli piacquero i suoi capelli biondi, raccolti intorno alla nuca e quell’aria da diva che gli occhiali neri di Versace le donavano; apprezzò i capi del suo abbigliamento: soprabito nero stretto in vita, tailleur rosso con gonna corta, maglioncino aderente, giacchetto nero aperto.
Capì presto che quell’uomo dalla corporatura massiccia, vestito di un completo di lana fredda blu, con pochi capelli brizzolati, occhiali da vista legati alla catenella e quell’aria seriosa da commendatore era il suo accompagnatore. “Peccato” sospirò. Sentenziò, con una punta di invidia, che era il classico uomo che le donne reputano interessante solo perché è pieno di soldi.
Ritornò a scrutare Giulia per avere una conferma alla prima impressione e stavolta si convinse in modo definitivo della sua bellezza.
Con l’occhio e la fantasia da fotografo di moda, se la immaginò su una spiaggia tropicale, coperta solo da un pareo trasparente, in posa davanti al suo obiettivo.
L’hostess annunciò il pre-imbarco dei passeggeri di Top Class per il volo AZ 796. Contrariamente alle pessimistiche previsioni dei coniugi Valenti, la partenza del volo era stimata in orario.
Giulia si alzò in piedi andando verso l’impiegata del check-in non accorgendosi di aver lasciato a terra uno dei sacchetti del duty-free. Stefano lo raccolse e lo consegnò a lei dopo averla richiamata. Giulia, sorpresa della dimenticanza, lo ringraziò con un accenno di sorriso.
In sette, fra cui quattro giapponesi, salirono sul minibus che li portò sotto il 747 dell’Alitalia.

Nell’upper deck Giulia e Giorgio, delle dodici poltrone totali, occuparono le due della seconda fila a destra. Stefano sedette sulla poltrona di corridoio della terza ed ultima fila di sinistra, i quattro giapponesi sulle due prime file.
Gli assistenti di volo che prestavano servizio in Top Class erano una giovane hostess, che Giulia guardò con un po’ di rimpianto, e uno steward più anziano. La ragazza non perdeva mai l’occasione di dimostrarsi gentile e disponibile. “L’avranno bombardata di corsi di “assertività” e “customer satisfaction” riflettè fra sé ripensando ai suoi trascorsi in Alitalia.
Giulia, che era rimasta colpita dall’aria scanzonata di Stefano, indugiò volutamente nel togliersi il soprabito e nel sistemare le sue cose prima di sedersi, per potergli lanciare qualche occhiata furtiva.
Lui, si era tolto la giacca e l’aveva riposta sul coperchio del vano portaoggetti alla sua sinistra. Dopo essersi arrotolato con cura le maniche della camicia, aveva iniziato a sfogliare uno dei quotidiani a sua disposizione. A Giulia piacquero la peluria scura delle sue braccia, i suoi capelli neri pettinati all’indietro, il segno della barba scura al punto di dare l’impressione di non essere mai ben rasata, la fossetta che aveva sul mento. Ma ancor di più le piacquero le sue spalle grandi e le braccia muscolose. “Però…! ” constatò sorpresa. Si sedette malvolentieri.
Nell’accomodarsi in poltrona, la gonna corta le salì, lasciando scoperta un’abbondante porzione di gambe. Lei non fece nulla per ricomporsi. Stefano, mentre riponeva la borsa a mano nella cappelliera, ebbe modo di accorgersi che indossava calze autoreggenti. La cosa eccitò la sua fantasia. Era una disattenzione o una provocazione? Le calze autoreggenti dimostravano che era una donna maliziosa. Fedele al suo motto “pensa al peggio e indovini” optò per la seconda ipotesi. Così ogni tanto le lanciava un’occhiata per studiarne i comportamenti e finì inevitabilmente per incrociarne lo sguardo. I due si fissarono per un lungo istante.

Il Jumbo mosse dalla piazzola di parcheggio alle 10. 40, con soli 15 minuti di ritardo sull’orario di partenza, causa il protrarsi delle operazioni di imbarco dei bagagli dei passeggeri. L’aereo in Business Class e Turistica era pieno fino all’ultimo posto.
Dopo la dimostrazione delle uscite di emergenza e del giubbotto di salvataggio, il comandante intimò agli assistenti di volo di prepararsi per il decollo. I quattro possenti motori ruggirono, cominciando pian piano a liberare tutta la loro potenza. L’aereo sulle prime sembrò rispondere con lentezza alle sollecitazioni dei piloti, ma poi avanzò deciso sulla pista aumentando la sua velocità fino a spiccare il volo.
Stefano si sentiva ora molto più tranquillo: provava sempre un po’ di disagio durante la fase di decollo.
Giulia non aveva questi timori, ma era ugualmente agitata. Le era sempre piaciuto irretire gli uomini, attrarli con la sua bellezza per vederli poi cadere nella rete di provocazioni e seduzione che lei metteva in atto. Erano stati sempre loro a fare il primo passo. Stavolta no: era lei che voleva farsi avanti per prima. Non si preoccupava minimamente del come avrebbe fatto per conquistarlo perché un modo c’è sempre e nessuno del resto aveva mai resistito al suo fascino.
Questo pensiero però la teneva mentalmente impegnata e le trasmetteva irrequietezza. Per di più non poteva nemmeno rilassarsi con una sigaretta perché, su precisa richiesta di Giorgio, si trovava in zona non-fumatori. Provò un senso di sollievo pensando che lo avrebbe fatto più tardi, sedendo su una delle due poltrone dietro di lei dove era consentito fumare.

Il Jumbo dopo una ventina di minuti raggiunse il suo livello di crociera, intorno ai 33. 000 piedi. Gli assistenti di volo dettero il via alle operazioni necessarie per servire gli aperitivi e il pasto principale su tutto l’aereo. Furono accesi i forni per scaldare il pasto e nel galley di Top Class questi generarono un sibilo fastidioso.
Il carrello degli aperitivi fu allestito e presentato ai passeggeri con tutti i prodotti vinicoli italiani più prestigiosi, dal Brunello di Montalcino allo spumante Ferrari. Giulia prese un bicchiere di Berlucchi. Era fresco al punto giusto e fece subito il bis. Una piacevole sensazione di stordimento l’assalì dopo poco, facendola lievitare verso l’alto come se non avesse più peso. L’alcol la rendeva effervescente. Al terzo bicchiere una meravigliosa sensazione s’impadronì di lei. La sua mente cominciò a viaggiare fuori dal corpo trasmettendole una forte eccitazione, il suo corpo invece a reclamare emozioni violente. Immaginò, in un sogno ad occhi aperti, di prendere in bocca il pene dritto di Stefano, di leccarlo e succhiarlo, di fare l’amore con lui, all’ombra di una palma, su qualche spiaggia assolata dei tropici e di godere orgasmi travolgenti.
Si accorse di aver fatto questi pensieri audaci per la prima volta dopo il matrimonio, ma poco le importò. Quando capì di essere bagnata, si convinse che lui era la cosa che in quel momento voleva di più al mondo. Si girò istintivamente a guardarlo. Stefano intercettò nuovamente il suo sguardo, accennando un lieve sorriso, e non ebbe più dubbi sul fatto che lei volesse sedurlo.
Giulia non toccò cibo durante il pranzo. Prese soltanto il caffè finale e il tartufo di cioccolato che l’hostess le offrì.

Erano trascorse circa tre ore di volo e stavano sorvolando la Turchia. Dopo aver comperato una stecca di Marlboro dal duty free di bordo, Giulia guardò la locandina dei film programmati “The Matrix” e “Le parole che non ti ho detto”. The Matrix era quello che la interessava di più perché Keanu Reeves era un attore che fisicamente le piaceva molto.
Si alzò dalla poltrona. Quando fu in piedi, abbassò la gonna verso il ginocchio, toccandosi maliziosamente le cosce. Spostando il peso del corpo su un fianco mostrò il suo sedere sodo a Stefano. Entrò quindi in toilette. Si aggiustò i capelli, ripassò il rossetto e mise un po’ di profumo sul collo.
Ad un tratto, con la velocità del lampo, un’idea le attraversò la mente. Alzò la gonna sui fianchi e sfilò le mutandine nere; le annusò: profumavano della sua intimità. Le nascose nella manica destra del maglioncino ed uscì dal bagno, più bella e desiderabile che mai, suscitando l’ammirazione composta dei passeggeri giapponesi della prima fila. Rimase in piedi nei pressi della sua poltrona. Giorgio alzò lo sguardo dalle sue riviste per lanciarle solo una rapida occhiata, prima di rimettersi a leggere l’articolo che lo interessava.
Giulia notò che Stefano stava fumando una sigaretta sulla poltrona vicina al finestrino, mentre osservava il panorama che scorreva sotto i suoi occhi.

Gli assistenti di volo iniziarono ad abbassare le tapparelle dei finestrini, oscurando l’ambiente così che fosse possibile vedere i film annunciati. Spensero quindi le luci del galley e del soffitto: l’oscurità a quel punto fu quasi totale. Dopo aver azionato il proiettore abbandonarono la Top Class per andare a prestare servizio nelle classi sottostanti.
Giulia camminò ancora per qualche istante su e giù per il corridoio. Giunta all’altezza di Stefano, lasciò cadere le mutandine sulla poltrona vuota. Sedette quindi su quella di fianco, dall’altro lato del corridoio, facendo sì che la gonna corta lasciasse generosamente scoperte le sue gambe. Poi si mise a fumare.
Quando vide Giulia seduta alla sua altezza, fu ben felice di accorciare la distanza che lo separava da lei riprendendo il suo posto originario.

Il film non riuscì ad attirare l’attenzione di Stefano. Le immagini continuavano a scorrergli davanti agli occhi senza che riuscissero ad avere un senso per lui. Lei era lì vicina, bellissima e disponibile e lui non riusciva a concentrarsi. Si alzò per andare in bagno. Vide che Giorgio dormiva e ne sentiva anche il lieve russare. I quattro giapponesi, strapazzati dal fuso europeo, con le mascherine sugli occhi dormivano pesantemente. Gli assistenti di volo almeno per un po’ non si sarebbero fatti vivi e la situazione ora era più che favorevole per realizzare il sogno che la sua fantasia da tempo aveva architettato. Occorreva soltanto trovare un futile pretesto per agganciare lei.
Ritornò al suo posto. Cercò a tastoni le due parti della cintura di sicurezza dietro alla sua schiena, ma si ritrovò le mutandine in mano. Ancora abbagliato dalla luce della toilette, le osservò con stupore, stentando a credere ai propri occhi. Volse istintivamente lo sguardo verso Giulia che con astuzia fingeva di guardare altrove. Di chi altri potevano essere se non sue? Dopo averle messe in tasca, sporgendosi nel corridoio, avvicinò la testa a quella di lei dicendo sottovoce: “Vieni vicina a me”.
Lei lo assecondò senza esitazione andando ad occupare la poltrona lato finestrino. Si unirono in un bacio appassionato e stordente. Poi, guardandosi negli occhi, parlarono tra loro a voce bassa.
“Sei stupenda” disse Stefano.
“Così dice più di qualcuno. ”
“Non avrei mai creduto che potesse avvenire una cosa simile. ”
“Neanche io”.
“Mi chiamo Stefano e tu? ”
“Giulia. ”
“Giulia, sei la donna più bella che abbia mai visto. ”
“Addirittura”. Hai visto poche donne allora. ”
“Al contrario. Per il lavoro che faccio, ne ho conosciute tante e tutte bellissime. Ma nessuna è bella come te”.
“Che lavoro fai? ”
“Sono fotografo di moda”.
“Vuoi dire che fotografi donne nude? ”
“Anche”.
“Beh allora potresti fotografare anche me”.
“L’ho pensato fin da quando ti ho visto”.
“E dove lo facciamo questo servizio fotografico?
“Sulla spiaggia di Malindi, in Kenia ti andrebbe bene? ”
“Quando andiamo? ”
“Quando vuoi tu”.
“Subito. Ho tanta voglia di stare sola con te”.
“Anch’io”.
“Toccami, Stefano”.
Stefano dopo aver tolto il poggiamano che univa le due poltrone, la tirò verso di sé. Mise le mani sul suo seno caldo, morbido e tanto desiderato e sulle natiche che palpeggiò a lungo. La baciò nuovamente in un crescendo di passione. Le succhiò delicatamente il collo, mordendole di tanto in tanto i lobi delle orecchie. Giulia provò un’incredibile sensazione di piacere. Abbassò la zip dei calzoni e prese in mano, come un trofeo, il pene gonfio e duro di Stefano. Scivolò sulla poltrona portandosi all’altezza del suo pube e cominciò a succhiarlo, inebetita dall’ondata di piacere che, come una montagna, la stava schiacciando. Di tanto in tanto si soffermava con la punta della lingua sul buchino del glande. Stefano, sempre più eccitato, le mise una mano fra le cosce cercando la vulva bagnata. Le infilò un dito nella vagina; poi risalì verso la clitoride, facendo sussultare Giulia. La masturbò strappandole gridolini di piacere.
Stefano dopo lo stordimento iniziale, stava con tutti i sensi allertati. Nel caso fossero stati scoperti, la situazione sarebbe potuta divenire incresciosa e dal paradiso sarebbe precipitato direttamente all’inferno.
Giulia, con la schiena contro l’oblò, nella posizione più adatta per essere masturbata, era completamente assorbita dal suo piacere ed assolutamente incosciente di quanto accadeva intorno. Aspettava solo che le mani di Stefano terminassero il lavoro iniziato per arrivare all’orgasmo. Stefano godeva nel sentire le reazioni del corpo di Giulia al movimento delle sue mani. Con la mano sinistra le toccava i seni, le labbra carnose, il monte di Venere senza mai arrestare, neppure per un attimo, l’azione della mano destra.
D’un tratto però un rumore di passi lo fece trasalire. Qualcuno stava salendo dalla scala a chiocciola che portava in upper deck. Cercò di allontanarla da sé, ma lei come in trance, non voleva saperne. Con entrambe le mani afferrò quella di Stefano per impedire che si staccasse da lei.
Stefano fu colto dal panico quando vide lo steward spuntare dagli ultimi gradini delle scale. Vincendo la resistenza di Giulia, riuscì ad afferrare la coperta che si trovava sul ripiano del vano portaoggetti e a coprire lei che, con la gonna completamente alzata in vita, mostrava tutta la sua nudità. Rimasero così immobili sperando che l’oscurità li celasse agli occhi e all’attenzione dello steward. Questi attraversò tutto il corridoio ed entrò nel galley senza dare l’impressione di aver notato nulla. Poi, così come era venuto, se ne andò. Stefano rimase incerto sul da farsi per qualche istante, ma l’arrivo dell’assistente di volo fu come una doccia gelata.
“Siamo in una stanza dalle pareti di vetro dove tutti possono vederci. Non possiamo continuare. ”
“Perché no? ”
“È troppo pericoloso. Dove sei diretta? ”
“A Sydney. E tu? ”
“A Singapore”
“Quando ritornerai a casa? ”
“Il 31 marzo”
“Peccato”
“Già, peccato”
“Ma il volo è ancora lungo”.
“Sì lo so però…”
“Però? ”
“Ma non capisci le difficoltà che ci sono? Se tuo marito si sveglia o se qualcuno dell’equipaggio se ne accorge…”
“Beh, pazienza mio marito… ma dell’equipaggio non me ne importa nulla.

Giulia, arrivata sull’orlo dell’orgasmo, aveva rinunciato malvolentieri a quel piacere annunciato. Il suo sesso fortemente eccitato reclamava soddisfazione. Sentiva la clitoride gonfia e pulsante e un senso di profonda privazione tormentarla.
Lo stordimento comunque con lo scorrere dei minuti passò. La pressione scese a livelli più tollerabili e la ragionevolezza ritornò nella sua mente, convincendola che la situazione, se non proprio pericolosa, poteva risultare scabrosa. Si ricompose in toilette. Andò poi al carrello delle bevande, lasciato nello spazio antistante la prima fila di poltrone, e prese un altro bicchiere di Berlucchi; ritornò quindi al suo posto per fumare.
Cinque ore di volo erano trascorse e stavano finendo di sorvolare l’Iran. Erano ormai a ridosso del Pakistan.
Giorgio si risvegliò. Giulia da dietro lo osservò mentre richiamava lo schienale in posizione verticale. Vide suo marito passarsi le mani su entrambi i lati della testa come per ricomporre la capigliatura di una volta e il suo sguardo sorpreso nel vedere vuota la poltrona accanto. Quando girandosi la scorse dietro di sé, lei gli sorrise. Giorgio rispose sorridendo, poi mise la cuffia sulle orecchie per guardare il film che aveva superato metà della sua durata.

Giulia e Stefano, ormai complici, si guardarono più volte con gli occhi carichi di desiderio. Giulia consultava sempre più nervosamente l’orologio. Le sembrava che il tempo scorresse veloce e tiranno, rubandole quella gioia che voleva avere per sé. In realtà erano arrivati soltanto a metà del viaggio quando le coste dell’India si affacciarono all’orizzonte. Il pene di Stefano era sempre lì, non molto lontano, dritto e soffocato dagli slip, senza che lei potesse fare nulla.
L’hostess ritornò in Top Class. Sostituì la pizza e inserì quella del film di Kevin Kostner, cercando di fare meno rumore possibile, poi si allontanò nuovamente.
Giorgio era ben intenzionato a guardare il film, i cui titoli di testa stavano scorrendo sullo schermo. Pensarono allora che l’ultimo ostacolo era anche il più imponente da superare e si convinsero entrambi con grande rammarico che non c’era più niente da fare. Finito il film ci sarebbe stato un altro pasto, tutte le luci si sarebbero riaccese e i loro sogni definitivamente sepolti.
Ironia della sorte, fuori stava facendo buio. La notte precoce dell’oriente veniva loro incontro, rendendo assoluta l’oscurità nella cabina.

Volavano da più di sette ore ed erano ormai al centro dell’Oceano Indiano. I quattro giapponesi ancora dormivano imperturbabili. Il secondo film stava volgendo al termine e Giorgio continuava a seguirne con attenzione le vicende. Mancava poco al servizio del pasto secondario. Stefano con tutta la fantasia di cui era in possesso, percorse mentalmente tutto il Jumbo nel tentativo di trovare un posto giusto per loro, ma per quanti sforzi di fantasia facesse, nessuno era adatto allo scopo tranne il galley che era dietro di lui.
Avevano ormai rinunciato a sperare, quando l’interfono di bordo gracchiò. Era il comandante che con voce preoccupata chiedeva l’intervento di un medico perché un passeggero di turistica aveva accusato un malore. Giorgio all’annuncio si alzò dalla sua poltrona e scese veloce dalla scala a chiocciola della Top Class.
Il dottore si presentò al primo assistente di volo che incontrò e questi lo condusse al centro dell’aereo in classe turistica, facendosi largo tra il gruppo di passeggeri formatosi intorno ad un anziano signore dal colore paonazzo che urlava dal dolore.

“Se saprai riempire il minuto che non perdona
coprendo una distanza che valga i sessanta secondi,
tuo sarà il mondo e tutto ciò che contiene…”
Questo passo del “Se” di Kipling illuminò la mente di Stefano. Guardò Giulia e decise di riempire il suo minuto realizzando una follia irripetibile. La prese per una mano e la condusse nel galley che si trovava dietro di essi. Lucido e determinato abbassò lo strapuntino a due posti, che si trovava all’interno dell’ambiente non molto spazioso, e la aiutò ad adagiarvisi sopra in posizione supina. Un’eccitazione più forte colpì allora Giulia come un colpo di frusta. Lei tirò su la gonna stretta e mise a nudo il suo sesso umido e fremente; era un esplicito invito a Stefano perché vi affondasse la bocca strappandole tutto il piacere possibile. Lui accostò con decisione le labbra alla vulva. La leccò avidamente, la succhiò ed infine si insinuò dentro la sua fessura, spingendo la lingua quanto più poteva nel profondo. Poi stimolò la clitoride, impregnando il suo viso degli umori sprigionati dal sesso completamente aperto. Presa dalla bramosia, Giulia alzò il maglioncino e offrì i suoi seni alla vista e al tatto di Stefano. Lui palpò le mammelle morbide regalandosi un piacere tutto particolare con lo strizzarle i capezzoli. Come ultimo atto finale, si dedicò all’eccitazione della clitoride con tutte le dita della mano destra.
Giulia gli accarezzò con dolcezza e gratitudine il viso ed i capelli, scesi verso di lei, quando si accorse di essere posseduta da un piacere invadente. In quel momento così particolare le ritornò in mente il verso di Neruda
“…e perché nessuno mi conobbe come una, una sola delle tue mani”.
Lei si irrigidiva o si rilassava a seconda delle ondate di piacere che andavano e venivano con un’intensità a volte fastidiosa. Avrebbe voluto sottrarsi a quelle mani infaticabili per trovare un po’ di sollievo, ma né voleva, né poteva farlo. Cadde così, sconvolta ed estasiata, in una spirale di progressivo annebbiamento senza più opporre resistenza. Quando l’orgasmo arrivò, si dimenò come la coda spezzata di una lucertola.
Passò qualche istante e Stefano aiutò la sua amante a rialzarsi. Dopo averla sollevata per la vita, la fece sedere sul piano di lavoro del galley. Per agevolarne la posizione scomoda, pose sotto i piedi di Giulia due cassonetti – i contenitori di plastica dei galley – avendo cura che le sue gambe fossero ben divaricate. Si aprì i pantaloni liberando dagli slip il pene, che non più soffocato, si drizzò verso l’alto per la piena erezione. Lo introdusse nel sesso umido di Giulia con un deciso movimento del bacino e con il glande apprezzò, dopo tanta attesa, il dolce calore della vagina. Pensò in quell’attimo al poeta turco Hikmet e ai suoi versi…
“…entro nei tuoi occhi come in un bosco pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne. ”
Cominciò a sbatterla con impeto. La baciò cercando ancora la sua lingua, le palpò stavolta con entrambe le mani i seni e la prese saldamente per i fianchi, quando vollero dar sfogo ai loro sensi, aumentando progressivamente la frequenza dei suoi colpi.
Il respiro di Giulia divenne affannoso allorché l’orgasmo arrivò con la forza di una valanga. Dalla vagina il piacere si diramò per tutto il corpo, correndole nelle vene con l’intensità di una scarica elettrica. Conficcò le unghie aguzze nella schiena di Stefano, procurandogli dolore, mentre il movimento convulso del suo corpo andava man mano spegnendosi. Stefano raggiunse l’orgasmo sulla sua scia e le esplose dentro con abbondanti getti di sperma, facendo fatica a sostenersi sulle gambe. Rimasero avvinghiati l’un l’altro, senza parlare, per qualche breve istante. Si guardarono negli occhi soddisfatti ed increduli si scambiarono un ultimo bacio.
Dopo essersi ricomposti come meglio furono in grado di fare, ritornarono affaticati e confusi in cabina passeggeri. Giulia andò direttamente in toilette.

Più tardi qualcuno risalì le scale. Era Giorgio. Portò rassicuranti notizie. Il passeggero, che aveva avuto un infarto, stava discretamente bene. Dopo il suo intervento aveva ripreso conoscenza e tutto, a meno di spiacevoli imprevisti, poteva considerarsi concluso per il meglio. Nel General Hospital di Nassim Hill, a Singapore, era stato predisposto il necessario per il suo ricovero.
Giulia baciò suo marito, fiera di lui e della sua capacità professionale. La magia, che l’uomo di medicina sprigiona nei momenti cruciali, esercitava sempre un forte fascino su di lei.

Quando gli assistenti di volo, dopo lo spuntino serale, riposero tutto il materiale d’uso, compresi i due cassonetti trovati (stranamente per l’hostess, ma non per lo steward) fuori posto, l’aereo stava sorvolando l’isola di Sumatra e mancava ormai meno di un’ora all’atterraggio.
Giulia estrasse il Corriere della Sera dalla tasca della poltrona di fronte a lei, vi annotò il numero del suo cellulare e lo fece scivolare a terra dietro di sé. Stefano, prima dell’atterraggio, lo recuperò ricopiando nel suo taccuino il numero telefonico.
Lei si voltò a guardarlo e con le labbra mimò un bacio. Stefano le rispose con un analogo movimento.
Mentre atterravano sulla pista di Changi, il modernissimo aeroporto di Singapore, pensò che forse quell’avventura poteva avere un seguito. La luce fioca del giorno nascente lasciava intravedere le sagome di centinaia di navi che, come in un raduno festoso, affollavano l’acqua appena increspata di Serangoon Harbour. Strinse nella tasca dei pantaloni con la mano destra le mutandine umide di Giulia e sospirando disse fra sé Majulah Singapura (prosperità per Singapore). FINE

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I racconti erotici sono la mia passione. A volte, di sera, quando fuoi non sento rumori provenire dalla strada, guardo qualche persona passare e immagino la loro storia. La possibile situazione erotica che potranno vivere…

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