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L’albergo in campagna

Quella sera non avevo trovato nebbia in autostrada. Per arrivare all’albergo indicatomi, ho avuto alcune difficoltà, sia per la ridotta segnaletica, sia per la posizione dell’albergo, posto sulla collina, decisamente fuori dal centro abitato. In qualche modo, comunque, lo raggiunsi: non ostante il buio, vidi che l’ingresso era posto su di un lato, con un giardino abbastanza ampio. La camera prenotata era al primo piano e mi ci si recai subito, anche per il fatto che era troppo tardi per il ristorante. Feci una doccia, presi una birra dal frigobar, accesi la televisione, ma mi addormentai quasi subito. Nel corso della notte mi svegliai più volte, senza motivo, e mi riappisolavo senza accorgermene. Al mattino, avevo una grande sensazione di stanchezza, non mi sentivo affatto riposato. Scesi per la colazione, che non presentava moltissime scelte. Risalii in camera per sistemare le mie cose, prima di lasciare l’albergo. Aprii del tutto le imposte della finestra: Eravamo in una zona collinare, non edificata, davanti, di là del parcheggio dell’albergo, vi era una casa colonia, con una stalla e un recinto dentro cui pascolavano alcuni cavalli. Lasciai la finestra spalancata e ripresi alla sistemazione della borsa. Chiusa la borsa, casualmente mi avvicinai alla finestra. Nel recinto vi era una ragazza intenta a strigliare i cavalli. Indossava una camicia colorata, dei jeans, ai piedi un paio di stivali di gomma. I capelli erano castani e tagliati corti, ma non cortissimi. I suoi movimenti mettevano in evidenza un seno solido e deciso, sotto la camicia. Quando passò a strigliare lo stallone, questo nitrì e si agitò; il suo pene penzolante prese ad agitarsi, irrigidendosi e prorompendo leggermente in avanti, lasciando che una parte fuoriuscisse dalla guaina del prepuzio, che cominciava a tendersi.
La cosa mi incuriosii al punto di indurmi ad osservare con maggior attenzione. La ragazza accarezzò lo stallone sul muso e sulla schiena, ma quando posò la mano sulla schiena il cavallo reagì più decisamente. Lei si guardò attorno, si girò soprattutto verso il parcheggio, poi, ritenendo di essere del tutto sola, furtivamente passò una mano sul pene del cavallo. Lo prese e lo guidò verso l’interno della stalla, fermandosi dietro a delle balle di paglia, da cui non avrebbe potuto essere vista dal parcheggio. Tuttavia la posizione della finestra era tale che rimaneva visibile. Accarezzava con delicatezza il cavallo sul muso e sulla schiena, quasi per calmarlo. Quando si ritenne in posizione sufficientemente discreta, con la mano dalla schiena scese, lungo i fianchi, fino alla pancia del cavallo, prendendogli il pene in mano e iniziando un movimento lungo l’asta. Il cavallo sbuffava e sembrava ricavare piacere da quelle attenzioni. Notai che con l’altra mano si stava slacciando la camicia e i seni della ragazza apparirono liberi, mantenendo quelle promesse di durezza e consistenza che prima lasciavano solo intuire. Si inchinò fino a portare la propria testa all’altezza del pene, che con la mano dirigeva verso l’esterno, verso di sè. Lo prese in bocca, anzi tentò di prenderlo in bocca in quanto oramai aveva assunto tutta la sua consistenza naturale e le dimensioni del cazzo del cavallo superavano la possibilità di venire preso in bocca dalla ragazza. Comunque, lei lo stava succhiando e muoveva la sua lingua attorno a quel cazzo, insalivandolo il più possibile. All’improvviso, smise di tentare con la bocca e si rialzò. Continuando a muovere lentamente la mano attorno al pene del cavallo, con l’altra fece in modo di slacciarsi i jeans, sospingendoli verso il basso e si abbassò gli slip.
Abbandonò il pene del cavallo solo per togliersi gli stivali di gomma e sfilarsi del tutto i jeans e gli slip, rimanendo con la sola camicia totalmente aperta sul davanti. Aveva un bel culo e la figa coperta da folta peluria nera, o castano scuro. Liberatasi degli indumenti, velocemente riprese il cazzo del cavallo con la mano, di nuovo muovendosi lungo l’asta. Quindi, infilò una gamba sotto al cavallo, portando la punta del cazzo verso la figa dove l’appoggiò, muovendola con la mano sui peli. Il cavallo sembrava assecondarla. La cosa durò abbastanza e la ragazza era visibilmente agitata e coinvolta. Smise questa operazione, si tolse da sotto il cavallo per riporvicisi subito, ma girandosi e alzando il bacino verso il pene del cavallo. Con la mano si stava guidando il cazzo del cavallo verso la figa, la vidi che muoveva il culo per assumere la posizione migliore, colsi che il cavallo spingeva. Ad un certo punto, alzò la testa, quasi spingendola all’indietro: evidentemente, la punta del cazzo del cavallo era penetrata in quella figa. La ragazza spingeva il culo all’indietro, si dimenava, si muoveva, anche se il cazzo non era tutto dentro, evidentemente lo era al massimo di quanto la figa della ragazza potesse ricevere. Il cavallo sbuffava, scalpitava, reagiva. Nitrì, la ragazza si irrigidì, si distese, spinse ancora il culo all’indietro per aderire a quel cazzo. Notai come lungo le gambe colasse lo sperma del cavallo, ricco ed abbondante. Quando la ragazza decise di sfilarsi il cazzo dello stallone dal culo, notai che continuava a colare lo sperma, con un flusso denso e colloso. La ragazza si girò e riprese con la bocca a dedicare le sue attenzioni a quel pene. Non ero rimasto indifferente alla scena, la mia mano aveva più volte accarezzato il mio pene, ero quasi arrivato a masturbarmi. Il cavallo si stava quietando. La ragazza riabbottonò la camicia, infilò gli slip, i jeans e gli stivali e lo riportò nel recinto. Era rossa in viso, accaldata. Casualmente, il suo sguardo si incrociò con il mio, forse mi vide, forse no, forse intuì che l’avevo vista, forse neppure questo. Scesi, lasciai le chiavi al portiere, portai la mia borsa nella macchina. Salendo, notai come la ragazza mi guardasse. La salutai con un cenno della mano. Salii in macchina, avviai il motore e mi apprestai a lasciare l’albergo. Avevo in mente un casso di cose, e avevo una voglia tremenda. Quando mi trovai con la macchina all’altezza del recinto dei cavalli, fermai e scesi.
“Scusi, mi sa indicare come raggiungere …. “, le chiesi. Lei mi guardò, sorrise. Il suo sguardo appariva come velato. Dapprima mi indicò la direzione con un gesto della mano, poi, quasi pentendosene, si avvicinò allo steccato. Mi indicò la strada, con una voce impastata, tesa. Ai bordi delle labbra si vedeva un velo trasparente in fase di disseccamento. Osai. “La ringrazio, le offrirei un caffè se qui ci fosse un bar … ” lasciando volutamente in sospeso la frase. La vidi sussultare e rimanere, per un po’, soprappensiero. Poi, sorridendo con uno sguardo tra il complice e l’indifferente, sempre però velato, disse: “Si figuri … anzi glielo offro io. Entri da quella parte … “, disse indicandomi l’accesso. Fin tanto chè spostavo la macchina verso l’ingresso, lei raggiunse il cancello e l’aprì, chiudendolo non appena fui entrato. Mi raggiunse, guidandomi verso l’interno della casa. Entrammo in una cucina, prese una caffettiera e la preparò, in silenzio. Una volta acceso il gas, si voltò e: “Ma non l’ho nemmeno fatta sedere … ” finse di scusarsi. Si avvicinò a me, indicandomi un ampio divano, abbastanza vecchio, su cui era distesa una coperta a scacchi. Mi sedetti. Rimase in piedi davanti a me, senza parlare, guardandomi diritta negli occhi.
Mi stavo rendendo conto della stranezza della situazione, quasi in imbarazzo. “Perchè voleva offrimi il caffè? “, chiese interrompendo il silenzio. Non risposi subito. Ma azzardai “Sa mi piacciono i cavalli e … penso anche a lei … ” “Si, mi piacciono … molto … e … spesso”. Aggiunse: “Ha dormito all’albergo questa notte? ” “Si” “Ah … ” Ritornò il silenzio. Lei era ancora in piedi davanti a me. Improvvisamente, vidi che prendeva la camicia e la sollevava per farla fuoriuscire dai jeans, lasciandone ricadere i bordi all’esterno. Mi alzai, diritto avanti a lei. Presi l’abbottonatura della camicia e iniziai a slacciarle il primo bottone in basso. Lasciò fare. Proseguii, lentamente, un bottone alla volta, dal basso verso l’alto, lasciando perdere l’ultimo bottone, all’altezza del seno. Il caffè cominciò a gorgogliare. Si staccò da me, per chiudere il gas. Prese delle tazzine e dello zucchero, che posò sul tavolo della cucina. Non so come avesse fatto, ma in quell’intermezzo aveva slacciato anche l’ultimo bottone o, forse, si era slacciato da solo, e i bordi della camicia cadevano verticalmente dal collo, lasciando bene in vista le due metà centrali dei seni, pur continuando a coprire i capezzoli. Mi chiese quanto zucchero gradissi, lo versò e prese a mescolarlo, piegandosi in avanti verso il tavolo: Sembrava voler mettere in evidenza la bellezza e la consistenza di quei seni, quasi esibendoli. Fece per porgermi la tazzina, ma mi alzai, anticipandola. Prendemmo il caffè, seduti l’uno di fronte all’altra. Quando poggiò la tazzina, sfilò gli stivali e, a piedi nudi, si alzò e venne verso di me. Mi prese per la mano, guidandomi in un’altra stanza, che si rivelò essere una camera da letto, al centro della quale vi era un grande letto matrimoniale sfatto. In prossimità del letto, si girò, lasciò la mia mano e prese a slacciarsi i jeans, facendoli quindi scendere lungo le gambe.
“Voglio … spogliarti io … “, affermò. Si tolse anche gli slip, passandoseli sul volto, annusandoli ed ostentando questo gesto. Tenendo la camicia aperta addosso, mi si avvicinò, iniziando a spogliarmi dalla giacca, poi la cravatta, quindi la camicia, lentamente. Quando ebbe aperti tutti i bottoni della camicia, la sollevò con forza in modo da farla fuoriuscire dai pantaloni. Si inginocchiò e aprì la cintura, poi il bottone superiore, poi, sempre più lentamente, abbassò la zip. Portò le sue mani sulle mie natiche e fece in modo che i pantaloni scendessero lungo le mie cosce. Passò una mano sui miei slip: “… oh … senti come è già duro … “, mormorò. Vi passò sopra con la mano aperta, massaggiandolo teneramente. Poi completò l’opera sui pantaloni, togliendomeli del tutto, lasciandoli sul pavimento. Si alzò, mi tolse la camicia, avvicinandosi al mio viso: la sua lingua si posò sulle mie labbra, vi si infilò appassionatamente. Ricambiai con avidità, come la sentivo altrettanto avida. Con le mani mi percorreva la schiena, le sue unghie facevano sentire la loro consistenza, il mio cazzo, ancora prigioniero degli slip, si ergeva e premeva contro la sua fica. L’abbracciai a mia volta, la liberai della camicia, cercando di toccarle i seni, verso i capezzoli induriti. All’improvviso, si divincolò da quel bacio e da quella stretta. Sedette sul grande letto matrimoniale, protese le mani verso di me. Riprese delicatamente a massaggiare gli slip, poi, decisa, li abbassò. Il mio cazzo si eresse, teso in avanti. Lo prese con la bocca, iniziando a leccarlo con cura ed interesse.
Solo dopo un po’, fece in modo che gli slip scendessero sulle caviglie, in modo che me ne potessi liberare del tutto. Quando fui nudo, calzini a parte, lasciò il mio cazzo con la bocca e si distese all’indietro sul letto. Mi inginocchiai, per leccarle la fica, cosa che lasciò fare per un po’. Quindi, si liberò e, prendendomi per una mano, mi portò sopra al letto, mettendosi in posizione centrale. “Dai, scopami … ” sussurrò. Feci per prendere posizione sopra di lei, che nel frattempo apriva le gambe per facilitarmi. Diressi il mio cazzo verso la sua fica e lei lo guidò con una mano. Sentivo le labbra della fica umide, bagnate, pronte ad accogliere il cazzo. Lo misi dentro, iniziai a muovermi in avanti, poi in dietro, con un movimento ripetuto. Lei sollevava il bacino per facilitarmi, mugugnava, si mordeva le labbra, teneva gli occhi chiusi, facendo apparire una condizione di gioia. Mi chiese di smettere, per cambiare posizione. Si mise carponi, chiedendomi di prenderla da dietro alla pecorina e alzò il suo bel culo verso il mio cazzo.
L’infilai così come voleva, sentivo il suo bacino spingere verso di me. “Adesso, … mettimelo in culo …. ” sembrò sospirare e con una mano prese l’asta del cazzo per condurla fuori dalla sua fica e orientarla verso l’ano. Appoggiai il cazzo sull’ano, che fece una certa resistenza. “Spingi, forte, fammi male … non avere preoccupazione … spingi, … inculami …. dai …. “, lo disse come se volesse il massimo della brutalità. Spinsi, la sentii lasciarsi andare in un breve urlo, spinsi ancora, lei contraccambiò spingendo all’indietro il bacino, il mio cazzo era dentro il suo culo. “… Muoviti, dai …. ” supplicò. Mi muovevo dentro a quel culo, spingevo, ritraevo il cazzo e lo spingevo nuovamente dentro, avanti ed indietro, con l’aiuto di lei. “… Vienimi pure dentro ….. “, disse. Non riuscii a resistere moltissimo, così che venni in una serie di sussulti, agitandomi. Sentivo il mio sperma fuoriuscire a fiotti, a colpi. Lentamente il cazzo prese a perdere di consistenza e mi sfuggì fuori, lasciando una bava di sperma che lo collegava a quel culo. Me lo presi in mano, quasi per una sega, e, con qualche movimento, riuscii a far uscire un altro fiotto di sperma, che si distese in chiazze sulle chiappe di lei. Mi distesi su di un fianco.
Lei mi guardò sorridendo, i suoi occhi sembravano velati. Passò una mano sul mio petto, indugiando con le unghie sui miei capezzoli. Poi si gettò, quasi di slancio, con il viso verso il mio cazzo moscio. Lo prese tra le mani e se lo portò alla bocca. Vedendo che non reagiva immediatamente, con la lingua prese a titillarmi i coglioni, ruotandone i peli, scivolando in mezzo alle palle, poi risalendo alla base dell’asta, insistendo in quel punto, fino a che il mio cazzo cominciò timidamente a reagire. Così facendo, aveva portato il suo bacino all’altezza del mio viso, porgendomi la fica, che presi a leccare con gusto, tanto era umida e piena di umori. In breve, ci trovammo avvinti in un sessantanove fatto sui fianchi. Alzò sopra alla mia testa una coscia per facilitarmi nel leccarla. Mi girai sulla schiena e lei si pose sopra di me, continuando nel sessantanove. Non resistetti e dal leccare la fica, cercai di passare a leccarle l’ano, sentendo che lei muoveva il bacino accondiscendente. Sentivo il sapore del mio sperma attorno all’ano, sentivo che fuoriusciva, colando lentamente, mentre con una mano le pasturgnavo la fica, inserendovi un dito, poi due. Lei insisteva con decisione con la sua bocca attorno al mio cazzo, anche se avevo la sensazione che non avrebbe potuto sborrare oltre. Improvvisamente, smise e mi chiese: “… ti va qualcosa di nuovo …. ? “. Annuii, lei fischiò. Arrivò un cane, stette un attimo sulla porta, poi balzò sul letto. Lo vidi avvicinarsi, con la lingua di fuori, dirigendosi verso la fica di lei e prese a leccarla, quasi scostandomi, come se non ci fossi. Lei lasciò fare, si lasciò leccare la fica dal cane. Quindi, lo allontanò quel tanto che bastava per cambiare la posizione, mettendosi carponi. Il cane, evidentemente non nuovo, si mise dietro di lei, poggiandole le zampe sulla schiena e cercando di penetrarla. Lei, con una mano, gli guidava il pene verso la fica. Vidi che la penetrava e la scopava con colpi continui e la lingua fuori. Mi avvicinai a lei e la bacia nella bocca, cosa che lei ricambiò con passione e foga. Il cane continuava a penetrarla.
“Dai fammelo ciucciare, … mettimelo in bocca …. “. Mi alzai e mi misi in modo da consentirle di prendermi il cazzo con la bocca, quasi in ginocchio avanti di lei. “Adesso, guarda … ” suggerì, allontanandomi. Vidi che con una mano faceva in modo da allontanare il cazzo del cane dalla sua fica, per dirigerlo verso il suo culo. Il cane lasciò fare e poco dopo il suo pene era ben piantato dentro l’ano. “Ce la fai ad infilarti sotto … ? ” chiese. Provai e, riuscendoci, lei orientò il mio cazzo verso la sua fica. In breve, aveva il mio cazzo in fica e quello del cane infilato nel culo. Ci muovevamo dentro di lei e il cane ansimava. Finchè venne e sentii che il cane le stava sborrando nel culo. La cosa mi eccitò moltissimo. Era del tutto nuova per me. Quando tutto fu finito, mi chiese se avessi una sigaretta e rimanemmo per qualche tempo distesi sul letto, l’uno accanto all’altra. Il cane era sceso dal letto e si era disteso sul pavimento. Prima che mi rivestissi, mi indicò la doccia, così che potei lavarmi e sistemarmi. Quando stavo per uscire:
“… se capiti ancora da queste parti … non andare all’albergo. Qui c’è posto e – a volte – non c’è nessuno …. “, disse con aria complice. FINE

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