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Usanze Inglesi

Elfrida si sentiva stordita come chi ha ricevuto un forte colpo in testa. Era tornata a casa prima del previsto e nella più classica delle situazioni aveva trovato Filippo, suo marito, a letto con un’altra donna, che non aveva mai visto prima. Era stata ad un colloquio per un lavoro di segretaria che avrebbe consentito alla giovane coppia di tirare avanti in modo migliore. Prima di uscire Filippo le aveva detto che non si sarebbe recato al lavoro (faceva l’operaio) in quanto si sentiva poco bene, aveva un mal di testa fortissimo, mal di gola e sicuramente qualche linea di febbre. Lei l’aveva coccolato un po’, consolandolo. Lui appariva avvilito. Quando lei era uscita, Filippo le aveva detto:
“In bocca al lupo. ” Elfrida aveva mosso la testa in segno di assenso ed aveva sorriso, quindi era uscita. Il colloquio era previsto per le undici ma alcune candidate non si erano presentate, per cui alle dieci e trenta aveva già finito. Aveva quindi pensato di tornarsene a casa prima, per fare compagnia al suo uomo che se ne stava a letto con la malattia… Infatti l’aveva trovato a letto, però non con l’influenza bensì con un’altra… Appena fatta girare la chiave nella toppa della serratura, aveva udito un certo trambusto.
“Filippo? ” aveva chiamato, dirigendosi verso la camera da letto. La porta era chiusa, rumori.
“Filippo… ” Aveva afferrato la maniglia ed era entrata nella stanza. Le lenzuola erano tutte per terra e Filippo era steso nel letto nudo come un verme. Una donna, l’altra, era nuda anche lei ma si stava rivestendo alla velocità della luce: Elfrida aveva fatto appena in tempo a notare un grappolo nero di capelli ed un paio di seni piccoli ma aguzzi. Era rimasta di sasso a bocca aperta nel vedere la scena. L’altra, anche se sommariamente vestita, l’aveva spinta via dall’entrata ed era fuggita a gambe levate, senza dire una parola; era stata accompagnata dal tonfo della porta di ingresso che si era richiusa alle sue spalle. Filippo si era messo in piedi con le mani tra i capelli.
“Ascolta io… ” Si era avvicinato ma Elfrida lo aveva subito respinto.
“Bastardo! ”
“Cara, io… ” Lo aveva schiaffeggiato come minimo tre volte, non aveva contato ma le tre volte erano certe.
“Sei un figlio di puttana! ” le parole le erano sgorgate spontanee e sincere. Si sentiva umiliata ed offesa, prima che tradita, ed avrebbe voluto ferirlo, trovare gli insulti più feroci, ma quelli che le venivano in mente erano tutti troppo dolci, delicati, insufficienti a ripagare quell’uomo dello smacco che aveva subito.
“Sei un pezzo di merda. ” Infine Filippo le aveva afferrato i polsi di entrambe le braccia. A quel punto Elfrida lo aveva guardato negli occhi e solo in quel momento aveva notato un graffio sulla sua guancia, rosso. Ma non poteva certo provare pietà: lo odiava di un odio che sembrava antico pur essendo recentissimo. Si era divincolata.
“Lasciami, stronzo! ”
“Elfrida, ti chiedo scusa! Calmati. ”
“Pezzo di merda! ” Piangeva, per la rabbia lo sconcerto la delusione che covava in fondo all’animo.
“Elfrida, perdonami. ” Filippo aveva allargato le braccia, come per dire: cosa ti costa?
“Perdonami, è stata una debolezza. Ma io amo te, ti amo Elfrida, ti amo. ” quelle parole, pronunciate oltretutto nell’immediatezza dell’adulterio scoperto in flagrante, suonavano offensivamente bugiarde. Elfrida si era accasciata sedendosi sul letto, il volto tra le mani. La fase di stupito rancore era ormai cessata e rimaneva la dolorosa necessità di prendere delle decisioni.
“Chi è? ”
“Non ha nessuna importanza per me” aveva risposto Filippo.
“Ha qualcosa più di me? ” La domanda serviva a prendere tempo; non era realmente interessata alla risposta, che comunque una volta arrivata l’aveva lasciata esterrefatta.
“è… è più troia” aveva risposto suo marito.
“Cosa ti ha dato più di me? ” anche Filippo si era seduto.
“Il modo è diverso. ”
“Cosa vuoi dire. ”
“Che gode di più mentre lo fa” aveva spiegato lui. Dopo qualche istante, aveva aggiunto:
“Quindi un uomo prova soddisfazione. Ma è solo una questione di divertimento, Elfrida. Non c’è passione, solo divertimento. ” Filippo aveva allungato una mano toccandole un braccio.
“Con te è diverso. Lo so che non puoi perdonarmi subito, ma… ”
“Hai fatto finta di star male, mi hai mentito, mi hai voluto ingannare” aveva detto lei, gelida.
“Hai ragione, non lo farò più. Lo giuro. ”
“Quante altre volte mi hai tradito? ” la domanda era giunta non del tutto inaspettata, tuttavia Filippo non si era preparato in anticipo una risposta.
“Mai. ”
“Mai? ” Elfrida aveva alzato la testa e lo aveva guardato perplessa.
“Certo. ”
“Non ti credo. ” Filippo si era alzato e si era messo a passeggiare nervosamente per la stanza.
“Altre volte” aveva confessato, dopo un po’, sotto il peso dello sguardo indagatore di sua moglie.
“Quante. ”
“Che importanza ha? ” aveva chiesto Filippo.
“Io ho sempre tenuto separati sesso e amore, capisci? ”
“Basta” disse Elfrida. “Adesso vattene. ”
“Ma amore… ”
“Non farti vedere mai più” aveva ribadito. Si era sentita improvvisamente sollevata, desiderosa di liberarsi con una separazione di quel peso che avvertiva in fondo al cuore. Non avevano figli, non ci sarebbero state conseguenze negative per nessuno. Filippo si era ribellato all’idea e dopo un primo momento di incredulità, era come passato al contrattacco.
“La colpa è anche tua” disse asciutto. “Se fossi stata un po’ più intrigante, un po’ più pronta… ”
“Che vuoi dire con pronta” lo aveva interrotto lei. “Che significa. ”
“Più aperta” aveva tentato di spiegare lui. “Non sarei andato in cerca di altre donne. ”
“Sei un porco, un porco e basta. ” Se ne era andato ed Elfrida era rimasta sola in casa. Inevitabilmente la sua mente era andata a rimuginare su quanto era successo, quella maledetta mattina. Le parole di Filippo le bruciavano.
“Più aperta, più intrigante… ” Si alzò ed andò a guardarsi allo specchio. Molto scura di capelli, altezza media, non magrissima ma neanche obesa. Si sarebbe definita quanto meno piacente; non bellissima, certo, ma attraente sì.
“Stronzo! ” pensò. E pensare che la mattina era iniziata con un esplicito approccio sessuale nei suoi confronti, che aveva respinto con decisione. Quando si era recata a parlare per quel posto di segretaria, aveva preso l’autobus sino alla sede della Ditta “Maribor”, per quanto aveva potuto capire un’azienda specializzata nella commercializzazione di oggettistica promozionale. C’erano altre donne più o meno della sua età che attendevano. Al suo turno, era stata introdotta nella stanza di un dirigente dal nome un po’ strano che neanche ricordava perfettamente: Dr. Rotuneo, Peroneo… Qualcosa del genere. L’ufficio era di medie dimensioni, in grado di contenere tranquillamente un’ampia scrivania, dietro la quale era situata una vetrata larga quasi quanto tutta la parete di fondo. Non appena entrata, con fare galante il dirigente si era alzato in piedi ed aveva abbozzato un inchino porgendo la mano. L’aveva invitata a sedere e si era seduto anche lui.
“Signora Elfrida Frenzini” aveva pronunciato leggendo un foglio. “Ha esperienze di lavoro precedenti? ”
“No” aveva risposto Elfrida. Ed aveva aggiunto: “Bisogna pur cominciare in qualche modo. ”
“Giusto” aveva detto il dirigente, che non faceva nulla per celare i suoi sguardi verso le gambe accavallate di Elfrida. Da sotto la gonna sporgeva appena un po’ della parte superiore al ginocchio, ma gli sguardi insistenti sembravano voler invitare a scoprire di più. Imbarazzatissima, Elfrida al contrario si era messa a sedere in modo più composto e con fare naturale si era tirata la gonna più avanti. Gli sguardi dell’uomo si erano allora posati sulla scollatura della camicetta, mentre illustrava le caratteristiche dell’azienda e del lavoro. Elfrida tossicchiando si era allacciata un bottone più in alto sul colletto. Infine il dirigente, dicendo:
“Cerchiamo una persona di grande affidabilità, disposta anche al sacrificio, se necessario”, si era alzato e le si era messo alle spalle.
“… una persona” stava spiegando “che sappia capire al volo le situazioni”, aveva avvertito le mani sulle spalle, amichevoli anche troppo. Tendenti a slittare verso il seno.
“La candidata perfetta per questo lavoro” stava dicendo il dirigente, massaggiandole le spalle, “per farsi preferire alle altre candidate deve avere doti di grande, grande comunicativa. La prescelta dovrà lavorare a mio stretto contatto. ” Elfrida si era alzata in piedi di scatto.
“Credo che questo lavoro non faccia per me” aveva concluso.
“Peccato” aveva commentato il dirigente, tornando dietro la scrivania e rimettendosi a sedere. “Mi era sembrato che lei potesse avere le doti, le doti giuste. ”
“Non credo. ”
“Se ci ripensa, mi telefoni. Ma al massimo domani. ”
“Non… ”
“Mai dire mai! ” aveva troncato il dirigente, sorridendo. “Buongiorno. ” Era un bell’uomo, non c’erano dubbi, ma lei dignitosamente se ne era andata pensando a Filippo malato, desiderosa di tornare a casa. Stronza, anche lei! adesso era rimasta sola, e lo sarebbe rimasta sino in fondo in quanto non aveva nessuna intenzione di rimettersi insieme a suo marito. Certo, la situazione era tutt’altro che allegra. L’unico stipendio in casa lo portava Filippo e lei, con il mutuo della casa da pagare, intestato a suo nome, avrebbe avuto tanto bisogno di quel posto da segretaria. Di estrema fiducia.
“Più intrigante, più… ” Vaffanculo!
Corse al telefono. Sotto l’apparecchio c’era ancora il ritaglio di giornale con l’annuncio della “Maribor”. Compose freneticamente il numero.
“Maribor, pronto” rispose una voce di donna, nasale.
“Sono la signora Frenzini” disse Elfrida. “Ho sostenuto oggi un colloquio. Dovevo dare una risposta. ”
“Con chi ha parlato? ” cazzo, il nome lo ricordava vagamente.
“Dottor Rotoneo” buttò là.
“Rotoneo, dice? Qui non c’è nessun Rotoneo. ” Aiutami, stronza! , pensò Elfrida.
“Romeo, un qualcosa del genere” disse.
“Abbiamo il dottor Perrone” fece finalmente la centralinista.
“Lui” confermò Elfrida, non essendone in realtà certa. Si udirono alcuni rumori.
“Pronto. ” La voce sembrava quella del dirigente con cui aveva parlato.
“Sono Elfrida Frenzini, sono venuta questa mattina. ”
“Ah, mai dire mai! … ” Esclamò il dirigente. Elfrida sospirò sollevata. Era quindi la persona giusta.
“Senta dottore” disse, “avrei effettivamente bisogno di quel posto di lavoro. ”
“Mia cara, per il bisogno, mi creda, sono molto sensibile. Ma debbo sincerarmi delle motivazioni. Ci sono molte altre ottime candidate. ”
“La mia motivazione è ai massimi livelli, glielo assicuro” parlò decisa.
“Venga al mio ufficio questa sera” disse Perrone, “dopo le diciotto. Vedrò cosa posso fare per lei. ” A quell’ora, pensò Elfrida, gli uffici erano normalmente chiusi.
“Dopo le diciotto, va bene” confermò.
“La aspetto. ”
“Ci sarò. ” Era decisa. Come aveva detto Filippo? “Più aperta, più intrigante… ” Bene, l’avrebbe preso in parola. Dopo pochi istanti il telefono squillò di nuovo. Ancora Perrone?
“Pronto. ”
“Elfrida. ” La voce era quella di Filippo. “Senti, io… ” Elfrida chiuse immediatamente la comunicazione e si accese una sigaretta. Il telefono squillò di nuovo, per cui staccò la spina. Non aveva alcuna intenzione di parlare con Filippo. Lo avrebbe cancellato poco per volta dalla mente, di questo ne era certa. Lo avrebbe ucciso eliminandolo dai propri pensieri, dal proprio mondo. Stronzo! , pensò furente e sentì l’ira di nuovo salirle dentro ed avvamparle le guance. Calma, si disse, stai calma. Non farti rovinare la vita così. Dagli pan per focaccia e ti sentirai subito meglio. Pensa a te, hai bisogno di quel lavoro. Quel Perrone sarà uno stronzo anche lui, ma non lo devi mica sposare, tu devi pagarti il mutuo per la casa. Devi vivere. Certo, non era il massimo. Uno squallido ricattuccio a sfondo sessuale che prospettava una misera vita da amante in cambio di un povero stipendio. Decise che non doveva pensarci. Avrebbe vissuto alla giornata. Avrebbe valutato serenamente la portata degli approcci di Perrone. Se non avesse voluto stare al gioco, si sarebbe potuta licenziare in tronco in qualsiasi momento. Si piazzò sotto la doccia e si lavò meticolosamente, un po’ per necessità di sentirsi pulita ma anche per tenere la mente occupata.
Alle diciotto in punto scese dall’autobus proprio di fronte all’edificio della Maribor. La porta di ingresso sembrava chiusa ma, avvicinandosi, venne notata da una signora che stava svolgendo delle pulizie. “Desidera? ”
“Il dottor Perrone” rispose Elfrida. “Ho un appuntamento. ” La donna delle pulizie si scansò invitandola ad entrare e le indicò un ascensore: “Terzo piano. ”
“Grazie. ” In realtà era stata lì quella mattina stessa, sapeva dove andare. Perrone la stava aspettando. “Ah! Benvenuta, Elfrida. No, non ti sedere, usciamo subito. ” Perrone prese alcune carte da sopra la sua scrivania e le mise alla rinfusa dentro una ventiquattrore. Poi squadrò la donna con fare critico. “Ci tieni a questo posto? ”
“Molto” rispose, con fare deciso. “Certo, se potessi sapere almeno quanto è lo stipendio… ”
“Lo stipendio deve essere l’ultimo dei tuoi pensieri” la interruppe Perrone. Però riferì una cifra mensile che ad Elfrida parve molto, molto buona.
“Bè… ” Si sorprese a dire, “mi sembra davvero… Io non pensavo… ”
“Non pensare” troncò lui. “Questo è un ottimo posto di lavoro, Elfrida. Per una segretaria agli inizi, si intende. Però ci sono delle regole da rispettare, importantissime. Ne parleremo a cena. ” Uscirono chiacchierando amabilmente del più e del meno. Perrone la invitò a salire sulla sua auto, una Porsche nera, quindi si mise alla guida e partì sgommando. Poi si fece serio e si rivolse alla sua interlocutrice con queste parole: “Regola numero uno. Io ti darò del tu, ma tu mi dovrai dare sempre del lei. Sempre. Sottolineo sempre. ” Aveva fatto un gesto con la mano per rimarcare il concetto. “Chiaro? ”
“Non c’è nessun problema” aveva risposto.
“Numero due. Non puoi vestirti così. Devi indossare abiti provocanti. Gonne con spacchi, scollature, minigonne, eccetera eccetera. Capito? ”
“Però” osservò Elfrida, “devo fare la segretaria, non… Come dire. ” Ma non proseguì.
“Fidati di me” disse lui, tranquillo. “Fidati, piano piano capirai. Oh, ma siamo arrivati! ” Perrone parcheggiò l’auto, uscì per primo quindi le aprì la portiera. Di nuovo commentò il vestito: “Ricordati, così non va. Il contratto aziendale prevede uno stipendio extra il primo mese proprio per acquistare vestiario di qualità. ”
“Mi invita a nozze, dottore” commentò Elfrida.
“Di qualità, però sexy” aggiunse lui.
“Certo” annuì. Osservò l’insegna luminosa: “Il Cigno Nero”, uno dei ristoranti più lussuosi della città. Sedettero ad un tavolino appartato. L’atmosfera all’interno del locale era calda ed accogliente. Perrone versò un po’ di vino nel bicchiere della donna. “Non guardarti intorno” le disse, “ma sappi che sei sotto esame. ”
“Sotto esame? ”
“C’è qualcuno, in un altro tavolo, che è molto importante alla Maribor, molto più importante di me. Ma non te ne preoccupare, non dovrai mai conoscerlo, almeno credo. Ma lui ti sta osservando e ti sta valutando. ” Non potendo guardarsi intorno, Elfrida rimase rigida a guardare di fronte a sé. Le venne quasi da ridere.
“Dottor Perrone” disse, “è tutto così strano… ”
“Il mondo è strano, sì” confermò lui. Vennero interrotti da un cameriere, accompagnato da un solerte chef. Ordinarono.
“Vedi, Elfrida” spiegò tra un boccone e l’altro il dirigente, “tu a questo punto dovresti dimostrare a quella persona che sai essere una donna emancipata e provocante. ”
“Vorrebbe dire, a quella persona che mi sta osservando? ” era enormemente incuriosita; non si era mai guardata intorno, seguendo le istruzioni impartite da Perrone, ma anche se lo avesse fatto ben difficilmente sarebbe riuscita ad individuare l’uomo. Il locale era infatti pieno e nessuno era solo al proprio tavolo.
“Cosa dovrei fare, quindi? ”
“Alla Maribor incoraggiamo l’iniziativa individuale, quindi dovresti essere tu a decidere” sorrise Perrone. “Posso dirti cosa ha fatto la candidata che ti ha preceduto. ” Elfrida annuì.
“Eravamo seduti qui, proprio a questo tavolo” raccontò. “Le avevo appena detto le stesse cose che ho detto a te. Quella mi risponde che assolutamente, assolutamente vuole essere assunta. Bene, dico io: convinci l’osservatore misterioso, dimostra di essere audace e provocante. ” Fece una pausa.
“E poi? ” chiese Elfrida.
“La candidata si alza e mi dice: vado al bagno. Quando torna, noto subito che si è tolta il reggiseno e slacciata due bottoni della camicetta. ”
“Tutto qui? ” Perrone fece cenno di no.
“Le cade il tovagliolo, mi chino per raccoglierlo e vedo, vedo che anche sotto si è tolta tutto. ”
“Capisco” disse Elfrida, sconcertata.
“Allora le dico: fai cadere il tovagliolo quando passa lo chef. Fallo raccogliere a lui, e stai a gambe larghe. ” Elfrida rimase un attimo in silenzio, mordendosi le labbra. “E… Lo ha fatto? ” chiese.
“Chi lo sa? ” rispose Perrone.
“Lei deve saperlo, c’era! ” insistette Elfrida.
“Certo. Ma non deve interessarti, sei tu che devi agire. Adesso. ” Me ne vado, era tentata di dire. Più che un lavoro da segretaria, le sembrava un lavoro da puttana. Ma all’improvviso riemersero le parole di Filippo: se fossi stata più aperta, più disinibita… L’altra, cara, è solo più troia. Ecco cosa ha più di te.
“Vado al bagno” disse alzandosi. Perrone le fece cenno di accomodarsi, avrebbe aspettato. Prese la borsetta ed entrò nella toilette, non senza aver dato un fugace sguardo in giro: ma inutilmente, non individuò nessuno che la osservasse con particolare attenzione. Si chiuse all’interno del bagno e cominciò slacciandosi la camicetta, quel tanto che bastava per potersi sfilare il reggiseno, che nascose nella borsetta. Quindi si riallacciò i bottoni partendo dal basso e valutando criticamente la scollatura: troppo, poca? Ormai era in ballo, tanto valeva slacciare un bottone in più e mostrare una scollatura più profonda. Guardandosi allo specchio, cercò di immaginare quanto avrebbe potuto vedere un uomo di passaggio a fianco del suo tavolino mentre lei era seduta. Sicuramente avrebbe potuto vedere il solco tra i seni fino in fondo, o quasi; avrebbe anche più che immaginato i capezzoli. Con piglio deciso si tirò su le gonne e si sfilò le mutandine: anch’esse finirono a far compagnia al reggiseno all’interno della borsetta. Come aveva detto Filippo? Più disinibita, cara, più aperta. Se era questo che il mondo voleva, se era questo che il misterioso osservatore della Maribor voleva, se era questo che Perrone voleva e se in fondo in fondo era questo che suo marito Filippo aveva inteso dirle, allora lei l’avrebbe fatto. Da lì a pochi secondi sarebbe rientrata in sala e si sarebbe seduta al tavolino. Avrebbe fatto cadere il tovagliolo proprio mentre passava un cameriere: uno qualsiasi, il primo. Quell’uomo, dopo averle osservato i seni, si sarebbe chinato per raccoglierlo e lei avrebbe dischiuso le gambe quel tanto che sarebbe stato necessario per non lasciare dubbi circa l’assenza degli slip. Facile, no?
“Facile un cazzo” si disse mentre usciva dalla toilette. Camminò disinvolta tra i tavolini e sedette di fronte a Perrone, che leggeva distrattamente il menù.
“Allora, Elfrida? ” rimase perfino un po’ delusa. Non che si aspettasse chissà cosa, certo non che Perrone si mettesse a guardare spudoratamente sotto il tavolo; eppure quell’uomo era rimasto, per i suoi gusti, troppo freddo. Persino lo sguardo al seno, ampiamente in mostra, le era parso distratto e quasi annoiato.
“Dottor Perrone, c’è qualcosa che non va? ”
“Stai andando bene, credo” rispose con fare distaccato. “Ricorda che non sono io il tuo esaminatore. ” Suo malgrado, Elfrida si sentiva eccitatissima. Avvertiva chiaramente di non essersi mai comportata in modo così trasgressivo, in vita sua, e la novità la rendeva fremente.
“Chiamiamo il cameriere” decise Perrone, facendo un gesto. Un inserviente elegantemente vestito di bianco si avvicinò veloce al loro tavolino. Elfrida finse di voltarsi per armeggiare con la sua borsetta, che teneva appesa alla spalliera della sedia, colpendo ad arte col gomito il tovagliolo in modo da farlo cadere a terra. Come previsto, il cameriere si chinò per raccoglierlo. Elfrida socchiuse le gambe. Un po’ d’aria apparentemente fresca colpì l’interno delle cosce ed era tanto accaldata da sentire in modo evidente la differenza. “Dio mio, ma questo cameriere non si alza più! ” Aprì ancora più le gambe e sentì questa volta uno spiffero fresco proprio sulle labbra. “Ci siamo, la mia fica è a vista” pensò. “Sono aperta. Dio mio, ma questo non si rialza più. ” Si sa che quando si è sotto tensione, gli attimi paiono lunghissimi: ed Elfrida aveva l’impressione che il tempo si fosse fermato, e che il cameriere davvero non si rialzasse più, essendo rimasto come abbagliato dalla visione delle sue gambe leggermente aperte e dalle sue cosce bianche appena divaricate, ma soprattutto dalla sua fica umida e bagnata che si intravedeva. Anzi no, che si vedeva abbastanza nitidamente, pensò, e provò fortissimo il desiderio di sdoppiarsi, di potersi ficcare anche lei con la testa sotto il tavolino accanto al cameriere in modo da potersi sincerare della qualità dello spettacolo, della bontà della visione. Si meravigliò moltissimo dei suoi pensieri.
“Il suo tovagliolo, signora. ” Era un giovane di bell’aspetto, appariva sudato ma c’era il dubbio che lo fosse per via del suo lavoro faticoso. Di sicuro la fronte brillava coperta da perline di sudore. Un leggero tremito agli occhi.
“Grazie” intervenne Perrone, rivolto al cameriere. Il giovane si allontanò.
“Sei tutta rossa” commentò.
“Davvero? ” disse Elfrida, cercando inutilmente uno specchio.
“Sei stata splendida” proseguì il dirigente della Maribor. “Ma è ora di andare” disse alzandosi. “Qualcun altro ha già pagato il nostro conto. ” Elfrida non disse nulla. Le parve di essere osservata da tutti mentre, a fianco di Perrone, abbandonava il “Cigno Nero”, ma era certamente solo una sua impressione. O forse, erano attratti dalla sua scollatura. Impossibile che avessero anche solo immaginato tutto il resto. Come se le avesse letto nel pensiero, Perrone disse: “Ti guardano perché sei bella, Elfrida. Rendetene conto. ”
“Grazie, dottor Perrone” rispose. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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