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La sposina

A 19 anni sono rimasta folgorata dal fascino di un nobile inglese.
Da quando mi ha visto, lui mi ha detto di non poter vivere senza di me. Come in trance l’ho seguito sul suo yacht e abbiamo fatto l’amore.
Tutto è stato bellissimo. Le sue mani mi hanno portato alle stelle e i suoi baci erano fuoco ardente.

Nonostante le sue parole, mi sentivo la sciocca che c’è stata, ma non me ne importava niente. L’avevo voluto anch’io, mi era piaciuto e vergine già non lo ero.

Mi turbava solo il fatto che credevo all’amore eterno.
Anche quando avevo perso la mia verginità, io amavo il ragazzo che mi ha posseduta; se la nostra relazione non è durata, non è colpa di nessuno dei due.

Questa volta ero stata con un ragazzo affascinante, ma che sarebbe ripartito e non avrei più rivisto.
Immaginatevi la mia sorpresa quando mi chiese di sposarlo e andare con lui!
Le sue parole erano affascinanti ed ipnotiche, come il suo sguardo.
Mi convinse che un vero amore nasce immediato, che quando le persone giuste si incontrano sono attratte come i poli di una calamita.

Io sono indubbiamente una bella ragazza, un tipo mediterraneo: corpo pieno, capelli e occhi scuri e la pelle bronzata dal sole.
Sin da ragazzina ero abituata a vedere i ragazzi spasimare per me. Lui era bello e affascinante, biondo e aristocratico, con un forte tocco di sensualità.
Perché non avremmo dovuto attrarci così?

Mio padre fu tutt’altro che entusiasta ed anche la mamma condivideva le sue preoccupazioni.
Mi dissero che facevo una scelta affrettata, non capivano come si potesse decidere di sposarsi conoscendosi da appena una settimana.
Donald, nonostante i suoi 25 anni, fu abile ed affascinante anche con loro.
Alla fine accettarono di venire a conoscere la sua favolosa famiglia, veri nobili e per di più ricchissimi.

Mio suocero è un uomo vigoroso e potente, dotato di fascino, un autentico re medievale.
La moglie è fine e delicata, ma terribilmente sensuale ed attraente per la sua età, di poco inferiore a quella del marito.
Arnold è il fratello maggiore di Donald e, guardandolo, sembra di vedere suo padre da giovane.
Poi c’è Sara, la sorella, una bionda favolosa con un corpo da modella. Suo marito, Carl, è un uomo persino più poderoso del suocero e con occhi capaci di turbare ogni donna al solo guardarla.
Completano la famiglia i gemelli Devid e Joan.
Gemelli per nascita ma non nel fisico.
Il primo è la copia esatta del mio Donald, la seconda somiglia alla sorella, ma ha forme rotondette da bambolina, è veramente carina.

Stranamente loro furono felicissimi, nonostante che io fossi solo una piccola borghese italiana.
Questo riuscì a convincere mia madre e di conseguenza, seppur riluttante, mio padre.

Due mesi dopo ero accolta nella nobiltà inglese e mi ero trasferita nella loro villa, una costruzione enorme a forma di castello a base quadra.
Ai lati dell’ingresso principale si ergevano due torri. La costruzione era circondata da una sconfinata tenuta di prati e siepi, con piccoli boschetti, scuderie, maneggio e enorme un laghetto.
Pensate che ogni lato di quella costruzione aveva una ventina di stanze, suddivise in tre piani.
Al piano terra c’erano saloni, sale d’arme, studi e gli altri ambienti dedicati alla vita comune e mondana.
Al secondo erano site le stanze di ognuno e quelle vuote, per gli ospiti.
Al terzo stavano le stanze per la servitù.

La prima cosa scioccante che scoprii, entrando in quella villa, è che l’ala sinistra e l’ala destra del maniero erano molto diverse tra loro.
Una costituiva la parte dedicata agli ospiti meno intimi. Comprendeva camere e sale da pranzo e da ballo atte ad intrattenere tale categoria d’invitati. Le camere, i corridoi e i saloni erano adornati da quadri, statue e soprammobili antichi, ma del tipo che ci si aspetta, appunto, in un maniero.
Nell’ala della famiglia, dove venivano portati solo gli amici più intimi, sia i quadri che le statue, e pure i soprammobili, riproducevano uomini o donne nudi, talvolta intenti in atti sessuali o a vere e proprie orge.
Nei lunghi corridoi ti trovavi a passare tra statue a dimensione reale disposte sui due lati, dove ognuna protendeva, verso chi passava, un enorme fallo.
Se l’arte si misurasse dalla capacità di riprodurre scene realistiche nei particolari o capaci di turbare, allora erano opere veramente artistiche.
I corpi erano riprodotti con dovizia e, quando vi passavo da sola, mi fermavo ad osservarli.
Alcune avevano il pene completamente esteso, col glande esposto; altre esponevano il prepuzio chiuso o leggermente aperto, col foro urinario che faceva capolino.
Tutti però erano estremamente realistici, con tutte le loro venature e pieghe, come se una magia avesse colto degli uomini reali fissandoli nel freddo marmo.
Le figure femminili, invece, erano le dominatrici dei quadri. Erano immortalate in pose lascive o intente alle più varie fantasie sessuali.
Nella mia camera c’era, tra gli altri, un quadro enorme raffigurante una giovane donna velata, intenta a carezzare il dorso di un cavallo sul quale poggiava la testa, ma l’altra mano carezzava lasciva l’enorme pene dell’animale.
Chiesi a mio marito il perché di quelle decorazioni e lui si limitò a dirmi: “Sono
opere artistiche che solo i borghesucci non sanno apprezzare o ne sono turbati per le loro pruderie. Spero che tu non sia una di quelle che se li sogna la notte! “.
Sentendomi dire ciò non ebbi più il coraggio di chiedere.
Quelle statue fingevo di non vederle, ma più mostravo indifferenza e più n’ero attratta ed eccitata.
Dentro di me le giudicavo volgari ed eccessive, però quelle prime notti furono di fuoco, proprio per la carica continua che mi mettevano addosso quelle scene e quei falli.
Il mio erotismo era aumentato dal mio abbigliamento: Donald aveva gettato tutti i miei vecchi abiti e mi aveva comprato vestiti nuovi, tutti costituiti da minigonne cortissime
sotto le quali dovevo indossare le calze rette dai reggicalze. Mi sentivo esposta agli sguardi e, spesso, era lo stesso fruscio delle mie calze, nello strofinarsi l’un l’altra, a farmi inumidire le mutandine per l’esuberante eccitamento.

In ogni modo tutto andò per il meglio, fino al giorno del 18esimo compleanno dei gemelli.
Quella sera Donald mi annunciò che la mattina dopo doveva recarsi in Cina, ma non poteva portarmi con se. La delegazione di cui faceva parte non poteva portare accompagnatori, nemmeno le mogli. Quello che più mi spiacque fu il sentirmi dire la durata della sua assenza: un intero mese.

La sera successiva, mi trovai spaesata, avevo difficoltà a parlare con i miei congiunti, tranne che per le frasi di cortesie che avevamo a tavola. La solitudine rendeva quei quadri e le statue più ossessive, non avendo modo di distrarmi. Anche ad occhi chiusi avevo sempre quei falli e quelle scene di sesso disegnate nella mante. Arrivai a masturbarmi, pensando ad un quadro che riproduceva una donna cavalcioni d’un uomo sdraiato, mentre un terzo la sodomizzava.
Il giorno successivo mi vergognavo ancora di quel mio momento di debolezza, già la prima notte che non avevo Donald con me.
Alla sera ero nuovamente in uno stato di febbrile eccitazione. Sembrava che il sogno più oscuro fosse in grado di materializzarsi da un momento all’altro in quell’atmosfera torbida e surreale.

Mentre passavo lungo un corridoio, udii delle voci che provenivano dalla sala da biliardo.
Mi fermai sia per la curiosità che per distrarmi. La più piccola delle sorelle chiedeva alla più grande: “Voglio venire anch’io! Ormai ho 18anni. ”
La porta era dischiusa, e stavo per entrare, quando la frase della più grande mi gelò:
“Allora devi farti fottere nel culetto, lo hai vergine vero? Lo sai che la regola vuole che, nella nostra famiglia, non si abbiano rapporti anali prima dei 18anni. ”
Curiosa sbirciai dalla fessura aperta..
La piccola Joan rispose: “Certo che ho rispettato la tradizione! ”
La sorella replicò: “Fai controllare. ”
Il volto di Joan sembrava proprio quello di una bambina, ma il fisico, pur rotondetto come quello di un’adolescente, no. Specialmente così abbigliato, con calze scure, minigonna nera e camicetta trasparente che mostrava il reggiseno. Un nastro bianco con fiocco, che faceva da passata ai suoi lunghi riccioli biondi, la rendeva infantile e sensuale.
Joan tirò su la gonna e calò le mutandine alla base delle natiche, quindi sporse il culetto, incredibilmente pieno e rotondo, un po’ indietro.
Era frizzante così vestita e col solo culetto rosa nudo e con le calze con reggicalze come me. La sorella dilatò le natiche e saggiò col dito l’ano: “Si, è proprio stretto.
Carl, tesoro, sfonda il sedere a mia sorella. E tu ricorda che devi farti inculare
stando ritta. Nessun appoggio: è la regola. ”
Guardavo affascinata e turbata Carl che si avvicinava, col solo uccello nudo, un lungo e largo mostro di carne turgida, simile a quelli delle statue.
Si sputa in una mano e la passa nel solco di Joan. Poi punta l’uccello fra i glutei di Joan e inizia a spingere. Il volto di Joan è un’unica smorfia, ma punta i piedi e si spinge indietro. Vedo una gran parte di quel membro sparire tra le sue natiche e Joan strilla, ma non smette di puntare. Ha il viso contratto e sofferente. Carl porta le mani ai suoi fianchi, ormai non più impegnate a dilatare le natiche e puntare il pene. Con una colpo secco, trattenendola con quelle mani, sprofonda. Un’onda percorrere le natiche di Joan, percosse dal corpo del marito di sua sorella. Lancia un nuovo grido. Ora Carl corre a liberarle il seno e se ne impossessa, facendone il punto d’appoggio per imprimere i suoi affondi. Joan ha ancora gli occhi chiusi e geme, ma inizia ad andare incontro a quei colpi con il sedere.

La porta si spalanca di fronte a me, spinta dalla mano di qualcuno che è alle mie spalle. Colgo così, prima di voltarmi rossa di vergogna, la presenza nella stanza anche dei due fratelli di Donald.
Sono vestiti, ma i loro peni sono fuori e li massaggiano mentre si gustano quella scena.
Chi ha aperto la porta è mio suocero, che mi guarda sorridente: “Prego, entra. Sei della famiglia, non occorre spiare. ”
Joan e Carl non si sono interrotti, hanno solo rallentato, per continuare la sodomia e guardare cosa accade.
Mio suocero prosegue: “Siamo imperdonabili, abbiamo lasciato Paola fuori dalla nostra vita familiare. Ragazzi, dobbiamo rimediare ed ho una proposta. Anche Devid ha compito
18anni e ha il diritto di conoscere le gioie del rapporto anale: propongo di dare questo onore a Paola che è quasi una sua coetanea! ”
Commenti di gioia e d’entusiasmo accompagnano il mio stupore.
Ero inebetita, tutte quelle cose… come se fossero la cosa più normale del mondo. Mi sembrava di essere in una situazione irreale. Come tra le nebbie di un sogno sentii Devid chiedere: “posso ungere il sedere della zia? ” e mio suocero rispondere “No, la regola vuole che la prima volta si usi al massimo la saliva, ma spetta allo sverginatore decidere se usarla”.

Così mi trovo davanti il pene di Devid, un pene bello tosto, ma più umano di quello del cognato. Sempre trasognata odo la voce di Sara, che mi dice, mentre preme sulle mie spalle: “Fallo contento tesoro, è giovane ed emozionato. ”
È un tocco gentile e io mi abbasso all’invito, fino a trovarmi le labbra chiuse su quel giovane membro. Solo la sensazione così reale di quella cappella nella bocca mi risveglia un poco, ma ormai sto scorrendo la testa sulla sua asta, ascoltando i suoi gemiti felici.
Smetto solo quando Sara mi invita ad alzarmi: “Va bene così, ora è pronto. ” Continuo a seguire i suoi inviti e mi ritrovo a fronte a fronte con Joan, ancora lentamente sodomizzata.
Sono a non più di un metro da lei.
Sara mi alza la gonna e, prendendo una mia mano, mi invita a reggerla sul ventre. Poi abbassa le mie mutandine alla base delle natiche e preme il mio ventre e le mie spalle.
Mi mette nell’identica posizione di Joan e ne divengo la mora immagine speculare.
Questo mi eccita da morire. Vedo lei e vedo me.
Una mano fremente allarga con le dita le mie rotondità posteriori e punta l’impaziente membro sul mio buchino.
Un istante e inizia a premere. Con ardente desiderio mi ritrovo a puntellarmi coi piedi e spingere le natiche verso di lui, fissando Joan negli occhi.
Lancio un urlo al suo ingresso, ma non è per il dolore, che pure un poco c’è, è la liberazione della voglia che mi attanagliava.
Stupita sento la mia voce: “Ora afferrami per i fianchi e sbattimelo dentro come ha fatto Carl. ”
Lui ubbidisce, sento le mani che si saldano a morsa sui miei fianchi ed io mi puntello con tutte le forze. Grido, ed è pura gioia, quando avverto la bruciante penetrazione e i lombi di mio nipote sbattere contro i glutei, che immagino percorsi da quell’onda che mi aveva affascinato.
Ora mi incula fremente, ma io già tremo di piacere, l’ano ancora percorso da piccole fitte, per l’eccitazione e guardo il volto di Joan, con le sue smorfie di piacere, come fosse il mio specchio.
Non so come, ma ci ritroviamo coi volti accosti e ci baciamo. Non avevo mai baciato così una donna. La dolcezza della sua lingua si mescola al piccante piacere della verga nell’intestino.
Qualcuno che non riconosco dice: “Vediamo se i gemelli riescono a godere
contemporaneamente. ”
Poi sento la voce di Carl che suggerisce e da consigli a Joan ed io lo imito, incitando o calmando Devid.
Joan stacca la sua bocca, che resta tonda nello sforzo di reggere all’orgasmo e, sentendo che Devid freme, sono io che urlo: “Ora! È il momento. ”
Porto la mano tra le cosce e mi carezzo. È un secondo venire, mentre Devid mi inonda di sperma caldo e Joan urla il suo orgasmo.
Anche Carl ha saputo venire insieme. Un applauso fragoroso e tante voci: “Bravissimi. “,
Tutti e quattro insieme, uno spettacolo favoloso! ”
La famiglia è al completo, è giunta anche la madre.
Poi si leva, dalle loro voci, un parola ripetuta all’ossesso e ritmata col battito
delle mani: “Vedere! Vedere! ”
Vedo Joan voltarsi raggiante di gioia e porsi a pecorina, poi la guardo allargarsi le natiche per mostrare l’ano dilatato da cui scende un rivolo bianco.
Senza nemmeno pensarci, stimolata da quel clima, mi metto al suo fianco e la imito, porgendo anch’io le mie natiche verso di loro. Una profonda vibrazione orgiastica mi attraversa, nel sentire uscire anche dal mio buchino dello sperma.
Un nuovo applauso e poi due mani si poggiano sulle mie natiche, subito dopo vado in estasi sotto l’azione di una bocca che succhia il mio sfintere, scavandolo dentro con la lingua. Un gemito di Joan mi comunica che qualcuno le sta riservando lo stesso trattamento.
Una mano si porta alla mia passerina. Sono squassata da un tremendo orgasmo e i miei sussulti terminano mentre sono stretta tra le braccia di mia suocera: è lei che mi ha fatto godere.

La riunione di famiglia si sta sciogliendo. Mio suocero mi passa un braccio sulle spalle: “Vieni, ti accompagniamo. ”
Mentre passiamo davanti alla loro camera, che viene prima della mia nel lungo corridoio, la suocera ci ferma: “Caro, ormai Paola è come una nostra figlia, facciamola dormire con noi per stanotte. ”
“Certo, hai ragione”
Così mi ritrovo nella loro camera, non mi hanno mandato a prendere alcuna camicia da notte. Loro si sono rapidamente spogliati e sono entrati nudi nel letto. Vedo che mio suocero ha un grosso pene, pur essendo ancora in riposo.
Mentre finisco di spogliarmi mia suocera mi chiede: “Paola, leccami per favore, mi è rimasta una grande eccitazione addosso. Non posso addormentarmi così. ”
Chissà cosa penderebbe Donald, ma è la sua famiglia in fondo.
Però, perché non è successo niente fino a quando era qui?

Ignoro i pensieri e mi accuccio tra le gambe divaricate di lei frugandole tutto il sesso con la mia lingua. È la prima volta che lo faccio, ma tutto in quella casa crea atmosfere oniricamente erotiche e niente sembra anormale. Come rifiutarsi? Non ne ho né la forza né la voglia. Mio suocero si alza e mi viene dietro. Mi trovo con il clitoride di mia suocera sotto la lingua e l’abile lingua di mio suocero che compie la stessa operazione su di me, mentre con un dito fruga esperto la mia passerina in calore.
Sogno che mi penetri, invece mi porta ai limiti della mia resistenza così. Mia suocera sta godendo e mi sforzo di trattenere l’orgasmo per finire con lei.
Quando finalmente sussulta sotto la mia bocca alzo le labbra e grido, liberando il mio orgasmo che esplode come una bomba.
Mio suocero mi volta e mi presenta il pene davanti al viso.
Dovrei avere il suo pene e quello di Carl a fianco per capire quale sia il più lungo il più largo.
Quello di mio suocero è impressionante. Ha una cappella larghissima, lo scalino deve essere di un centimetro! Sembra un fungo dal largo e lungo gambo.
Lo accolgo ed è come tenere una grossa pallina in bocca.
Succhio con piacere, giocandoci con la lingua. Poi mi invita dolcemente a far scorrere la testa.
È calmo e non mi fa fretta. Aspetta che impari il modo di far sprofondare nella mia gola quella grossa cappella. Quando è soddisfatto, nonostante non riesca a farne entrare più della metà, mi ferma la testa tra le sue mani e inizia a muovere il bacino, chiavandomi in bocca. Non supera mai la lunghezza che ho imparato ad accogliere.
Continua così, fino al momento che, fottendomi il cavo orale, viene abbondante. Non ho scelta e, per la prima volta, bevo il succo denso e salato di un uomo.

Finalmente sazi, ci corichiamo ed io dormo come una bambina, accoccolata tra loro due.
Ho qualche remora per il mio comportamento, ma i loro corpi sono caldi e dolci e il mio sonno è tranquillo.
Mi sveglio al mattino, coricata sul fianco, in posizione quasi fetale. Mi ha svegliato il gigantesco membro di mio suocero, sta scorrendo lungo il solco delle mie natiche in una eccitante spagnola anale. Dischiudo gli occhi e trovo il sorriso di mia suocera:
“Ben svegliata tesoro. ”
Spontanea le rispondo: “Proprio un bel risveglio. ”
Il volto di mia suocera si avvicina e mi bacia, lingua in bocca.
È come un segnale, il membro di mio suocero trova il mio fradicio ingresso e inizia a penetrare la mia micina. Sgrano gli occhi e mia suocera si stacca, sorridendo, mi chiede: “È impressionante sentirlo entrare, vero? ”
Il mio si è anche un gemito di piacere. Quel pene enorme mi riempie e il suo scalino fa sentire sensibilmente tutto il percorso che compie nel suo andare e tornare.
Godo così tanto, con quel pene infisso e quelle quattro mani che stuzzicano il mio corpo ovunque, che le mie contrazioni post-orgasmo durano un tempo infinito sotto i loro baci.

Oggi sono tutti molto gentili con me, mi chiamano, mi tengono compagnia. Non sento più la solitudine. Però l’eccitazione continua. Tutte quelle statue sono meno ossessive, ma ad esse si è aggiunta quell’aria densa di sesso.
Niente di concreto succede fino alla sera.
Manca ancora un ora alla cena e siamo tutti riuniti in un salone, sorseggiando un aperitivo. Al centro troneggia la gigantesca statua di una contadina china a mietere delle spighe di grano, mentre un cavaliere, con parte dell’armatura indosso, le tiene sollevata la gonna e la penetra.
Joan esclama: “Babbo! Ora siamo tutti grandi, mangiamo nella sala delle sedie meccaniche? ”
“Sei ancora una bambina che vuol sempre giocare! D’accordo. ” Subito chiama un servitore chiedendogli di allestire la sala.
Non chiedo di cosa si tratti, ma sono eccitata. Ormai so che qui ogni cosa è una straordinaria avventura di sesso.
Prima di entrare nella sala c’è un vestibolo.
Vedo che tutti si tolgono pantaloni e gonne e proseguono togliendosi le mutande. Subito li imito. Poi ci afferriamo ad una sbarra che scorre lungo una parete, sporgendo le natiche. Subito accorrono dei servitori che ci ungono l’ano, non trascurando l’interno.
Ho la passerina fradicia.
Entriamo in una sala che appare normale. Un lungo tavolo contornato di sedie, quasi tutte imbottite di rosso.
Mio suocero ci invita a sedere: “Paola, Devid e Joan, le sedie imbottite di verde sono allestite per voi. ”
Scosto la sedia per sedere. Dal sedile spunta un fallo a grandezza quasi naturale.
Guardo la sedia di mia suocera, lì accanto. Il fallo ha dimensioni nettamente superiori.
Mio suocero parla di nuovo da perfetto anfitrione: “Sodomizzatevi con calma, non c’è alcuna fretta. ”
Reggendomi ai braccioli muovo le chiappe pino a sentire la punta del fallo sul mio sfintere. Poi mi lascio andare lentamente. Ma il fallo pigia e mi fa contrarre lo sfintere.
Vedo che tutti gli altri sono già seduti, anche Joan. Rimaniamo così sospesi solo io e Devid.
La cosa mi scoccia. Mi lascio andare e sotto il peso del corpo il fallo mi si pianta di botto nell’intestino. La cosa mi strappa uno strillo, ma subito sorrido soddisfatta, nonostante un certo bruciore.
Il nostro anfitrione si complimenta: “Brava Paola. Ogni tanto occorre essere decisi.
Devid, imitala. ”
E Devid, con un urlo, mi imita.
“Ora, per i nuovi, la regola. Questa è una cena, ma anche un gioco. Chi smetterà di mangiare, perché preso da un orgasmo, dovrà andare sotto il tavolo e cercare di far godere qualcun altro, fino a quando quattro degli otto commensali saranno sotto il tavolo. Il primo che goderà dovrà anche fare una penitenza, scelta dall’ultimo che arriverà a godere. Buon appetito. ”
Detto ciò premette un bottone e io lanciai un urlo di sorpresa, coperto dalle risate divertite degli altri. I falli avevano iniziato a vibrare e a scorrere lentamente.
Era troppo nuova quella casa per me.
Nonostante i miei sforzi, iniziai a godere che gli altri non davano ancora alcun segno di difficoltà.
Così mi ritrovai carponi sotto il tavolo, circondata da gambe nude, calzate quelle morbide delle donne, e da tanti cazzi e passerine.
Guardai per decidere e fui attratta dalle cosce tondeggianti di Joan, forse perché tutto aveva scatenato con le sue voglie. Vivevo ancora la scena della sua sodomia.
Così fui di fronte a lei, evitando di toccarla, fino a quando, di colpo, afferrai le gambe, allargandole e le cacciai la lingua nella passerina.
Cacciò un urlo sorpresa scatenando nuova ilarità negli altri. Cercò di resistere, ma le gambe iniziarono a fremere e dopo poco le sue mani scesero a reggermi per i capelli, premendomi conto il suo sesso e gemendo di piacere.
Quando sussultò, suo padre le ordinò di raggiungermi sotto il tavolo.
Io mi diressi alla gambe di Arnold, l’unico pene che non avessi visto: sembrava esserci una relazione diretta tra prestanza fisica e pene, se non avessi già visto i falli di Carl e di mio suocero, sarei rimasta impressionata nel vederlo.
Inizia a gustarmi quel pompino, mettendoci tutto il mio impegno per far perdere anche lui.
Joan mi venne accanto ed iniziò a spompinare il padre, che sedeva subito accanto.
Mentre scorrevamo con le labbra quei membri già tesi per l’eccitazione provocata dalla sodomizzazione meccanica, Joan portò una mano alla mia passerina ed iniziò a farmi un ditalino.
Sotto quel ditalino venni, mentre iniziavo a ricevere il caldo tributo di Arnold, così intenso da colarmi sul mento.
Ora eravamo in quattro.
Io mi dedicai al pene di Devid, in omaggio alla prima goduta che mi aveva regalato.
Bevvi anche il suo nettare e l’ultimo a sciogliersi fu Carl, nella bocca di mio suocero.
Spettava a Carl decidere la mia penitenza.
Mi fece spogliare completamente e mi condusse davanti ad una statua dal pene rivolto in alto. Un pene normale, non mostruoso come i più.
“Leccalo. ” Fu il suo ordine. “Ora basta, aiutami Arnold. ”
Mi sollevarono, ognuno tenendomi per una coscia con una mano e l’altra su una chiappetta, sostenendomi e allargandomi il solco nel contempo.
Mi calarono di spalle su quel membro, facendolo affondare nel mio ano.
Riuscivo a poggiare le gambe in terra, ma mi trovavo bloccata da quell’uncino nel sedere, duro, immobile e dal fresco senso tipico del marmo, che avvertivo anche contro la schiena.
Carl mi si fece davanti e con una contorsione mi impalò la passerina così, in piedi.
Mi dovetti reggere alle sue spalle e godetti come una matta.
Un pene duro, arpionante, nell’ano, immobile se non per i movimenti che imprimevano al mio corpo le possenti spinte dal basso verso l’alto del cazzone di Carl.
Ero fusa quando mi inondò e si tolse.
Stavano per avvicinarsi e togliermi da quella posizione, quando Devid esclamò: “Com’è eccitante! ”
Allungai le braccia verso di lui, sempre oscenamente arpionata dalla statua, e gli chiesi: “Vuoi provare nipotino? ”
Mi feci possedere da lui, guidando con le parole i suoi movimenti, affinché imparasse le movenze che non mi straziassero per quel marmo infisso e non lo facessero venire prima di avermi fatto godere. Godemmo insieme e il suo seme si giunse a quello di Carl.
Finalmente mi sollevarono e mi liberavano. Fu Devid che mi sostenne, le mie gambe erano molli per le sensazioni provate così a lungo, e mi sussurrò: “Grazie zia. ”
Quella sera mi addormentai come un sasso nel mio letto, dopo aver calcolato che, dal mio risveglio, avevo avuto cinque orgasmi.

Mi alzai tardi quella mattina, la cameriera mi porse un biglietto mentre facevo colazione.
Si erano tutti recati a trovare una zia. Mi avrebbero volentieri portato con loro, dato che facevo parte della famiglia, ma dormivo così profondamente che non erano bastate audaci carezze per farmi dischiudere gli occhi. Avevano deciso che avevo bisogno di riposare e mi davano appuntamento per la cena. Un post scriptum mi avvisava che avevano dato incarico allo stalliere di farmi passare una piacevole giornata anche in loro assenza.

Curiosa mi recai alle stalle.
L’uomo in questione era enorme. Alto due metri, i capelli da irlandese rossi come fiamme; petto, spalle e braccia da sollevatore di pesi.
“Venga, stiamo per far eseguire una monta e suo suocero ritiene che lo spettacolo la affascinerà. ”
Lo seguii curiosa, avevo sentito parlare della spettacolarità di quelle scene, ma non vi avevo mai assistito. Avevo visto poco spesso anche i cavalli. C’era uno stretto recinto dove era legata una cavalla, vi dava accesso una staccionata ancora più stretta dove, ad un certo punto, fu portato un cavallo, fremente di eccitazione. Aveva un pene enorme, incredibile per la sua lunghezza e la sua larghezza, minore se confrontata la proporzione, era tuttavia ben più massiccia di quella di un uomo.
Lo stalliere fece fermare il cavallo lungo il percorso: “Lo tocchi. Senta com’è duro, non c’è pericolo, è immobilizzato.
Mi chinai e protesi il braccio, era veramente duro, inoltre strano, il pelo era folto e morbido dalla base per un bel tratto ed andava via via scomparendo e lasciandolo nudo, umido in punta. La pelle che copriva il glande, oblungo, non tondeggiante come negli uomini, era lunghissima.
Fu lo stalliere che mi riscosse invitandomi a prendere posto nel punto migliore per assistere all’evento. Solo allora smisi di carezzare quel pene e di pensare al quadro nella mia stanza.
Lo stalliere mi fece appoggiare ad una seconda staccionata, posta a poca distanza, come larghezza di sicurezza, da quella dove avvenne la monta.
Mentre il cavallo si avvicinava, mi trovai il grande e duro uccello dello stalliere premuto contro le natiche, ma il cavallo si stava alzando ed io continuai ad assistere affascinata senza preoccuparmi. Vidi il cavallo in posizione che cercava l’ingresso col lungo pene, ordigno e impaccio insieme, mentre la mia gonna si sollevava e le mie mutandine raggiungevano i miei piedi.
Un inserviente giunse in suo soccorso e indirizzare quella proboscide sul varco della cavalla.
Il lungo pene si introdusse producendomi un brivido, mentre la cappella dello stalliere giungeva sulla mia vagina e una sua mano sul ventre mi faceva assumere un posizione più angolata.
Un istante dopo, mentre assistevo affascinata alla monta possente, un altro brivido mi percorse, sentendo il robusto cazzo che sprofondava nel mio corpo.
Godo squassata dalla mazza dello stalliere che mi palpa cosce e seno, sognando di essere quella cavalla. Scossa dall’orgasmo ed ancora serrata da quelle forti braccia e scorsa dalla sua verga, che sono ora inizia a spruzzare dentro di me, penso di essermi comportata da puttana.
Sono uscita dall’ambito della famiglia di Donald, ora mi concedo anche alla servitù!
Mentre sto pulendo la passerina con alcuni fazzoletti di carta, prima di indossare le mutandine, lo stalliere, che sta riponendo il suo fradicio membro senza ripulirlo, mi comunica: “Lady, abbiamo un altro stallone pronto per la monta. Il mio padrone mi ha chiesto di mostrarle la cavallina e di chiedere se gradisce. ”
Sono subito curiosa: “Cos’è la cavallina? ”

Un attimo dopo sono di fronte ad un recinto identico al primo, con dentro uno strano… non so come definirlo. Bisogna che lo descriva. Si tratta di una riproduzione così perfetta di una cavalla che di fronte la si scambia per una cavalla impagliata. La pelle e il pelo sono sicuramente autentici. Sono il dorso e le gambe posteriori a rivelare che è finta. Il dorso è scavato e pure gli arti posteriori sono cavi. Il tutto è sagomato in modo da accogliere un corpo umano piegato a novanta gradi. Una grata va a scendere sul tronco disteso, a proteggerlo dagli zoccoli delle zampe davanti. Sul retro si chiude un’imitazione di posteriore equino. Lo stalliere mi spiega che ha lo scopo di proteggere la persona. Fa da spessore, in modo che non tutto il pene possa giungere in chi è nella cavallina,
Spiega: “il pene del cavallo è troppo lungo e l’animale è possente. Senza questa precauzione la persona potrebbe essere sfondata dalla verga dell’animale con conseguenze anche mortali. Il materia!
le è gommoso e sta aderente alle natiche in modo da gustare contro di esse le spinte dell’animale. Fa anche da mira per la vagina. L’animale è irruente e penetra di colpo, indirizzare il membro è molto utile. Ne esiste anche una versione anale, ma gliela sconsiglio nel modo più assoluto. Occorre essere molto allenate e spesso, anche così, è molto doloroso e può lacerare.
L’immagine del cavallo in monta occupa tutta la mia mente.
Gi dico che non vedo l’ora di provare e in un attimo sono senza gonna e senza mutande.
è introdotto nel corridoio un nuovo cavallo, dall’aspetto persino più fiero e possente del predecessore.
Lo stalliere mi conduce al suo fianco: “Il glande del cavallo tende ad inumidirsi con l’eccitazione, se fa scorrere un poco la pelle che lo ricopre si bagnerà di più e la penetrazione sarà più facile. ”
Mi trovo a fare una sega al cavallo, eccitata da morire, con la passerina che cola.
Il cavallo emette un nitrito che immagino di soddisfazione. “Venga, è il momento di entrare nella cavallina. ”
Mentre mi posiziono provo meraviglia di avere scoperto questa mia natura così… da troia in perenne calore.
Già poggiando i piedi nel loro alloggiamento, sento la mia vagina vibrare d’impazienza.
Il contatto della morbida pelle sotto il mio ventre e i seni, in quella posizione prona, mi rende impaziente.
Le mani dello stalliere allargano le mie grandi labbra e le premono: “Sto posizionando aperta la sua vagina con uno speciale collante. Come le ho detto sarà penetrata di colpo. Se non fosse spalancata il pene, così grande, potrebbe farle male nel forzare il suo monte di venere. Davanti al suo viso c’è una telecamera che la fissa. Io la terrò d’occhio. C’è anche un microfono. Mi avverta subito al primo problema, perché occorre un po’ di tempo per riuscire a fermare un cavallo infoiato. ”
Mi scorre un dito nella vagina. “Perfetto! Scorrerà bene. Lei è un mare di umori e di sperma precedente. Ha anche fatto un ottimo lavoro col pene del cavallo. Quando vuole mi dia il via. ”
Io lo detti immediatamente.
Calò su di me la grata e mi aderì alle natiche il finto sedere. Un brivido mi percorse tutta.
Poi non restò che attendere, ascoltando voci umane e i versi eccitati dell’animale dell’animale.
La cavallina ondeggiò e la luce diminuì, quando l’animale si drizzò dietro di me.
Sentii un grido: “Eccolo! ”
Una frazione di secondo dopo qualcosa di enorme, caldissimo e duro mi slargò di botto la vagina. Cacciai un urlo. Era stata una sensazione bestiale. Sembrò che, nonostante la protezione, il lungo membro non dovesse fermarsi mai, fino a sfondarmi e giungermi in gola.
Invece la cavallina vibrò per il colpo che si ripercosse sul mio culetto attraverso la gomma, e il pene fermò la sua corsa e prese a sfilarsi, lasciando un senso di vuoto e di assenza, tanto era il senso di riempimento precedente.
Impazzivo per il piacere procuratomi sia dal cazzo che mi trafiggeva, sia dall’immaginazione che mi faceva vedere quel pene mostruoso calare dentro di me, la sua cavalla in calore. Non so se stavo godendo di più col corpo o con la mente, per quel rapporto bestiale. Pensai che mai cavalla era stata tanto in calore quanto lo ero io in quel momento.
Iniziai a urlare, dimentica del microfono: “Fottimi cavallino! Inzuppa il biscottino nella mia fica da troia! Hai avuto a che fare con cavalle, oggi ti gusti una puttana! ”
Non so quante volte venni, in rapida successione, fino a che i movimenti di quel cazzo, lungo come una proboscide, si fecero spasmodici, saldamente infissi nel fondo della mia vagina.
Subito dopo una marea indescrivibile di sperma equino invase il mio utero.
Era più calda di quella umana e mi diede un perverso piacere.

Dovettero aiutarmi lo stalliere e il suo aiutante a rimettermi in piedi, mentre un fiume di liquidi mi colava lungo le gambe.
“Lady Paola, è stata fantastica! Ci ha fatto morire di eccitazione! ”

Vidi i loro pacchi gonfi, a causa dello spettacolo che avevo loro fornito.
Pensai come dovessero sentirsi tesi e, comprensiva, mi inginocchiai davanti allo stalliere, estrassi il suo pene, nuovamente gonfio e lo presi in bocca.
Con una mano presi a sbottonare i pantaloni del suo assistente, fino a che ebbi la sua mazza tiepida in mano.
Cominciai un movimento ritmico, dove lo scorrere della mia bocca, lungo l’asta protesa, corrispondeva allo scorrere della mano sul cazzo del secondo uomo.
Lo stalliere venne nella mia bocca e, non appena ripulito completamente quel bastone, accolsi nella bocca impastata di sperma il pene che stavo masturbando. In meno di un minuto inghiottivo avida anche il suo succo salato.
Anche il suo pene, quando uscì dalla mia bocca, era bagnato di saliva, ma completamente ripulito del suo liquido seminale.

Si profusero in mille ringraziamenti e trovavo buffo che continuassero a trattare con rispetto, e con il titolo di riguardo, una donna che aveva fatto le più orrende sconcezze e si era prodigata nel far loro un servizio degno della più esperta prostituta.

Dormii gran parte del successivo pomeriggio, stanca e spossata.
Mi risvegliarono le voci dei miei congiunti appena tornati. Furono baci ed abbracci, ognuno mi baciò nello stesso modo in cui si bacia il proprio amante, donne comprese.
Dopo una cena allegra e sessualmente tranquilla, fummo invitati dal capofamiglia a recarci in una saletta dotata di uno schermo gigante: “Sorpresa! ” Disse allegro spegnendo la luce ed accendendo lo schermo.
Vi scorsero sopra le immagini del mio volto sconvolto dal piacere, alternate a riprese dall’esterno mirate al cavallo che affondava in me, con lunghi primi piani sul membro che entrava ed usciva dalla cavallina, in cui si vedevano, unico indizio della mia presenza, le mie gambe calzate sbucare da quel sedere finto e percorrere buona parte del cavo delle gambe equine. Anche le gambe vibravano ad ogni affondo dell’animale. Quasi venni, lì seduta, rivivendo quei momenti.
Quando il filmato finì, ognuno volle complimentarsi. Con una luce di lussuria negli occhi, Joan volle che le raccontassi ogni mia impressione e fece promettere a suo padre che il prossimo cavallo sarebbe stato suo.
Poi prese il suo gemello e lo trascinò con se.

Tutto sembrava essersi concluso. Ero stata in bagno e mi recavo verso la mia camera lungo il corridoio già silenzioso e deserto, passando giocosamente la mano su quei falli immobili nel loro turgore.
Fui attratta dalle voci che provenivano dalla stanza di Joan: “No, non nella passerina, me lo devi sempre mettere nel sedere. Voglio allenarmi, per prenderci in seguito quelli di Carl e di Arnold. Quando sarò abituata passerò a mio padre e poi alle statue più grosse: voglio essere la terza donna della famiglia che riesce a farsi inculare da un cavallo. ”
Fui nuovamente presa dalla curiosità morbosa, che così spesso attanagliava le mie viscere ogni volta che accadeva qualcosa di sensuale.
Mi chinai e iniziai a spiare nella stanza dal grande foro della serratura antica.
Vedevo il volto di Joan sul letto, posizionata a quattro zampe e col seno pendente per la posizione. Era un seno candido e pieno. Purtroppo riuscivo a vedere solo le sue smorfie di leggero dolore e di depravato piacere.
Una mano mi toccò la spalla. Mi alzai. Era Carl. M fece segno di seguirlo. Entrammo in una stanza attigua e tirò un tendaggio. L’immagine di Devid, che sodomizzava la consenziente sorella, giunse come da una finestra spalancata, perfetta in ogni dettaglio..
Mentre guardavo, una mano di Carl si intrufolò sotto la mia gonna, spostò un poco le mutandine e andò a saggiare con l’indice il mio sfintere.
Mi sussurrò nell’orecchio: “Sei stretta come avevo immaginato sentendoti urlare per il piccolo pene di Devid. ” Per lui un pene normale era piccolo.
Mi spinse giù la schiena, facendomi afferrare il bordo inferiore del riquadro dello specchio per non cadere in avanti. Sollevò la mia gonna e me la rovesciò sulla schiena.
Quindi tolse le mie mutandine, io sollevai docile i piedi per sfilarle.
Sentii i rumori di lui che si svestiva, gli occhi sempre fissi su Joan e Devid e le loro imprese. Devid era quasi fermo e Joan sculettava indietro infilzandosi da sola con impeto.
Sentii la sua mano leggermente umida di saliva passare sopra la mia rosellina. Pensai che era veramente troppo poco e non aveva cercato di bagnare l’interno.
Ma fu lui stesso a spiegarmi, nuovamente chino al mio orecchio: “Mi piace sfondare i culetti stretti. Mi piace sentire la donna che piange e si dimena coi muscoli contratti per le fitte. Sentire che il dolore le impedisce di rilassare lo sfintere soffrendo di più. Ho l’impressione che mi farai contento. Per precauzione ho bagnato giusto quel che basta ad evitare grosse lacerazioni. Mi piacerebbe sentirti strillare, ma non voglio disturbare i due angioletti, quindi mordi questa. ”
Mi mise in bocca un’agendina da tasca foderata di pelle.
Le sue parole avrebbero dovuto preoccuparmi e lo fecero, ma l’idea del dolore prima del piacere, la paura che neanche arrivasse e mi trovassi lacerata, acuirono i miei sensi come un potente afrodisiaco.
Rimasi tremante al mio posto, mentre il glande si poggiava, così grande da sentirne netta la presenza nel solco.
Lui spinse di colpo e, con forza lacerante, il glande sprofondò dentro di me. Affondai i denti nell’agenda, ma il dolore mi fece piegare le ginocchia ed uscì.
Lui mi sdraiò per terra e montò su di me: “Così non scappi. ” Mi mormorò e premette.
Il glande fu dentro subito, con una seconda fitta dolorosa che mi fece uscire una lacrima.
Poi dette una grande spinta, affondandolo tutto e facendomi inarcare per il dolore.
Il suo membro e il mio ano erano asciutti e la pelle era tirata dall’attrito, cedendo a dolorosi scatti.
Mi sembrava di impazzire per il dolore, eppure mi stavo liquefacendo, la mia passerina era fradicia e colava per terra. Mugolavo mentre lui, imperterrito si muoveva, senza attendere neanche un secondo.
Avevo un grande bruciore all’ano e mi sembrava che anche il membro nell’intestino fosse di fuoco.
Aveva ragione lui. Tutti i miei muscoli erano tesi e tremanti e alcune lacrime
scendevano dai miei occhi.
Finalmente l’ano si inumidì e la verga iniziò a scorrervi, io iniziai a rilassarmi e allora il piacere, che covava nel dolore stesso, esplose. Lui mi tolse l’agenda di bocca: “Come ti senti? ”
Risposi con voce gemente: “Col deretano rotto. ”
Andava lentamente ora ed era bello sforzarsi di rispondere tra il piacere lento e pungente di quella sodomia.
“Però ti piace. ”
“Che sono una puttana l’ho scoperto già da qualche giorno. ”
“Mi è piaciuto romperti il culo. ”
“Se vuoi saperlo, mi hai fatto un male del diavolo, ma lo rifarei. ”
Gemetti. Poi ripresi: “Non so come ha fatto Joan a prenderlo nel sedere senza cadere per terra. ”
“Ti confesso un segreto: mi ha corrotto. Mi ero unto il cazzo. ”
Avevo l’intestino invaso da lui, faceva un poco male, ma sarei rimasta tutta la notte sotto di lui, con la verga che scavava lenta le mie viscere.
Si estrasse da me e disse: “Vieni. ”
Chiuse il tendaggio e accese una luce.
Mi fece mettere carponi di fianco ad un grande specchio e introdusse di nuovo il pene nel mio sfintere slargato: “Guarda. ”
Girando la testa allo specchio potevo vedere quel pene enorme uscire dal mio ano, miscuglio di sua protuberanza e mia coda, che a tratti, pur sembrando impossibile, spariva completamente dentro di me. Schiacciava i miei glutei col suo corpo per affondare fino ai testicoli.
Così venni sentendo e vedendo la mia succube sodomia.
Dopo aver goduto attesi, vergata velocemente, che svuotasse i suoi testicoli nel mio intestino.

Tornai nel bagno a lavarmi e finalmente raggiunsi la mia camera. Vi trovai mio suocero e Arnold.
“Ti aspettavamo. Le tue imprese non ci fanno dormire, così siamo venuti a chiederti se eri disposta a soddisfare i desideri di uno di noi. ”
Gli risposi: “Soddisfo solo i miei. ”
Diedi una spinta a mio suocero facendolo sdraiare sul letto. L’accappatoio che lo ricopriva si aprì e il pene a fungo guardò il cielo.
Gli andai cavalcioni e presi il pene in mano.
Lo scorsi un poco e lo puntai sulla passerina che lo inghiottì golosa.
Quindi mi piegai in avanti, verso il suo volto e chiami Arnold: “Vieni, c’è posto anche per te. ”
Fu su di me in un attimo e, dato il culo rotto di fresco, entrò rapidamente in me.
Mi fece male, perché fortemente irritato per la precedente e brutale sodomia, ma un istante dopo provavo per la prima volta l’estasi di una doppia penetrazione, almeno da parte di due stanghe di carne, vive e calde dentro di me.
Ebbi rapidamente un orgasmo e li fermai, prima che raggiungessero il culmine.
Volli cambiare posizione. Arnold sotto di me, infisso nel mio pancino e le mie giovani budella in attesa del pene di mio suocero.
Se quella era la sera in cui mi ero fatta rompere il culo, la rottura doveva essere portata in fondo. Volevo farci passare la cappella di mio suocero.
Fremetti sentendola appoggiarsi e strinsi i muscoli vaginali attorno all’asta di
Arnold.
Prima premette, poi, spazientito, mentre lacrimavo dal dolore, diede una potente spinta di colpo e, con un mio urlo, la sua cappella passò le difese del mio sfintere rotto per la seconda volta nella stessa sera.
Il fungo si addentrò nel mio retto.
Li feci stare fermi e iniziai a scorrere avanti e indietro fra loro, fottendomi e
inculandomi da sola fino ad urlare per il piacere.
Mio suocero venne per primo nelle mie budella e Arnold volle togliersi e far
raggiungere il seme di mio suocero dal suo.
Volli dormire così, pancia in giù, con l’intestino colmo dello sperma dei tre uomini e lo sfintere sfibrato e martoriato che bruciava anche mentre stavo ferma.

Il mattino dopo mi attendeva una sorpresa. In cucina c’era Donald.
Gli corsi incontro felice, ma mi bloccai vedendo il suo volto serio.
“Ho visto il filmato e ho avuto un resoconto dettagliato delle tue imprese. Vieni con me. ”
Il tono non ammetteva repliche. Lo seguii a capo chino, vergognandomi e compatendomi per la mia troiaggine che rischiava di portarmi via il mio uomo.
La vergogna s’impadronì di me. Ero terrorizzata all’idea che mi lasciasse e non osavo pensare ad un mio ritorno a casa dei miei: piuttosto avrei battuto i marciapiedi, come meritavo.
Eravamo al piano terreno, ma imboccò una porta sconosciuta, con scale che scendevano ad un lungo corridoio sotterraneo.
Mentre camminavamo mi disse: “Avevi giurato di amare solo me. ”
“Io amo solo te, ho capito che mi piace godere, ma amo solo te. Lo giuro, non chiedo niente, scacciami, ripudiami, ma che ti amo è vero. ”
“Tu ami solo i grossi cazzi, meglio se di un cavallo. Questo è ciò che ami. ”
“Sono una puttana, sono la prima a dirlo, mi piacciono le sensazioni forti ed erotiche, ma non amo i cazzi, quelli mi danno piacere, amo te. ”
Si ferma davanti ad una porta. L’apre. Ho un singulto. È un’enorme stanza di torture medievale. Ruote, ferri, sciancatoi, catene e decine di fruste, tenaglie e strumenti da taglio. Sto per cercare di fuggire. Lui mi afferra per un braccio stringendo con ferocia, ma già non occorre più. Sono assalita da un senso di vuoto e di sconforto. È giusto così, è la fine che merito. Mi sono sporcata col piacere, finirò col dolore.
“Se mi ami sdraiati lì a pancia in giù. ”
Mi indica una tavolaccia con due cavigliere di ferro in fondo e delle catene con anelli all’altro lato. Le catene sono avvolte in una ruota, simile ad un doppio timone di nave.
Mi sdraio sottomessa e, in silenzio, lascio che fisi le mie caviglie e i miei polsi.
Lui avvolge le catene, le mie braccia e le mie gambe seguono quelle catene quanto possono, mentre i miei seni raschiano sul tavolaccio, imitati dalle cosce e dal ventre, per la trazione in avanti. Lui tira fino a che urlo di dolore. Smette. Non posso muovere nemmeno le dita, tanto le mani sono forzate in modo innaturale. I ferri mi segano le mani e i piedi, che mandando fitte di dolore al mio cervello.
“Lo sai che potresti non rialzarti più da quella panca? Mi ami ancora? ”
Fra le lacrime gli rispondo soltanto di si.
Una frustata percuote bruciante le mie natiche ed io urlo, il mio dolore è multiplo,
provocato sia dalla frusta che dai ferri che, per la mia contorsione automatica, si sono
infissi maggiormente nelle mie carni. Ora sembra tocchino direttamente le ossa e vogliano spezzarle.
Prosegue la sua opera distruttiva tra le mie urla.

Cessa e, mentre singhiozzo, va a prendere qualcosa e torna mostrandomelo. Sembra una specie di enorme verme di ferro.
È un fallo fatto in modo strano, formato da tante cappelle una dietro l’altra, ognuna col suo scalino.
Ed è enorme. Mostruosamente gigante.
“Questo fallo è cavo. Lo si introduceva nella vagina appena riempito di brace ardente.
Non era ancora arroventato e riusciva a scendere tutto prima che il calore divenisse forte facendo sfrigolare e poi bruciare la pelle delle mucose interne, che si attaccava alla sua superficie.
Poi lo si estraeva e strappava via brandelli di carne dalla vagina. Spesso era la morte per emorragia, talvolta per infezione successiva, raramente una perpetua mutilazione. ”
Piango disperata e soprattutto inorridita.
“Non temere, niente carboni ardenti, ma questo fallo da vagina te lo metto tutto dentro quel culo vizioso. ”
Va dietro di me: “Non lo ungo per te, lo ungo per riuscire a infilartelo tutto dentro. ”
Urlo chiedendo pietà, ma lui è impassibile.
Il ferro si poggia e preme con forza, una fitta, un mio strillo, e i ferri mi
tormentano quanto l’ano.
Già il secondo slargo preme lo sfintere.
Credo di averne sopportati tre, poi, al quarto svengo.
Mi risveglia una secchiata d’acqua che mi fa premere nuovamente i ferri strappandomi un urlo, ma ormai non so più contare le mie grida e tutto ciò che mi circonda è velato dalle lacrime che escono copiose dai miei occhi.
“Ancora due tesoro, non togliermi questo piacere svenendo. ”
Soffro le pene dell’inferno, eppure la vagina si allaga d’umori e sento i capezzoli turgidi raschiare la ruvida panca. Penso che sia proprio la fine che merito.
“Guarda. Ti bagni. Hai visto che è questo ciò che ami? ”
Non faccio in tempo a rispondere, con una fitta orribile e, per l’anello degli sfinteri tumefatto, entra un’altra cappella.
Urlo di dolore, mentre l’ultima cappella di ferro preme. Strillo e prego di morire prima che inventi un altro supplizio.
Finalmente raccolgo il fiato per dire: “Amo te. ”
Sento che afferra saldamente il pene metallico e tira indietro. Ora si presenta ad uscire con lo scalino. Il dolore è ancora più intenso, se ancora sono in grado di valutarlo.
Tutto il fiato che ho esce dalla mia gola. Mi sento strappare via il retto. Questa volta svengo già alla seconda cappella, mentre i liquidi della mia vagina impazzita bagnano il legno sotto di me.
Quando mi giunge addosso una seconda secchiata d’acqua, ho il sedere in fiamme, come cosparso d’acido ustionante, polsi e caviglie pulsano di dolore, ma catene e fallo sono spariti.
Ha tolto tutto mentre ero svenuta.
Gemo e piango. Cerco di rialzarmi e cado sulle ginocchia.
Ho un dolore terribile ovunque e insopportabile all’ano.
Mi porto di fronte a lui e gli serro le gambe tra le braccia.
Per tutta risposta estrae il pene dai calzoni e mi alza in ginocchio di fronte a lui.
Quello che fu un piccolo forellino, brucia tra le mie natiche serrate per la posizione.
Non me ne curo e obbedisco al suo volere iniziando a succhiare il suo pene.
Lecco e succhio premurosa, con un misto di paura che possa adirarsi di nuovo, di amore e di riconoscenza per aver cessato il supplizio.
Mi fa staccare e mi chiede: “Mi ami? ”
“Si. ”
“E se il tua amore chiede di gioire del duo culetto dopo che te lo sei già fatto
sfondare? ”
Non parlo, mi accuccio porgendo la terga.
Spero non lo faccia, ma quando sento il suo pene non mi ribello.
Entra spedito, senza la minima resistenza, ma il dolore per me è immenso. Ho un singulto e non riesco a trattenere un urlo, poi stringo forte i denti.
Il suo pene non è grande come quello di mio suocero ed è molto più piccolo del ferro con cui mi ha torturata, ma l’effetto del suo pene sullo sfintere martoriato è identico a quello che mi procurerebbero sodomizzandomi con una raspa.
Piango in silenzio, serrando i denti per non gemere, non voglio disturbarlo per paura e per vergogna..
Lui inizia a massaggiare la mia vagina e provo riconoscenza verso il mio torturatore.
Inaspettatamente sono presa da un godimento interiore. Mi trovo strattonata tra fitte e godimento, senza saper più distinguere il piacere dal dolore.
Viene dentro di me.

Inaspettatamente è dolce, mentre mi aiuta ad alzarmi. Mi serro stretta a lui, che mi aiuta a camminare e mi porta in una stanza attigua. Sembra una piccola infermeria e lo è. Mi fa poggiare il ventre e il corpo sul lettino, le natiche sporte in fuori. Mi passa la mano tra i capelli e si allontana.
Torna dietro di me: “Sentirai un poco di dolore, ma devo medicarti. Hai alcune lacerazioni e molte piaghe. Potrebbero infettarsi. ”
Mi applica una pomata, il dolore è intenso mentre passa le dita sulla parte lesa, ma la pomata mi dà sollievo.
Ora mi prende tra le braccia carezzandomi, io piango singhiozzando: “Mi volevi diversa, ma io mi sono scoperta uguale al resto della tua famiglia. Ti amo, ma il piacere mi attanaglia il ventre e non so resistere. Lasciami dormire un poco, poi torno a casa dai miei. ”
“Sono stato molto cattivo. Io ti ho cercata così, ti voglio così e mi sei piaciuta
perché ho intravisto una prepotente sensualità in te. Non ti ho chiesto di adeguarti al comportamento della mia famiglia, perché temevo lo accettasti solo per amor mio. Pensavo che tu potessi far emergere la tua natura da sola, col tempo. Pensavo che un mese potesse bastare. Tu hai bruciato le tappe. In nemmeno una settimana hai eguagliato le donne del mio casato. Allora sono stato roso dalla gelosia, o dai complessi di inferiorità. Ho pensato che fossi solo una puttana da strada, pronta ad innamorarti del cazzo più grosso. Dà un forte complesso di inferiorità vivere in una famiglia di super dotati e dove si pratica l’amore libero, scevro da complessi e pregiudizi. È già successo con una ragazza. Mi spiace essermela rifatta con te. Ti amo. Mi piaci libera e felice di godere, ma desidero il tuo amore. ”
Ci baciammo. Nonostante il dolore ero felice. Avevo il mio amore e potevo vivere libera la mia natura. Delle torture non ricordavo più, tranne del fatto che… entro un certo limite anche il dolore faceva godere. Chi sa se… beh! , Aspettiamo per affrontare le curiosità, sono ancora troppo rotta e distrutta.

Rientrammo così, abbracciati, io col volto ancora rigato dalle lacrime appena cessate.
Tutti i volti si voltarono verso di noi, seri e preoccupati. Fu Donald a parlare: “Cosa sono quelle facce da funerale? Io e Paola abbiamo fame! ”
Sembrò che si levasse un enorme, unico sospiro di sollievo.
Il capofamiglia dette il via: “Tutti a tavola allora! Donald, figliolo, ti invidio. Da anni non c’era una donna come tua moglie qui dentro. ”
Lui mi serrò, mi diede un bacio e rispose: “Lo so. ”
Joan, col suo candore intervenne: “Sei cattivo, devi averle fatto un sacco di male, ha la faccia sconvolta. ”
“È una donna robusta e si riprenderà presto. Quanto scommetti che sarà Paola e non te la terza donna della famiglia che riesce a farsi inculare da un cavallo? ”
Mi venne da sorridere: “Dammi un po’ di tempo per riprendermi, poi con un altro po’ di allenamento intensivo… stai tranquillo che non ti faccio perdere la scommessa. ”
È da quando ne ho sentito parlare che il mio pancino freme all’idea di sentire quel pene enorme nel sedere e di sentirsi inondare l’intestino da quell’enorme sborrata che già ho accolto nelle passerina! FINE

About Erzulia

Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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