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copertina racconto erotico

L’isola del Pacifico

Mi ero arruolato nella Marina Americana appena avevo compiuto i vent’anni.
Avevo sempre sognato di stare in marina, sin da ragazzino, e il fatto che si trovassero ben pochi posti di lavoro nella cittadina in cui ero nato, non aveva fatto altro che far scivolare la mia decisione sempre più velocemente verso l’arruolamento.
Il mio pensiero fisso erano sempre state le donne, giovani e non, e pensavo che la vita del marinaio fosse il modo migliore per procurarsene sempre di nuove e soprattutto in abbondanza.
A trent’anni, mi ero ritrovato sergente e tutto sommato soddisfatto della vita che conducevo: le donne non mi erano mancate e avevo tanti amici con cui passare serate spensierate fra bevute, scopate e scazzottature.
Poi era scoppiata la guerra.
Quando fui trasferito nel Pacifico, durante una campagna bellica che durò per qualche anno, mi capitarono diverse occasioni di fare conquiste e, al ritorno dalla guerra, ne ebbi di belle da raccontare agli amici rimasti a casa. In particolare vi narrerò un episodio accadutomi all’inizio della guerra, quando fui di stanza in un isola dell’arcipelago delle Marianne.
Su quell’isola, abbastanza piccola per la verità, avevo in custodia le provviste. Ero sott’ufficiale, ma nessuno mi chiedeva mai conto delle mie azioni. Il mio diretto superiore era un tale a cui piaceva bere, e io facevo in modo che non gli mancasse mai il carburante, fossero liquori americani oppure indigeni. Del resto, a lui bastava bere. Non aveva gusti difficili. Avrebbe mandato giù qualsiasi cosa.
I musi gialli non davano molti problemi in quell’area del Pacifico, si era all’inizio della guerra e la vita era abbastanza tranquilla. La popolazione però era ridotta male. Erano vestiti di stracci e mezzo morti di fame. E ovviamente erano disposti a tutto, pur di procurarsi da vestire e da mangiare. Purtroppo non c’erano abbastanza provviste per dar da mangiare a tutti. Il comando americano dava loro il necessario perchè si coprissero alla meglio e non morissero di fame.
Il mio lavoro, sull’isola, era abbastanza noioso: passavo il tempo leggendo e rileggendo le poche riviste pornografiche, che arrivavano con la posta, pensando al sesso e masturbandomi. Mi capitava di masturbarmi anche tre o quattro volte al giorno e mentre lo facevo, ripensavo alle esperienze del passato. Il fatto è che mi mancava la figa in modo incredibile su quell’isola.
Nessuno veniva mai a darmi noia. Tutto il materiale in mia custodia era dentro una grossa capanna. Se qualcuno voleva entrare, doveva suonare il campanello, perchè io tenevo sempre la porta chiusa.
Ero terribilmente irritabile in quel periodo. Non andavo d’accordo con nessuno e sentivo molto la mancanza di una donna. Un giorno decisi che una passeggiata mi avrebbe fatto bene. Fu in quell’occasione che incontrai Charlie.
Charlie era il capo di una famiglia composta da lui e sua moglie, entrambi sui quarant’anni e cinque figli. La figlia maggiore si chiamava Godjn. Era una bellissima ragazza, benchè vestita di stracci. Aveva gli occhi a mandorla, come suo padre, che era coreano, e le gambe bellissime come quelle di sua madre, che era cinese. La ragazza aveva vent’anni.
Oltre a Godjn c’era Niplino, un ragazzo di quindici anni. Niplino era un ragazzone robusto, che odiava tutti. Lo presi in antipatia sin dal primo momento, quel bastardo. Avevo sempre l’impressione che lui morisse dalla voglia di cacciarmi un coltello nella schiena.
Niplino era l’unico figlio maschio. Oltre a lui e a Godjn, c’era Felicia, una ragazza bellina, dai tratti spiccatamente asiatici, di diciannove anni. Poi Maria, che invece aveva preso tutta da sua madre, di diciassette, e infine Lingua, la più piccola, di tredici anni. Il nome del padre era Kwoo Ling, ma lui si faceva chiamare Charlie. La madre si chiamava Sen Loo.
Se avessi avuto idea prima, che Charlie aveva tutte quelle donne in casa, e che era disposto a tutto pur di avere qualcosa da mangiare, sarei andato a cercarlo io. Seppi in seguito che sapeva tutto di me e della mia capanna.
Quel giorno, dopo aver indossato il cinturone con l’arma d’ordinanza ed essermi messo in testa il berretto, uscii dalla capanna. Sentii un rumore sospetto sulla sinistra, voltai l’angolo in silenzio e vidi Charlie, che cercava di sbirciare all’interno della capanna. Era tanto occupato a spiare che non si accorse di me se non quando si sentì la canna della pistola puntata contro la nuca.
Domandai al coreano che cosa stesse cercando, e mi rispose che lui e la sua famiglia avevano fame. Parlava un inglese stentato, ma si faceva capire.
– Io Charlie, – disse con un ampio sorriso, che mi permise di notare la mancanza di parecchi denti. – Charlie non cattivo. Charlie volere prendere cibo per famiglia. Charlie avere moglie, figlio, quattro figlie. – Il sorriso si fece ancora più smagliante, quando Charlie si accorse che dimostravo un certo interesse. – Io avere quattro belle figlie. –
E per chiarire meglio il concetto, Charlie aveva mimato un corpo femminile.
Mi venne subito la curiosità di vedere com’erano queste figlie, e quindi, tenendogli la rivoltella puntata contro, gli risposi di condurmi alla sua casa. Dopo una camminata di qualche centinaio di metri per viuzze sterrate, passando in mezzo alle squallide capanne degli abitanti del villaggio, giungemmo a quella del coreano. Salimmo una scala di tronchi di bambù e assi di tek, visto che tutte le capanne erano sopraelevate di almeno un metro dal suolo, e passammo attraverso un’apertura, perchè non esistevano porte in quel villaggio. Tutte le donne erano sedute intorno a una ciotola di cibo. Erano tutte nude dalla vita in su, compresa la madre. Le donne asiatiche hanno i seni piuttosto piccoli, ma i capezzoli grossi. Alla vista di tutte quelle tette la testa cominciò a girarmi.
Quando ero entrato, le donne erano scattate in piedi e mi avevano salutato con un inchino. Non avevano neppure tentato di coprirsi i seni, e naturalmente ne approfittai per guardarle bene.
– A te piacere, Joe? – mi domandò Charlie, tornando a sorridere.
Il mio nome è Ken, ma gli isolani chiamavano Joe tutti gli americani, indistintamente.
Annuii, silenzioso e intanto stavo già formulando un piano.
Dissi a Charlie di tornare con me alla mia capanna. Mentre camminavamo iniziammo a chiaccherare e a un certo punto gli domandai se le sue figlie fossero vergini. Mi era sempre piaciuta l’idea di fare l’amore con una vergine e purtroppo non me ne era mai capitata nessuna.
Charlie mi rispose che si, lo erano.
A questo punto gli dissi che ero disposto a dargli del cibo, a patto che le sue figlie venissero a letto con me. Charlie non parve molto entusiasta dell’idea. Allora per addolcire la pillola, lo portai alla capanna del comando e gli mostrai le provviste. Dovevate vedere come gli brillavano gli occhi, quando vide tutto quel ben di Dio. Gli diedi della carne in scatola. Sapevo che si sarebbe rifatto vivo, quando fosse finita la carne.
Nei due giorni successivi, non feci altro che pensare a tutte quelle donne nella capanna. Stavo quasi per decidere di andare da loro, ma non fu necessario, perchè il pomeriggio del terzo giorno Charlie ricomparve. Come udii suonare il campanello, immaginai subito che fosse lui.
– Charlie sistemare cose, – mi disse subito. – Uno giorno, due al massimo, poi tutto pronto! –
Sapevo che mentiva, ma rimasi ad ascoltarlo senza fiatare. Ormai l’avevo incastrato e me ne rendevo conto. Dopo che mi ebbe raccontato la storiella, mi fece un gran sorriso e mi chiese dell’altro cibo. A quel punto però volevo concludere qualcosa, e non continuare a farmi prendere per il naso. Perciò gli dissi chiaro e tondo che non gli avrei dato più niente, se prima non mi avesse dato le sue figlie. Sembrava molto demoralizzato. Scosse la testa e se ne andò.
Però un’ora più tardi era di ritorno. Sembrava un cane bastonato, ma accettò la mia proposta.
– Io sistemato tutto, Joe – mi annunciò. – Io sistemato. Parlato con madre di ragazze, e lei dice okay. Però tu dare cibo a noi. –
Accettai a mia volta la sua proposta. Dopo aver preso uno scatolone, lo riempii di provviste e andammo alla sua capanna. Dovevate vedere la loro espressione, quando sono arrivato con la roba. Parevano impazziti dalla felicità.
Ma ci furono dei problemi. Charlie mi aveva mentito. La madre e le ragazze non sapevano nulla del patto.
Rimasi seduto nella capanna per un’ora buona ad ascoltare le figlie che piagnucolavano e la madre che frignava. Alla fine mi stancai e decisi di intervenire. Estrassi la pistola e ordinai di rimettere tutto il cibo nello scatolone. Quando capirono che mi sarei riportato via la roba, ci rimasero malissimo. Fu in quel momento che Niplino diede i numeri, e mi vidi costretto a colpirlo in testa con il calcio della pistola. Però senza ammazzarlo. Quando ripenso a lui, a volte mi pento di non averlo fatto.
A quel punto l’atteggiamento di tutta la famiglia cambiò, si vedeva chiaramente la loro preoccupazione e la paura di perdere la possibilità di avere tutta quella roba da mangiare. Fu Godjn, la figlia maggiore, a prendere una decisione.
Guardò suo padre, poi sua madre. Dopo aver dato un’altra occhiata allo scatolone del cibo, spostò lo sguardo su di me. Dopo essersi alzata in piedi, la ragazza cominciò a togliersi la gonna, o almeno gli stracci che fungevano da gonna.
– No! – aveva gridato sua madre – No! – Era forse l’unica parola inglese che conoscesse.
La ripetè parecchie volte, mentre la figlia continuava a spogliarsi. Qualche secondo dopo me la vidi davanti, completamente nuda. Charlie prese sua moglie per un braccio, l’aiutò ad alzarsi, e tutta la famiglia uscì dalla capanna, tranne Godjn.
Non sapevo se anche Niplino avesse intenzione di andarsene, ma comunque lo fece, non senza prima avermi lanciato un’occhiataccia. Avrei voluto dargli un altro colpo in testa, ma la vista di Godjn nuda mi aveva già eccitato, al punto da farmi dimenticare qualsiasi altra cosa. Forse è perchè non vedevo una ragazza nuda da parecchio, ma comunque la trovai bellissima. Non avevano la pelle scura come gli altri abitanti delle isole, i figli di Charlie e Sen Loo. Mentre guardavo la sua pelle vellutata, dal colore del bronzo e i suoi seni piccoli ma sodi, la mia eccitazione aumentava. Non vedevo l’ora di averla per me.
Mi punse una zanzara, e istintivamente mi voltai; mi accorsi che, prima di andarsene, avevano preso lo scatolone delle provviste e se l’erano portato via. Gli affari sono affari. In ogni modo non persi tempo a pensare a questo, perchè la ragazza che mi stava di fronte era una creatura meravigliosa. Non vedevo l’ora di farla piangere, prima di dolore e poi per la felicità.
Nella capanna non c’erano letti. L’unico posto dove ci si potesse sdraiare era una stuoia di paglia. Non mi piaceva quel rude giaciglio, ma poi pensai che forse avrebbe contribuito a farla soffrire di più. C’è una discreta componente di sadismo nel mio modo di accostarmi al sesso e mi faceva impazzire l’idea che lei piangesse per colpa mia e che mi supplicasse di avere pietà di lei.
Godjn parlava un po’ l’inglese, abbastanza per confermarmi di essere ancora vergine. Mentre mi spogliavo lei mi rivolse la parola.
– Joe, – mi disse, – io non conoscere questa cosa. Tu dovere insegnare cose. Preti dire questo male, ma noi mangiare in questo modo. –
Le dissi di prendermelo in mano. Mi ero spogliato, ma avevo tenuto la pistola accanto a me. Avevo paura che quel bastardo di Niplino mi giocasse qualche brutto tiro. Sapevo che non era d’accordo su ciò che stavo facendo, ma più guardavo la ragazza, più mi dimenticavo di lui. Comunque, Godjn me lo prese in mano timidamente.
La paura che dimostrava la ragazza non faceva che eccitarmi maggiormente. La vista del suo pube setoso mi faceva andare su di giri.
Era mezzo donna e mezzo bambina. La vista dei suoi seni piccoli e del monte di venere peloso mi faceva impazzire di desiderio. A quel punto mi accorsi che cominciava respirare affannosamente. Più mi accarezzava il membro, più difficile le diventava respirare. Capii che ciò che faceva cominciava a piacerle. Non ne fui troppo contento, volevo che soffrisse. Volevo sentirla piangere, quando l’avessi costretta ad aprire le cosce e l’avessi penetrata. Le dissi di sdraiarsi sulla stuoia e di allargare le gambe.
Si sdraiò come le avevo detto. Ignorai però le sue gambe aperte e le ordinai di prendermelo in bocca. Non che preferissi farmelo succhiare piuttosto che scoparla normalmente, solo ci tenevo che lei me lo prendesse in bocca. Non seppi spiegarmi neppure io il motivo.
– Io non sapere come fare questo, – obiettò la ragazza e io le spiegai che cosa doveva fare esattamente.
Godjn aveva l’aria sempre più spaventata.
– Io non volere fare questo, Joe, – aveva protestato. – Io non volere fare questo! –
A questo punto si mise a piangere e ebbi quasi la tentazione di lasciarla perdere. Ma la vista di quel corpo che si contorceva, di quelle ginocchia arrossate e graffiate dalla stuoia e il pensiero di umiliarla mi spinsero a continuare.
Le afferrai la testa con mani ferree e cercai di costringerla a prendermelo in bocca. Fu un’esperienza bellissima. Avreste dovuto vederla quando le ordinai di aprire la bocca! Non ne aveva assolutamente voglia, ma alla fine lo fece ugualmente. Pensava alla sua famiglia, e sapeva che avrebbero perso tutto quel cibo, se non mi avesse accontentato.
Aprì la bocca e io le infilai dentro il membro. Volli che mi guardasse in faccia mentre me lo baciava, e benchè parlasse male l’inglese, capì perfettamente le mie istruzioni. Per essere sicuro che mi capisse, mi aiutai anche con i gesti, ma alla fine riuscii a farmelo succhiare. In principio ebbi paura che vomitasse, ma più me lo baciava, più sembrava prenderci gusto. Aspettai finchè ebbi la certezza che se la stava spassando, lo capii dal fatto che a un certo momento mi prese i testicoli in mano e iniziò a gemere di piacere, poi decisi che era venuto il momento di sverginarla.
Dopo averle tolto di bocca il membro, ordinai alla ragazza di stendersi sulla stuoia e di allargare le gambe. Poi le feci alzare le ginocchia e le dissi di prepararsi alla penetrazione.
Sapeva che quello era il momento cruciale e spalancò gli occhi come lanterne. Persino quel particolare contribuì ad eccitarmi. Fece comunque come le avevo detto e finalmente riuscii a vedere le labbra strette del suo sesso. Da quelle parti, la gente non è molto pelosa. La ragazza non costituiva un’eccezione. Sul monte di venere il pelo c’era, ma in mezzo alle gambe era molto scarso. Questo particolare mi fece molto piacere.
Mi sollevai per guardarla meglio. Esaminai ogni singola curva, ogni centimetro del suo corpo. Le leggevo la paura negli occhi, ma nello stesso tempo vedevo le labbra del suo sesso diventare sempre più lucide, man mano che si lubrificava. La ragazza aveva paura, ma la lubrificazione era involontaria. Non poteva farne a meno. Probabilmente desiderava che le facessi qualcosa pur avendone paura. Forse era per questo motivo che mi aveva offerto il proprio corpo sin dall’inizio.
Dissi alla ragazza di stare pronta, poi mi abbassai tra le sue cosce. Lei mi pregò di non essere violento, di non farle male.
– Non fare male, Joe, – mi disse afferrandomi le mani e divaricando le ginocchia.
Appuntai il glande contro la sua fessura e iniziai a spingere. Era molto stretta e facevo fatica ad introdurlo. Nonostante le sue grida iniziai a penetrarla. Sentivo la sua guaina calda e umida avvolgermi strettamente, mentre avanzavo lentamente dentro di lei. Godevo di quelle sensazioni stupende, e godevo ancor di più guardando le sue smorfie di dolore e i movimenti spasmodici che faceva sotto di me, e godevo delle sue grida strozzate e dei suoi scatti nervosi provocati dalla sofferenza che le infliggevo. Sentivo il suo sesso cedere sotto la mia spinta, intanto che la ragazza continuava a implorarmi di non farle male.
Poi avvertii distintamente un ostacolo pararsi davanti la punta del mio membro: ero arrivato all’imene.
Mi fermai qualche attimo, per saggiarne la consistenza, facendola boccheggiare negli spasmi dolorosi, poi presi la rincorsa e diedi una botta violenta, lacerandola brutalmente e impalandola fino in fondo. L’urlo assordante che emise mi rintronò nelle orecchie, mentre la sentivo sobbalzare sotto il mio corpo. Diedi un’altra spinta andando a urtare il fondo della vagina e rimasi infisso dentro di lei profondamente. Le guardavo scendere le lacrime sul viso, la sentivo tremare a ogni mia contrazione, si lamentava e rabbrividiva, ma ormai l’avevo sverginata. Era mia.
Le diedi qualche attimo, per riprendersi dalla sofferenza della deflorazione, poi iniziai a muovermi dentro di lei, incurante delle sue grida. Scorrevo con spinte decise e secche andando a colpirla ogni volta alla bocca dell’utero, con l’intento di farle male. All’inizio ebbe un moto di ribellione e tentò di sottrarsi a quella sofferenza, cercò di sgusciarmi da sotto, di fuggire, ma la tenevo stretta e non riuscì nel suo tentativo; continuava a piangere e a lamentarsi, ma a poco a poco i suoi pianti e i suoi lamenti si andarono affievolendo, trasformandosi in gemiti sempre più prolungati che forse erano di piacere, un piacere che cominciava a crescere dentro di lei.
Capii che stava eccitandosi anche lei e poco dopo non ebbi più dubbi in proposito. Decisamente, ci stava prendendo gusto.
Non passò molto tempo, e la ragazza cominciò a dimenarsi sulla stuoia come un verme nel becco di un uccello. Si mise anche a mormorare parole per me incomprensibili, e a un tratto mi prese la faccia tra le mani e l’attirò verso la sua.
– Baciare me, Joe! – mi disse. – Baciare me! … Baciare me! –
Le nostre bocche si unirono.
La ragazza era talmente eccitata che per un pelo non rotolò fuori dalla stuoia. Sentii che si bagnava sempre più. Un po’ era sangue, un po’ il resto. Volevo vedere il mio membro mentre la penetrava, perciò mi alzai un poco, puntellandomi sui gomiti. Godjn mi aveva avvinghiato le gambe intorno alla vita. Mi sarei ricordato di lei per un bel po’ di tempo. Ne valeva la pena. I suoi seni si erano gonfiati per il desiderio. I capezzoli erano rigidi e duri. La divoravo con gli occhi, e intanto continuavo a penetrarla in profondità, facendola gemere di passione.
Avrei voluto sentirla ancora gridare di dolore. L’afferrai per la vita e la penetrai con tutta la violenza di cui ero capace. Stavolta mi parve di sentirla gemere di dolore. Era quel che desideravo, ma volevo farla soffrire ancora di più. Mi guardai intorno e vidi un robusto e corto bastone, lungo una cinquantina di centimetri e grosso quanto il suo polso, che probabilmente serviva a mescolare il riso che cucinavano. Dall’altra parte della stanza, c’era un’altra stuoia più piccola. L’andai a prendere e l’arrotolai stretta, in modo che non cedesse; poi feci alzare le natiche alla ragazza e le infilai sotto il sedere la stuoia arrotolata. La osservai attentamente e vidi che avevo fatto un buon lavoro. Il suo sesso, in quella posizione, era più dilatato. Le dissi di allargare maggiormente le gambe. Benchè avesse visibilmente paura, mi ubbidì. Mi sedetti a gambe incrociate tra le sue cosce e le infilai dentro il bastone. L’espressione del suo volto era tutta da guardare, man mano che glielo spingevo dentro. Se prima continuava a bagnarsi, adesso aveva un ruscello in mezzo alle gambe. Presi a muovere il bastone, spingendolo dentro e ritirandolo più in fretta che potevo. Credevo che le avrei fatto male, e invece quella se la godeva un mondo: vidi che stava addirittura per arrivare all’orgasmo. Mentre la guardavo incredulo, notai che aveva le natiche tutte graffiate dallo strofinare sulla stuoia. Decisi di infilarglielo nel sedere. Ce l’avevo durissimo, e volevo sentirla gridare. Volevo che mi supplicasse di smettere.
Malgrado le sue suppliche di continuare, la feci voltare a pancia sotto, con il ventre sulla stuoia arrotolata. In quella posizione il sedere si arcuava leggermente in alto, offrendosi meglio alla sodomizzazione. Il bastone glielo lasciai dentro la vagina, ormai fradicia. Mi sdraiai su di lei, che sicuramente non aveva nemmeno la più lontana idea di cosa volessi farle, e appoggiando la cappella sull’ano, iniziai a forzare, cercando di introdurmi in quel culo vergine.
La ragazza emise un urlo di sorpresa e dolore. Non le piaceva affatto quel che le stavo facendo.
– No, Joe. Tu fare male, – gridò allarmata. – Godjn sentire male… No, Joe! … Basta, Joe! … –
Ma io non mi fermai. Concentrato, mi reggevo il pene con una mano e spingevo sull’ano strettissimo sentendolo dilatare lentamente, mentre la ragazza tremava e stringeva i denti e le chiappe.
– Ora te lo metto tutto dentro… – le mormorai sul collo. – Fai un bel respiro baby e cerca di sopportare. –
Con un colpo più forte riuscii a forzare lo stretto anello e a introdurre il glande oltre lo sfintere che si richiuse palpitante attorno alla corolla. La ragazza cacciò un urlo altissimo. Gridò talmente forte, che pensai di veder arrivare tutta la sua famiglia. Fortunatamente non si vide nessuno. Probabilmente avevano paura di me, e soprattutto della pistola che gli avevo puntato addosso in precedenza.
– AAAAAAAAHHHHHHH!!!!!! ……. NO, JOE, NOO! ….. NNNOOOO!!! …. – continuava a urlare la ragazza. – Tu rompere me! …. Per favore, Joe! … Per favore, Joe! …… aaaaahhh!!!! … Fare male! …. Basta! … Basta! … –
– Sssssst…. Baby, – le soffiai sul collo. – Ancora ce n’hai solo metà dentro. Ora te lo metto tutto… ecco… –
E con una spinta forte e decisa arrivai a introdurlo fino in fondo. Godjn si agitò e gridò ancora più forte. Incurante delle urla e dei contorcimenti della ragazza, iniziai a scorrere dentro il suo retto.
Ce l’aveva stretto, strettissimo e… bollente. Non riuscivo quasi a muoverlo di quanto ce l’aveva stretto… Mi stava strizzando il cazzo col suo culino….
Continuai a pomparla con violenza, mentre la ragazza piangeva e singhiozzava disperata, squassata dai colpi violenti del cazzo con cui le occupavo tutto il retto. Ad ogni colpo, sicuramente le arrivavo fino alle reni. Cominciai a darle delle manate forti sulle chiappe. La povera Godjn non rispondeva più, distrutta, affranta, scioccata da tutte le sensazioni dolorose che l’attanagliavano. Ormai rassegnata a quella violenza, cercava di adeguarsi al mio ritmo, mentre sentiva il palo di carne intrappolato nel intestino che andava su e giù sfregandole le pareti irritate e doloranti.
La spinsi a sdraiarsi completamente prona sulla stuoia, pesandole addosso e sodomizzandola con forza bruta. In questa posizione arrivavo con il cazzo ancora più in profondità, dandole delle fitte di dolore inaudite, che le mozzavano il fiato e le trapassavano il cervello. Mi misi a pompare velocemente sentendo l’orgasmo salire ribollendo dai testicoli fino ai lombi e con una scossa violenta che mi fulminò eruttai lunghe spruzzate di sperma caldo, allagandole l’intestino, e facendole emettere nuove urla strozzate.
Quando finii, Godjn era disfatta dalla sofferenza, molle come uno straccio. Giaceva immobile, come morta, ed era talmente sfinita, che non riusciva neppure ad alzarsi. Anzi, per essere precisi, nel momento in cui mi ritrassi, perse i sensi. Sanguinava sia davanti che dietro e io avevo il cazzo tutto sporco di merda e di sangue. Il bastone che le avevo messo dentro era ancora al suo posto. Quando lo avevo infilato era marrone, quando lo tirai fuori era scarlatto.
Ebbi un po’ paura che i suoi potessero vendicarsi, perciò cercai di ripulirla come meglio potevo. Volevo fare le stesse cose a tutta la famiglia, ma avevo paura che la moglie di Charlie facesse un mucchio di storie, se avesse visto la figlia conciata in quel modo.
C’era un catino pieno d’acqua, trovai anche degli stracci, e me ne servii per pulire Godjn. Non appena la bagnai con l’acqua fresca, la ragazza rinvenne. Credevo che mi sarebbe saltata addosso arrabbiata e mi preparai a fronteggiarla, e invece mi sbagliavo. Mi guardò in faccia e mi chiese di baciarla.
Accidenti, io le donne proprio non le capirò mai.
Dopo essermi vestito, chiamai tutta la famiglia e me ne tornai alla mia capanna, ma prima rimasi a vedere che faccia avrebbero fatto nel vedere la ragazza. Mi divertii soprattutto a studiare la madre, quando vide la ragazza ancora nuda.
Nessuno mi ha mai guardato con tanto odio come quella donna, in tutta la mia vita. Decisi in quel momento che sarebbe stata la seconda della lista, anche se in fondo preferivo le figlie. Pensai anche a un sistema per far soffrire quell’odioso Niplino.
Sapevo che Charlie sarebbe rimasto presto senza provviste, e allora avrei avuto partita vinta. Sarebbe tornato da me, quando fosse rimasto senza cibo e io avrei avuto il coltello dalla parte del manico.
Dopo una settimana, infatti, Charlie venne alla capanna a chiedere dell’altro cibo. L’accompagnava Sen Loo. Giocai bene le mie carte, stavolta volevo sua moglie e alla fine l’ebbi. Avevo deciso di fargliela pagare a quella donna, e volevo che suo marito assistesse alla scena. Quando Charlie mi chiese altre provviste, rifiutai di dargliele.
– Perchè tu non dare? – mi domandò Charlie, e io gli risposi che non era stato ai patti.
– Perchè dire questo, Joe? – aveva insistito il coreano.
– Non mi hai dato le tue figlie, – gli risposi. – Ma vieni dentro! Ti voglio mostrare una cosa. –
Li portai dentro la capanna. Volevo che vedessero le provviste che mi erano appena arrivate. Avevo un sacco di roba, persino indumenti. Mostrai loro un po’ di roba, e avreste dovuto vedere la loro faccia, alla vista di tutto quel ben di Dio.
Avevo persino delle uova fresche. Loro si erano già mangiati da chissà quanto tempo i loro polli, e le uova erano ormai un lontano ricordo. Li portai davanti al frigorifero e gli mostrai tutto quel che avevo. Dopo di che dissi a Charlie di andarsene e di non farsi vedere mai più.
Charlie aveva l’aria di un cane bastonato, quando gli imposi di andarsene. Il coreano era risoluto a ottenere qualcosa da mettere sotto i denti, così come lo ero io a farmi sua moglie.
– Charlie avere assolutamente bisogno di cibo, – mi disse il coreano, ma mi mostrai irremovibile.
– Niente donne, niente cibo. – gli risposi.
– Cosa volere dire, Joe? – mi domandò nel suo inglese stentato. – Charlie già dato Godjn. Che altro volere, Joe? –
Invece di rispondere, guardai Sen Loo, poi Charlie, poi di nuovo Sen Loo, e ancora Charlie. Il coreano capì.
– No, Joe, – aveva risposto. – Charlie non dare Loo, nè a te, nè a nessun altro. –
Allungai una mano, agguantai Charlie per il collo e gli diedi una violenta scrollata. Gli dissi chiaro e tondo che gli avrei tagliato i viveri, se non mi consentiva di fare all’amore con tutte le donne della sua famiglia.
Quando lo lasciai andare, quel figlio di puttana si accasciò a terra. Probabilmente era convinto che gli avrei sparato. La moglie del coreano si inginocchiò a terra accanto a lui e gli parlò. Naturalmente non potevo capire cosa gli stava dicendo, comunque Charlie si calmò, alzò la testa e mi guardò. Nei suoi occhi si leggeva odio e disperazione.
Sen Loo si alzò lentamente e mi fissò negli occhi.
– Dove tu volere andare a fare queste cose? – mi domandò, con voce tremante, nel suo inglese stentato.
Quando Sen Loo mi rivolse quella domanda, rimasi talmente meravigliato che non riuscii a rispondere. In quel momento mi sentii padrone della situazione, ero al settimo cielo. Avevo vinto io.
Non risposi alla sua domanda e lei cominciò a spogliarsi, e un attimo dopo era completamente nuda. Sotto il vestito non indossava altro, e benchè avesse avuto cinque figli, la sua figura era perfetta. Avete mai visto il corpo di una cinese? Hanno le più belle natiche del mondo, con le fossette sopra. C’è di che perdere la testa. Avreste dovuto vedere il corpo della moglie di Charlie! Era proprio una donna meravigliosa. Non me ne ero accorto prima, perchè avevo concentrato l’attenzione sulle sue figlie. Ma per non accorgersi che era bella, bisognava essere ciechi. E quando si spogliò davanti ai miei occhi, cominciai a vederci doppio. Mi eccitai da morire. Non potete immaginare quanto era bella! Di donne ne ho viste tante in vita mia, ma mai nessuna con un corpo come quello. Sembrava una dea con la pelle dorata. Mi venne una gran voglia di baciarla in mezzo alle gambe.
La guardai affascinato e, per un breve secondo, mi pentii di ciò che stavo facendo, mi sentii un verme, ma questo pensiero durò un istante. Subito dopo mi ripresi e ordinai a Sen Loo di seguirmi nell’altra stanza. Volli che Charlie venisse con noi e il povero coreano ci seguì in silenzio, a testa bassa. La sua espressione era da fotografare. A volte mi capita ancora di ripensare alla sua faccia, e a distanza di tanto tempo mi viene ancora da ridere. Ma in quel momento non avevo tempo da perdere a guardare lui, perchè il culo di sua moglie, che camminava davanti a me, m’interessava molto di più.
Quando fummo nell’altra stanza, feci lavorare il cervello a pieno regime. Volevo trovare un modo nuovo di fare all’amore e ci riuscii. Ci tenevo che Charlie fosse presente, così lo feci sedere in un angolo e mi accontentai che restasse a guardarci. Mi tolsi la divisa e mi misi carponi per terra, poi ordinai a Charlie di dire alla moglie di prendermelo in bocca. La donna cercò di opporre resistenza, ma alla fine non potè fare altro che obbedire. Sembrava un vitello intento a succhiare il latte materno. Non avevo mai fatto una cosa del genere in vita mia, ma vi assicuro che è stato molto divertente. Lei stava con la faccia sotto di me, avevo allargato le gambe e mi feci mungere come una mucca. Alla fine le sono venuto in bocca. Capii che era la prima volta che le succedeva una cosa simile, ma se ne rimase buona buona anche durante il mio orgasmo. Dissi poi a Charlie di lasciarmi sua moglie e di andare a casa a prendere le figlie. Il maschio però doveva lasciarlo a casa. Fece obiezioni, ma dopo che l’ebbi minacciato con la pistola, non gli restò altra scelta che ubbidire.
Appena il marito fu uscito guardai Sen Loo e vidi che aveva lo sguardo smarrito e leggermente preoccupato. La feci sedere sulla cuccetta. Eravamo nudi entrambi, e finalmente soli. Le misi una mano in mezzo alle gambe, aveva il pelo nero e lucente come seta e molto folto: la trovai leggermente bagnata. Non appena la toccai si lasciò sfuggire un gridolino. Le infilai dentro un dito e lei allargò le gambe, forse per non sentire troppo male.
– Perchè tu fare a me queste cose, Joe? – mi domandò piagnucolando, mentre la toccavo e l’accarezzavo dappertutto.
Le risposi di tenere il becco chiuso, poi la feci rialzare e la feci chinare sulla cuccetta, facendovela appoggiare con i gomiti. Tenendola per le anche appoggiai il glande alle grandi labbra della sua fessura, lo mossi un po’ per scostarle e mi presentai all’ingresso della vagina. Strinsi forte le mani sulle sue anche per tenerla bloccata e spinsi entrandole dentro. Dopo averlo introdotto di un buon terzo, diedi una stoccata più forte e la infilai fino in fondo. La cinese lanciò un urlo, e la sentii irrigidirsi sotto le mie mani. La sua vagina aveva partorito cinque figli, ma ciò nonostante era stretta ed elastica e calda, addirittura bollente. Come un toro infoiato, le passai entrambe le braccia attorno alla vita, tenendola stretta a me per il ventre e cominciai a fotterla velocemente, colpendole le natiche con colpi forti e ritmati. Non era molto bagnata e all’inizio si lamentò un po’ per i colpi che le davo e per il bruciore che sicuramente sentiva, ma poi, a poco a poco, cominciò a sciogliersi e a bagnarsi sempre di più, mentre i suoi lamenti diventavano gemiti.
Stavo per arrivare all’orgasmo, quando il marito suonò il campanello della capanna. Non sono andato subito ad aprirgli, stavo infilzando ancora sua moglie. Intanto, Sen Loo era diventata calda come un forno. Accidenti com’era calda quella donna! Cercava di darsi un contegno ma capivo che era terribilmente eccitata.
Un attimo dopo arrivai all’orgasmo e venni copiosamente dentro di lei. Credo di averla messa incinta. Non ero sicuro che il figlio fosse mio, ma prima di partire dall’isola mi accorsi che le si stava gonfiando la pancia. Non saprò mai se veramente l’ho messa incinta, ma una cosa è certa: gliel’ho fatto sentire ben bene, e lei ci prese gusto.
Intanto continuavo a rimanere ancora duro, eccitato da tutta quella situazione e, mentre la donna stava per arrivare anche lei all’orgasmo, lo tolsi dalla sua vagina e lo appuntai tra le natiche contro lo sfintere che palpitava nell’avvicinarsi del piacere. Il membro era tutto unto dei suoi umori ed ebbe vita facile a penetrarla nel sedere, benchè fosse vergine da quella parte. La tenni forte per i fianchi, spingendo con tutte le mie forze, mentre intanto Sen Loo, avendo scoperto che la cosa era dolorosa, non ne voleva sapere di farsi inculare e quindi cercava di sottrarsi e di fuggire.
Quando oltrepassai con il glande il muscolo dell’ano cacciò un urlo straziante e la vidi artigliare con le unghie il lenzuolo della cuccetta. Dava dei violenti colpi col sedere all’insù, si inarcava come trafitta e scalciava violentemente con le gambe, cercando di scrollarmi di dosso. Ma io non mollavo un millimetro della mia posizione, continuavo viziosamente a spingere per introdurmi sempre più dentro il culetto tondo della cinese.
Le stavo facendo veramente male perchè la poveretta lanciava grida strazianti che avrebbero intenerito un cuore di pietra e mi implorava, nel suo inglese stentato, di uscire e di smettere che stava per svenire dal dolore.
Quel maledetto campanello continuava a suonare, la donna urlava e io, quasi impazzito dalla libidine, sudando e ansimando continuavo a introdurre il cazzo, seppure con difficoltà e lentezza, tutto dentro il culo di Sen Loo.
Quando non potei andare oltre, capii di essere arrivato in fondo e mi fermai a riprendere fiato. La donna lanciò un ultimo urlo disperato e poi giacque immobile sotto di me, tremando e piangendo come una bambina. Mi premeva il culo contro lo stomaco e doveva sentirsi dilatata fino all’inverosimile dal mio affare che si annidava dentro le sue viscere.
Dopo qualche attimo di tregua, cominciai a muovermi oscillando su di lei e strappandole nuove grida di sofferenza, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente. Poi cominciai a incularla così violentemente che la poverina sbatteva sulla cuccetta e rimbalzava contro di me soffrendo doppiamente e lamentandosi come un’ossessa. Un lamento continuo le usciva dalla gola senza soluzione di continuità e vedevo chiaramente i suoi lunghi capelli scomposti e tutti sudati appiccicarlesi sul viso sfatto e distrutto dal dolore. Non ressi più alla libidine accumulata dentro di me e, con un’ultima serie di colpi violenti e veloci, le scaricai nell’intestino tutto lo sperma accumulato.
Mi calmai un attimo a riprendere fiato, mentre il campanello continuava a martellarmi le orecchie col suo suono squillante, poi mi tirai fuori dal culo sanguinante e andai ad aprire.
Mi trovai davanti Charlie, sorridente come sempre.
– Charlie tornato – mi disse. – Loo sta bene? –
– Si, figlio di puttana, – gli risposi, e solo in quel momento mi accorsi della presenza di Niplino. – Ti avevo detto di lasciarlo a casa! – dissi al coreano, ma Niplino sorrise e a me passò la rabbia.
– Adesso tu dare cibo? – domandò Charlie.
Gli risposi che tutto dipendeva dal comportamento delle ragazze. C’erano tutte, compresa Godjn, tutta sorridente. Le altre invece avevano l’aria spaventata. Dissi a tutte quante di entrare. Quando videro la roba da mangiare, gli si accesero gli occhi come tante candele. Non avevano mai visto tanto cibo tutto insieme.
Per quel giorno mi ero già dato abbastanza da fare con la loro madre, che era rimasta tutta nuda e tremante nella seconda stanza della capanna. Ci tenevo però che la vedessero, soprattutto Maria, quella di diciassette anni. Avevo deciso che la prossima sarebbe stata lei e volevo fare all’amore con lei di fronte a tutti gli altri, e soprattutto alla presenza di Niplino. Obbligai tutti i membri della famiglia a entrare nella stanza dove stava Sen Loo.
Potete immaginare la loro espressione, quando hanno visto la loro madre nuda, piegata sul lettino. Probabilmente era troppo debole per alzarsi in piedi. Stava ancora lamentandosi, quando entrammo. Charlie non fu affatto contento di trovare la moglie in quello stato, di vedere le sue natiche bagnate e di capire che era stata sodomizzata dal loro sadico benefattore.
– A Charlie non piace questo, – aveva detto. – A Charlie non piace. –
Dopo essersi avvicinato alla moglie, l’aveva aiutata ad alzarsi e a rivestirsi. Immaginai quel che provava vedendo che lungo le cosce della moglie colava il sangue della deflorazione anale. Era terribilmente arrabbiato, e anche Niplino lo era, tanto che mi sono visto costretto a dargli un’altra botta in testa. Sembrava impazzito dalla rabbia, quando ha visto sua madre in quello stato.
– Tu non dovere fare questo a Loo, – disse Charlie, e in quel momento il ragazzo mi balzò addosso.
Mi vidi costretto a colpirlo con il calcio della pistola, per togliermelo di torno. A quel punto, cercarono di piantarmi in asso e di andarsene, ma gli puntai contro la rivoltella e tutti si fermarono ai loro posti. Gli bastò vedere la pistola e si calmarono subito.
Ma mi ero stufato e li rimandai tutti alla loro capanna senza dar loro niente. Dissi a Charlie che se volevano mangiare avrebbe dovuto mandarmi una delle figlie a turno, ogni giorno.
Dal giorno dopo in avanti, e per tutta la mia permanenza nell’isola, non cessai mai di rifornire di cibo la famiglia. Ogni giorno mi facevo una ragazza diversa e a tutte quante ho rotto il sedere, dopo averle sverginate. Anche la madre, ogni tanto, prendeva il posto di una delle figlie. Ci aveva preso gusto. Quella prima volta l’avevo fatta soffrire, ma anche tanto godere. Suo marito doveva essere una nullità come amante. Gli orientali sono tremendi in queste cose. Trattano le mogli come se fossero maiali. Sono sicuro di aver messo in stato interessate tutte le figlie, oltre alla madre.
Dopo due mesi fui trasferito a un’altra destinazione, ma il periodo trascorso in quell’isola fu sicuramente uno dei migliori della mia vita. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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