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Il parcheggio

Mi chiamo Sandra ho circa 30 anni e abito in una cittadina turistica del Lago Maggiore dove ho un negozietto di abbigliamento.
Era ormai ora di chiusura quando vidi entrare Franco, il mio attuale uomo, di mestiere auto-trasportatore, conosciuto grazie ai suoi giri di consegne alcuni mesi fa.
“Ciao tesoro, mi disse appena entrato, fatti bella che questa sera ti porto in un posto dove possiamo stare tranquilli e lontani da occhi indiscreti per tutto il tempo che vogliamo.
“Bene, gli risposi, ci vediamo al bar tra mezz’ora per un aperitivo ma adesso esci che mi voglio preparare con calma senza te tra i piedi”.
Conoscevo bene i suoi gusti e cosa intendeva quando mi chiedeva di “farmi bella”; presi un paio di autoreggenti a rete, un reggiseno di quelli che ti fanno due tette mozzafiato e un abito corto e scollato.
La cosa che più lo eccitava era la figa depilata e quella sera decisi di farlo contento; con schiuma e bilama tolsi tutto il boschetto lasciando solo un triangolino in alto.
Dopo essermi vestita e truccata mi guardai allo specchio: stavo proprio bene e per completare l’opera indossai un impermeabile nero.

Franco era al banco del bar che mi aspettava, mi sedetti affianco e per stuzzicare maggiormente la sua curiosità di sapere come ero vestita tenevo di proposito l’impermeabile abbottonato.
Mancavano pochi minuti alla chiusura del locale, ma anche se eravamo gli uni ci rimasti questo non costituiva un problema, Renzo, il propietario, era un amico e tante volte ci aveva dato da bere dopo aver chiuso il locale.
E così avvenne anche quella sera;
“Non preoccupatevi per l’orario” disse chiudendo la porta di ingresso e abbassando le tende delle vetrine.
Ci preparò l’aperitivo e subito dopo si assentò dicendo
“Fate pure con calma, vi lascio soli, devo andare a riordinare la cantina, quando volete andare chiamatemi che vengo a richiudere la porta e a salutare la mia amica preferita”.
Il fatto i essere da soli e di avere il locale a disposizione contribuiva a stimolare le mie fantasie erotiche.
Scesi dallo sgabello e mi diressi al centro della sala, sbottonai con lentezza l’impermeabile e lo appoggiai su di una sedia; il vestito, già corto, con i movimenti lo era diventato ancora di più, tanto che copriva a malapena il sedere e la patatina lasciando in bella mostra il pizzo delle autoreggenti.
“Cosa ne dici, ti piace il mio abbigliamento? ”
“Non ho parole”, disse Franco,
“ma non ti sembra di esagerare? ”
“Nemmeno per idea”, aggiunsi,
“stai a vedere, questo è solo l’inizio.
Mi recai in bagno, mi liberai dell’abitino, del reggiseno, delle mutandine e con indosso solo le calze a rete e le scarpe tornai a sedermi.
Ero al banco del bar nuda, sentivo il freddo dello sgabello sulle natiche e come se nulla fosse continuavo a gustare l’aperitivo.
L’esibire il mio corpo in pubblico, con il rischio di essere vista da altri, era per me fonte di eccitazione come anche l’imbarazzo che si leggeva sul volto di Franco.
Questi era come paralizzato, l’unica cosa che riuscì a dire fu:
“Sei impazzita? Ti ha dato di volta il cervello? ”
Incurante delle sue parole allargai le gambe e mostrai la figa senza peli
“è così che ti piace vero? ”
“Non ce la faccio a resistere ancora per molto, andiamo, non essere esagerata, se Renzo sale che figura facciamo? ”
“Vuoi vedere? ” aggiunsi.
Scesi dallo sgabello, mi diressi verso le scale che portano in cantina, scesi un paio di scalini, appoggiai la schiena al corrimano aprii le gambe e mentre con una mano mi massaggiavo i seni con l’altra ero scesa a toccarmi la patatina ormai gonfia e ricca di umori.
Sentivo arrivare da sotto il rumore prodotto da Renzo intento a sistemare le bottiglie e questo non faceva altro che aumentare il mio piacere; mi strizzavo i capezzoli, turgidi come non mai, quasi da farmi male e muovevo le dita nella vagina in modo forsennato, ero prossima a godere quando, come colta da raptus, chiamai Renzo dicendogli di salire .
Capivo dai passi sempre più vicini che ormai solo pochi scalini mi separava
no dalla sua vista, l’essere conscia che stavo per essere scoperta mi procurò un orgasmo di una violenza inaudita.
Feci appena in tempo, spero, ad allontanarmi di corsa senza essere vista ma non riuscii a trattenere un urlo di godimento mentre mi dirigevo verso il bagno.
Impiegai alcuni minuti per riprendermi, ritornata alla norma e rivestita tornai al banco dove mi stavano aspettando.
“Sentivo dei rumori strani, chissà cosa avete combinato in mia assenza” disse Renzo scherzando. bevvi ancora un sorso e uscimmo.

Il posto “tranquillo” che Franco aveva scoperto non era altro che uno spiazzo enorme, recintato e chiuso da un cancello, adibito a parcheggio per gli automezzi di una ditta di autotrasporti per cui lui lavorava.
Una volta entrati per evitare l’accesso ad altri bloccò il cancello con una spranga, fatto questo parcheggiammo l’auto tra due camion.
Era quasi deserto, in tutto vi saranno stati 4-5 mezzi.
Eravamo intenti nelle nostre effusioni quando improvvisamente la mia porta si aprì e mi trovai di fronte un uomo che mi diceva
“Ben arrivata, io e i miei amici pensavamo che non sarebbe venuto nessuno”.
Franco cercò di dire qualcosa ma non ne ebbe il tempo, altri quattro lo avevano tirato fuori e lo trattenevamo senza molti complimenti.
“Scendi e facci vedere un po’ come sei fatta” aggiunse rivolgendosi a me.
Io ero paralizzata dalla paura, in tre mi presero e mi trascinarono al centro di una zona illuminata dai fari di un camion, cosi da potermi valutare meglio.
Mi sembrava di essere al mercato degli schiavi che si vedeva nei vecchi film, peccato che la schiava da vendere ero io.
“Togliti l’impermeabile, muoviti” mi fù subito ordinato.
Ubbidii, non avevo altra scelta.
Quando videro il vestito corto e scollato applaudirono. Bella idea quella di vestirmi così l’ideale per eccitarli ancora di più.
L’uomo che dava gli ordini si rivolse agli altri e indicando Franco che si dimenava e urlava come se avesse qualcosa da spiegare disse
“portatelo in cabina e legatelo al volante non ci darà fastidio e potrà godersi lo spettacolo dalla tribuna d’onore” i quattro eseguirono.
Adesso era il mio turno.
“Dai via il vestito e girati anche verso il tuo amico, fai divertire anche lui”
Sfilai il vestito e rimasi con la sola biancheria intima.
“Via anche il reggiseno e le mutandine” un’ovazione accompagnò la perdita del primo e un’altra ancora più forte ci fu quando rimasi nuda con solo le calze.
Con una mano cercavo di coprirei seni e con l’altra di nascondere la figa, ma inutilmente.
Uno di loro notò che ero senza peli ed esclamò
“guardate ragazzi ha la figa depilata, l’abbiamo beccata proprio troia questa volta”
Cosa mi sarebbe successo adesso?
Non era molto difficile immaginare cosa poteva capitarmi.
Il nuovo ordine arrivò subito.
“Legatela alla macchina”; in due mi distesero sul cofano mi allargarono le braccia e le legarono una con l’altra attraverso i vetri abbassati delle porte, toccò poi alle gambe che vennero legate ai paraurti; erano dei gentiluomini, per farmi stare più comoda avevano disteso sul cofano una coperta e messo un cuscino sotto alla testa.
Nuda, legata, gambe larghe, figa depilata calze nere e tette al vento fisico non male cosa volevano di più?
Uno di loro si avvicinò e cominciò a toccarmi e a baciarmi le tette, scese lungo il tronco fino alle cosce e alle gambe, mi accarezzò la pussy, la baciò per alcuni momenti e completò l’opera infilandovi le dita.
In men che si dica il suo uccello prese il posto delle dita, cominciavo a sentire un certo piacere che mi aumentava al pensare di essere presa da altri sotto gli occhi del mio uomo.
Non riuscii a trattenermi e mi lasciai trascinare dalle onde dal piacere.
Mi scoparono a turno. come in una catena di montaggio, uno non faceva in tempo a venirmi dentro che subito venivo montata da un altro; non facevo in tempo a terminare un orgasmo che ne avevo un altro.
Avevo mani, bocche, lingue e cazzi che mi toccavano e mi frugavano dappertutto, urlavo dal piacere e questo non faceva che eccitarli ulteriormente.
Peccato che fossero solo in quattro.
Alla fine della “performance” ero così stravolta che non mi accorsi neppure di essere stata slegata.
Mi sollevai dal cofano, mi rimisi in piedi e mentre cercavo qualcosa per coprirmi sentii la voce di Gianni, così si chiamava il capo, che diceva:
“lascia stare, stai bene così, rilassati”.
I quattro, uno dei quali era un giovane di colore particolarmente dotato, erano seduti su due panchine vicino alla mia auto e stavano bevendo birra mi avvicinai e mi misi a bere con loro.
Il fatto di essere nuda e di avere i loro sguardi sempre puntati sul mio corpo mi procurava una sottile eccitazione.
Uno di loro si assentò e torno dopo poco con una macchina fotografica, mi condusse al suo camion e mi scattò una foto ricordo: la classica foto del camionista, nuda , gambe divaricate bernarda e tette in bella mostra con il suo cappellino in testa seduta al posto guida.
L’idea piacque anche agli altri, ognuno volle una mia foto ricordo, chi preferiva riprendermi la figa chi il culo chi le tette, ognuno aveva le sue preferenze.
Terminate le foto pensai che ormai tutto fosse finito e mi diressi verso l’auto anche per sapere che fine avesse fatto Franco; lo trovai appoggiato alla macchina che mi aspettava, mi avvicinai per abbracciarlo e come tutta risposta mi disse
“Di tutte le troie che ho conosciuto tu sei la più troia di tutte”
Le sue parole fecero scattare dentro di me una molla, presi dal sedile posteriore una coperta e la distesi per terra a pochi passi da lui, mi sedetti al centro e chiamai intorno i quattro ragazzi, abbassai loro i pantaloni e cominciai a massaggiare e a succhiare i loro uccelli.
Uno in bocca e altri due in mano.
Quello che stavo spompinando venne così improvvisamente che non potei fare a meno di ingoiare il primo schizzo mentre riuscii a dirottare i successivi sul viso e sul seno sui quali, dopo poco, scaricarono la loro venuta gli altri.
Mi massaggiai le tette con il loro seme, mi pulii le labbra con la lingua e con essa raccolsi le ultime gocce dai loro membri.
Mancava ancora da soddisfare il giovane di colore: conoscendo la scarsa simpatia di Franco nei loro confronti lo avevo tenuto per ultimo, volevo fargliela pagare fino in fondo.
Mi misi alla pecorina e incomincia a toccarmi con un dito il sedere, capì subito cosa volevo e proseguì nell’opera infilandomi prima un dito poi un altro.
Dopo aver lubrificato lo sfintere con la saliva mi allargò le natiche e mi sodomizzò.
Non riuscii a trattenere un urlo di dolore quando mi infilò nel culo quella mazza che aveva in mezzo alle gambe ad ogni colpo temevo mi rompesse in due, per fortuna non mia non impiegò molto a venire.
Con il “negro” ancora dentro dissi a Franco
“Hai ragione sono proprio una troia”.
Avevo forse esagerato ma potevo ritenermi soddisfatta.
Franco, vuoi per le birre bevute, vuoi per la situazione era completamente perso tanto da stare a malapena in piedi.
Mi ricomposi e lo aiutai a risalire in macchina; stavamo per partire quando mi venne incontro Gianni il padrone di casa.
“Ciao, ti faccio i miei complimenti per la serata, sei veramente in gamba; stavo per mandarlo a quel paese quando aggiunse”
Mi ha sempre portato delle ragazze giuste ma tu le superi tutte, i miei uomini non si sono mai divertiti tanto non sembrava neppure che fosse stato tutto organizzato, ma mi raccomando la prossima volta cercate di essere più precisi, l’appuntamento non era per oggi ma per domani sera, ci avete beccati per caso.
Tieni questo è quello che abbiamo pattuito, 250mila a testa più atre 200mila che ti hanno voluto dare i ragazzi.
Era tutto chiaro, Franco procurava le donne e pensava che quella sera nel parcheggio non ci fosse nessuno.
“Lasciami il cellulare, una volta la settimana ho bisogno, mi sdebito così con
i miei autisti in cambio di certi trasporti particolari”
“Certo, dissi io, ci possiamo mettere d’accordo senza intermediari, tieni presente che non lo faccio per mestiere ma perché mi piace”
“L’avevo intuito” aggiunse,
“ti saluto, ci sentiamo tra alcuni giorni”.
Mi sedetti, con non poco dolore, al posto di giuda e ce ne andammo; dopo alcuni chilometri incontrai un autogrill, mi fermai, aiutai Franco che era sempre perso a scendere e con la scusa di farle prendere un p• d’aria lo feci sedere su di una panchina; si riaddormentò subito.
Presi un pezzo di carta , vi scrissi una sola parola: GRAZIE e glielo infilai in tasca assieme a 200mila lire.
Ripartii lasciandolo sulla panchina a continuare il suo sonno.
Tante mie amiche sposate o fidanzate escono da sole una volta alla settimana lasciando a casa fidanzati mariti e figli con la speranza di cuccare io cosa faccio di diverso da loro?
Di una cosa ero certa che il culo per qualche mese non me lo sarei più fatto fare. FINE

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