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Avanti il prossimo

Sono una dermatologo. Dapprima all’università, poi durante la specializzazione e la gavetta negli ospedali, infine nella mia attività presso un poliambulatorio, ne ho visti e toccati di corpi, di pelli, di nudità. Corpi giovani, vecchi, magri, grassi, flaccidi, atletici, pelle liscia, rugosa, sana, cadente.
D’altronde la mia specialità non può non avere a che fare con la pelle e dopo un po’ sviluppi un rapporto del tutto particolare, del tutto impersonale con l’oggetto della tua professione. In questo direi che noi dermatologi siamo secondi solo ai colleghi ginecologi i quali, secondo me, a furia di infilare il dito là dentro, giungono a personificarla.
Non mi stupirei a sapere che la maggior parte di loro mentre visita, mentalmente si rivolga alla vagina di turno attribuendole dei nomi: come va signora x?, la vedo bene signorina y, cosa le succede signora z?, la vedo un po’ arrossata…
Scherzi a parte, io non ho mai mancato al codice deontologico durante le visite, anche se più di una volta ho sorpreso me stesso a immaginare i miei pazienti in tutt’altra veste, trovando buffo il loro imbarazzo a mostrarsi (soprattutto gli uomini) a un medico che è pur sempre un uomo abbastanza giovane e, lo dico senza presunzione ma anche senza falsa modestia, piuttosto piacente.
Si, mostrarsi, perché dovete sapere che i problemi dermatologici non sorgono solo sul viso o su parti comunque già esposte, e in ogni caso fa parte di una corretta condotta professionale condurre un’esplorazione approfondita sul corpo del paziente, soprattutto se si sospetta la presenza di macchie che possono rappresentare la spia di malattie più gravi.
Ora, alla soglia dei trentacinque anni, sento il bisogno di raccontare a qualcuno di quell’unica volta, circa un anno fa, in cui qualcosa mi indusse a infrangere la barriera che di solito frappongo tra me e i miei pazienti e mi portò a compiere un’esperienza per me sconvolgente, che popola tuttora i miei sogni non solo notturni.
Bene, cominciamo dall’inizio…

“Avanti il prossimo!” quante volte ho pronunciato questa frase e quella volta entrò uno dei tanti, un uomo giovane, alto ma non altissimo, atletico ma non palestrato, carino ma non di quelli che ti fanno girare la testa. Tanto che gli chiesi: “Mi dica, cosa c’è che non va?” senza quasi guardarlo mentre si sedeva davanti alla mia scrivania e mentre io continuavo a compilare la scheda personale coi dati che mi aveva passato l’accettazione.
“Buongiorno, dottore… sono venuto da lei perché mi sono accorto della comparsa di un neo che non ho mai visto prima…”.
Non gli lasciai finire nemmeno la frase e gli dissi meccanicamente: “Bene, vediamo. Si spogli, si tolga tutto tranne gli slip e si sdrai sul lettino.”. Dato che non si muoveva, lo guardai e lo esortai: “Prego!…”.
“Ecco… a dir la verità” proseguì un po’ imbarazzato “il neo è in un brutto posto… sul glande…”.
“Va bene! Allora si tolga anche gli slip che gli diamo un’occhiata…”
Fu questo preciso momento, mentre lui si spogliava, a cui posso far risalire l’inizio della mia folle esperienza. Ricordo di aver sentito come una scossa elettrica attraversarmi tutto il corpo e di aver ascoltato la mia voce come se fosse un’altro me stesso a parlare e dire “…si tolga anche gli slip…”
Mi alzai e andai verso il mobile basso contro la parete per mettermi i guanti di lattice, mentre lui si sdraiava completamente nudo sul lettino. Mi accorsi allora che tutto sommato era un bel ragazzo, muscoloso ma non palestrato, come piacciono a me, ed ebbi la netta sensazione di aver imboccato una discesa, lungo la quale sarebbe stato molto difficile fermarsi.
Mi avvicinai a lui puntando direttamente ai suoi genitali e, cercando di assumere l’aria più professionale possibile, gli feci un paio di domande di routine, anche per scaricare la tensione di cui ero preda.
Gli presi il pene con una mano, lo alzai leggermente e mi accorsi che era circonciso. Vidi subito con l’occhio allenato da migliaia di visite precedenti che il neo era in realtà una innocua lenticella, come ne aveva altre sul resto del corpo, e questo mi diede la spinta definitiva verso l’abisso. Sentii dentro me stesso montare una sicurezza che non avrei mai sospettato di avere, quasi una spavalderia, il cervello pulsava come fosse preda di una ubriacatura tale da annullare ogni freno inibitore.
Così mentii spudoratamente: “Da una prima occhiata non dovrebbe essere nulla di preoccupante, ma per essere più sicuro dovrei esaminare la zona mentre la pelle è tesa al massimo, in altre parole il pene deve essere in erezione.”
A queste parole dette con un tono che non ammetteva repliche, lo vidi sussultare leggermente, non se lo aspettava! Ma quello che ancora avevo tra le dita cominciò a inturgidirsi, segno che il mio affondo aveva colpito nel segno. Presi un grosso respiro e gli proposi: “Se vuole, l’aiuto…”.
Mi sentivo in subbuglio, lo stomaco contratto e il mio pene in erezione e sapevo che avrei potuto saltare sul lettino sopra di lui già bell’e pronto, ma per ora volevo fare una cosa ben precisa, e una sola. Mi tolsi i guanti di lattice e ripresi in mano il suo pene, che nel frattempo mostrava i segni inequivocabili di un’erezione…

Alt, fermi tutti! Non posso continuare a raccontare usando questi termini: pene, glande, vanno bene se sto scrivendo una diagnosi!
Ma se sto dicendo che di lì a poco me lo sarei infilato in bocca, era il suo cazzo che stavo per succhiare! Le parole hanno un incredibile potere evocativo e anche ora che sto semplicemente raccontando, scrivere “cazzo” mi fa uno splendido effetto… Dunque, riprendiamo…

Presi di nuovo nella mano destra il suo uccello e lo accarezzai prima delicatamente poi più intensamente sfregandolo dall’alto in basso e viceversa: Quando fu bello duro, infilai la mano sinistra al di sotto della sua coscia e sfiorando il sedere arrivai alle palle che cominciai a massaggiare mentre con l’altra mano continuavo a fare quello che stavo facendo. Gli dissi un’altra panzana del tipo: “Ora devo fare un altro controllo, perché a volte i nei patologici hanno un sapore caratteristico…” e senza mai guardarlo in faccia mi chinai e glielo presi in bocca.
Cominciai a leccarlo con la lingua, poi a succhiarlo dapprima dolcemente poi con più decisione, senza peraltro interrompere il lavoro di mano. Due o tre volte sentii che inarcava il corpo e rallentai il ritmo perché non volevo che venisse troppo presto. Aveva sicuramente capito che non mi sarei fermato e che volevo andare fino in fondo senza ritrarmi nel momento cruciale. Alla fine lo sentii respirare affannosamente come non mai e una serie di onde concentriche che partivano dalla base del suo cazzo furono il preludio a un’esplosione liquida e calda nella mia bocca. Era la prima volta che permettevo ad un uomo di eiacularmi in bocca e devo ammettere che il sapore dello sperma non era disgustoso come me l’ero immaginato. Per non sporcare il lettino dovetti mio malgrado inghiottire quella crema calda e un po’ appiccicosa che mi aveva sprizzato dentro.
Mi diressi verso il bagno mentre gli dicevo sforzandomi di avere un tono il più possibile distaccato: “Bene, si rivesta pure”. Mi sciacquai la bocca e feci alcuni profondi respiri appoggiato al lavandino, con il cuore che mi batteva ancora all’impazzata. Tornai nell’ambulatorio, mi sedetti alla scrivania e facendo finta di scrivere qualcosa gli dissi:
“E’ necessario fare un ulteriore esame, torni domani alla stessa ora. Arrivederci.” Non saprei descrivere l’espressione della sua faccia perché evitai di guardarlo, ma lo vidi con la coda dell’occhio guadagnare l’uscita con passo malfermo.
Pregai gli altri pazienti di attendere una decina di minuti, tornai in bagno, mi slacciai il camice, abbassai i pantaloni, misi febbrilmente le mani nelle mutande che poi abbassai a meta’ coscia e cominciai a masturbarmi furiosamente, fino a schizzare il mio sperma nel lavandino. In pochi minuti completai l’opera che avevo iniziato e mi lasciai andare sfinito sul water.

Il gioco era cominciato e doveva arrivare alla fine. Quella notte non riuscii a dormire, fantasticando su quello che avrei fatto il giorno dopo, ancora incredulo di quello che era successo.
L’indomani mi preparai con cura. Lui era il primo paziente del pomeriggio. Mi feci una doccia e mi lubrificai abbondantemente lo sfintere e indossai il camice bianco direttamente sulla pelle, senza assolutamente nient’altro sotto.
“Avanti!”, al mio invito entrò puntuale in ambulatorio. Aveva un’espressione ancora un po’ incredula e titubante, ma lo sguardo era già quello di un complice del misfatto che stavamo perpetrando. “Si spogli come ieri e si sdrai sul lettino!”, non gli concessi nessuna confidenza verbale. Mentre prendeva posizione vidi che stavolta non aveva bisogno di nessun aiuto, il cazzo era già ritto e duro, pronto a ricevere quello che volevo dargli. Mi fermai di fianco a lui, in piedi, sbottonai il camice, lo feci scivolare per terra e rimasi completamente nudo. Salii sul lettino e mi misi a cavalcioni, rivolgendogli però la schiena. La posizione faceva si che tenendogli fermo il cazzo, lo puntai contro di me e mi abbassai dolcemente ma con decisione.
Sentii che mi penetrava scivolando sulle pareti lubrificate più che a sufficienza. Quando fu tutto dentro mi sfuggì un gemito di piacere. La porta dell’ambulatorio non era chiusa a chiave e certamente altra gente aspettava fuori il suo turno. C’era il pericolo che qualcuno potesse entrare sorprendendoci in quella posizione, ma la cosa, lungi dal bloccarmi, mi procurava invece un’eccitazione selvaggia.
Ancorandomi alle sua ginocchia comincia a muovermi su e giù e sbirciando in basso sotto di me vedevo le sue palle dalle quali si ergeva un obelisco che spariva e riappariva ritmicamente dalle profondità del mio sfintere. Lo cavalcai per un tempo che a me sembrò infinito. Proseguii ancora un po’ finché sentii di non farcela più, strinsi le gambe verso l’interno contro alle sue, contrassi i muscoli e aumentai il ritmo della mia mano sul mio uccello, finché esplosi in un orgasmo violento, senza riuscire a trattenermi dal gemere più volte per il piacere. Lui venne quasi contemporaneamente a me.
Dopo che i nostri corpi si furono rilassati scesi dal lettino e, questa volta io, con passo malfermo andai a rivestirmi.
C’era ancora una cosa che dovevo fare e di cui a quel punto avevo assolutamente bisogno. Fin lì avevo condotto io il gioco, ora volevo essere posseduto senza tanti complimenti, volevo sentirmi violato e umiliato. Gli dissi: “C’è bisogno di un’ultima visita, venga domani alla stessa ora. Però stavolta devo darle alcune istruzioni”.
Mi sedetti, presi un foglio dal blocco delle ricette e scrissi: ” Quando entrerai io ti darò le spalle. Sul lettino ci sarà un po’ di materiale sanitario: mi tapperai la bocca col cerotto, mi legherai i polsi dietro la schiena col laccio emostatico, mi benderai gli occhi, mi butterai a pancia in sotto sul letto. Poi mi strapperai camice, i pantaloni lo slip (non dovrai togliermeli, dovrai strapparli) e mi sodomizzerai senza pietà “. Gli porsi il foglio fissandolo per la prima volta negli occhi, prima che se ne andasse.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, chiusi gli occhi, respirai profondamente, e mi chiesi se per caso non mi fossi spinto troppo in là, se non avessi dovuto fermarmi prima. Avrei sempre potuto non farmi trovare il giorno dopo oppure dirgli: non se ne fa niente. Decisi di andare fino in fondo.

“Avanti!”, quel giorno ero più nervoso degli altri. Stavo armeggiando con qualcosa sul banchetto dove tengo gli attrezzi essenziali, dando le spalle alla porta. Lo sentii entrare, chiudere la porta dietro di sé e avanzare. “Si accomodi, sono subito da lei”, recitai la mia parte con una voce poco naturale. Mi sentivo il cuore in gola mentre aspettavo la sua aggressione da dietro.
Improvvisamente una mano mi sbatte il cerotto già pronto sulla bocca, impedendomi di urlare. Gli afferrai il braccio cercando, in verità molto blandamente, di divincolarmi e mi sembrò che ci fosse qualcosa che non andava, ma non riuscii subito a capire cosa. Lui prese le mie mani, mi piegò le braccia dietro alla schiena e mi buttò a novanta gradi sul lettino immobilizzandomi poi col laccio emostatico. Dato che ormai non riuscivo più a muovermi, prese con tutta calma una salvietta di cotone, la arrotolò e con quella mi bendò gli occhi. Solo allora mi rivolse la parola:
“Adesso mi divertirò e se farai il bravo vedrai che piacerà anche a te”…
NON ERA LA SUA VOCE! MIO DIO, NON ERA LUI…..! Mi aveva venduto letteralmente a un altro! Forse gli era bastato quello che gli avevo fatto i due giorni precedenti, forse non si sentiva all’altezza, forse…
Milioni di pensieri mi si affollarono improvvisamente in testa: chi era? Si sarebbe limitato a fare quello che avevo scritto o mi avrebbe fatto del male? Era malato? Come potevo bloccare tutto?
Come potevo far valere il fatto che i patti erano altri? E poi, quali patti?
Mi ero cacciato in una situazione incredibile. Ero stato venduto come la peggiore delle troie, ero in balia di uno sconosciuto di cui non sapevo nulla, il quale stava per violentarmi nella maniera più brutale!
Il copione seguente per fortuna non mi riservò altre sorprese. Mi strappò i vestiti, mi cosparse il buco del culo con non so quale crema per facilitare la penetrazione e mi infilò il suo cazzo di dietro.
A quel punto il dolore, il piacere, la vergogna, l’eccitazione, l’umiliazione, la paura, la follia si mischiarono e si stemperarono a vicenda dimostrando quanto siano labili i confini tra una sensazione e l’altra. Riuscì persino a farmi venire strofinando velocemente il mio cazzo. Prima di andarsene mi allentò il laccio, in modo che lentamente potei liberarmi.

Tutto questo successe un anno fa. Non ho più rivisto, né avuto sentore di nessuno dei due. Per molti giorni dopo l’ultimo incontro rimasi disorientato. Mi sentivo dentro un misto di sensazioni e di sentimenti in ebollizione. A volte venivano a galla la paura e il dolore, a volte la sottile inquietudine dell’avere osato allontanarmi, e parecchio, dal tracciato di una vita logica e banale, come aver nuotato verso il largo senza essermi assicurato di avere le forze sufficienti per rientrare. A volte però tutto questo si rituffava verso il fondo sommerso da onde di piacere, il piacere selvaggio che avevo provato in quei giorni, e andavano delineandosi nella mia mente altre situazioni, altre storie che avrei potuto vivere, che potrei vivere tuttora.
Ora sono qui, seduto ancora alla mia scrivania, in attesa di far entrare il prossimo paziente. Chi sarà? Potrebbero essere ancora loro, magari insieme, decisi a unire le loro forze per elevare al quadrato il mio desiderio senza freni, potrebbe essere una donna, oppure potrebbe essere un altro me stesso nel quale specchiare la faccia nascosta del godimento, potrebbero essere in tanti a fare irruzione per uno stupro di gruppo o per un’orgia senza fine… L’unico modo per scoprirlo è di dare inizio alle visite, come sempre…
“Avanti il prossimo!”.

FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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