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In caserma

Ero un sergente di complemento di un reggimento di artiglieria pesante campale di stanza a Bologna e mi restavano solo alcuni mesi prima di terminare “la naja” e tornarmene, finalmente, a vestire i miei abiti di giovane professore di matematica.
Avevo, ormai, superato l’angoscia che mi aveva dato, all’inizio, il servizio militare che mi aveva strappato alla mia casa, alle mie abitudini, ai miei amici, per portarmi in un mondo per me del tutto nuovo.
Avevo stentato ad abituarmi al nuovo ambiente che allora reputavo sciocco e brutale, ma alla fine ci ero riuscito e, a pochi mesi dal termine di quella vita scandita da regole precise e, tutto sommato, poco impegnative, mi ero perfettamente adattato.
Quella mattina ero di “giornata” e stavo attraversando la camerata per vedere se tutto era a posto.
Nei gabinetti, di fronte ad un lavandino, c’erano due persone: uno era un ragazzo che avevo già notato per il suo aspetto.
Era particolarmente bello, con i capelli biondo scuro, il corpo robusto, la pelle ambrata di chi è molto vissuto all’aperto.
Mi pare che si chiamasse Salvatore.
Salvatore era completamente nudo e si stava sciacquando con foga di fronte ad un getto d’acqua scrosciante.
Non potei fare a meno di osservare le sue natiche più chiare del resto del corpo, ben formate e in rilievo.
Mi ero fermato ed ero anche imbarazzato.
L’altro ragazzo, appena mi notò, si avvicinò con l’aria ancor più imbarazzata della mia e mormorò
– Ma…. sergente… dice che stasera ha un appuntamento – e non potè evitare un sorrisetto.
Io, non sapendo che dire, cercai di fare l’indifferente e mi allontanai senza rispondere non senza, però, aver lanciato un’ultima occhiata al culo di Salvatore.
Sentivo dentro di me un languore, un’insoddisfazione, una mancanza, che rendevano incerto il mio passo.
Non riuscivo a spiegarmi perché fossi rimasto tanto turbato, ma quel giorno non doveva essere un giorno come gli altri e, presto, avrei scoperto cose che fino ad allora non avevo mai ammesso.
Mentre, più tardi, attraversavo il piazzale della caserma, mi si avvicinò Antonio, un soldato che reputavo un vero lavativo, uno che era difficile tenere occupato in uno qualsiasi dei lavoretti che normalmente impegnano i soldati di leva durante la giornata.
Era uno con cui bisognava combattere per evitare che si imboscasse continuamente.
Era un bel ragazzo, molto alto, piuttosto robusto, magari con una faccia da delinquente, ma con occhi furbi ed espressivi.
Antonio mi si affiancò e cominciò a camminarmi accanto, mentre diceva:
– Sergente, che fa di bello?
Lo guardai meravigliato per l’insolita socievolezza, risposi qualcosa.
Antonio continuava ad accompagnarmi mentre cercava di portare avanti una conversazione che seguivo distrattamente.
D’un tratto, però, drizzai le orecchie.
– Ecco, proprio in quei gabinetti. Mi aveva confessato di essere gay, diceva che si sentiva solo,
che lo evitavano… allora gli dissi: con me puoi fare tutto quello che vuoi. Lo crederebbe?
Quasi non voleva saperne.
Mi fece un pompino, proprio lì, nelle vecchie latrine, poi andò subito via. Io ero disponibile, sempre pronto.
Antonio mi guardava con una specie di ghigno sulla bocca troppo larga.
Perché mi raccontava quelle cose?
Chi gliele aveva chieste?
Lo lasciai frettolosamente e lo vedo ancora in mezzo al piazzale, mentre mi guarda allontanarmi.
Che voleva dirmi?
Non riuscivo a non immaginarlo mentre, con i pantaloni abbassati, si lasciava fare dal soldatino.
Chissà come lo aveva grosso.
-Al diavolo! Che mi prende? – pensai.
Rientrai nelle camerate e, mentre passavo di fronte agli uffici della Compagnia, che si trovavano subito prima dello stanzone dove erano alloggiate le brande dei soldati, intravidi Fritz che stava scrivendo a macchina.
Fritz era un giovane altoatesino che trovavo piuttosto simpatico. Eravamo diventati amici per una certa affinità di carattere e passavamo molto tempo a chiacchierare tra noi.
Scherzavamo spesso e tra noi era sorta una discreta intimità.
Lui era un bel ragazzo, biondissimo, dal volto un po’ troppo lungo, ma capace di sfoggiare un sorriso smagliante che rasserenava e incuteva fiducia.
Appena mi scorse sulla soglia, fece sfoggio di uno dei suoi più bei sorrisi e mi gridò: – Komme, komme mit mir, gar schoene Spiele, spiele ich mit dir.
– Aspetta, -risposi. – Si tratta del re degli elfi di Goethe.
“Vieni ,vieni, con me, bei giochi giocherò io con te”. Ma a che vuoi giocare?
– Non preoccupartene – rispose Fritz. -Senti, stasera, visto che siamo tutti e due di servizio, vieni qui a trovarmi. Ho un pacco che mi hanno mandato da casa.
– Volentieri. A stasera, allora.
Stare con Fritz aveva un effetto calmante e con quelle poche battute avevo quasi dimenticato l’angoscia che mi aveva preso dopo l’incontro con Antonio.
Verso le otto di sera mi presentai alla porta della fureria, che era chiusa.
Sentii girare la chiave, e il ciuffo biondissimo di Fritz si affacciò
-Entra, ti aspettavo.
Fritz era praticamente nudo, portava solo degli slip bianchi, non più nuovi e, pertanto, un po’ flosci ed inalberava il suo più smagliante sorriso.
Osservando il suo corpo magrissimo, sostenuto da una robusta struttura ossea che spingeva da sotto la pelle come per mostrarsi in tutta la sua gloria,
dovevo avere un’espressione di manifesta meraviglia stampata sul volto.
– Di sera mi spoglio sempre, sai, io sono abituato a climi più freddi – si giustificò Fritz.
Superato il primo momento di imbarazzo, riprendemmo con i soliti scherzi e cominciammo a sparlare dei commilitoni.
Non potevo, tuttavia, evitare di guardare il mio amico con una certa intensità e, spesso, lo sguardo mi correva allo slip che mi pareva particolarmente rigonfio.
Ad un certo punto Fritz mi spiegò che lui aveva il permesso del capitano di dormire in Fureria e mi fece vedere la brandina che tutte le sere montava per smontarla, poi, al mattino.
Mentre parlava si sdraiò sulla branda in una posa molto invitante: teneva le gambe leggermente allargate, le sue splendide lunghissime gambe, le braccia abbandonate di fianco con le palme rivolte verso l’alto e gli occhi fissi nei miei.
Avrei voluto chiedergli
-Che stai facendo?- ma avevo il cuore che batteva forte e, quasi senza volerlo, mi chinai e gli toccai uno dei capezzoli.
Era duro e in rilievo e Fritz si lasciò sfuggire un sospiro.
Ritrassi subito la mano, ma lui mi fermò e la riportò sul suo petto.
Poi, sempre senza staccare lo sguardo dal mio, la fece scorrere sul suo corpo fino a poggiarla sul sesso che, sentii, si stava sollevando sotto la stoffa leggera dello slip.
Feci per ritrarmi, ma lui insistette nel mantenermi la mano dove l’aveva spinta.
Ero rosso in volto e sentivo un’emozione strana, mai provata, e sapevo che volevo continuare, che volevo carezzare il corpo di Fritz, che volevo stringerlo ed esplorarlo.
Un gran languore mi invadeva e quando Fritz mormorò, con il suo accento tedesco che trovavo così sexi
– Dai, vieni giù, abbracciami -, mi lasciai andare.
Mi lasciai andare perché seppi che era quello che volevo.
Fu quella la mia prima volta con un uomo e fu dolcissimo.
Fritz mi strinse tra le braccia e poggiò le labbra sulle mie.
Mi sentii rabbrividire mentre, pian piano, insinuava la sua lingua.
Avevo già baciato delle ragazze, senza grandi emozioni, devo dire, ma quella sera capii che avrei dovuto farlo con i ragazzi.
Le nostre mani non stavano ferme un attimo e ben presto i nostri due corpi, nudi, erano a stretto contatto l’uno con l’altro.
I nostri sessi si incontrarono e noi restammo un attimo immobili tenendoli uniti, poi riprendemmo ad agitarci e a baciarci.
La situazione era nelle mani di Fritz che prendeva l’iniziativa di far progredire gli eventi ed io lo imitavo pieno di riconoscenza per quello che andava mostrandomi.
Quando prese a leccarmi il sesso strappandomi mugolii che invano cercai di reprimere, volli provare anch’io con il suo e mi persi nella dolcezza della sua durissima verga.
Non credevo che un cazzo potesse essere così dolce e che il sorbirlo, umettarlo, ingoiarlo, potesse fornire sensazioni così sconvolgenti di possesso, di intimità sconfinata, di desiderio inesauribile.
Ma non voglio tediarvi con il dettagliato resoconto di quello che accadde quella notte, forse avrei dovuto sorvolare e non descrivere, dirò solo che provammo con grande entusiasmo tutte le combinazioni e che la sveglia ci sorprese teneramente allacciati e profondamente addormentati.
Non è mai più stato così, per me.
Quella prima volta è stata unica ed irripetibile.
Quella particolare giornata in caserma, che ho rivissuto dozzine di volte nella memoria, mi ha segnato per sempre e, da allora, nei corpi degli uomini ho sempre ricercato il mio Fritz.

FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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