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La polvere chiara

A Berlino l’esistenza stava riprendendo. La guerra era finita da oltre due anni. A meno di venti, io mi ritrovavo scampato per un soffio alla follia del Fuhrer: prima di suicidarsi con la sua Eva, egli aveva deciso di mobilitare la sua fiammante Hitlerjugend mandando a macello adolescenti sotto il fuoco dei bolscevichi. Io ero rimasto l’unico figlio dopo che tre miei fratelli erano stati sacrificati: due nel sud della Russia e uno a Cherbourg all’indomani dallo Sbarco.
Sulle strade, tanti manifesti propagavano gli aspetti più estremi della demonìa di quell’omuncolo coi baffetti che pure qualche parola-che-piace l’aveva detta. Teste calve, ossa, intimità, e poi ori, scarpe e vestiti ammucchiati in montagne nere nelle immagini sfocate che tutti noi dovevamo vedere. Eppure trovavo che quella provvisoria sopravvivenza vigilata fosse ancor meglio della gabbia dorata dov’ero stato per degli anni in piena guerra: il collegio per i virgulti ariani, ripetendo a memoria il Mein Kampf e imparando quell’odio di regime riservato a coloro i quali il dottor Goebbels chiamava sottouomini scuri, col naso curvo, lo sguardo sfuggente e il vizio incurabile dell’intelletto superiore.
Mi piaceva, in fondo, mantenermi a lavoretti saltuari. Come quello che stavo cercando camminando per la Kurfuerstendamm. Vidi una miriade di ratti che uscivano da uno scarico al ritmo di tre al secondo, e ricordai un filmato mostratoci alla scuola con un montaggio alternato di uomini preferibilmente barbuti e bestie uguali a quelle che stavo vedendo; era girato nel ghetto di Varsavia. Ed erano di un set anche le voci che cominciavo a sentire da una traversa della via. Dovetti scalare un ennesimo cumulo di macerie per non dover fare il giro e giungere li’ dall’altro senso. C’era la macchina da presa, c’erano i pannelli bianchi e c’era una bambina che doveva entrare in una casa semidistrutta. In un piano ravvicinato la macchina assorbì l’ultimo metro di pellicola prima che un signore sui quaranta robusto e con pochi capelli dicesse stop. Questo signore parlava un tedesco quasi inventato, che ricordava il Duce Mussolini nel discorso magneficente tenuto dieci anni prima quand’ero bambino. Vidi che lui e gli altri stavano abbandonando la strada lasciando lì un tecnico un po’ più grande di me. Ma sì, perché no? Pensavo. Se mi fanno “aiuto” i miei bravi marchi ce li ho almeno fino a Capodanno. Chiedo, al massimo mi dicono di no. Feci per scendere dal cumulo a passo svelto, ma questo franò e mi ritrovai nella pianura asfaltata in mezzo a tutto quel cemento sbriciolato. La mia immagine impolverata era assai comica, anche se poteva andar peggio, con quei fili di ferro spesso arrugginito che uscivano dai tanti blocchi. Il tecnico quasi non batté ciglio, continuò a mettere a posto gli attrezzi da portar via e mi intimò:
“Guarda che adesso devi rimettere a posto i blocchi.”
“Scusa.” mi giustificai io. “Non l’ho fatto apposta.”
“Avanti.” disse lui. “Oggi non ho voglia di alzar le mani.”
Anche se aveva un’aria quasi infantile e tutt’altro che minacciosa, era meglio assecondarlo, questo ragazzo. I suoi capelli erano castano scuri e la sua faccia era un po’ deturpata, come se qualche incendio lo avesse leggermente toccato procurandogli delle leggere ustioni. Io eseguii il suo ordine racccogliendo i calcinacci più piccoli e sollevando di peso quelli più grandi. Ce n’erano alcuni per cui certo non bastava una persona che riuscisse a sollevarli, allora il ragazzo, che era rimasto a controllare con una paglia in bocca, di fece avanti: tre o quattro blocchi da quaranta e più chili tornarono al loro posto. Gli chiesi se ci fossero possibilità circa un mio reclutamento nella troupe.
“Ma lo sai” chiese lui “chi è il regista?”
“Quello con l’accento italiana?”
“Proprio lui. Si chiama Roberto Rossellini, ed è molto famoso.”
Forse esagerava, il tecnico: questo cineasta aveva fatto tre film soltanto fino ad allora. Decisi di offrirmi per aiutare il ragazzo a portar via gli attrezzi. Egli accettò e si presentò: Dieter, era il suo nome. Gli diedi la mano e dissi il mio: Hans.
Dieter aveva in deposito parte degli attrezzi del set tra cui la macchina da presa. Giunti nel palazzo in cui egli abitava, scendemmo le scale verso il sotterraneo. Una volta accesa la luce, notai diverse anticaglie. Ma qualcosa non sembrava appartenere ai padroni di quella casa, genitori o nonni che Dieter potesse avere. C’erano infatti alcuni candelabri. Avevano una forma particolare già notata una volta quando a undici anni suonavo il tamburo in un gruppo che passeggiava. Saccheggiava, più che altro, prima che di notte arrivassero i grandi a infrangere decine di vetrine. C’era anche un manifesto appoggiato in una credenza. Raffigurato vi era un ragazzo nudo che faceva il saluto romano: davanti a lui un cavallo bianco e nella mano sinistra una bandiera con svastica. Provai ripugnanza ma nello stesso tempo eccitazione. Dieter se ne accorse, cominciò a fissarmi e mi sfiorò.
“Ci hanno abituato a questo, e hai visto cosa è successo?” chiese. “Chi era diverso passava per criminale.”
Le parole di Dieter tradivano una rabbia mista a dolcezza. Lo guardai a mia volta e notai che anch’egli era eccitato. Sembrava che in noi ci fosse voglia. Di una trasgressione sopita. Celata all’insegna di una morale per altri versi bieca, contradditoria. Una morale da tradire. Lo capii quando la sua faccia si avvicinò alla mia. Le nostre labbra si accostarono. Ci abbracciammo. Era una liberazione, la nostra. Dieter cominciò a togliermi i vestiti e io feci altrettanto con lui. Quant’altro facemmo me l’ero figurato alcune volte in passato allorché amavo guardare i compagni di collegio stando bene attento a non tradirmi e a passare per pervertito: sarebbe stato forse peggio che avere il lembo di pelle tagliato; il riconoscimento dei nemici sommi del Reich. Coricandomi sul pavimento, Dieter mi alzò le gambe e commise l’atto. Impuro? Perverso? Né l’uno né l’altro. Magari i vizi di quello che era stato il nostro condottiero erano peggiori… Adolf predicava di una società antica usando mezzi moderni. Adolf esaltava l’aspetto estetico degli ariani quando lui stesso era basso, scuro e certamente poco bello. Adolf era un abile favellatore ma anche uno zotico inequivocabile. Adolf era stato un imbianchino, talmente assuefatto alla polvere da non pensare all’effetto che questa avrebbe avuto sui superstiti. Adolf non se li immaginava nemmeno, i superstiti.
Quando tornò la calma, chiesi di nuovo a Dieter per quel lavoro.
“Va bene, chiederò al Maestro. Non so se ti prenderà. Io sono uno dei pochi tedeschi reclutati.”
Intendeva che la troupe era formata perlopiù da gente venuta dall’Italia. Non gli attori, certo, che tali non erano. Perché questo Rossellini prendeva la realtà direttamente dalle strade. Lo aveva fatto a Roma, quindi a Napoli per poi salirsene a Berlino. sapendo di trovare scenari comuni risultato di una sconfitta comune. Ciò che Berlino potesse avere di totalmente suo da rappresentare, non lo capivo. Rimasi a casa di Dieter per tutta la notte. Egli era solo, e io potevo inventare a mia madre che avevo trovato un impiego nottetempo.
Il giorno dopo, di prima mattina, riprendemmo gli strumenti e ci dirigemmo verso il set. Non era lo stesso della sera prima, bensì una distesa dove le costruzioni erano state completamente rase al suolo. Dieter mi presentò al Maestro. Trovò come pretesto il fatto che quegli attrezzi, se portati da due persone, avrebbero richiesto molto meno tempo durante gli spostamenti, dal momento che i mezzi di trasporto meccanici scarseggiavano.
“Quanti anni hai?” mi chiese il Maestro con quel suo tedesco maccheronico.
“Quasi venti, signore.”
“Sei proprio di Berlino città?”
“Sì, abito qui vicino, signore.”
Sentendo l’aria un po’ marziale delle mie risposte, il Maestro sospettò che la mia formazione venisse da qualche istituzione. Me ne chiese conto. Non negai nulla.
“Ho frequentato per tre anni il collegio della Gioventù Hitleriana, signore.”
“Molto bene.” disse inaspettatamente questo omone. “Ti va di fare un provino?”
Non potevo crederci. Questo regista non solo mi voleva a lavorare, ma addirittura a recitare. Che c’entrava tutto ciò col mio passato? Ero vestito di una giacca sdrucita, pantaloni di fustagno e scarpe consunte. Ero spettinato. Il mio viso era ancora impregnato dei calcinacci del giorno prima. Di quella polvere chiara. Il Maestro aveva parlato di provino, ma stranamente, al momento di cominciare, il pannello con asticella a striscie bianco-nere aveva scritto il nome del film: Germania Anno Zero.

FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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