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Rave Party

Credo che tu sappia cosa sia un rave party, e se non lo sai, beh, allora vuol dire che non sei nel giro giusto…

Mi aveva avvertito Alex, il ragazzo di una mia carissima amica… io stavo ancora con Federico, ma la nostra storia era agli sgoccioli, e non uscivamo quasi più insieme: quindi per distrarmi…

Così decisi di andare: eravamo lei e Alex, io e altre due ragazze. Indossavo una maglietta molto aderente e sottile della Onyx, in acrilico nero con impressa in bianco la testa di un alieno stilizzata; fuseaux color rame di Krizia e anfibi doc marteens a 24 buchi… trucco molto pesante, per resistere al sudore e alla danza.

Prima di andare avevamo calato un po’ tutti, tranne Sara a cui era affidata la guida… a lei era toccato sacrificarsi per la serata. Il posto si trovava nei pressi di Scandicci, in un casolare ristrutturato in mezzo alla fitta pineta… eravamo lì alle 2 e già mi girava la testa per l’effetto delle anfetamine.

La musica era naturalmente techno, ritmata, pompata per entrare in sintonia con il ritmo cardiaco… c’era moltissima gente, ma pochi quelli di Firenze, come è giusto che sia nei rave: se si organizzano in un posto, la maggior parte della dente viene da fuori, per evitare eventuali casini.
Non so dirti per quanto tempo ho ballato, il tempo è relativo quando entri in fase, ed io l’avevo fatta montare con un cocktail alcolico che mi aveva offerto Alex, e la testa mi scoppiava… mi sentivo sconvolta, eppure perfettamente inserita nell’ambiente, come un tutt’uno con i ragazzi che ballavano intorno a me.

Avevo perso di vista le mie amiche, sicuramente non le avrei riconosciute neanche se mi fossero apparse davanti… l’effetto era come quello di una tremenda sbronza in progressione, ma la mia mente era perfettamente lucida, dilatata fuori dagli schemi “razionali”, senza limiti o paure. Carica ma serena.

Non so dirti per quanto tempo ho ballato con gli altri, ma ad un certo punto dovevo fare pipì, così sono uscita fuori dal casolare, e mi sono inoltrata nella pineta circostante… mi sono accovacciata dietro un cespuglio con i fuseaux e le mutandine alle caviglie e mi sono liberata con uno strano sollievo….

Tornata sui miei passi , proprio dietro al casolare vicino ad una parete diroccata scorsi dei ragazzi seduti sull’erba che bevevano a turno da una bottiglia di spumante; parlavano piano, alcuni di loro ridevano: mi sentii attratta dalla loro allegria e quindi mi avvicinai salutandoli da lontano: erano un gruppo di studenti bolognesi, del Dams credo, tutti molto carini e simpatici, e non ebbi alcuna difficoltà ad inserirmi nel gruppo.

Mi sedetti con loro dietro il casolare per riposarmi un po’, mi offrirono da bere e presto presi a ridere anch’io, un po’ per le storie strane che raccontavano, un po’ perché quello che avevo calato amplificava a dismisura gli stati emozionali; finite le bottiglie di Berlucchi, durante un punto morto decisi di alzarmi e tornare a ballare… di colpo percepii gli sguardi di tutti percorrere senza imbarazzo il contorno del mio corpo che i vestiti aderenti fasciavano come un secondo strato di pelle: quello sguardo mi fece avvampare di calore perciò fui molto impacciata nel salutarli.

Percorso qualche metro qualcuno mi trattenne gentilmente per il braccio, e così mi voltai indietro: era Andrea, credo, il ragazzo con il pizzetto che subito prima stava seduto accanto a me. Mi disse che ero carina e mi chiese di lasciargli il mio numero di cellulare, ma lo fece in tono suadente, quasi in un sussurro. Poi mi sfiorò la guancia con le dita.
Io mi avvicinai di più, perché non ero sicura di aver capito, e sentii contro la gamba il contatto della sua coscia. Lui mi cinse le spalle con un braccio, premendo le dita contro la mia spina dorsale.
L’intensità del desiderio mi spingeva avanti, ma il panico si fece largo fra tutte le emozioni: indietreggiai proprio nell’attimo in cui Andrea mi attirava a sè. Il calore del bacio contrastava nettamente con il freddo dell’aria.

In un attimo di lucidità percepii il gruppo che era ancora vicino, ma quando la lingua di Andrea si insinuò nella mia bocca, reagii con tutto il corpo. Premetti i fianchi e i seni contro di lui, aprendo la bocca e abbandonandomi completamente. Poi fui costretta a staccarmi per respirare. Mi mordicchiai il labbro e spinsi Andrea indietro, contro il muro del casolare.
Ripresi a camminare in direzione della porta d’ingresso, scostandomi i capelli dal viso. Ero sconvolta.

Anche questa volta dopo qualche metro lui mi trattenne, ma con più decisione: mi prese saldamente per le spalle e spingendomi contro al muro mi costrinse a voltarmi. Le pillole e l’alcool mi martellavano in testa come il ritmo di tamburi tribali e lentamente stavo cedendo al loro suono.
Andrea mi passò una mano nei capelli spettinati e vidi abbassare il suo sguardo sui miei seni, sui capezzoli eretti sotto la stoffa aderente della maglietta. Non indossavo niente, sotto.
Sollevai la bocca verso la sua: sapeva ancora della mia saliva. Lasciai ricadere le braccia lungo i fianchi, come paralizzata dalla stanchezza, dalla paura e dall’intensità stessa del desiderio. Più lontano sentivo il gruppo parlare.

Andrea seguì con la mano la linea del braccio e del gomito, fino al polso. Mi premette il palmo contro il ventre in attesa di un gesto di resistenza e, poiché non arrivava insinuò le dita sotto la maglietta fino a raggiungere la morbidezza del mio seno. Mi sfiorò la lingua con la sua, prima leggermente, poi con più passione.
Io sentii la mia mano passargli sulla stoffa ruvida dei jeans, arrivargli alla lampo, armeggiare con le dita sul metallo finché lui la aiutò assecondandola con i movimenti. Mi morse l’orecchio e in un brivido persi l’equilibrio, trascinando anche lui sul prato del retro della casa.

Per un attimo rimanemmo immobili a guardarci nella penombra. Mi voltai verso il gruppo più in là: qualcuno ci guardava, ma la maggior parte non sembrava fare caso a noi due. Ero completamente partita.
Mi sfilai dalla testa la maglietta, e rimasi a seno nudo.
Sentii il contatto dei baffi mentre Andrea mi sfiorava la pelle con le labbra, mi passava la lingua intorno ai capezzoli e stringeva delicatamente con i denti. Poi con entrambe le mani mi prese le coppe dei seni lambendone con baci la pelle delicata in mezzo e sotto, all’attaccatura.

Quando la sua mano dal ventre scese fino al bordo elasticizzato dei fuseaux la fermai con la mia, e guardandolo negli occhi lo spinsi lievemente indietro: la sua lampo era aperta e da sotto premeva contro i boxer il suo desiderio di prendermi.
Posai la testa sul suo inguine, la bocca aperta contro il cotone dei boxer, una mano sotto a massaggiargli lo scroto, e rimasi lì a baciarlo e a morderlo piano fino a quando lo sentii indurirsi ancora di più, quasi rompere il tessuto per venirmi fra le labbra…

Così decisi di liberarlo, abbassandogli jeans e boxer alle caviglie… mi distesi sul suo corpo: lui mi prese la testa fra le mani, portò la mia bocca sulla sua, vi fece penetrare di colpo la lingua, la mosse al fondo della mia gola, l’attorcigliò e l’avvolse alla mia lingua. Io presi a mordicchiargli le labbra mentre la mia mano gli passava sullo scroto, risalendo dalla radice, vicino all’ano. Il suo membro si drizzò ancora di più, più violentemente: lo presi con l’altra mano, sempre a lingua in bocca, lo strinsi, avviai un dolce movimento di va e vieni. Su e giù, sempre lo stesso gesto, sempre lo stesso ritmo, mentre con la mano sui rigonfiamenti teneri e grossi sentivo lo sperma montare sotto il mio palmo.

Un paio di mani mi strinsero i fianchi, trascinandomi indietro via dalla labbra di Andrea… mi misi in ginocchio e cercai di voltare la testa verso l’improvvisa interruzione, ma lui per le braccia mi attirò nuovamente verso di sè, spingendomi il viso giù verso il suo membro che questa volta si trovava a portata di bocca…cercai di protestare ma una mano da dietro mi spinse la schiena ancora più giù, e l’enorme attrezzo di Andrea mi colpì sulla guancia.

Ancora sconvolta per lo stupore, sentii prima i fuseaux e poi le mutandine scivolare giù per le gambe fino alle ginocchia: le punte delle dita estranee che nel farlo mi sfiorarono l’interno delle cosce mi incendiarono la pelle … la mano mi spingeva ancora la schiena verso il basso, obbligandomi carponi a tenere il sedere sollevato… altre mani mi tenevano dischiuse le natiche, e quando da dietro mi aprirono le labbra della vulva per farvi entrare dentro due dita, mi inarcai bruscamente all’indietro facendole penetrare tutte fino alle nocche.

Dentro le sentivo muoversi, attorciagliarsi, ruotare ed aprirsi, grattare le pareti vaginali, spingersi in profondità fino a farmi male…più voci alle mi spalle parlavano piano, ma non riuscivo a capirle. Andrea con un movimento deciso accompagnò la mia testa sopra il suo membro eretto: senza pensare lo presi subito in bocca, risucchiandolo più volte con la lingua.
Scendevo come ipnotizzata dal glande alla base dell’asta, giù verso i testicoli gonfi e doloranti che leccavo a lingua piatta: prendevo lo scroto in bocca, interamente, ora leccando ora succhiando leggermente, ora passando la punta della lingua fra le due palle, poi ancora sopra verso il prepuzio, poi tutto dentro fra le labbra fino alla gola.

Capii che Andrea stava per svuotarsi perché con le mani mi immobilizzò la testa piantandomi ancora più in fondo nella bocca il suo cazzo tesissimo: il liquido sprizzò dentro a raffiche, inghiottito tutto da me fino ai conati: l’ultimo meno denso mi finì direttamente in gola, e io fui scossa da colpi di tosse. Nel frattempo Andrea sgusciò via da sotto di me.
Alle mie spalle qualcuno emise un suono più simile ad un ringhio che ad un gemito, e mi accorsi che una lingua si era posata sulla mia vagina, e saliva ritmicamente dalla clitoride verso l’ano percorrendo il solco tra le mie natiche, mi stavo letteralmente sciogliendo sotto le carezze di quella lingua, ancora in ginocchio con il viso adagiato sull’erba e il culo in alto alla portata di tutti…prima di smettere, la lingua di fece strada fra le grandi labbra ed entrò fino ai denti…qualcun altro disse distintamente “dai mangiale la fica…”.

Ero ancora a faccia ingiù quando incominciarono a chiavarmi… avevo le gambe ben divaricate, e mi sentivo così bagnata che praticamente non c’era attrito; solo una volta fui sul punto di urlare, ma doveva essere veramente enorme di diametro, perché ricordo che non riusciva ad entrare bene, e lui forzava, forzava…

Poi, ma non so dopo quanto tempo perché l’ecstasy era l’unica realtà che percepivo, decisi di tornare verso la musica, anche perché gli altri erano andati via, ed io ero rimasta sola: mi rimisi in piedi a fatica e mi risistemai le mutandine e i fuseaux, che purtroppo si erano macchiati.

Intorno a me contai sei condom usati e pieni di seme all’interno, ma quello che mi colpì come uno schiaffo si trovava vicino ad un sasso a qualche metro indietro rispetto a dove ero stata in ginocchio: una bottiglia vuota di Imperiale Berlucchi con sopra un condom arrotolato.

Non ebbi il coraggio di sentirne l’odore. Avrei potuto riconoscerlo.

Il giorno dopo, quando l’effetto della pasticca svanì del tutto, mi sentivo a pezzi: avevo lividi un po’ dovunque, le mucose vaginali irritate per via dei preservativi, le labbra gonfie e doloranti, persino i capezzoli mi dolevano.
Inutile dire che non rividi più Andrea e i suoi amici di Bologna. FINE

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Ciao, grazie per essere sulla mia pagina dedicata ai miei racconti erotici. Ho scelto questi racconti perché mi piacciono, perché i miei racconti ti spingeranno attraverso gli scenari che la tua mente saprà creare.

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