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Una donna da chat

Entro in una chat per curiosità e anche per passare un po’ di tempo e quando devo digitare il nick name mi viene voglia di fare una cosa strana. Ci metto quello di una donna. Jenny, mi battezzo, e la prima frase che scrivo è perlomeno invitante: “Sono arrapatissima”.
Così, un po’ per gioco, un po’ per la voglia di fare nuove esperienze, un po’ perché in fondo la mia vera natura è sempre stata quella, ho cominciato una nuova vita. Prima solo virtuale. Poi anche reale.

La mia frase getta lo scompiglio fra alcuni dei tanti visitatori di quella chat. Sebbene siano le due di notte, sono in molti quelli che cominciano a farmi domande. Con alcuni ammicco, con altri sono guardingo. Cerco di sfuggire ai maniaci di bassa lega, ma poi penso che in fondo da maniaco mi sto comportando anch’io e allora faccio una cernita e decido di stare al gioco di un paio di loro che sembrano essere entrati in competizione per conquistarmi. Uno è esplicito, non usa tanti giri di parole: “Ti prego, Jenny, vieni in privato – mi scrive – ti farò impazzire”. L’altro, invece, è più riflessivo: “Quanti anni hai? Sei mica minorenne? “. E poi, forse perché più maturo, intuisce la verità: “Non è che per caso sei un maschietto che vuole prendersi gioco di altri maschietti? “.
Decido di scartarlo: è acuto, mi smaschererebbe in quattro e quattr’otto, il gioco finirebbe troppo presto. Comincio a ignorare le sue domande, sempre più rare, finché non si ritira. Restiamo solo io e quell’altro, quello esplicito, che ha scelto un nick name ancora più chiaro: “Voglia”.

Lui insiste per andare in privato, cioè per parlare in una “stanza” telematica in cui saremmo soli, io e lui: due persone che non sanno nulla di nulla l’una dell’altra, ignorano non solo la faccia, ma l’età, il sesso, la cultura, l’occupazione, la cultura dell’interlocutore. è un gioco che non mi sento pronto ad affrontare.
Così resto “in pubblico”. Rispondo cioè alle sue domande mentre ci possono leggere anche gli altri e a un certo punto decido di essere proprio volgare: “Sai leccare la figa, Voglia? “, gli chiedo. La sua risposta è preceduta da una serie di improperi di donne vere presenti in chat, che mi rimproverano di non fare onore al loro sesso e alla loro dignità.
Lui risponde solo “Sì”. Poi ci ripensa e cerca di strapparmi qualcosa: un indirizzo e-mail, un numero di cellulare. Manco ci penso. Continuo a provocarlo, chiedendogli quanto lo abbia lungo. Risposta immediata: “Venti centimetri”. Fargli fare una figura di merda davanti a tutti gli altri chattanti mi sembra un gioco da ragazzi: “Io ventidue…”, rispondo con prontezza.
Suo momento di silenzio. Mi pento di essere venuto fuori così presto. Suo messaggino allibito: “Sei un maschio? ! “. Me la cavo in calcio d’angolo:
“Sono un trans. Ma non è vero che ce l’ho 22 cm. Ce l’ho piccolino piccolino”. E questa purtroppo è la verità. Trans, invece, non lo sono. Pardon, non lo ero in quel momento.
Continuo a provocare: “Perché, per te cosa cambia? “. Risposta: “Niente. Vieni in privato”. Altra mia domanda: “Mi scoperesti così come sono? “.
Risposta: “Sì”. Chiedo ancora: “Ma l’hai mai fatto con un altro uomo o con un trans? “. Non risponde, ma insiste: “Vieni in privato”.

Ci vado. “Voglio scoparti”, mi dice.
Mi è venuta voglia sul serio. Si sta risvegliando in me quel che avevo sopito anni fa, a fatica e a malincuore.
“Tira fuori il tuo cazzo”.
“Eccotelo”.
“Adesso sono davanti a te. Sono alta, porto la terza di reggiseno, ho mutandine di pizzo nere e calze autoreggenti”.
“Sì”. Lo sento sbavare, con questo “sì”.
“Mi tolgo il reggiseno. Mi inginocchio davanti a te. Te lo prendo in mano. Te lo scappuccio. Lo meno. Poi me lo prendo in bocca. Ho un rossetto lucido scuro, una bocca carnosa, una lingua che ti desidera. Comincio a ciucciarlo. Senti il mio calore sul tuo glande, la mia lingua che percorre frenetica la tua asta, i miei denti che mordicchiano le tue palle? “.
“Sì… Jenny… Sì… Continua”.
è in mio potere, lo sento. “Adesso il tuo cazzo è enorme. Ha voglia di me e io ho voglia di lui. Mi sollevo. Strofino il mio culo fasciato dal pizzo su di lui, le mie autoreggenti sulle tue gambe pelose. Tu mi abbassi le mutande, mi vorresti prendere subito…”.
“Prima voglio baciarti… Dammi la lingua, Jenny: dammela, ti prego”.
“No – mi irrigidisco improvvisamente – e se me lo chiedi di nuovo chiudo”.
Lui non capisce, ma non può fare a meno di me: “D’accordo, d’accordo – dice – scherzavo. Continua, ti prego…”.
“Io mi tolgo le mutande. Tu ti siedi per terra. Io divarico le cosce e tu cominci a leccarmi il buco del culo”.
“Magnifico…”.
“Poi ogni tanto risali e vai a fare una visita ai miei testicoli, piccoli ma funzionanti… Mi lecchi fino a infradiciarmi il buchetto. Poi prendi un barattolino di vasellina e cominci a spalmarmela con un dito, poi con due. Man mano che la spalmi, infili le dita sempre di più… Adesso sono pronta a prenderti. Ma il tuo cazzo si è un po’ ammosciato. Lo riprendo in bocca, lo lavoro di lingua, torna su. Poi mi ci siedo sopra. Piano piano. Tu mi tieni per i fianchi. Vedi la mia schiena inarcarsi a seconda dei tuoi colpi. Piloti il tuo ingresso dentro di me. Mi spingi su e giù, secondo le tue esigenze.
Ti apri la strada facendomi un male cane. Mi sfondi, Voglia! Mi sfondi! Cazzo, mi fai male! AAAAAAHHHH!!! “.
Il gonzo si preoccupa, quasi: “Mi fermo? “.
“Ma che cazzo dici? – lo aggredisco – Da anni aspettavo questo momento… Sfondami, sfondami, ti prego… AAAAAAHHHH!! Più forte, più forte! Porco! “.
“Sì, Jenny, dimmi le parolacce!! “.
“Dimmele tu! “.
“Vacca! Maiala! Mignottona! “.
“Le tette! Devi baciarmi le tette, altrimenti non godo”.
Lui si immagina sotto di me, il cazzo dentro il mio culo, sempre più profondamente, e giustamente osserva: “Ma come faccio, in questa posizione? “.
“Hai ragione. Fermati. Esci da dentro di me. Mi alzo, mi giro verso di te, che rimani seduto, il cazzo sempre ritto. Torno a sedermi su di te, le cosce aperte. Adesso siamo l’una di fronte all’altro. Ti metto le braccia attorno al collo. Ti offro le tette. Me le baci e al tempo stesso mi penetri. Il mio cazzetto – pure lui ritto – è a pochi centimetri dalla tua pancia. Mi mordi i capezzoli. Piano, Voglia! Ti infili tutte le tette in bocca e al tempo stesso mi sfondi. Sei dentro di me, tutto dentro di me. Ti muovi come lo stantuffo di una locomotiva, mi tieni per i fianchi e mi sbatti su e giù, su e giù… Adesso però stai per godere…”.
“Fatico per trattenermi”, scrive, forse riferendosi alla sua situazione reale e non a quella virtuale.
“Devi! Non devi venirmi dentro! In fretta e furia mi appoggio alle tue spalle, mi spingo su, esco fuori, mi precipito sul tuo cazzo che comincia a venire. Prendo il primo schizzo su una guancia, poi riesco a prenderlo in bocca. Il tuo sapore è eccezionale… Ne hai ancora, me lo fai piovere sulle tette… Sono tutta zozza…”.
“Jenny – lo sento quasi ansimare, attraverso il computer – Jenny, sono venuto sul serio… Mi hai fatto sborrare veramente… Sei la troia più troia che abbia mai trovato su una chat…”.

Dopo quel primo, incredibile incontro, sono rimasto veramente sorpreso dalla mia capacità di trasformarmi, da tranquillo impiegatuccio borghese single, in fenomenale puttana, sia pure virtuale. Sono rimasto seriamente turbato, da quella esperienza. Anche perché non sono passate nemmeno due sere, che sono tornata sulla stessa chat.
Appena ho digitato il mio nick name, sono stato-stata accolta da un urlo, quasi: “JENNY! Tesoro, sei tornata! “. Era lui, Voglia. Mi aspettava. Già la prima volta, dopo aver goduto, aveva tentato invano di farsi dare un mio riferimento, per potermi trovare. Ma io non ne avevo voluto sapere.
“Incontriamoci, ti prego! “, insiste adesso. Io non ho esperienze, in materia. Non so come si fa, se ci si vede in un punto convenuto con un mazzo di rose in mano o se – nell’era dei cellulari – ci si trova telefonicamente. So solo di avere una paura matta e al tempo stesso una voglia matta. E mi sento proprio pazzo-pazza a dirgli qual è la mia città.
“Abito vicino! “, esulta, e prima che possa fermarlo, mi molla il numero del cellulare.

Adesso sono lì, di fronte al mio telefonino, che chiama con “modalità riservata”, dunque non lascia sul display del ricevente il numero. Lo chiamo o
non lo chiamo? E che gli dico? Ci vediamo? Ma sono pazzo, o pazza, o tutt’e due? E se ha l’Aids? Se è monco o guercio? Se è un bel ragazzo? Ma che diamine! è la mia vita, che rischia di cambiare, per uno stupido gioco! Non devo perdere il controllo: lui, poi, si aspetta di avere di fronte un trans! Sì, io ho il pistolino piccolo, le tette grassocce, porterò la prima misura (la terza esageravo, ma era per finta: ora si fa sul serio), ma ho i peli sulle gambe: che faccio, mi depilo per fare piacere a uno sconosciuto maiale? E gli abiti femminili?
Ma soprattutto: sono davvero convinto-convinta di quel che voglio o non voglio fare? Ripenso alla domanda che gli ho fatto e che è rimasta senza risposta: sei mai stato con un uomo o con un trans? Se la ponessero a me, la stessa questione, non saprei cosa rispondere. E non saprei cosa dirgli nemmeno se mi chiedesse perché gli ho rifiutato in quella maniera secca, quasi violenta, il bacio virtuale che implorava. Ma dovrei sforzarmi. Perché se
trovassi la risposta, tirerei fuori dal mio animo più recondito e profondo il vero motivo per cui, d’improvviso, in una notte normalissima, mi sono trasformato in una specie di prostituta telematica.

Con un trans, garantito, non l’ho mai fatto. Con un uomo… Bèh, sì, in fondo. Cioè no, veramente. Ecco, però, a pensarci bene… Mi perdo in centomila cioè, di fronte a interrogativi del genere. Sì, è davvero una domanda che mi imbarazza molto, nella quale dovrei trovare una risposta dentro me stesso, anche perché si riferisce a fatti che risalgono a tanti anni fa…
Se andiamo con ordine, potrei ripensare alla mia strana adolescenza, condizionata senz’altro dalla mia particolare conformazione fisica: uccello piccolo piccolo, tette grossette, sedere un po’ troppo sviluppato. Grasso, ormoni femminili in eccesso: molti maschi hanno gli stessi problemi. Io, però, li ho ancora e li ho vissuti sempre in maniera traumatica. Perché non so se per questo motivo o per altro, il primo amore della mia vita, la mia prima vera infatuazione – difficile da comprendere, per me stesso, in primo luogo – è stata verso un amico e compagno di studi.
Attrazione pienamente ricambiata, ritengo, e freudianamente mascherata con aggressività, scambi di botte per gioco, toccamenti fugaci che poi, quando mi ritrovavo da solo, mi portavano a masturbarmi dolcemente pensando a lui, al suo odore, al suo sudore, alle sue mani che si allungavano come tentacoli per palparmi culo, tette, pisellino e che, a malincuore, respingevo. In nome della “normalità”.
Mi sentivo in crisi profonda, temevo di essere omosessuale e mi reprimevo con durezza, con violenza: confinavo nella mia intimità più assoluta il mio desiderio per lui e mi sentivo sempre in colpa. Fino a quando, un giorno, non accadde.
Durante una delle nostre tante lotte – eravamo già diciottenni, ma molto, molto immaturi – finimmo su un lettone matrimoniale, a casa sua. Io sopra, lui sotto. Vestiti di tutto punto. “Ti arrendi? “, gli chiesi. Silenzio. La sua mano. Che fa, la sua mano? Scivola sotto di me. Tra me e lui. Mi cerca proprio lì. Lì sotto. Silenzio. Non gli chiedo “che fai? ” perché lo so benissimo, lo capisco immediatamente, quando comincia a sfregarmi proprio tra le cosce, me lo fa irrigidire, piccolo per com’è, lo fa diventare più grandetto. Mi sta facendo una sega.
Turbine di pensieri. è frocio, penso per prima cosa. Siamo froci, penso come seconda. E ora che cosa ci succederà? , è il terzo pensiero. Ma è dolce, la sua mano che cerca di stimolare il mio piacere. Devo fermarlo (quarto pensiero). Però mi piace (quinto). Ed ecco il terribile, sesto pensiero, quello che rischi di fare quando la natura vera, intrinseca, intima, viene riportata a galla da carezze dolci come il sentimento che ci univa e che avevamo tanto a lungo non represso ma soppresso: voglio baciarlo, penso.
Ma non è tanto il pensiero (terribile, già di per sé): è piuttosto il fatto che, mentre ancora lo sto pensando, gli poso un tenero bacio sulla guancia. Sulla guancia, ma sempre bacio è. Significa vai avanti, mi piace, ti voglio bene. E lui che fa? Ricambia. Non sulla guancia (e nemmeno sulla bocca), ma dove gli viene meglio: sul collo. E siccome gli viene meglio ancora con la lingua, mi lecca sotto il mento, fino al pomo di Adamo.
L’umido della sua lingua mi scuote. “Cosa stiamo facendo? “, mi chiedo in preda a una tempesta ormonale ma anche di pensieri che mi affollano la testa.
Siamo soli in casa, ma se arriva qualcuno? E se lui lo va a raccontare in giro? E se cominciano a canzonarmi, oltre che per tette, culo e uccello microscopico, anche per la mia pomiciata con lui?
Di nuovo l’umido della sua lingua: è più giù, o forse sono io che sono più su; la verità è che sta facendo di me quel che vuole, sono in balia di lui e delle sue voglie, che poi sono anche le mie voglie e per questo riesce a fare quel che vuole. Mi ha preso per i fianchi e mi ha fatto scivolare sotto di sé; mi ha portato più avanti: adesso le mie tette sono sotto la sua bocca.
Diventa selvaggio: mi strappa due bottoni della camicia, con le mani e con i denti, mi denuda il seno. Il mio “che fai? ” è istintivo e poco convincente, perché non si accompagna ad alcuna reazione. Comincia a slinguettarmi le tette a suo piacimento, mi morde i capezzoli facendomeli diventare duri come il marmo e ritti come bottoni capaci di azionare la mia macchina del piacere. Desidero tanto le sue labbra. Sento sotto di me – adesso sì – il suo membro rigido: bussa contro il congiungimento delle mie natiche, vi si strofina in maniera lasciva, io tengo le cosce spalancate sopra di lui. La sua mano non si ferma, ma adesso dosa bene i movimenti: non vuole farmi godere, il maialetto. Non da solo.
Non so cosa mi stia prendendo: comincio a muovermi ritmicamente all’unisono con lui, il mio culo si strofina sul suo uccello senza ritegno, le mie poppe sono un tutt’uno con la sua bocca calda… Non mi sento in colpa, cazzo, com’è possibile?
Mugola sotto di me. “Troia – mi dice – mignotta, porca”, mi sussurra.
“Sì – gli rispondo – sì, mi piace… Ti voglio…”.
Ho detto la parola magica. Mi ribalta, mi butta giù, spalle sul materasso; piomba su di me e me lo ritrovo addosso, due centimetri dividono le nostre bocche. Lo guardo. Mi guarda. Intensamente. Lo voglio. Lo voglio baciare come ho baciato quell’unica ragazzina che, a tredici anni, mi aveva dato mezzo bacio sulla bocca, regalandomi un pezzettino di lingua piccolo così. Lo voglio baciare, perché adesso quella ragazzina sono io. Innamorata e vogliosa, infatuata e piena di desiderio fino alla radice dei capelli. Io sono una ragazza: ecco cosa mi ero tenuto, anzi tenuta nascosto per anni. Io voglio essere una ragazza. La sua ragazza.
Secondi interminabili.
Sguardi fissi. Labbra sorridenti che tornano subito serie.
Che aspetti? Non vorrai che sia io a colmare questa distanza infinitesimale epperò siderale che ci separa?
Pensiamo di certo la stessa cosa, perché d’un tratto lui mi molla.
Dove vai? , vorrei urlargli, ma il grido mi si strozza in gola, quella gola che sperava di dissetarsi con la sua saliva, col suo sapore, con la sua lingua dolce che si fa assaggiare invece solo dai miei capezzoli.
Si stacca da me, si mette di fianco, disteso, e riprende a baciarmi in un posto già esplorato e meno impegnativo: il seno. La mano, per farmi dimenticare in fretta l’occasione perduta da entrambi, corre di nuovo laggiù, si infila tra le mie cosce, ben fasciate dai jeans, impiega pochi secondi, grazie a convinti movimenti mirati, a farmi venire. Godo in silenzio. Riempio le mutandine del mio sperma caldo.
è come risvegliarsi di colpo da un sogno dolcissimo. Lui ferma la sua lingua, si mette a sedere. “Mi dispiace”, mugugna. Non capisco di cosa, si dispiaccia: di quel che ha fatto o di quel che non ha fatto. “Fa niente”, rispondo, mettendomi anch’io a sedere. Gli poggio amichevolmente una mano su una coscia. Amichevolmente un cavolo. Cosa può esserci, di amichevole, tra due persone che un minuto prima stavano per slinguettare l’una nella bocca dell’altra, e che si sono fermate per mancanza forse di vero amore, di vera passione, o forse solo di vero coraggio?
Lui mi cinge, sempre “amichevolmente”, la schiena, mi passa una mano su un fianco, me lo massaggia, come per riscaldarlo e avverto, in questo gesto, un modo quasi per spingermi verso di sé. Reclino la testa sulla sua spalla, amichevolmente, e sempre amichevolmente gli poggio una mano sulla patta gonfia. Sorride. Mi regala una carezza, ma anche in questo caso avverto come un tentativo – neanche troppo nascosto – di attrarmi a sé.
Non sono del tutto scemo, anzi scema, perché adesso la ragazzina che è sempre stata in me e che avevo sempre nascosta è venuta fuori. La faccio finita. Scendo giù, vado a baciargli quel gonfiore fasciato da jeans troppo spessi per godere. Vado per risalire e mi trattiene. Vuole un altro bacio.
Poi apro la bocca, lo mordo, tanto con i jeans non si fa male.
“Aspetta”, mi dice e in un battibaleno è nudo. Eccolo lì, il suo cazzo duro, ritto, in fondo un po’ timido, di fronte al mio sguardo, al mio naso che sta a tre centimetri da lui e che avverte tutto il suo odore intenso, forte, rude, sporco, di maschio. Sta lì, il suo membro, di fronte ai miei occhi che se lo stanno mangiando, alla mia bocca che pregusta il suo sapore, alle mie mani che fremono in attesa di impugnarlo. Lo prendo energicamente, lo scappuccio. Sono stato troppo rude: avverto un suo fremito di piacere e di dolore. Non vuol venire subito e io sono d’accordo con lui. Me lo voglio gustare ancora.
Lo prendo in bocca, ma al tempo stesso lo stringo alla base, per bloccare la sua eiaculazione imminente. Si fa male, ma ne vale la pena. Mi faccio perdonare con la mia sorprendente lingua di velluto, che scopro abilissima nell’arte del pompino. Sono una autodidatta, eppure è come se nella mia vita, fino a quel momento, non avessi fatto altro che pompini. Mi guida la passione, questa passione feroce e insopprimibile che ho scoperto per il mio amichetto e compagno di studi.
Me lo caccio in gola, giù, fino in fondo, poi lo tiro fuori, ci gioco, lo stuzzico proprio sulla punta del glande, infilo la punta della lingua nel suo buchino: ho letto su un giornaletto pornografico che il piacere è massimo, in quel modo. Scendo giù, gli bacio le palle pelose, le mordicchio.
“Basta, ti prego…”, ulula. Non ce la fa più. Vuole godere. Comincio a stantuffare veloce con la mano. Ho tempo ancora per strofinarmelo sulle tette, sui capezzoli, sul collo, poi il gran finale: viene nella mia bocca calda, mi inonda di sperma fino alle viscere.
Me lo tengo in bocca fino a quando non torna moscio. Poi appoggio la testa sulla sua pancia e me lo guardo rapito, il suo uccello, mentre lui, sotto di me, si addormenta beato.

Ogni volta che ripenso a questa mia unica esperienza omosex di una vita poi rimasta “normale”, mi incazzo tantissimo. Perché non dovevo farci niente, con il mio amichetto, mi dico. Oppure perché dovevo farci tutto, una volta che avevo cominciato. Invece poi abbiamo avuto paura, non abbiamo più studiato assieme, non ci siamo più visti, ognuno ha preso la sua strada “normale”. Non so dove cavolo è finito, non mi interessa, non mi deve interessare, anche se non ho mai smesso di ricordarlo. Mi sono tuffato in tante esperienze normali, ma ancora a trent’anni, se mi viene voglia di farmi una sega, penso a lui.
E ora ecco che la natura è tornata a farmi visita: si chiama Voglia, la mia natura. Non poteva scegliere un nome più azzeccato, il maledetto! Poteva essere quello sconosciuto o un qualsiasi altro. La natura non si può dominare per tutta la vita. Prima o poi ti presenta il conto.
Afferro il cellulare e compongo il suo numero. Ha una voce di stronzo normale, però dev’essere un bel ragazzo.
“Sono io”, gli dico.
“Ti sento male – risponde, perché in effetti la linea è disturbata – Io chi? “.
Mi fa imbestialire, questa risposta. Mi sforzo di effeminare la mia voce e scopro che mi viene benissimo: “Jenny”.
Silenzio.
“Dove sei? “, chiede.
“Dove sei tu? “.
“Nella tua città”. E mi dice il punto esatto in cui si trova. Praticamente a uno sputo da me.
Taglio la testa al toro: “Vediamoci tra due ore. Vieni a casa mia”.
Soltanto dopo che gli ho dato l’indirizzo e persino il nome sul campanello del citofono mi pento di quel che ho fatto. Ma è tardi. Ho centoventi minuti per trasformarmi in quel che desidero essere da trent’anni.

Rimedio quel che mi serve in un negozio vicino casa, dove da uomo, ovviamente, non ero mai entrato. Fingo che tutto mi serva per un’amica, la commessa non so se mi crede ma me ne frego. Mi rado i peli delle gambe con la lametta, mi faccio la barba, mi riempio di creme idratanti, mi infilo in un bagno profumato ai sali, mi acconcio i capelli alla bell’e meglio, mi trucco le labbra con un rossetto arrapantissimo, indosso calze autoreggenti, perizoma di pizzo, reggiseno e una vestaglietta corta.

Alla scadenza delle due ore suona il citofono. Non è lui. è il fioraio. Avrà deciso di non venire, penso, e mi manda le rose per scusarsi. Rifletto troppo tardi sul fatto che il fioraio mi conosce e che si stupisce non poco per il fatto che qualcuno mi mandi 24 rose scarlatte. Ma quando gli apro vestito da femmina non mi riconosce e ritiene che sia tutto normale. Chissà, magari poi si sarà posto qualche domanda, ma che mi frega?
Nel biglietto c’è scritto che viene, ma ritarda di dieci minuti. Spengo tutte le luci di casa, stacco la corrente dall’interruttore generale. Non voglio che mi veda, non subito perlomeno. Suona il citofono. Lo faccio salire.
“Ma che cazzo sto facendo? “, mi chiedo mentre accavallo le cosce, seduta su una poltrona del salotto. Ma è tardi.
La porta è aperta. Non vede un tubo. “Jenny? “, chiede interrogando l’oscurità.
“Sono di fronte a te. Entra e chiudi la porta. La luce non c’è”.
Non fa domande. Mi piace che sia così. Comando io.
Siamo due ombre. Lui adesso è seduto sulla poltrona di fronte a me.
“Bevi qualcosa? “. Abbozza un no, poi un sì. Mentre sorseggia il gin che gli ho versato, mi chiede perché mai mi nasconda.
“Ho paura di non piacerti”. Sono in piedi vicino a lui, mi sto versando da bere anch’io. Mi sento accarezzare una coscia. “Paura del tutto infondata”, sussurra. Mi ha preso la vestaglia, mi tira dalla sua parte. Accenno una resistenza, ma è forte, non resisto. Non voglio resistere.
Adesso sono vicina a lui. Si inebria del mio profumo. Mi accarezza delicatamente il polpaccio, risale lentamente, si insinua tra le mie cosce sollevando la vestaglietta. Raggiunge le natiche, disegna con un dito una traiettoria indefinibile sulla circonferenza del mio sedere.
Cerco di ritardare, senza troppa convinzione, la sua opera di demolizione delle mie ultime fragilissime barriere di resistenza. “Non vuoi andare a letto? “. Appoggia la bocca sulla mia schiena. “No, voglio prenderti qui…”.
“Prima rispondi a quella mia domanda cui non hai mai risposto – dico tutto d’un fiato – Sei mai stato con un altro uomo, con un trans? L’hai mai baciato? “.
“Che importa? “, e continua a carezzarmi. Lo fermo. Pretendo una risposta.
“Bèh, è una domanda un po’ intima…”. Osservazione del cazzo: stiamo per scopare e ti poni un problema di intimità? Se ne rende conto e finalmente risponde: “Sì, una volta. Anni fa. Ma non ci fu niente di serio… Lui era un frocetto, io ero disorientato. Mi fece una pompa e tutto finì lì”.
Mi giro verso di lui. Gli prendo la faccia tra le mani. Dev’essere bello, sento i suoi lineamenti delicati. Mi morde un dito, glielo infilo tutto in bocca.
“E… vi baciaste? “. Silenzio. Ripeto la domanda, una, due, tre volte. Esita. Poi tira tutto d’un fiato: “No, ma ci siamo andati vicini”. Una straordinaria voglia mi invade a quella risposta: sento una comunanza di esperienze e mi butto sulla sua bocca socchiusa. La spalanco con la mia lingua, lui si allaccia a me. Mi siedo sulle sue gambe, a cosce spalancate, e continuo a baciarlo. Libero tutte le mie emozioni represse, quel bacio mai dato al mio amichetto: gli infilo le mani tra i capelli, glieli stringo forte, ma non si fa male e continua a baciarmi.
Il cazzo gli diventa grosso sotto di me, mi spalanca la vestaglia e mi riempie le tette di baci, poi mi scaraventa per terra. Adesso siamo proprio come una donna e un uomo, lui sopra e io sotto, allacciati dalle nostre braccia, dalle nostre bocche, dalle nostre lingue. Il suo cazzo pressa tra le mie natiche, il mio è schiacciato contro la sua pancia. Scende giù, se lo va a prendere in bocca, me lo ciuccia, lo fa sparire tra le sue labbra. Poi si mette in piedi, si spoglia. Mi afferra per i capelli. Mi piace essere presa così: me lo schiaffa in bocca, il suo membro enorme.
“Fammi quello che mi hai detto nella chat”, mugola. Lo scappello e comincio a succhiarglielo, ma voglio fare un sessantanove. Lo tiro giù, lo faccio stendere sotto di me e gli offro il buco del culo mentre glielo pompo con forza. Lecca stupendamente: il mio ano è profumatissimo, non ho vasellina e deve lubrificarmelo per bene, per stuprarmi. Viaggio su e giù lungo la sua asta, ma non voglio farlo venire.
Ad un tratto lo fermo: “Inculami”, gli dico senza tanti fronzoli. Mi metto alla pecorina ed ecco che le sue mani si aggrappano ai miei fianchi. Adesso non si scherza più. Mi sta penetrando sul serio. Mi fa un male cane. Soffro maledettamente. Urlo, ma non posso fare troppo casino. Afferro un cuscino, lo stringo tra i denti. Mi sfonda, cazzo se mi sfonda! Vorrei dirgli di fermarsi, tanto è il dolore, ma non ne ho il coraggio. Ed eccolo tutto dentro di me. Ci muoviamo all’unisono: lui per fare avanti e indietro, io per far scivolare questa sciabola di carne dentro di me.
“Vengo! “, mugola. Sa che non voglio – gliel’ho scritto quando chattavamo – che lo faccia dentro, lo tira fuori e riesco a fermare la sua eiaculazione, acchiappandogli il glande e stringendoglielo forte.
“No, amore, non puoi lasciarmi così”, gli dico. Gli do il mio pistolino in bocca: ci sa fare, ma non è un esperto. Torniamo a fare il sessantanove, stavolta lui in bocca ci tiene il mio uccellino. Sento che sto per venire.
“Ti prego, veniamo assieme! “, gli dico ed è come se le mie parole aprissero il rubinetto del suo piacere. Mi sborra in bocca prepotentemente. Io vengo appresso a lui.

Per fargli fare la doccia devo riattaccare la luce. Mi infilo nel cesso. Prima le signore. Mi lavo, poi mi infilo nella mia camera e gli do il via libera. Ancora non ho visto che faccia ha. Chissà che choc, quando ci guarderemo senza più avere tra noi la maschera del buio.
Nuda, indosso di nuovo la vestaglia da donna, mi stendo esausta sul letto, mentre lui si fa la doccia. Poi esce dal cesso e va a rivestirsi in salotto.
Compare all’improvviso sulla porta.
Rimango di sasso.
Rimane di sasso.
Non può essere, penso.
Non può essere, pensa.
Sei davvero tu? , chiedo a me stessa, senza avere la forza di chiederlo a lui. Lui si starà facendo la stessa domanda.
è lui. Il mio amichetto. Il mio compagno di studi, il mio diciottenne che mi pomiciò per primo, nella vita. Si avvicina incredulo, mi guarda, mi tocca, mi accarezza.
“Sei tu… Jenny sei… Sei tu! Non è possibile! Non è possibile! “.
Sorrido, una lacrima mi scende dagli occhi ombrettati così così, gli butto le braccia al collo. “Non potevamo sfuggirci in eterno! Non potevamo fuggire da noi stessi per tutta la vita – esulto – la vita non poteva tenerci lontani per sempre”.
Mi stringe, ma il suo è un abbraccio rigido, quasi innaturale, anche se tenero e affettuoso. Si scusa per quello che mi aveva detto prima di scoparmi:
“Non pensavo che fossi un frocetto… Sì, insomma, quando poco fa ti ho detto che la mia unica esperienza gay la avevo avuta con uno che non significava nulla, per me, mentivo… Insomma, mi schermivo. Non sapevo chi fosse, questa matta di Jenny, che mi abborda in chat, non volevo rivelarle quel che provavo… che provo per te. Pensavo di avere di fronte una sconosciuta…”.
“Cosa importa, cosa importa? – continuo a festeggiare, baciandolo dappertutto, bocca, guance, occhi – L’importante è esserci ritrovati, dopo non avere mai smesso di cercarci… Abbiamo completato quello che avevamo cominciato dodici anni fa… Ma ci pensi? E adesso potremo continuare…”.
Ora l’irrigidimento è netto. “No – risponde secco, staccandosi da me – Non dovremo vederci più”.
“Ma come? – quasi piango (ma che mi prende? ) – Ma come? Abbiamo messo tanto tempo, per ritrovarci…! “.
Si allontana di un paio di passi. “Ti ho cercata per anni. Ho avuto varie tentazioni omosessuali, in tutto questo tempo: cercavo te, negli occhi dei gay che frequentavo e che poi non avevo il coraggio di sfiorare con un dito. Cercavo te, nei sorrisi a pagamento dei trans, che riempivo di soldi e che lasciavo così come li avevo presi, senza averci fatto nulla. Non avevamo avuto coraggio, anni fa. Ora dobbiamo pagare. Domani mi sposo, la mia fidanzata
è incinta. Ho cercato l’ultima avventura omo della mia vita, ma da domani cambio vita. Non posso fare diversamente”.
Si allontana bruscamente, va verso la porta.
“Aspetta! – gli urlo appresso – Per te mi sono trasformata in quello che vedi, ho rinunciato alla mia dignità, al rispetto verso me stessa”. Scoppio a piangere: “Non andartene di nuovo! “.
Sembra avere un ripensamento. Torna sui suoi passi, mi prende il viso, si avvicina. Silenzio. Chiudo gli occhi in attesa che le sue labbra si posino sulle mie.
Invece mi regala solo una carezza. Poi mi poggia due dita sulle labbra e aggiunge dolcemente: “Se non ti amassi, ti bacerei. Invece proprio perché ti amo e perché amo anche la mia futura moglie, devo rinunciare per sempre a quella parte di me stesso che tu rappresenti. Anche per non lasciarti inutili illusioni. Addio”.

Non ho più incontrato un nick name di nome “Voglia”, in una chat. Ho smesso di chiamarmi Jenny, sa troppo di puttana. Adesso abbordo facendomi chiamare soltanto Rosa, Carmela, Antonella. E mi scopo senza ritegno tutti coloro – uomini e donne – che non hanno paura della propria natura perversa. Solo una cosa non riesco a fare: a baciare un altro uomo sulla bocca. Certi grandi amori, si dice, sono e restano unici. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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