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Il ciclista

Era la limpida sera d’estate di un Giovedì e stavo rientrando a casa, erano passate da poco le otto ma era ancora chiaro, mi ero attardata in ufficio più del solito ma il giorno seguente sarei uscita prima per raggiungere la famiglia in riviera per il fine settimana, ripensai al frigorifero di casa quasi vuoto e a quell’ora i negozi erano chiusi strada, avrei telefonato ad una quelle pizzerie che fanno servizio a domicilio…
ero stanca ed irrequieta, sapendo che ero sola un paio di colleghi mi avevano fatto proposte per una cenetta intima, solo noi tre, rincarando sui dettagli di come avrebbero voluto finire la serata e questo gioco mi aveva coinvolta ed eccitata mio malgrado…
sentivo la mancanza di mio marito e dei rapporti quasi quotidiani che avevamo, di solito non era una cosa a cui facessi caso, ma adesso che il sesso mi mancava da una quindicina di giorni, mi rendevo conto di quanto fosse importanti per me e per il mio equilibrio psicofisico, di solito non avrei dato peso alle proposte ed alle battute salaci e ci sarei passata sopra con sufficienza…
poi ci si era messa anche Marina, una collega appena diciottenne che mi aveva eletta a propria confidente e consigliera, facendomi il resoconto dettagliato del primo appuntamento galante che aveva avuto col suo nuovo ragazzo…
aveva passato il pomeriggio precedente in preda all’ansia e ai tormenti, indecisa su tutto, dal se andare o meno al come vestirsi…
l’avevo anche presa in giro, in modo bonario, suggerendole di mettere un abito e biancheria intima “facile da togliere” per non intralciare il dopo cena, inutile dire che mi aveva guardata scandalizzata anche se, dal racconto odierno, non ero andata poi troppo lontana dalla verità!
Marina aveva litigato col fidanzato da una decina di giorni e, per ripicca, aveva accettando le attenzioni di un altro; lei era carina, non troppo alta ma ben proporzionata, con un visino simpatico che sapeva rendere attraente col trucco anche se esagerava sempre con rimmel e rossetto apparendo più vecchia e più “navigata” di quanto non fosse, aveva un corpo ben fatto col seno piccolo ma sodo e sbarazzino, in compenso aveva un bel culo, alto e rotondo, di quelli a che piacciono agli uomini e un po’ glie lo invidiavo…
la trovavo una bella ragazza anche se, a detta di molti colleghi, io ero meglio malgrado i quindici anni che avevo più di lei, qualcuno con cui ero più in confidenza si era spinto a spiegarmi dove ero meglio di Marina, prima di tutto ero più alta e formosa, mi vantavo della mia 5^ di reggiseno, avevo le gambe più lunghe e tornite e il volto più bello, caratterizzato dai grandi occhi vivaci e dalla bocca, per me troppo grande, ben disegnata…
qualcuno aveva detto che se fossi andata in giro abbigliata com’era solita fare Marina avrei fatto sfaceli, ma io non avevo l’abitudine d’indossare vertiginose minigonne o maliziose calze a rete, però avevo un portamento che mi dava un tocco in più, era un fattore naturale per me e non potevo certo cambiarlo per evitare ai colleghi maschi pensieri peccaminosi che, tanto, avrebbero avuto ugualmente.
Quest’oggi, ad esempio, i miei corteggiatori si erano complimentati per l’eccitante abbigliamento che, per me, non era affatto eccezionale…
indossavo una gonna pieghettata azzurro mare appena sopra il ginocchio e una camicetta che, forse, lasciava intravedere il reggiseno di pizzo bianco, d’altra parte una quinta misura non si poteva mi nascondere facilmente, faceva caldo così non portavo le calze e avevo messo un paio di comunissime scarpe col tacco abbastanza basso.
Guidavo distrattamente ascoltando la radio, era la strada che facevo abitualmente e la macchina avrebbe potuto andare da sola…
la casa in cui abitavo era un po’ isolata ma mi piaceva per quello, immersa nel verde e nella tranquillità seppure a meno di un chilometro dalle comodità; a volte la domenica andavamo in bicicletta a prendere il gelato in centro…
imboccai la via di casa, una rettilineo secondario un po’ stretto che, tuttavia, invitava a schiacciare sull’acceleratore e, difatti, il camion che mi precedeva si allontanò rombando mentre già armeggiavo col telecomando del cancello che già vedevo, poco prima passarvi davanti il camion scartò verso il centro strada per evitare il ciclista che procedeva sul ciglio e che, forse per lo spostamento d’aria, sbandò per qualche metro prima di ruzzolare tra le siepi che delimitavano la strada, dividendola dalla scarpata…
restai interdetta e preoccupata per il povero ciclista, il camionista non si era neppure accorto dell’accaduto e il mezzo era già lontano…
rallentai per controllare se il malcapitato era in grado di rialzarsi ma in quel punto i rovi erano cresciuti incolti e del ciclista non c’era traccia anzi, non si riusciva neppure a capire con esattezza dove fosse caduto e non c’era traccia che fosse capitato un incidente…
ero sola e il primo pensiero, lo ammetto, fu di fingere che nulla fosse accaduto, entrare in casa, farmi una doccia e chiamare la pizzeria ma…
se quel poveretto non era in grado di alzarsi da solo sarebbero passate molte ore prima che qualcuno lo trovasse; parcheggiai nel vialetto e, seppure molto a malincuore, tornai sui miei passi per assicurarmi delle condizioni dell’uomo…
cominciava a fare scuro e la ricerca si rivelò difficile, era impossibile vedere oltre il muro di foglie ed inoltre ero imbarazzata dal trovarmi lì, sul ciglio della strada, specie dopo che un paio dei rari automobilisti di passaggio avevano rallentato lanciandomi pesanti apprezzamenti scambiandomi, evidentemente, per una prostituta; per evitare simili inconvenienti o che qualcuno si facesse più intraprendente decisi di continuare la ricerca dal basso, tanto rimanendo sulla strada non avrei risolto nulla e non avrei potuto essere d’aiuto al malcapitato, tornai verso casa e, aggrappandomi alla cancellata i rovi, scesi fino al prato sottostante dove l’erba era cresciuta incolta creando un tappeto morbido su cui muovermi…
rapidamente costeggiai la riva, qui sotto si vedeva ancora meno che sulla strada e procedevo quasi a tentoni, poco più avanti vidi un barlume di luce, m’affrettai in quella direzione e trovai la bicicletta, una mountain bike super accessoriata del tipo che va per la maggiore adesso, era simile a quella di mio figlio e non ebbi difficoltà a staccare il faro anteriore a batteria per usarlo nella ricerca…
il ciclista era riverso a terra qualche metro più in là, mi avvicinai spaventata temendo il peggio ma poi notai un movimento del braccio e mi tranquillizzai, probabilmente in quel volo di tre o quattro metri aveva battuto la testa e perso conoscenza, però era vivo così provai a scuoterlo senza ottenere reazione, allora provai a rigiralo e mi riuscì più facile del previsto, poteva avere si e non una trentina d’anni ed era un tipo alto ed atletico, sembrava un bel ragazzo ma la cosa che colpì subito la mia attenzione fu la protuberanza che gonfiava gli aderenti calzoncini da ciclista, non sono mai stata una donna di facili costumi ma mi sono fatta le mie esperienze e so com’è fatto un uomo, però quello che tendeva la stoffa elasticizzata era veramente grosso, subito pensai che avesse messo qualche nei pantaloni ma… a quale scopo?
E dopo tutto gli avrebbe anche dato fastidio andando in bicicletta, possibile che fosse proprio vero?
Mi sono sempre ritenuta una persona seria, razionale e con la testa sul collo e non riesco a trovare nessuna scusa valida per giustificare il motivo che mi spinse ad allungare la mano e toccare quella protuberanza mostruosa…
forse tutti quei discorsi nella giornata, l’astinenza forzata, l’oscurità complice o, più semplicemente, la morbosa curiosità per qualcosa di cui avevo solo sentito parlare o visto in qualche rivista o film hard, un cazzo alla Larry Holmes, mr. 33 centimetri… ma questo mi sembrava ancora più grosso!
Da lì a pensare a cosa doveva provare una donna posseduta da un simile arnese fu tutt’uno…
non era in erezione ma aveva una discreta consistenza, anche se il tessuto dei calzoni non permetteva di capirne le concrete e reali caratteristiche, in un gioco erotico che avevamo fatto molto tempo prima avevo portato alla massima erezione il membro di mio marito e poi l’avevo misurato tutto, era lungo 18 cm e il glande aveva un diametro di 4 e mi era sempre bastato però, se tanto mi dava tanto, il glande di questo qui doveva essere grosso come un’albicocca, il paragone mi fece sorridere, io adoro le albicocche…
l’oscurità, una certa pruriginosa curiosità e uno strano calore fra le gambe con la certezza di restare comunque “impunita” mi spinsero a prolungare quel contatto, col palmo della mano premetti più forte e cominciai a massaggiare il membro con che reagì inaspettatamente, guizzando in una subitanea erezione che quasi mi fece spaventò per dimensioni, durezza e consistenza, facendomi sobbalzare.
A dire il vero in quel momento m’importava assai poco delle condizioni del povero ciclista anzi, se restava svenuto tanto meglio…
in erezione la punta del cazzo arrivava a sfiorare il bordo dei calzoncini tendendo l’elastico, era davvero potente, chissà se oltre alla “quantità” c’era anche la “qualità”, ovvero se quel tipo sapeva come far funzionare un simile arnese:
La mia era una curiosità accademica, morbosa ma pur sempre teorica o almeno cercavo di convincermi di questo mentre col movimento della mano cercavo di farne uscire la punta perché, come si suol dire, anche l’occhio vuole la sua parte…
difatti avevo puntato la luce su quei calzoni, ignorando completamente il resto del corpo, era un fatto tra il cazzo e me…
m’attizzava la situazione e mi eccitava soprattutto quella cosa enorme, dura e pulsante che mi premeva contro il palmo, con uno schiocco l’elastico scivolò in basso e il cazzo scattò fuori riempiendomi la mano, quasi mi ustionò tant’era caldo ma non mi ritrassi anzi, avvicinai il volto fino a qualche centimetro per vederlo meglio alla fioca luce della pila…
adesso avvertivo il forte afrore di maschio e scorsi sulla punta il baluginare di una grossa goccia perlacea sgorgata dal meato e rimasta lì sospesa, prima di rendermene conto, la lingua saettò a lambire il glande raccogliendone il succo dal gusto acidulo, lievemente metallico, non mi ero mai tirata indietro quando, con un pompino, avevo portato i miei passati partner fino all’orgasmo… d’altra parte i miei primi approcci al sesso erano stati orali e, in seguito, non li avevo mai rinnegati ritenendoli una parte importante del rapporto sessuale magari non appagante, per la donna, come una scopata, ma senz’altro intrigante ed eccitante, un esercizio in cui mi prodigavo con gusto e con ‘esperienza, ma anche perché il portare l’uomo all’orgasmo con la bocca mi faceva sentire la vera padrona del gioco…
adesso era diverso naturalmente, tuttavia quel sapore…
tornai a leccare la punta mentre la mano si muoveva lungo l’asta, non ho le mani troppo piccole, eppure riuscivo a cingerlo solo per metà ma…
perché fare le cose a metà?
Prima di starci a pensare m’inginocchiai nell’erba ed impugnai lo scettro di carne con entrambe le mani spremendolo alla base del glande per farne uscire altre stille e, per non perdermi nulla, risucchiai la punta fra le labbra.
Ero come inebetita mentre quel rostro bollente mi scorreva tra le mani e quella grossa cappella mi costringeva ad aprire la bocca all’inverosimile e compresi che, se avessi voluto fargli un pompino, avrei dovuto impegnarmi a fondo e probabilmente non ne avrei ingoiato più di metà così, mentre lo pensavo, il mio corpo ormai fuori controllo era andato oltre e tutto il glande era sparito in bocca mentre l’asta continuava ad entrare ed uscire sempre più velocemente, per un attimo pensai che effetto poteva avere un pompino in una persona con una commozione cerebrale ma fu solo un attimo, non me ne importava nulla…
l’unica cosa importante era la presenza bollente che mi sbarrava la bocca arrivando a titillarmi l’ugola mentre in un impeto d’orgoglio masochistico me la sparavo in fondo alla gola e mi beavo della sensazione di spremere l’enorme cappella fra le tonsille; avevo le mascelle indolenzite e mi sentivo infuocata, specie fra le gambe dove avvertivo l’appiccicaticcio colare degli umori…
non ero mai stata così fradicia ed eccitata, avrei voluto poter liberare una mano e darmi sollievo con un ditalino ma non potevo abbandonare quel cazzo, a meno che…
slacciai la camicetta e mi chinai sull’enorme membro facendolo passare sotto l’elastico del reggiseno ed imprigionandolo fra le tette che le coppe di pizzo tenevano raccolte, poi tornai a lappare il glande mentre iniziavo un lento movimento col busto che faceva scorrere fra le mammelle gonfie l’asta turgida, qualche istante di quell’eccitante contatto bastò perché i capezzoli s’inturgidissero che parevano schizzare via, lo sfregamento col pizzo era insopportabilmente piacevole, spostai a lato il tassello delle mutandine e affondai due dita fra le labbra della vagina madide di umori, lo sciacquio prodotto dalla penetrazione era lubricamente sconvolgente, arrivai subito all’orgasmo ma continuai imperterrita a masturbarmi mentre m’impegnavo ancora di più nella spagnola e nel pompino a quel cazzone…
avevo perso ogni ritegno e, dopo l’ennesimo orgasmo, stavo meditando di impalarmi su quel rostro di carne per sfondarmi la passera quando avvertii contro la pancia il rombo del magma ribollente che gli gonfiava i coglioni, capii che era troppo tardi per potermelo infilare tra le gambe ma volevo trarre il massimo da quello strano rapporto, così smisi di masturbarmi, ripresi il membro fra le mani e affondai il glande in gola, bastarono tre o quattro affondi ben dati e sentii l’orgasmo dell’uomo crescermi fra le mani, non volevo perderne neppure una goccia così cercai di estrarre l’asta di bocca per succhiare il succo direttamente dal meato ma, nell’ultimo spasmo che precede l’orgasmo, la cappella si era gonfiata così a dismisura da mettermi fuori uso la mascella e non riuscii a sfilare il glande di bocca, mi colse un attimo di panico ma proprio in quel momento, con un gemito inumano, lo sconosciuto arrivò all’orgasmo con fiotti caldi e densi che mi schizzarono in gola copiosi e quasi mi soffocarono, dovetti ingoiare rapidamente senza quasi gustare il prelibato nettare di quel frutto che avevo maneggiato con tanto piacere, però anche lui doveva essere in astinenza da parecchio tempo perché mi gratificò con una quantità tale di sborra da saziarmi, pareva sgorgasse a litri, lo lasciai andare solo quando il turgore che mi riempiva la bocca accennò a diminuire ma, anche in stato di riposo rimaneva sempre il più grande cazzo che avessi spompinato in vita mia così ero restia a mollarlo, gli diedi un’ultima intensa succhiata che me lo fece guizzare contro il palato. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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